Dove sta volando l’arrampicata in Gran Bretagna

Con questo articolo, molto importante per l’evoluzione dell’arrampicata europea, seguito dalle note prestigiose di Gian Piero Motti, concludiamo il lungo lavoro iniziato sei anni fa, quello di pubblicare tutti gli scritti reperibili del grande Motti. Questi sono stati classificati e numerati in GognaBlog da 001 a 082. Per la loro ricerca basta digitare in “cerca” GPM 0XX. Notiamo pure che in questi scritti non è compresa la Storia dell’alpinismo (che merita una ri-pubblicazione digitale a parte) e che non si esclude neppure il reperimento di qualche altro scritto ad oggi dimenticato. E’ in pieno corso la pubblicazione degli articoli che lo riguardano, schedati e qui reperibili con la signa RE 0XX. Buona lettura!

Dove sta volando l’arrampicata in Gran Bretagna
di Pete Boardman(pubblicato su Rivista della Montagna n. 33, settembre 1978)
(traduzione di Gian Piero Motti)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(3), disimpegno-entertainment(3)

In seno all’alpinismo inglese durante il periodo compreso tra il 1972 ed il 1975, c’è stata una vera e propria rivoluzione pe quanto concerne l’arrampicata su roccia. In quegli anni ero in Scozia per lavoro e mi accorsi di quali mutamenti vi fossero stati solo quando gli affari mi portarono a stabilirmi definitivamente a Manchester. Una sera d’inverno andai ad arrampicare su una palestra artificiale, una climbing wall (1). In Gran Bretagna vi sono molte di queste palestre costruite artificialmente, forse un centinaio nei college, nei grandi centri sportivi e anche nelle scuole. Molte di esse sono costruite un po’ sommariamente, ma fino ad allora ancora non avevo ben compreso come fossero divenute importanti e frequentate le poche palestre artificiali di qualità che vi sono a Manchester. Stretti l’uno contro l’altro, almeno una trentina di arrampicatori si stavano allenando su una parete artificiale costruita in un centro sportivo. Essi arrampicavano da soli al limite delle loro possibilità su brevi passaggi posti a non più di due metri da terra, cercando di aumentare la loro resistenza psicofisica. Per migliorare la tenuta delle dita, di tanto il tanto le immergevano in un sacchettino, appositamente appeso alla vita contenente magnesite o pece polverizzata. Tentai alcuni dei passaggi chi essi stavano superando abbastanza agevolmente, ma mi ritrovai disperatamente in difficoltà, respinto e ben presto rigettato al suolo, con il mio orgoglio fatto a pezzi. Durante il seguente fine settimana, andai ad arrampicare con alcuni di loro in una palestra di roccia naturale che conoscevo già piuttosto bene prima ancora di stabilirmi in Scozia. Ebbi modo allora di scoprire che erano state aperte nuove vie più dure di almeno due gradi di quelle che io già conoscevo in precedenza. Avevo ancora molto da imparare…

Foto di apertura della Rivista della Montagna: Pete Livesey sulla Dejà vu (Extremely Severe) alla Great Zawn Cornwall. Foto: B. Gropper / Crags.

Da allora ho arrampicato diverse volte con gli esponenti della «Nuova Era», soprattutto con Pete Livesey e con Ron Fawcett (2). Ho potuto così sapere molte cose sui loro sistemi d’allenamento, sulle tecniche stesse e sulla loro concezione dell’alpinismo. In quest’articolo tenterò di descrivere ciò che io ho visto, sentito e imparato, molte cose che ho da dire risulteranno più che ovvie a molti arrampicatori, ma alcune, almeno lo spero, saranno del tutto nuove.

Parecchie cose sono cambiate dai giorni in cui alcuni sparuti gruppi di pionieri cominciarono ad avventurarsi su piccole pareti rocciose con tanto di scarponi chiodati, ruvidi e pesanti calzoni di tweed e armati di una corda di canapa arrotolata sulle spalle (3). Ma è soltanto in questi ultimi cinque o sei anni che l’arrampicata su roccia ha cominciato ad evolversi come attività fine a se stessa, estendendo notevolmente gli orizzonti tradizionali dell’alpinismo. Un chiaro sintomo di questo fenomeno, è dato dalle tendenze dei più agguerriti tra i giovani arrampicatori, i quali spesso preferiscono tenersi lontani dalle montagne per arrampicare invece sulle scogliere soleggiate o nelle vecchie cave abbandonate.

Sopra: Ron Fawcett sulla Supersonic (Extremely Severe) alla Matlock High Tor. Foto: Crags.

Solo un alpinista inglese su dieci non è mai stato almeno una volta sulle Alpi, ma ora i giovani, invece di portarsi sulle Alpi o di raggiungere i monti di Scozia durante l’inverno (4), spesso si recano come in pellegrinaggio verso il caldo granito del Nord America oppure verso i monti dell’Australia, per gustare appieno le gioie della scalata pura su roccia. Sta accadendo per l’arrampicata ciò che accadde circa cinquant’anni or sono in atletica, quando i migliori atleti riuscivano ad emergere in virtù delle loro sole doti naturali. L’alpinismo ora sta uscendo prepotentemente da questo periodo e i migliori arrampicatori di oggi necessitano di un allenamento particolare che va oltre le loro doti naturali (resistenza fisica e nervosa, equilibrio, volontà e tenacia). Attualmente da molti l’arrampicata su roccia viene giudicata come un fenomeno esplosivo dal punto di vista atletico. Vi è da dire che la parola allenamento solo recentemente ha acquisito rispettabilità tra gli alpinisti inglesi. Solo pochi anni or sono l’unico allenamento degno di rispetto per un alpinista inglese era la bevuta di birra in un pub. Ma ora molti alpinisti, soprattutto nel nord del paese, praticano la corsa per migliorare la propria capacità respiratoria, si tengono lontani dalle bevute di birra per mantenere basso il loro peso e per migliorare il rapporto peso-potenza, praticano lo yoga per acquisire un controllo psicofisico indispensabile alla nuova tecnica bidimensionale, fatta di arresti necessari all’accumulo dell’energia che poi viene liberata in azioni dinamiche e veloci (5).

Tutte le sere estive essi vanno ad arrampicare sulle loro palestre di arenaria o di calcare, mentre le sere invernali vengono dedicate all’allenamento sulle palestre artificiali al coperto.

Al centro: Steve Bancroft sulla Strapodichtomy (Extr. Severe) alla Froggat Edge nel Derbyshire. Foto Bernard Newman / Crags).

Un altro fattore determinante, che ha contribuito alla progressione evolutiva dell’arrampicata su roccia, è l’approfondimento di quelle tecniche che permettono di conservare la propria energia durante lo sforzo. Molte tecniche d’appoggio e d’equilibrio, come la spaccata e l’opposizione in camino, necessarie su pareti verticali e difficili, furono scoperte prima della seconda guerra mondiale. In principio quasi tutte le fessure strette e verticali vennero scalate ricorrendo a tecniche d’opposizione assai dure e faticose, tali da richiedere un forte dispendio d’energia (6). Poi, all’inizio degli anni ’50, alcune tecniche più raffinate, come l’incastro del pugno e delle dita, cominciarono ad essere scoperte ed utilizzate (7): esse aiutarono gli arrampicatori ad economizzare la loro energia in progressione, risparmiando notevolmente le braccia, che prima sostenevano il corpo in trazione diretta con un enorme dispendio di forze. Si venne così a creare il classico stile degli anni ’50, caratterizzato dal corpo staccato dalla roccia, dalla posizione frontale rispetto alla parete e da una progressione lenta, attenta e prudente lungo il tiro di corda. Durante gli anni 70, invece, si è fatto strada un nuovo stile d’arrampicata, caratterizzato da una progressione drammatica e dinamica, fluida ed essenziale, tale da permettere all’arrampicatore di mantenere la propria energia su tratti di parete ancor più lunghi e repulsivi, praticamente senza punti di arresto. Questo stile, definito da alcuni la «Tecnica bidimensionale», coinvolge il corpo intero dell’arrampicatore, particolarmente il sedere, che deve essere mantenuto il più possibile contro la roccia, in modo da mantenere il baricentro sempre molto basso (più facile per le donne), scaricando così tutto il peso del corpo sui piedi (8). La progressione avviene con l’appoggio laterale e interno dei piedi piuttosto che con la punta, realizzando una serie dinamica di oscillazioni e di rotazioni del corpo, posto sovente in posizione laterale rispetto alla parete. Le palestre artificiali nella loro aridità un po’ alienante permettono tuttavia di isolare efficacemente ogni gesto e di eseguirlo un numero infinito di volte in assoluta sicurezza. In tal modo l’arrampicatore può preparare efficacemente se stesso e i suoi muscoli ad un particolare stile di progressione, prima di venirsi a trovare nella necessità di ricorrere a tale tecnica al termine di una lunghezza di corda senza alcuna protezione, dove un’eventuale caduta potrebbe avere conseguenze irreparabili. Arrampicando su parete strapiombante si combatte una lotta contro il progressivo indebolimento muscolare e contro l’insorgere dei crampi, ed è naturale, quindi, staccare una mano dalla roccia appena possibile (alternativamente), e tenerla in basso al di sotto della spalla. Agitando la mano si agevola l’afflusso del sangue, necessarlo al muscolo intossicato dallo sforzo prolungato.

Ron Fawcett sulla Fingerlicker della Craig Pant alla Tremadoc nel North Wales. Foto: A. Evans / Crags.

In molte palestre di roccia inglesi, l’arrampicatore si trova di fronte ad una intricata scacchiera di rugosità superficiali, tra le quali egli deve trovare la giusta soluzione movimento dopo movimento, distribuendo intelligentemente la propria forza fino al termine del passaggio, in modo da raggiungere un previsto punto di riposo prima che sopravvengano crampi ed esaurimento dell’energia. Ciò contrasta con lo stile d’arrampicata nordamericano, dove, soprattutto sulle pareti granitiche della Yosemite Valley, la sequenza dei gesti è più lineare ed essenziale, in quanto la fessurazione del granito è più regolare e costante. Per salire alcuni sistemi di fessure, per esempio, l’arrampicatore deve ripetere un movimento pressoché identico ed estremamente faticoso anche un centinaio di volte senza possibilità alcuna di arresto. Durante la progressione, è necessario piazzare dei mezzi di protezione, per ridurre le conseguenze di un’eventuale caduta (9). Secondo un’etica severa, tali mezzi di protezione non devono essere lasciati in parete ma devono essere rimossi dal secondo di cordata. Di qui ne viene la necessità di sistemare i moschettoni e i mezzi di protezione (eccentrici e nut) con estremo ordine e cura (10) in modo da poter estrarre il nut adatto alla fessura dopo un solo esame fatto con le dita per accertarsi della larghezza e della profondità della fessura stessa. Il piazzamento del nut nella fessura e il successivo agganciamento del moschettone e della corda devono essere fatti nel giro di pochi secondi, per ridurre al massimo il periodo di tempo in cui l’arrampicatore si sostiene con un solo braccio, cercando di conservare tutte le riserve di energia muscolare. Lo stesso vale per i chiodi. Devo però dire che è almeno da quattro anni che gli arrampicatori inglesi li hanno aboliti dal loro armamentario. Un tempo l’arrampicatore disperdeva il più della sua energia lottando contro pantaloni pesanti e ruvidi e chiudendosi in giacchette striminzite, tali da impedire i suoi tentativi di compiere gesti eleganti ed acrobatici. Óra egli sceglie il suo abbigliamento con molta più cura, indossando, quando tempo e luoghi lo permettono, calzoncini corti e magliettina. Per proteggersi dal cattivo tempo e dalle asperità della roccia, si dà la preferenza a indumenti molto morbidi e caldi, a pantaloni leggeri ed elasticizzati, che permettano ogni sorta di movimento con le gambe. L’uso del casco non è diffuso, a causa del peso e per il disturbo che arreca all’equilibrio naturale (11).

Steve Bancroft durante la prima salita della White Wall (Extr. Severe) sulla Millstone Edge nel Derbyshire. Foto: Bernard Newman / Crags.

Il risultato di questa consapevole evoluzione avvenuta nell’arrampicare (tecniche nuove, abbigliamento e attrezzatura, palestre artificiali, etiche più severe, maggior cura nell’allenamento) è stato un’impressionante elevazione del livello prima raggiunto. E va anche detto che il grafico che rappresenta l’evoluzione in arrampicata, ancora non ha cominciato a stabilizzarsi come invece è già successo negli altri sport. Sta ancora volando verso l’alto. Allenamento produce forza maggiore, che genera risultati evidenti, che infondono fiducia e sicurezza, che producono risultati ancor più consistenti, che a loro volta generano sicurezza, fiducia e forza ancora maggiori! E che si può dire intorno ai motivi che ci spingono ad arrampicare? E’ forse cambiato qualcosa? A me piace ancora pensare che l’arrampicatore, quando si accinge ad affrontare un passaggio difficile, risponde ancora come ad una sfida tra sé e sé e non ad una serie di stimoli competitivi esterni. L’impegno totale è sempre stato una caratteristica essenziale dell’alpinismo. Un tempo l’alpinista tradizionale dava il meglio di se stesso soltanto in certe situazioni in cui, incapace di tornare indietro, doveva impegnarsi in misura totale. Oggi invece questo impegno totale non è più un caso eccezionale, ma viene cercato da tutti gli arrampicatori attraverso vie di concentrazione. Ma ciò naturalmente non abolisce la paura. Ma la paura, se si è capaci di controllarla, viene in aiuto all’arrampicatore per catalizzare le sue energie più riposte e più preziose (12). In una citazione di Samuel Johnson leggiamo che la mente umana ritrova tutto il suo meraviglioso potere e la sua concentrazione quando si affaccia nella sua realtà la paura di morire. Così possiamo asserire che l’intensa concentrazione e il costante controllo dell’angoscia da caduta che l’arrampicatore attua durante un passaggio estremo, aiutano l’adrenalina a fluire nel sangue, facendo sì che vengano utilizzate le riserve di energia più esplosive. Forse nessun uomo è veramente ini grado di trovare tutta la sua forza, tutta la sua volontà e tutta la sua energia per l’ultimo gesto disperato, finché egli non è convinto che l’ultimo ponte dietro di lui è caduto e non si può più andare in nessuna direzione se non avanti.

Ma qualche volta, ancora purtroppo, l’arrampicatore fatalmente perde i controllo di sé. Si viene così a trovare in situazioni tipiche, in cui non riesci più né a salire né a scendere. Di fronte a questo angoscioso stato d’animo la sua situazione è quella di chi «si trova prigioniero al di fuori del suo potere mentale» (13). La sua forza non può più essere utilizzata a lungo e con ordine mentale, in quanto si trova preda del panico: per quanto sia forte di dita, comincia ad aggrapparsi sempre più disperatamente alla roccia, irrigidendo la muscolatura non più controllata e disciolta. Il risultato che si ottiene è un tremore irrefrenabile agli arti inferiori, mentre le dita diventano di burro e le forze stanno esaurendosi. Sono sicuro che ogni arrampicatore conosce assai bene questa orribile situazione! Il risultato più probabile è una caduta oppure un recupero disperato da cui si esce distrutti fisicamente e profondamente avviliti nel proprio orgoglio. Di qui l’importanza per l’arrampicatore di abbinare alla tecnica che economizza e distribuisce l’energia, un freddo potere di controllo sulla mente in ogni situazione. E’ evidente che in tutti gli aspetti dell’attività alpinistica, l’impegno costante, il controllo, lo stile elegante e sicuro che cerca la gioia del gesto, sono la base per il successo.

Di recente mi sono stabilito in Svizzera (14). Così ho cominciato a ripetere un bel po’ di vie arrampicando sempre in libera, facendo pulizia di tutti i chiodi oppure arrampicando di fianco ad essi senza toccarli. «E’ ora che questi continentali si sveglino e capiscano cosa sta succedendo nell’arrampicata su roccia nell’altra metà del mondo», pensavo tra me e me con un po’ d’arroganza. Ci fu un uragano di proteste. «Noi non abbiamo i nut da piazzare nelle fessure!».

Joe Tasker e Pete Boardman sulla cresta ovest del Kanchenjunga, 1979.

«Queste sono palestre di roccia, dove si va per divertirsi! Non le prendiamo così sul serio come fate voi!». «Abbiamo ripetuto questa via per anni ed ora non siamo più in grado dì farla» dissero le guide. Non mi va di farmi dei nemici, così ho interrotto le mie abitudini irritanti.

L’evoluzione alpinistica, negli ambienti valligiani delle Alpi, procede con la stessa lentezza con cui avanzano i ghiacciai. I francesi stanno cominciando, nelle gole del Verdon, a ripetere le vie classiche in arrampicata libera e servendosi esclusivamente di nut come mezzi di protezione. Jean-Claude Droyer ha ripulito la Est del Grand Capucin, ridotta ad una scala di chiodi (15). Ben fatto, Jean-Claude! Questo è il vero progresso. Ciò che oggi accade sulle Alpi, domani accadrà nell’Himalaya. Ma ciò che oggi accade sui piccoli blocchi in palestra, domani accadrà sulle Alpi.

Note al testo
di Gian Piero Motti (GPM 082)

1) In Italia l’unica palestra artificiale appositamente costruita si trova a Bolzano.

2) Pete Livesey e Ron Fawcett sono considerati come dei veri e propri fenomeni in arrampicata su roccia. Anche al di fuori delle loro palestre abituali, hanno dato dimostrazioni di stupefacente capacità in arrampicata libera.

3) In Inghilterra, a differenza di quanto accade sulle Alpi, l’arrampicata su roccia ebbe tutta una sua evoluzione già fin nel periodo in cui sulle Alpi si viveva la fase esplorativo-scientifica dell’alpinismo.

4) Sui monti di Scozia l’alpinismo invernale viene praticato a livelli decisamente estremi, su pareti ripidissime che d’estate sono erbose. Il forte innevamento invernale, causato dal clima umido e freddo, trasforma queste montagne, creando pareti degne della Patagonia. Solo così si riesce a comprendere come gli inglesi giungano alle salite di ghiaccio alpine con assoluta disinvoltura.

5) Per tecnica bidimensionale si intende la nuova tecnica di progressione in arrampicata libera, basata non solo sul fattore atletico, ma anche sul controllo della mente (angoscia e paura di caduta). In sostanza si tratta di realizzare delle concentrazioni d’energia (fisica e psichica) nei punti d’arresto che poi viene liberata sul passaggio con una progressione dinamica e potente, senza arresto alcuno fino al punto di riposo successivo. A scanso di equivoci è bene sottolineare che questa tecnica trova applicazione ideale su difficoltà di ordine superiore e su conformazioni verticali e strapiombanti, dove l’arresto rappresenta un inutile dispendio di energia.

6) Si allude alla famosa «tecnica Dülfer», da molti attribuita però a Tita Piaz.

7) A proposito vedi La tecnica di arrampicata ad incastro di Gian Piero Motti, Rivista della Montagna, n. 22, ottobre 1975.

Pete Boardmann

8) Si tratta della cosiddetta «posizione a rana», realizzabile con le pedule leggere e flessibili. E’ determinante nell’affermazione di questa tecnica l’apporto e l’evoluzione della calzatura. La scarpa rigida con suola Vibram caratterizzò lo stile frontale alla parete, fatto di avanzamenti cauti e graduali. L’avvento della pedula liscia e flessibile permise di scoprire (o meglio di riscoprire) lo stile dinamico. Tuttavia va sottolineato che lo stile dei dolomitisti degli anni Trenta (Comici, Andrich, Carlesso, ecc.) si differenzia notevolmente dalla «tecnica bidimensionale». Nel primo caso il corpo dell’arrampicatore era tenuto molto staccato e arcuato rispetto alla parete e si procedeva mediante una serie di opposizioni forzate, che impegnavano severamente braccia e dita, incaricate di sostenere la spinta delle suole delle pedule, messe a piatto sulla roccia. L’intervento del piede era dunque secondario rispetto al lavoro di braccia. Nella tecnica bidimensionale, invece, l’uso dei piedi è primario e dominante, tant’è che si ricorre all’appoggio laterale-interno proprio per sfruttare anche gli appoggi più infimi. Si cerca di abolire il lavoro di braccia eliminando ogni opposizione, portando il corpo ad aderire alla roccia e sollevando il più possibile i piedi in flessione di gambe molto accentuata, divaricando le ginocchia verso l’esterno (posizione a rana). In tal modo sovente i piedi vengono a trovarsi più in alto del sedere, con il basso ventre che cerca di venire a contatto della roccia. Le gambe si incaricano del sollevamento, come due molle caricate che scattano in estensione verticale, proiettando il corpo verso l’alto.
Sovente, per eliminare il momento delicato della massima estensione in parete strapiombante, si procede in posizione a rana costante, cercando momenti di riposo con posizioni del corpo laterali rispetto alla parete, sempre in appoggio su una gamba in flessione.
Per quanto concerne l’evoluzione della calzatura vedi Abbiamo provato: le pedule da arrampicata di Gian Piero Motti, Rivista della Montagna, n. 25, settembre 1976.

9) La distinzione tra mezzi di progressione e mezzi di protezione è severa e inequivocabile. Il mezzo di protezione non deve essere afferrato con la mano per la progressione e nemmeno deve essere impiegato per sostenere il corpo per riposarsi. In tal caso diviene mezzo di progressione: non si fa quindi differenza alcuna se sul mezzo di progressione si colloca una staffa o se lo si usa soltanto in trazione di braccia o per appoggiarvi il piede. E’ una distinzione giusta ed esatta.
Erroneamente sulle Alpi si definiscono arrampicate libere delle salite dove ci si carrucola da un chiodo all’altro senza usare le staffe.

10) E’ buona abitudine degli arrampicatori anglosassoni e americani distribuire i mezzi di protezione e progressione in mazzette ordinate a seconda dei numeri di fabbricazione dei nut e degli eccentrici (ogni numero corrisponde ad una misura in pollici). Anche le fettucce vengono già preparate e sistemate con doppio moschettone, in modo da non dover trafficare a lungo in posizione affaticante.

11) Gli arrampicatori del Yosemite aggiungono che il casco è «orribilmente antiestetico».

12) E’ un tema molto attuale e dibattuto. Cito per una maggiore documentazione:
Lo scalatore come visionario di Doug Robinson – Rivista Mensile del CAI.
Il nuovo mattino di Gian Piero Motti – Rivista della Montagna, n. 16, aprile 1974.
Droga e alpinismo di Gustavo Gamna – Rivista della Montagna, n. 26, dicembre 1976.
Alpinismo e trascendenza di Gustavo Gamna – Rivista della Montagna, n. 32, giugno 1978.
Lo Yoga: Immortalità e Libertà di Mircea Eliade – Rizzoli, Milano 1973.
La dottrina Zen del Vuoto Mentale di D.T. Suzuki – Uboldini, Roma 1968.

13) Nel nostro gergo alpinistico (piemontese, NdR) tale situazione viene tradotta nel conosciutissimo verbo «bandare», da cui deriva la situazione da «bandaggio», ovvero la «solenne bandata».

14) Peter Boardman è ora direttore della Scuola Internazionale di Alpinismo di Leysyn in Svizzera, diretta dal prestigioso Dougal Haston prima della sua tragica ed immatura scomparsa.

15) Si allude alla salita di Droyer della via Bonatti-Ghigo sulla Est del Gran Capucin realizzata con soli nove chiodi di progressione (!) e con circa cinquanta chiodi di protezione. In tale occasione lo stesso Droyer ha schiodato la via per intero. Sul tema della liceità dei mezzi artificiali e sulla libertà d’espressione in arrampicata, vedi La Montagna. Storia dell’alpinismo di Gian Piero Motti. Istituto Geografico De Agostini, Novara 1978.

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Dove sta volando l’arrampicata in Gran Bretagna ultima modifica: 2019-08-27T05:10:25+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Dove sta volando l’arrampicata in Gran Bretagna”

  1. 2
    Paolo Panzeri says:

    1978 … uno scritto di BOARDMAN di più di 40 anni fa (ricordo che era fra i più forti alpinisti al mondo e con TASKER formava una cordata stratosferica) 
    In Italia non ci siamo ancora arrivati ?
    E’ancora “roba” per pochissimi ?

  2. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Un tale poi scrisse un altro brano memorabile: “Dove sta volando l’arrampicata nel Varesotto”.
     
    È stato Alberto Paleari? Il tono ironico del titolo è il suo. Paleari, se ci sei batti un colpo! Nega o confessa!

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