Du spirituel dans l’art

Introduzione a Du spirituel dans l’art (GPM 064)
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Scandere 1979)

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Nell’alpinismo odierno vi è una certa confusione. Vanno comunque delineandosi due correnti abbastanza definite: quella dell’alpinismo competitivo, che ricerca evoluzione soprattutto nella difficoltà tecnica, e quell’altra del gioco e della cosiddetta vita in parete, per altro difficilmente realizzabile sulle Alpi per ovvi motivi ambientali. Ci sembra che nessuna delle due correnti rappresenti una meta ideale. Nella prima è fin troppo evidente il titanismo, il desiderio di vincere e di umiliare la Natura, di renderla adeguata all’uomo. Nella seconda vi è la rinuncia al mondo fantastico delle altezze.

Lo scritto di Gabarrou è affascinante ed è particolarmente bello perché rappresenta forse la sintesi ideale tra le due contraddizioni. Patrick non parla di alpinismo di conquista, ma di scoperta. Egli immagina un uomo capace di avvicinarsi al mondo delle altezze non tanto per sentirsi superiore ad esse, ma per entrarvi in armonia, per vivervi avventure magiche e meravigliose. Certo, vi è una tecnica, ma è l’uso di questa tecnica e dei mezzi che qualifica un uomo e il suo stile. In sostanza ci sembra di vedere in Gabarrou quello stupore fanciullesco di evangelica memoria, capace di aprire le porte del Regno dei cieli.

A questo punto parlare dei sogni realizzati da Gabarrou potrebbe anche essere superfluo. È bene tuttavia ricordare che egli è uno dei migliori alpinisti europei, realizzatore di nuovi itinerari su ghiaccio e su misto che si impongono per la loro essenziale eleganza e logicità. Coloro che hanno solo nel cervello la difficoltà saranno soddisfatti: sono tutte vie di estrema difficoltà. Anche se probabilmente Patrick non è la difficoltà che cercava: l’ha trovata lungo il cammino che aveva prescelto.

Du spirituel dans l’art
di Patrick Gabarrou
(pubblicato su Scandere 1979)

«Dalloz era un intellettuale che amava immaginare. La sua immaginazione lo portava verso i cammini della scoperta… Ed è cosi che, sulle fotografie di montagna che spesso guardavamo insieme, egli amava inventare nuove vie di salita. Ben presto fui preso da questo gioco appassionante. Mi conduceva ad una scoperta di tutt’altra natura: che l’alpinismo, in fondo, per il mio amico non era che un pretesto. La difficoltà di una via lo interessava meno che la sua eleganza e la sua logicità. Amava la montagna come si ama una linea pura o una frase perfetta (Tezenas du Montcel – Ce monde qui n’est pas le notre)».

La bellezza dell’alta montagna esercita su di me uno strano fascino, certamente non minore di una singolare attrazione istintiva. Non sono sensazioni che si possono esprimere, si vivono. Mi sento spinto all’azione, persino a volte contro la mia volontà, come se essa mi permettesse di giungere più intimamente a contatto con questa bellezza che non attraverso la semplice contemplazione. Lo sguardo da solo non è in grado di soddisfare il fattore fisico, anche se alla fin fine quest’ultimo si afferma in tutto il suo valore e la sua ricchezza se non come prolungamento e meta finale del momento contemplativo. E poi vi è questa necessità imperiosa di muoversi, di agire, di fare, di creare. Una creazione che si manifesterà attraverso dei gesti, ma che comincia già ad esistere in una certa visione della montagna e nell’immaginazione della linea ideale che si innalza diritta verso la vetta, come se essa non fosse soltanto il punto d’arrivo, ma il trampolino per spiccare il volo verso un altro mistero, un’altra bellezza. Non sono pensieri su cui medito mentre sono in montagna, tuttavia capisco che esistono un po’ confusamente in me, come le segrete origini del mio sogno d’alpinista. Quest’estate siamo saliti al Cervino per la prima volta, Bernard ed io. Era settembre e volevamo semplicemente salire lungo la via normale. E tuttavia, che gioia fin dall’inizio della nostra avventura!

L’avevamo subito riconosciuto dal piccolo trenino, talmente bello nella sua semplicità, proprio identico al Cervino che ci eravamo immaginati. E mentre mi avvicinavo dolcemente verso l’enorme piramide, mi ripetevo che questa cresta dell’Hörnli, ormai salita milioni di volte, aveva la reputazione di una scalata ben poco divertente, su roccia sovente mediocre, con il rischio aggiunto di incontrare ancora un sacco di gente anche in questa stagione! Ma era sufficiente che io alzassi gli occhi verso il fantastico vertice della piramide, per sentire in me il desiderio imperioso di raggiungerlo, con quella sorta di impressione, vaga e potente nello stesso istante, che sicuramente non potrà essere che un’azione degna della bellezza. Il giorno dopo la salita fu come me l’ero aspettata, la vetta perduta in una corona di nubi mi è parsa persino un po’ evanescente. Pur tuttavia eravamo, curiosamente, del tutto felici e ce lo dicemmo l’uno con l’altro. Perché? Non avremmo potuto rispondere. Forse perché lassù avevamo sentito qualcosa di forte e indefinibile, che aveva fatto dire a Guido Rey «Di lassù non ci resta soltanto un’impressione fuggitiva, ma una sensazione forte che dura per tutta la vita». Tutto ciò spiega il modo di intendere una salita innanzi tutto come la realizzazione di un sogno nostro o di quello di un amico o sovente di un cliente nel mestiere di guida. Ed è per questo che io amo molto ripetere, soprattutto a fine stagione, quando ritorna la solitudine, una bella via come la cresta Kuffner, lo sperone nord della Chardonnet o il Mont Blanc du Tacul per il triangolo nord. Non importa che queste vie siano state fatte una o mille volte, perché ogni volta mi ritrovo totalmente ripagato dalla semplice e armoniosa combinazione della roccia, della neve e del cielo, posseduto nel mio intimo da quella forte sensazione che donano le altezze e poi semplicemente felice di trovarmi là ancora una volta. Ma c’è qualcosa per me di più giustificante, di più entusiasmante ancora: aver l’impressione di andare alla scoperta, di aprirsi il proprio cammino, di aggiungere la tua piccola pietra all’opera d’arte.

Guardare la montagna non solo semplicemente come una meraviglia che ci è stata donata, ma anche come il teatro di un’azione bella e nobile, meglio ancora di una bella invenzione. È per questo che amo aprire nuovi itinerari. Piacere prima di immaginare e poi di realizzare una via tutta personale. Non solo giocare semplicemente su una parete, ma sentire allo stesso istante che ci si integra e che si entra in essa con una relazione particolarmente intima e profonda. E’ là che provo l’impressione di dissetarmi alla stessa fonte a cui hanno bevuto i primi esploratori delle Alpi. Passando sotto il Grand Capucin sovente penso a Bonatti. Che occasione ha donato la storia a quest’alpinista!

Poter sognare, di fronte ad una parete come quella, di aprirvi una propria via. Quando ho cominciato ad arrampicare nel 1972, praticamente tutte le grandi vie di roccia evidenti erano già divenute classiche: la Walker, il Pilone Centrale, la Noire, il fantastico Pilier Bonatti…

Ma per noi, bambini viziati dell’ultima epoca d’oro dell’alpinismo di scoperta, restavano ancora dei grandi itinerari logici ed eleganti da aprire: il Couloir nord dei Drus, il Super-Couloir, la parete ovest direttissima della Plan… Queste vie erano per la maggior parte a predominanza glaciale e mista, il più delle volte situate in pareti nord. Ed è così che, pur non essendo all’inizio particolarmente amante del ghiaccio, ho dovuto per forza delle cose specializzarmi un poco in questa tecnica di scalata. Comunque le mie preferenze vanno alle salite dove si incontrano tutti i terreni dell’alta montagna: roccia pura, neve, ghiaccio, misto, creste in altitudine e, se ciò è possibile, una bella vetta. Ed è per questo che non riesco a immaginare una via più bella della direttissima sulla parete nord dell’Aiguille Sans-Nom. Nessuna salita mi ha lasciato pienamente soddisfatto come quest’ultima.

Attraverso quest’ottica, i criteri dell’alpinismo competitivo in evoluzione (difficoltà tecnica, forza, rapidità), pur avendo certamente un proprio valore e una grande forza che li motiva, mi sembrano un po’ come secondari. Altezze, varietà, logicità ed eleganza di un itinerario da scoprire in un ambiente selvaggio e grandioso, questi sono i miei sogni. E come coronamento dell’eleganza la logica di una linea che si impone sulla montagna con la semplice purezza di una retta…

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Du spirituel dans l’art ultima modifica: 2019-04-09T05:31:08+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Du spirituel dans l’art”

  1. 2
    Alberto Benassi says:

    Gabarrou ha un’attività davvero impressionante che denota la sua enorme passione. Ma oltre ad essere un divoratore di montagne, direi che è un poeta della montagna.

    Alcuni anni fa ho visto un sua serata a Carrara:

    “Mont Blanc , cathèdrale de lumière”

    le immagini e le parole erano vera poesia.

  2. 1
    Carlo Crovella says:

    Uno dei più completi alpinisti degli ultimi decenni, il mitico Gabarrou. Un vulcanico divoratore di montagne.

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