E l’Amata mi respinse

E l’Amata mi respinse
(Solitudine alla Dent d’Hérens)
di Mario Marone
(già pubblicato su Liberi Cieli 1979)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

Capita a tutti, una volta o l’altra, di prendere una cotta; a molti anche di ricascarci. Si dice che quelle senili siano le più pericolose: vero, verissimo. L’avevo vista in fotografia. Timido per natura, ci avevo pensato a lungo prima di presentarmi e al primo incontro, ancora esitante, mi ero fatto accompagnare da un amico.

La foto era di alcuni anni prima e, a dir la verità, lei era un po’ cambiata. Non invecchiata, per carità, solo più matura; più slanciata, più asciutta, forse più interessante. Sempre molto affascinante. Ma l’incontro non poteva risolversi in un’avventura da weekend, me ne rendevo conto; meglio rinviare ad un’occasione migliore una conoscenza più approfondita.

L’amico intanto si era discretamente tirato in disparte con una scusa: – Ma non vedi tutta quella roba sporgente, che aspetta solo di cascarti sulla testa? Io su di lì non ci vado, né oggi né mai; non sono mica matto, io!

Così la seconda settimana d’agosto, luna calante ma ancor quasi piena, previsioni meteorologiche non ottime ma nemmeno scoraggianti, me ne parto tutto solo per incontrare la Dent d’Hérens; Nord, naturalmente, via Welzenbach. Alcuni non addetti forse ignorano che proprio Willo Welzenbach, il notissimo inventore della scala in sei gradi delle difficoltà su roccia, fu anche un ottimo ghiacciatore.

La Nord della Dent d’Hérens

Valicato il Colle di Tiefenmatten discendo, sul versante svizzero, il ghiacciaio per raggiungere la base della mia parete. Uno sguardo ammirato alla sorella minore, la Ovest, di carattere meno aggressivo ma altrettanto bella.

La discesa non è impegnativa anche perché due alpinisti, saliti al Colle il giorno precedente, hanno scavato una bella fila di vasche da bagno. Nei punti di sosta, poi, ci si potrebbe parcheggiare una utilitaria. Ma bravi questi volonterosi che, ignari del piolet-traction, lavorano ancora di bicipiti alla moda antica!

Sempre guardando la mia Nord continuo tranquillamente la discesa attraversando una seraccata e, sempre camminando con il naso all’insù, la infilo proprio nel punto più balordo, ma non ho voglia di tornare indietro per cercare un passaggio più logico; e poi, andiamo, è tutto allenamento!

Ad un certo punto, sempre per non tornare indietro, sono costretto a calarmi in doppia sul fondo di un crepaccio e a percorrerlo in tutta la sua lunghezza, passando sotto a enormi blocchi di ghiaccio pericolosamente appoggiati sui bordi. Si allena anche la mia buona stella, ne avrà bisogno.

Finalmente, uscito da quel labirinto, posso iniziare ad arrampicarmi su di uno sperone sporgente dalla parete e riparato da eventuali cadute di seracchi. Qui conto di attendere il gelo notturno e il sorgere della luna. Già, perché gli amanti delle Nord si muovono abitualmente di notte e adorano la luna, proprio come i lupi ed i gufi. E non parliamo del freddo: finché non si va ben sotto allo zero, non sono soddisfatti. Strani tipi!

Uno spuntino, un tè, un’ultima occhiata al materiale: sembra ci sia tutto. Nelle salite solitarie uno dei maggiori problemi, specie per un casinista abituale come me, consiste nel portare tutto quanto occorre o potrebbe occorrere e nel non perderlo prima di avere occasione di usarlo. Se a metà parete ti accorgi di aver dimenticato i chiodi, ti trovi con un rampone sbullonato o ti lasci scappare di mano la piccozza, la faccenda può diventare seria.

La sistemazione è comoda ma non ho voglia di dormire. E poi chissà cosa vuole quell’elicottero, che gira sul ghiacciaio da più di due ore? Non ci può essere caduto nessuno, oggi soltanto io sono passato di lì.

L’apparecchio si posa proprio nella zona più sconvolta della seraccata e tre uomini scendono in esplorazione; poi, rassegnati risalgono e si ritirano verso la Schönbiel Hutte, il rifugio del versante svizzero.

Mont Pelvoux, Angelo Gaido e Mario Marone sul couloir Chaud, sotto al seracco, 1978. Foto: Dino Rabbi

Il tempo non è un gran che: un forte vento da ovest a tratti spazza quasi completamente il cielo riportando subito dopo altre nuvole, a ripetizione. Fiocchi di nuvole scure rimangono agganciati alle cime più alte, solo il Cervino, stranamente, non ha il cappello. Che bella quella Ovest, dovrò proprio andarci a ficcare il naso.

È quasi buio ma l’elicottero ha ripreso a volare esplorando il ghiacciaio; dev’essere successo qualcosa di grosso, forse le BR svizzere hanno rapito un ministro: per un alpinista qualunque non sprecherebbero tanta benzina. Tra un’ora o poco più inizierò la salita. Il cielo non mi piace ma fa molto freddo e questo mi sembra un buon segno.

Ora l’elicottero ha acceso un intenso fascio di luce che, forse per caso, centra il mio casco; deve essergli piaciuto perché passa e ripassa ancora, abbassandosi.

Faccio segno di no con le mani: grazie, non mi serve niente, cercate pure il vostro ministro. Va bene, mi alzo in piedi e vi faccio il segnale convenzionale, un braccio alzato e l’altro aderente al corpo, è questo che volete? Macché, non gli basta. Con manovra temeraria l’apparecchio si posa su di uno spuntone ed uno degli uomini balza fuori. Dopo un inutile approccio in tedesco passa rapidamente al francese e poi all’italiano, da bravo svizzero trilingue. Se ho ben capito, un “guardone” con binocolo dalla Schönbiel mi aveva visto cadere in un crepaccio ed era subito andato a cercare soccorso. Accidenti, se continuava a guardare per un minuto in più mi avrebbe visto uscire, da quel crepaccio; e poi non ero mica caduto, ci ero semplicemente disceso.

E adesso i soccorritori pretenderebbero di portarmi con loro al rifugio. Alla Schönbiel Hutte. Ma a far che, scusate? Ho scarpinato tante ore per arrivare fin qui dalla Valpelline!

– Bene, viene giù e poi, se proprio crede, in un’ora potrà ritornare qui. Un’ora? Balle! A parte questo dettaglio, non sembrano molto convinti delle mie intenzioni. Comunque, dopo una breve discussione si accontentano di portare giù il mio tesserino del CAI e se ne vanno.

Non ero ancora del tutto convinto nemmeno io, per via del cielo che si stava di nuovo coprendo. Ma, se mi ci voleva un supplemento di carica, i soccorritori me l’hanno involontariamente dato. Su per la Nord a razzo, a goccia d’acqua, alla faccia di tutti i “guardoni” della Schönbiel.

Tre ore dopo, mentre supero il secondo salto difficile, comincia a nevicare, ma la cosa non mi preoccupa ancora. Ieri, guardando dal basso, avevo intravisto una sottile cresta, o meglio una lama di ghiaccio che univa la sommità del secondo salto al terzo e ultimo, vale a dire alla cengia Finch. Questa è una curiosa immensa balconata di ghiaccio che attraversa tutta la parete e consente, uscendo verso destra, una ritirata non difficile. Tra un paio d’ore sarò là e deciderò se proseguire.

Il secondo salto però, duretto più del previsto, mi aveva attardato rispetto alla tabella di marcia. Preso dalla difficoltà non mi ero accorto del trascorrere del tempo – sette ore per meno di 600 metri – né del calare della visibilità, ora ridotta dal nevischio a meno di venti metri. E mi trovo ad annaspare alla cieca in un labirinto di seracchi contorti.

Dopo altre ore spese in assurde manovre di corda per uscire da quella stranissima e tormentata costruzione di muri e profonde spaccature, della quale non riesco nemmeno a capire la struttura, mi devo convincere che la “lama” vista dal basso, in realtà non esiste.

Non mi resta che discendere in fondo al crepaccio principale per portarmi alla base dell’ultimo salto, un muro di ghiaccio liscio, altissimo, strapiombante; non potendone vedere la sommità, sfumata in un polverìo di neve trascinata dal vento fortissimo, lo valuterei, così a stima, una sessantina di metri. Forse qualcuno di meno ma troppi, sicuramente, per i miei 25 metri di corda e i miei miseri 5 chiodi. Di salire in libera neanche a parlarne: il muro, completamente privo di spaccature, è inclinato di una decina di gradi oltre la verticale e probabilmente termina con una cornice di neve inconsistente. Ne esploro avanti e indietro, con difficoltà, la base per trovare un camino, una fessura, un punto debole qualsiasi. Continua a nevicare e le mie impronte sono immediatamente cancellate; quando attraverso un ponte fra due spaccature non riesco nemmeno più a capire da che parte sia la parete.

La ritirata di qui è praticamente impossibile, la mia attrezzatura ridotta all’essenziale per risparmiare peso non mi permetterebbe di scendere in doppia i tratti più difficili e inoltre, con una visibilità tanto limitata, mi andrei a infognare chissà dove.

Traversando a sinistra su placche rocciose, alla base del muro, dovrei trovare un punto debole di salita: è una possibilità che avevo già esaminata ieri, dal basso. Certo che gli amici della “bela pera cauda” si rifiuterebbero di chiamare “roccia” questa roba.

Placche nerastre sfaldate, malamente appoggiate le une sulle altre e cementate da ghiaccio che a tratti le ricopre interamente. La piccozza non distingue un elemento dall’altro, su tutt’e due sprizza scintille e, spuntata, perde rapidamente il mordente. Anche i ramponi grattano a vuoto. Autoassicurarmi in questa traversata richiederebbe troppo tempo e aumenterebbe ancora il pericolo; e poi, non saprei proprio dove chiodare.

Nel tratto che sovrasta le placche rocciose il muro di ghiaccio forma, alla base, un incredibile strapiombo concavo, quasi una grotta orlata di lunghissime e acuminate stalattiti. La neve che slavina dall’alto cade molto al di là delle mie spalle; continuo ad attraversare senza poter vedere il punto che vorrei raggiungere.

Finalmente il muro comincia a cambiare aspetto e mi presenta un tratto ancora ripido ma superabile in libera. Forse una trentina di metri, più su non riesco a vedere, eppure questa mi sembra l’unica via d’uscita. Infatti il ripido pendio finisce con uno strapiombo non più alto di una decina di metri: dovrei poter passare.

Salgo con staffe e chiodi, che man mano ricupero, ma a tre metri dal termine il ghiaccio, curiosamente stratificato, diventa inconsistente e i chiodi non reggono. In piedi sul penultimo scalino annaspo con picca e martello, cercando inutilmente un ancoraggio. Scavare? Si fa presto a dirlo, ma da quella posizione barcollante, sbattuto dal vento, è praticamente impossibile. E poi non si tratta della classica cornice, ma di un proseguimento del muro che, prima di ghiaccio vivo, diventa progressivamente nevoso. Sfinito ridiscendo, ricuperando il chiodo superiore per ripiantarlo più in basso: sono troppo preziosi, non posso sacrificarne uno per una doppia.

Parete nord dei Droites, via Jackson-Ginat, 1980. Foto: Ezio Mosca

Alcuni moschettoni spariscono nell’abisso di nebbia e di neve. Al diavolo! Forse potrei tentare di bagnare la zona intorno al chiodo e aspettare il gelo, sicuramente molto rapido; se funziona, mi dovrebbero bastare tre o quattro manovre di questo genere. Chi non ha mai pensato, magari scherzando ma non troppo, al cemento “a pronta”?

La borraccia, di plastica, è un blocco compatto di ghiaccio alla menta. Attraversando ancora a sinistra mi infilo in un crepaccio, per cercare di fondere un po’ di neve con il fornello a liquigas; ma anche qui il vento spegne la fiamma. Dopo alcuni tentativi una raffica mi strappa di mano la scatola dei fiammiferi. Del resto, a ben pensarci, sarebbe stato piuttosto difficile risalire sette o otto metri di strapiombo tenendo in mano un pentolino pieno d’acqua; ho perso tempo stupidamente.

Eppure qualcosa devo fare, non posso rimanere fermo ad aspettare. Certo che se l’elicottero fosse qui adesso… Ma nessuno mi può vedere né aiutare. Sono stranamente tranquillò; ritorno a esaminare la situazione e le vie d’uscita con distacco, come se si trattasse di risolvere un rompicapo da Settimana Enigmistica e non di riportare a casa la pelle. Forse c’è una soluzione: durante una schiarita mi era parso di vedere alquanto più a destra, nella parte più alta del muro, una spaccatura, una specie dì diedro forse superabile in opposizione. Ora il sipario si è richiuso ma credo di ricordare la posizione: dovrò attraversare orizzontalmente lo strapiombo per 25 metri, perché ridiscendere per attaccarlo dal basso sarebbe più lungo e più complicato. Sono le 6 di sera e non posso perdere altro tempo.

Il ghiaccio qui è durissimo, fragile, ma i chiodi, quando non spaccano, tengono bene. Accendo la lampada frontale; il vento mi fa dondolare sulle staffe, mi sento molto lampadario di Murano, incrostato di ghiaccioli come sono.

Ho perso il conto di quanti chiodi ho piantato e ricuperato; due sono volati sotto, senza il consueto accompagnamento di maledizioni, forse perché sono un po’ giù di voce. Comincio a sentirmi decisamente suonato.

Alle 3 del mattino finalmente infilo il diedro e, un’ora dopo, sono sulla cengia Finch, stracarica di neve. Il tempo sembra migliorare ma a proseguire ormai non ci penso nemmeno.

Vorrei soltanto bere, bere, bere! L’acqua nella borraccia è ancora ghiacciata e il fornello inutilizzabile, senza i fiammiferi. Seguo la cengia verso ovest, trascinando le gambe nella massa inconsistente e ingozzandomi di neve polverosa, che brucia la gola senza dissetare.

Trovo infine una via di discesa non difficile che mi riporta sul Ghiacciaio di Tiefenmatten.

Il tempo si è completamente ristabilito: sole, caldo, acqua che cola sulle pareti rocciose. Togliere i ramponi, bere, mangiare! Dormire! Allargo sulla neve un sacco da spazzatura e mi butto pancia al sole. Un pisolino di mezz’ora, non di più, ma ne ho proprio bisogno.

Sei o sette ore dopo mi risveglia il freddo della sera; ancora più freddo sarà il bivacco che il buio mi costringerà a fare, sulla via del ritorno.

Qualche giorno più tardi termino le ferie sulle spiagge delle Cinque Terre, massaggiandomi i piedi ancora intorpiditi e ammirando le numerose bellezze naturali di vario genere. Per quest’anno è andata così. Ma un altr’anno ci riprovo, questo è sicuro. La cotta non mi è passata.

Entrèves, 1980. Da sinistra, Angelo Gaido, Mario Marone ed Enrico Pessiva

Angelo Gaido e Mario Marone
di Roberto Bianco
(pubblicato sull’Annuario del CAAI del 1984)

Formavano una gran bella cordata. I loro caratteri, pur così differenti e particolari, s’integravano bene l’un l’altro dando vita ad un tandem che in pochi anni aveva conquistato le simpatie degli amici e l’ammirazione degli alpinisti. Spontanei e simpatici a prima vista, colpivano per la loro semplice gentilezza e disarmante ingenuità; una sorta di candore fanciullesco, benché entrambi non fossero più ragazzini da tempo. Il mondo esterno non doveva essere stato sempre facile.

Amici in montagna e nella vita, dopo aver fatto insieme le più belle salite, se ne sono andati insieme, dopo aver trascorso una notte di luglio ai piedi della grande parete della Brenva. La Poire era la meta. Un ambiente grandioso, opprimente e magico allo stesso tempo, che solo chi l’ha provato lo può ben intendere.

In un debole chiarore lunare ii vedo infilati nei loro teli da bivacco su una piazzuola protetta da un piccolo spuntone di roccia. Angelo con la schiena appoggiata a una roccia liscia ed asciutta osserva lo scuro profilo della cresta di Peutérey mentre nella destra si consuma lentamente l’ennesima sigaretta. Mario, con i piedi dentro lo zaino svuotato e poi ancora avvolto dentro uno dei suoi soliti sacchetti di plastica nera, armeggia con il suo ultimo fornello modificato, che non funziona come dovrebbe. È una delle sue innumerevoli invenzioni che deve essere ancora un po’ perfezionata. Le imprecazioni dell’uno si alternano alle battute scherzose dell’altro. Poi, quando finalmente si riesce a fare del tè caldo, il discorso si avvia alle salite passate, ai mille episodi vissuti. È quasi una gara tra i due a far rivivere questo o quel ricordo: il confortevole bivacco sotto la punta della Bich con Ezio e Roby nel giugno di otto anni prima, il couloir Chaud, il couloir Lagarde ai Droites nel settembre 1978. Era stata la prima salita italiana. Essendo tardo settembre la funivia non funzionava più. Quindi dal parcheggio di Argentière fino in vetta ai Droites, tutto a piedi e senza grandi soste. Avvicinamento e attacco concatenati, senza lasciare spazio ad elucubrazioni notturne o tentennamenti. Partenza al tramonto per arrivare in vetta all’alba, con cena a metà parete. Non era andata proprio così, ma era andata bene ugualmente nonostante la rottura al primo colpo su ghiaccio del becco straordinariamente adunco della piccozza di Mario. Lo aveva saldato lui personalmente con elettrodi speciali. Pazienza! Sarebbe salito con la tecnica del piolet-zappa. Poi, mentre scendevano sul versante Talèfre, tutta la parete era stata animata da un allegro tintinnio per parecchi minuti. Pentole, pentolini e ammennicoli vari usciti dal sacco di Mario avevano infilato la rigola e rimbalzando infinite volte sulle pareti ghiacciate di quest’ultima avevano improvvisato un divertente concerto. Per più di un’ora aveva gironzolato dentro la terminale inseguendo con la sua prodigiosa ed abbagliante frontale ora un coperchio ora un cucchiaio.

Sul finire di ottobre dello stesso anno, quando anche nel gruppo del Bianco ci si può sentire soli, avevano trascorso una magnifica giornata sulla goulotte Aureille Feutren all’Aiguille de Chardonnet. Che discesa! Di notte senza luce e senza tracce.

Erano seguite negli anni successivi tante nord e tante indimenticabili avventure: Aiguille Verte dal Nant Blanc, Mont Blanc de Cheilon, Dent Blanche, Cervino fino alla memorabile ritirata da oltre metà della via Jackson sempre sui Droites. Mario ricordava volentieri anche le sue ultime salite solitarie come la Sentinella Rossa, il couloir Gervasutti o i tre bivacchi sulla Dent d’Hérens.

Sulle onde dei ricordi le ore del bivacco erano volate. La luna era stata coperta da nuvoloni notturni che si stavano addensando sul Bianco. Quella notte, fatto strano, non si era parlato come al solito di progetti per le settimane successive; il tempo era piacevolmente trascorso rivivendo tutte le più belle salite. Il cielo era coperto. Meglio aspettare. Magari cercando di dormire un po’, visto che quella notte avevano parlato tanto.

Si addormentarono entrambi in quella minuscola piazzuola sperduta nella grande parete. Entrambi entrarono in uno splendido sogno da cui non avrebbero più voluto uscire.

E così avvenne. Solo il corpo di Mario è stato ritrovato.

12
E l’Amata mi respinse ultima modifica: 2019-01-18T05:28:14+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “E l’Amata mi respinse”

  1. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    «In un debole chiarore lunare li vedo infilati nei loro teli da bivacco su una piazzola protetta da un piccolo spuntone di roccia.»

    «E io lo vedo ancora là, che manovra con la picca, […] piccolissimo, un bambino, nella immensità misteriosa del santuario» (Dino Buzzati, Zapparoli, 1951).

  2. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    Ricordo molto bene i racconti esilaranti di Mario Marone. Scritti in un italiano estremamente piacevole, si gustavano con piacere, come si assapora un buon bicchiere di vino frizzante.

    Però ignoravo la sua fine. Per consolarmi, mi dico che ha saputo seguire la sua strada ed è uscito di scena come forse avrebbe voluto: facendo ciò che piú amava.

  3. 1

    Decisamente d’altri tempi, ma questi erano davvero cazzuti!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.