E ora le élite si mettano in gioco

Parole più semplici contro parole difficili. Maggioranza povera contro minoranza ricca. Risposte facili contro ragionamenti complessi. Risentimento contro impotenza. Ecco come il mondo si è diviso e come l’era digitale ha amplificato la rabbia di chi non si sente parte del “Game”. E come uscirne vivi

Spessore 4, Impegno 2, Disimpegno 2

E ora le élite si mettano in gioco
di Alessandro Baricco
(pubblicato su la Repubblica del 10 gennaio 2019)

There Is No Alternative (Margaret Thatcher)”

Dunque, riassumendo: è andato in pezzi un certo patto tra le élites e la gente, e adesso la gente ha deciso di fare da sola. Non è proprio un’insurrezione, non ancora. È una sequenza implacabile di impuntature, di mosse improvvise, di apparenti deviazioni dal buon senso, se non dalla razionalità. Ossessivamente, la gente continua a mandare – votando o scendendo in strada – un messaggio molto chiaro: vuole che si scriva nella Storia che le élites hanno fallito e se ne devono andare.
Come diavolo è potuto succedere?

Capiamoci su chi sono queste famose élites. Il medico, l’insegnante universitario, l’imprenditore, i dirigenti dell’azienda in cui lavoriamo, il Sindaco della vostra città, gli avvocati, i broker, molti giornalisti, molti artisti di successo, molti preti, molti politici, quelli che stanno nei consigli d’amministrazione, una buona parte di quelli che allo stadio vanno in tribuna, tutti quelli che hanno in casa più di 500 libri: potrei andare avanti per pagine, ma ci siamo capiti. I confini della categoria possono essere labili, ma insomma, le élites sono loro, son quegli umani lì.

Alessandro Baricco

Sono pochi (negli Stati Uniti sono uno su dieci), possiedono una bella fetta del denaro che c’è (negli Stati Uniti hanno otto dollari su dieci, e non sto scherzando), occupano gran parte dei posti di potere. Riassumendo: una minoranza ricca e molto potente.

Osservati da vicino, si rivelano essere, per lo più, umani che studiano molto, impegnati socialmente, educati, puliti, ragionevoli, colti. I soldi che spendono li hanno in parte ereditati, ma in parte li guadagnano ogni giorno, facendosi un mazzo così. Amano il loro Paese, credono nella meritocrazia, nella cultura e in un certo rispetto delle regole. Possono essere di sinistra come di destra. Una sorprendente cecità morale – mi sento di aggiungere – impedisce loro di vedere le ingiustizie e la violenza che tengono in piedi il sistema in cui credono. Dormono dunque sereni, benché spesso con l’ausilio di psicofarmaci.

Forti di questo andare per il mondo vivono in un habitat protetto che ha poche interazioni con il resto degli umani: i quartieri in cui vivono, le scuole a cui mandano i figli, gli sport che praticano, i viaggi che fanno, i vestiti che indossano, i ristoranti in cui mangiano: tutto, nella loro vita, delimita una zona protetta all’interno della quale quei privilegiati difendono la loro comunità, la tramandano ai figli e rendono estremamente improbabile l’intrusione, dal basso, di nuovi arrivi.

Da quell’elegante parco naturale, tengono per i coglioni il mondo. Oppure, volendo: lo tengono in piedi. Se non addirittura: lo salvano.

Ultimamente ha preso piede la prima versione. Ed è lì che è saltato quel tacito patto di cui parlavamo, e che descriverei così: la gente concede alle élites dei privilegi e perfino una sorta di sfumata impunità, e le élites si prendono la responsabilità di costruire e garantire un ambiente comune in cui sia meglio per tutti vivere. Tradotto in termini molto pratici descrive una comunità in cui le élites lavorano per un mondo migliore e la gente crede ai medici, rispetta gli insegnanti dei figli, si fida dei numeri dati dagli economisti, sta ad ascoltare i giornalisti e volendo crede ai preti. Che piaccia o no, le democrazie occidentali hanno dato il meglio di sé quando erano comunità del genere: quando quel patto funzionava, era saldo, produceva risultati.
Adesso la notizia che ci sta mettendo in difficoltà è: il patto non c’è più.

Ha iniziato a traballare una ventina d’anni fa, ora si sta sbriciolando. Lo sta facendo più in fretta dove la gente è più sveglia (o esasperata): l’Italia, ad esempio. La gente qui ha iniziato a non fidarsi neanche più dei medici, o degli insegnanti. Quanto al potere politico, prima lo ha affidato a un super-ricco che odiava le élites (trucco che poi gli americani avrebbero copiato), poi ha provato un’ultima volta con Renzi, scambiandolo per uno che non c’entrava con le élites: alla fine ha decisamente stracciato il patto e se n’è andata direttamente a comandare.
Cos’è che li ha fatti così arrabbiare?

Una prima risposta è facile: la crisi economica. Intanto le élites non l’avevano prevista. Poi hanno tardato ad ammetterla. Infine, quando tutto ha iniziato a franare, hanno messo al sicuro se stesse e hanno rimbalzato i sacrifici sulla gente. Possiamo dire, ripensando alla crisi del 2007-2009 che sia accaduto veramente questo? Non lo so con certezza, ma è vero che la percezione della gente è stata quella. Dunque, superata l’emergenza, la gente si è presentata a regolare i conti, per così dire. È andata, letteralmente, a riprendersi i propri soldi: il reddito di cittadinanza, o il cancellamento delle cartelle di Equitalia, non sono altro che quello. Non sono politica economica o visioni del futuro: sono riscossione crediti.

La seconda ragione è più sofisticata e l’ho veramente capita solo quando mi son messo a studiare la rivoluzione digitale e ho scritto The Game. La riassumerei così. Tutti i device digitali che usiamo quotidianamente hanno alcuni tratti genetici comuni che vengono da una certa visione del mondo, quella che avevano i pionieri del Game. Uno di questi tratti è decisamente libertario: polverizzare il potere e distribuirlo a tutti. Tipico esempio: mettere un computer sulla scrivania di tutti gli umani. Potendo, nelle tasche di ogni umano. Fatto. Non va sottovalutata la portata della cosa. Oggi, con uno smartphone in mano, la gente può fare, tra le altre cose, queste quattro mosse: accedere a tutte le informazioni del mondo, comunicare con chiunque, esprimere le proprie opinioni davanti a platee immense, esporre oggetti (foto, racconti, quello che vuole) in cui ha posato la propria idea di bellezza. Bisogna essere chiari: questi quattro gesti, in passato, potevano farli solo le élites. Erano esattamente i gesti che fondavano l’identità delle élites. Nel Seicento, per dire, erano forse qualche centinaio le persone che in Italia potevano farli. Ai tempi di mio nonno, forse qualche migliaio di famiglie. Oggi? Un italiano su due ha un profilo Facebook, fate voi.

Così – occorre capire – il Game ha abbattuto delle barriere psicologiche secolari, allenando la gente a sconfinare nel terreno delle élites e togliendo alle élites quei monopoli che la rendevano mitologicamente intoccabile. È chiaro: da lì in poi la situazione prometteva di diventare esplosiva. Non sarebbe forse successo niente se non fosse per un altro tratto del Game, una sua imprecisione fatale. Il Game ha ridistribuito il potere, o almeno le possibilità: ma non ha ridistribuito il denaro. Non c’è nulla, nel Game, che lavori a una ridistribuzione della ricchezza. Del sapere, della possibilità, dei privilegi, sì. Della ricchezza, no. La dissimmetria è evidente. Non poteva che ottenere, alla lunga, una rabbia sociale che è dilagata silenziosamente come un’immensa pozzanghera di benzina.
Devo aver già detto che poi la crisi economica ci ha tirato un fiammifero dentro. Acceso.

Dopo, quel che è successo lo sappiamo. Ma non sempre lo vogliamo veramente sapere. Riassumo io, per comodità. La gente, senza perdere un certo aplomb, si è recata a prendere il potere; perfino in modo composto, ma con una sicurezza di sé e un’assenza di timore reverenziale che da tempo non si vedeva. Lo ha fatto, per lo più, votando. Cosa? Il contrario di quello che suggerivano le élites. Chi? Chiunque non facesse parte delle élites o fosse odiato dalle élites. Quali idee? Qualsiasi idea che fosse l’opposto di cosa avevano in mente le élites. Semplice, ma efficace. Posso fare un esempio sgradevole che però riassume bene la situazione? L’Europa.

Quella dell’unità europea è chiaramente un’idea forgiata dalle élites. Di certo non l’ha chiesta la gente, scendendo in strada e invocandola a gran voce. È un’intuizione di pochi illuminati che si può facilmente spiegare così: spaventata da cosa era riuscita a combinare nel ‘900, e incalzata dalle due grandi potenze americana e sovietica, l’élite europea ha capito che le conveniva piantarla lì con questa lotta selvaggia e secolare, tirare giù le frontiere e formare un’unica forza politica ed economica. Naturalmente non era un piano di facilissima realizzazione. Per secoli l’élite aveva lavorato a costruire il sentimento nazionalista, di cui aveva avuto bisogno per affermarsi, e perfino l’odio per lo straniero, che le era stato utile quando si era trattato di menar le mani: adesso bisognava smontare tutto, e invertire il senso di marcia. Prima le erano serviti milioni di soldati, adesso le servivano milioni di pacifisti. Gente che aveva da poco finito di sgozzarsi l’un l’altro con la baionetta in mano avrebbe dovuto trasformarsi in un unico popolo, con una moneta comune e un’unica bandiera: non proprio un passeggiata.

Per questo, con indubbia abilità, l’élite impose un modello di unità europea che potremmo definire ad alta drammaticità: una volta fatta, l’unità doveva diventare irreversibile. Bruciarono le navi alle spalle, per evitare che alla gente (o magari anche alle frange dissidenti delle élites) potesse venire voglia di tornare indietro. Non lo avrebbero fatto perché era tecnicamente impossibile farlo. Se alla gente veniva qualche dubbio, il metodo era la pazienza: su Le Monde Diplomatique (non esattamente un organo di informazione populista) mi è accaduto di leggere, recentemente, una bel riassuntino che mi permetto di copiare e incollare qui: “Nel 1992, i Danesi hanno votato contro il trattato di Maastricht: sono stati obbligati a tornare alle urne. Nel 2001 gli Irlandesi hanno votato contro il trattato di Nizza: sono stati obbligati a tornare alle urne. Nel 2005 i Francesi e gli Olandesi hanno votato contro il trattato costituzionale europeo (Tce): gliel’hanno poi imposto con il nome di Trattato di Lisbona. Nel 2008 gli Irlandesi hanno votato contro il trattato di Lisbona: sono stati obbligati a tornare alle urne. Nel 20015, il 61,3% dei Greci ha votato contro il piano di austerità di Bruxelles: gli è stato inflitto lo stesso”. Impressionante litania, bisogna ammetterlo. Dice che un piano B non c’era. There Is No Alternative.

Il tratto limpidamente elitario dell’Europa Unita si è rafforzato quando, fatta l’Europa, si è sedimentato il sistema di potere europeo: le istituzioni, gli organi di governo, e perfino le personalità deputate a governare. Difficile immaginare qualcosa che renda meglio l’idea di un’élite magari sapiente ma lontana, irraggiungibile, detentrice di ragioni e numeri incomprensibili, e scarsamente consapevole della vita reale della gente. Non è escluso che nel frattempo facciano anche molte cose a favore della gente: ma certo la loro prima funzione sembra essere quella di ricordare in modo definitivo che il pianoforte c’è chi lo suona e chi lo porta su per le scale, e a suonarlo, qui, è l’élite.

Così, nell’istante in cui ne ha avuto basta del patto, la gente si è voltata verso di loro, subito: l’Europa era il simbolo più evidente, era il bersaglio immediatamente visibile all’orizzonte. Aveva un’aura di invincibilità che però, si è scoperto il giorno dopo il referendum sulla Brexit, funzionava solo per le élites: per gli altri cittadini del Game, l’incantesimo si era spezzato.

Potremmo dire, alla luce di tutto questo, che la gente è contro l’Europa? No, non potremmo veramente dirlo. Contro questa Europa, piuttosto, contro l’Europa come simbolo del primato delle élites, questo sì. Antieuropeista, oggi, significa più che altro anti-élite. Circola già la formuletta buona: l’Europa dei popoli. Non vuole dire niente ma vuol dire una cosa chiarissima: non è l’unità in sé che vogliamo spezzare, è l’unità voluta e gestita in quel modo dalle élites.

L’Europa è solo un esempio. Quel che sto cercando di dire è che soppesare l’opportunità di tutto ciò che la gente oggi sembra volere (che sia il ritorno alla Lira come la gogna della Società Autostrade o la libertà sui vaccini) è una perdita di tempo se non si legge in filigrana l’unica cosa che davvero la gente vuole: liberarsi delle élites. Il punto è quello, ed è lì che si ci si deve chinare e osservare bene, per quanto faccia schifo, o paura, o fatica. Perché è in quel preciso punto che si gioca una battaglia decisiva per il nostro futuro.

La prima cosa che accadrà di notare, volendo davvero andare a guardare là dentro, è come si è mossa l’élite una volta che si è trovata sotto attacco. Si è irrigidita nelle proprie certezze allestendo rapidamente una narrazione che mettesse le cose a posto: la gente si era bevuta il cervello, probabilmente manovrata da una nuova generazione di leader privi di responsabilità, disposti a giocare sporco, e furbi nel rivolgersi alla pancia dei cittadini dribblandone l’eventuale intelligenza. Termini vaghi e inesatti come fake news, populismo, se non addirittura fascismo, sono stati ingaggiati per veicolare meglio il messaggio a etichettare sommariamente gli insorti. Sullo sfondo, una certezza: There Is No Alternative, ripetuta come un mantra, coltivata come un’ossessione, inflitta come una profezia e una minaccia.

Neanche per un attimo, sembrerebbe, l’élite si è fermata a chiedersi se per caso non avesse sbagliato da qualche parte, e in modo così marchiano da generare, a slavina, quel gran casino. Se l’avesse fatto, non le sarebbe stato poi così difficile registrare almeno tre fenomeni che a me, come a molti, sembrano di un’evidenza solare:
1. La sua idea di sviluppo e di progresso non riesce a generare giustizia sociale, distribuisce la ricchezza in un modo delirante, distrugge lavoro più di quanto riesca a generarne, lascia il centro del gioco a potenze economiche scarsamente controllabili, continua a essere fondata su un feroce controllo di intere zone deboli del pianeta e mette in serio pericolo la Terra, dimenticandosi che è la casa di tutti, non la discarica di pochi.
2. Le élites sono da tempo preda di un torpore profondo, una sorta di ipnosi da cui declinano un pensiero unico, allestendo raffinati teoremi i cui risultato è sempre lo stesso, totemico: There Is No Alternative. Si sarà notato che non reagiscono più a nulla, sono ipnotizzate da se stesse, hanno perso completamente contatto con la vita che fa la gente, spendono più della metà del tempo a contemplarsi e arredare i propri privilegi. Stanno arrestando la storia, e allevando degli eredi incapaci di pensare qualcosa di diverso dalle ossessioni dei padri.
3. Una sola volta, negli ultimi cinquant’anni, le élites hanno generato un pensiero alternativo: ed è stato quando le son sfuggiti alcuni contro-pensatori, più che altro tecnici, dalla cui eresia è poi nata l’insurrezione digitale. Dal loro torpore, le élites l’hanno registrata in ritardo, bollandola come una deriva commerciale di dubbio gusto e pensando di risolverla così. Era invece una rivoluzione che si proponeva di azzerare proprio loro, le élites novecentesche, e di sostituirle con una nuova élite, una nuova intelligenza, perfino una nuova moralità. Non ci hanno capito niente, e questo vuol dire che il Game è cresciuto tra le pieghe del loro potere, e a poco a poco le ha delegittimate, consegnandole alla gente quando ormai non avevano la forza per difendersi. Nel tempo in cui questo accadeva, l’unico riflesso brillante delle élites è stato usare il Game per fare soldi: che vendessero le reliquie del Novecento o finanziassero start up, si sono messi a vendere i biglietti per assistere alla propria condanna a morte. Strano modo di cavalcare la Storia. Fai errori del genere e poi, con chi si presenta a staccarti la spina, pensi di cavartela dandogli del fascista?

Altrettanto interessante, va detto, è andare a vedere come si è mossa la gente, quando ha deciso di sfasciare il patto e fare da sola. Potenzialmente aveva davanti una sorta di nuovo orizzonte, immenso: ma si è fermata al primo passo, quello della resa dei conti pura e semplice. Rimandati i sogni, sfoga risentimento. Incapace di futuro, recupera il passato. Si è scelta leader che le offrono una vendetta quotidiana e una retromarcia al giorno: è quello che sanno fare. Non riescono a immaginare un granché, si limitano a cercare di correggere l’esistente ereditato dalle élites. Spesso non riescono nemmeno tanto a farlo, per incompetenza, scarsa attitudine al governo, improvvisa scoperta dei propri limiti, obbiettiva tostaggine del nemico e vertiginosa complessità del sistema. Ritrovano coraggio in un sorta di tono di voce che è divenuta il loro vero segno distintivo, un misto di schiettezza, aggressività, urlo da mercato e slogan pubblicitario.

La gente lo trova rassicurante e ha finito per assumerlo come un modo di pensare: ci trova una sorta di intelligenza elementare che sostituisce alle raffinatezze e ai sofismi della riflessione delle élites il movimento limpido, diretto, vagamente virile, a suo modo puro, di uomini che finalmente vano diritti alle cose, smantellando vecchi trucchi e ipocrisie. La santificazione di questo modo di pensare – è necessario capire – è l’arma con cui la gente, oggi, sta sferrando l’aggressione più violenta alle élites: è la vera breccia che sta aprendo nelle loro mura difensive. Se passa quel modo di leggere il mondo, le élites sono spacciate. Finita la pacchia. Il punto che a me, come a molti altri, risulta di un’evidenza solare è che una vittoria di questo genere avrebbe un prezzo devastante: non per le élites, chissenefrega, ma per tutti. Perché il mito di un accosto diretto, puro e vergine alle cose, opposto all’andatura decadente, complicata e anche un po’ narcisistica della riflessione colta, è una creatura fantastica che ci abbiamo messi secoli a smascherare: recuperarla sarebbe da dementi. Da un sacco di tempo abbiamo imparato che è meglio sapere molto delle cose prima di cambiarle, che è meglio conoscere molti uomini per capire se stessi, che è meglio condividere i sentimenti degli altri per gestire i nostri, che è meglio avere molte parole piuttosto che poche perché vince chi ne sa di più.

Margaret Tatcher

Abbiamo un termine per definire questo modo di difenderci dalla durezza feroce della realtà grazie all’uso paziente e raffinato dell’intelligenza e della memoria: cultura. Sostituirla con l’apparente chiarezza di un pensiero elementare, quasi una sorta di furbizia popolare, equivale a disarmarsi volontariamente e andare al massacro. Voglio essere chiaro: ogni volta che ci facciamo bastare certe parole d’ordine di brutale semplicità, noi bruciamo anni di crescita collettiva spesi a non farci fottere dall’apparente semplicità delle cose: non noi élites, sto parlando di tutti quanti. Ci condanniamo a prendere cantonate colossali. Che so, considerare un’importante minaccia al nostro benessere l’ovvio transumare di un numero in fondo contenuto di umani da continenti che abbiamo stritolato e continuiamo a tenere per le palle. Cose così. Enormità. Alla fine, occorre registrare un fenomeno che a me, come a molti altri, sembra di una evidenza solare: la gente si sveglia ogni giorno per andare all’assalto della fortezza delle élites: e più lo fa, e più vince, più si fa del male.

Così attraversiamo tempi cupi, e siamo come terra in cui passano eserciti, saccheggiando. Nessuno sembra in grado di vincere, per cui è difficile vedere la fine. Ogni giorno che passa, diminuiscono le scorte: di forza, di bellezza, di rispetto, di umanità, perfino di umorismo. Niente che non abbiamo già vissuto, in passato: ma noi che non immaginavamo questo, è questo che dobbiamo proprio vivere? C’è qualcosa che possiamo fare, per cambiare l’inerzia di questa disfatta?

Che io sappia, ammettere che la gente ha ragione. Riprendere contatto con la realtà e accorgersi del casino che abbiamo combinato. Mettersi immediatamente al lavoro per ridistribuire la ricchezza. Tornare a occuparci di giustizia sociale. Staccare la spina alle vecchie élites novecentesche e affidarsi alle intelligenze figlie del Game: farlo con la dovuta eleganza ma con ferocia. Dare un significato nuovo a parole come progresso e sviluppo, quello che hanno è ormai avvelenato. Liberare le intelligenze capaci di portarci fuori dal pensiero unico del There Is No Alternative. Smetterla di dare alla politica tutta l’importanza che le diamo: non passa da lì la nostra felicità. Tornare a fidarci di coloro che sanno, appena vedremo che non sono più gli stessi. Buttare via i numeri con cui misuriamo il mondo (primo fra tutti l’assurdo Pil) e coniare nuovi metri e misure che siano all’altezza delle nostre vite. Riacquistare immediatamente fiducia nella cultura, tutti, e investire sull’educazione, sempre. Non smettere di leggere libri, tutti, fino a quando l’immagine di una nave piena di profughi e senza un porto sarà un’immagine che ci fa vomitare. Entrare nel Game, senza paura, affinché ogni nostra inclinazione, anche la più personale o fragile, vada a comporre la rotta che sarà del mondo intero. Usarlo, il Game, come una grande chance di cambiamento invece che come un alibi per ritirarci nelle nostre biblioteche o generare diseguaglianze economiche ancora più grandi. Ritirare su tutti i muri che abbiamo abbattuto troppo presto; abbatterli di nuovo non appena tutti saranno in grado di vivere senza di loro. Lasciare che i più veloci vadano avanti, a creare il futuro, riportandoli però tutte le sere a cenare al tavolo dei più lenti, per ricordarsi del presente. Fare la pace con noi stessi, probabilmente, perché non si può vivere bene nel disprezzo o nel risentimento. Respirare. Spegnere ogni tanto i nostri device. Camminare. Smetterla di sventolare lo spettro del fascismo. Pensare in grande. Pensare. Niente che non si possa fare, in fondo, ammesso di trovare la determinazione, la pazienza, il coraggio.

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E ora le élite si mettano in gioco ultima modifica: 2019-01-15T04:07:52+01:00 da GognaBlog

26 pensieri su “E ora le élite si mettano in gioco”

  1. 26
    lorenzo merlo says:

    Caro Salvatore il tuo invito si mangia tutto il resto. Bello. Grazie.

    Però non vedo male intorno a me.

    In quanto non lo giudico. O meglio non mi identifico col giudizio che formulo.

    Esso è la realtà che osservo e per la quale nella mia insignificante misura mi do da fare senza alcun intento proselitico.

    Diverso sarebbe se in quel giudizio mi identificassi.

    Contemporaneamente avrei creato il mio nemico, quindi il mio sentimento negativo, il mio presupposto alla guerra.

    È entro questa modalità – trasmessaci dalla cultura materialista e esaltata da quella individualista e del culto della personalità inteso anche come culto dell’io – che la storia certamente si ripeterà.

    È emancipandosi da se stessi, da quanto crediamo di sapere che possiamo prendere le distanze dal nostro stesso giudizio e quindi anticipare l’insorgenza del nemico, dell’odio, della guerra. Tutti argomenti utili agli interessati ad un cambio di paradigma della storia.

  2. 25
    Paolo Panzeri says:

    Non farebbe male se si tornasse a rispettare chi ha una intelligenza, o una cultura, accompagnate da umiltà nell’esprimere se stesso, superiori alla propria.
    Il bello è che c’è sempre una persona da cui si può cercare di imparare.

    Per far questo però si dovrebbe rinunciare alla “cultura” dell’immagine urlata e sfrontata che riscuote tanto successo di questi tempi.

  3. 24
    Salvatore Bragantini says:

    Caro Lorenzo,

    deve essere dura vedere intorno a sé solo la prevalenza del male. Per questo mi dispiace quel che dici. Io penso che le cose non stiano così, sarò dunque “inconsapevole”?

    Dai, andiamo ancora a fare due tiri assieme, quando sarò in grado di alzarmi da terra!

  4. 23
    lorenzo merlo says:

    Proprietari della comunicazione con valori diversi promuoverebbero altro da quanto viene proposto ora.

    Esattamente come entro un ambito chiuso, dove la mente o lo spirito non è contaminato, gli elementi che lo compongono vivono un registro estraneo a chi sta fuori da quell’ambito.

    Chi subisce una certa comunicazione, per esempio la ritrita formula adottata dai pubblicitari scientificamente provato, testato, ecc è poi replicata con la certezza della verità da TUTTI.

    La scienza ha stordito le intelligenze, ciò che che al suo autocriterio non corrisponde, è falso, ciarlatano, inutile, dannoso, criminoso, pazzesco.

    Le intelligence dei paesi, degli eserciti, delle multinazionali esistono solo ed esclusiavamente per far crescere i profitti dei loro datori di lavoro e per mettere antrace dove serve indebolire.

    Così fanno le lobby finanziarie che hanno a libro paga – opportunamente modulato – politici, giornalisti, magistrati, quindi governi, opinioni pubbliche, istituzioni.

    Queste decidono, per esempio, guerre per ragioni d’interesse economico, di imperialismo culturale, di gestioni di popoli, di mercato, di profitto e controllo

    Le Ong sono associazioni private che non necessitano elezioni per essere e operare, non sono soggette a controlli popolari. Ci sono rotoli di esempi per riconoscere la loro missione. Per cambiare fronte ma non sostanza, chiedere anche Regeni. E se non si ha voglia di occuparsene troppo limitarsi a guardare gli organigrammi, le loro biografie e i loro patrimoni.

    Chi vuole restare a citare la Spectre non pronuncia che una battuta del tutto inopportuna alla questione ma del tutto idonea a esibire il personale grado di consapevolezza specifica.

     

     

  5. 22
    Salvatore Bragantini says:

    Lorenzo scrive:

    La regia c’è in quanto la comunicazione – detenuta da pochi – orienta.

    Sennò come non leggere l’azione delle Ong nel mondo, apparentemente opera di generosi umanistaristi, sostanzialmente avamposti del capitalismo, o l’uso del Calcio per ammansire e distrarre. Tanto per fare due esempi di perpetrazione dell’inconsapevole schiavitù che alcuni considerano una fortuna mai vista. Ma dai, già i romani parlavano di panem et circenses, nulla di nuovo.

    Le Ong sono parte di un disegno capitalista? Fammi capire. Secondo te la Fondazione di Bill Gates ha un disegno di dominio mondiale?

    Non esiste la Spectre. Esistono persone che agiscono in base ai soliti motivi: interesse, auto affermazione etc. Altra cosa sono i grandi movimento della Storia, che non sono frutto di disegni individuali o collettivi, ma dello spirito dei tempi. Alcuni riescono a coglierli meglio di altri e a cavalcarli…

  6. 21
    lorenzo merlo says:

    La regia c’è in quanto la comunicazione – detenuta da pochi – orienta.

    Lo spirito del tempo – che ogni momento storico, anche ante Gutemberg ha – è un suo prodotto.

    I singoli – come già detto parlando di buon senso – non fanno che alimentarlo.

    Sennò come non leggere l’azione delle Ong nel mondo, apparentemente opera di generosi umanistaristi, sostanzialmente avamposti del capitalismo, o l’uso del Calcio per ammansire e distrarre. Tanto per fare due esempi di perpetrazione dell’inconsapevole schiavitù che alcuni considerano una fortuna mai vista.

  7. 20
    Salvatore Bragantini says:

    Lorenzo Merlo scrive: Tuttavia, una volta visti la magia crolla e diventa chiaro il vero progetto affabulatorio della regia generale.

    Mi permetto di dissentire: come scrive Giacomo Govi, non ci sono complotti né regìe generali. C’è lo spirito del tempo (non scrivo zeitgeist per non autodenunciarmi come aspirante ad essere élite o, peggio, proprio élite). E questo spirito del tempo porta la prevalenza dell’individuale sul collettivo da un lato, dall’altro un capitalismo che, sconfitto il comunismo, non ha più nemici da temere e ricerca il massimo profitto a costo di gravi turbamenti sociali ed economici (ci ho scritto su un libro, “Contro i piranhas”, Baldini+Castoldi)

    Esistono però segni che il pendolo possa invertire il moto, se non altro per i danni che questi due elementi, la prevalenza dell’individuale e l’affievolirsi dei freni sociali all’arricchimento smodato, stanno portando nel nostro mondo.

    C’è però troppo pessimismo e catastrofismo in giro. Se guardassimo la terra dall’alto, vedremmo oggi molte meno disuguaglianze che nel passato. La povertà nel mondo è crollata negli ultimi trenta anni, così come la mortalità infantile, mentre è molto aumentato l’accesso all’elettricità e il livello di istruzione.

    Suggerisco al Gogna Blog di fare un post sul capitolo introduttivo di un interessante libro di Hans Rosling, Factfulness (nonostante il titolo, il libro è in italiano). Posso inviarlo al Gogna Blog.

    Toglie a tutti noi una serie di idee errate, in quanto fondate sulla realtà che percepiamo dai giornali e da Internet. La realtà attuale dei fatti non è quella che noi crediamo sia.

     

  8. 19
    Paolo Panzeri says:

    Leggo con interesse e anche qui noto che molte delle èlites che amavano definirsi e farsi chiamare classe dirigente da un pò di tempo assumono un basso profilo e si defilano lasciando grossi spazi.

    Non so capire il perché .

  9. 18
    Alberto Benassi says:

    pochi giorni fa hanno arrestato due  magistrati, Nardi e Savasta con l’accusa di processi aggiustati in cambio di regalini.

    Ma la magistratura che ha il compito di giudicare gli altri, non dovrebbe essere un’elite?

     

    Poco fa alla radio ho sentito dire che hanno arrestato gente per sfruttamento di manodopera straniera . Tra gli arrestati c’è anche un sindacalista della  CISL e un ‘espettore del lavoro.

    Anche questa non dovrebbe essere elite?

  10. 17
    Antonio Arioti says:

    Da molti commenti che leggo su questo blog mi par di capire che nella cosiddetta elite rientri anche la guida alpina :-).

  11. 16

    Scardinare le élites è cosa buona e giusta ma più duro è farlo se quest’ultime sono sostenute da chi aspira a farne parte. Il berlusconismo ha creato milioni di “vorrei ma non posso” che aspiravano a divenire come il capo, perché era ricco, si trombava un sacco di donne e cose così… Questi ultimi sono sempre rimasti dei borderline e nelle élites non sono mai entrati ma sognano ancor’oggi di farlo.
    Costoro sono impegnati a comprarsi l’audi, il vestito firmato per assurgere a una bellezza non assoluta ma solo omologata, figuriamoci se leggono un libro che non sia tra quelli che il sistema cui aspirano, consiglia.
    Baricco quando non scrive romanzi è bravo. O meglio, a me Baricco piace quando non scrive romanzi.

  12. 15
    Giacomo Govi says:

    Continuiamo a non capire… Ripeto, i politici NON sono elites, non lo era Berlusconi, non lo erano neppure Renzi/Gentiloni, se questo puo’ consolare le ansie di rivalsa di paolo. Tranquillo, nessuna difesa.  Alberto fa poi l’elenco dei suoi motivi per cui non si fida delle elites ( tranne quello che dice degli insegnanti, che ha il senso inverso ), ci puo’ stare, ma e’ quello che dice Baricco!

  13. 14
    Alberto Benassi says:

    A parte che i politici sono lo specchio del paese. Quindi bassa politica  = basso paese e viceversa. Ma credo di avere  invece capito.

    Il popolo vuole fare da se, ma questo evidentemente è stato innescato. Innescato dallo scadimento di chi era ed è messo in posti di elete.

    – il politico che fa i sui interessi di poltrona invece che quelli del paese;

    – il politico che si fa corrompere;

    – il medico che fa i certificati falsi;

    – il super chururgo che fa interventi non necessari pur di piazzare le protesi e magiare sulle convenzioni con le ASL;

    – l’ imprenditore che fa il corruttore;

    – imprenditori che portano all’estero la loro produzione impoverendo sempre di più il paese e magari hanno anche preso contributi pubblici;

    – imprenditori anche di grandi firme che all’estero usano manovalanza minorenne o fanno lavorare la gente in condizioni misere e poi rivendono i loro prodotti a prezzi altissimi;

    – il funzionario di banca che da crediti ai sui amici e non lo fa per amicizia;

    – il funzionario di banca che appioppa investimenti a rischio ai sui inconsapevoli clienti che si fidano cecamente di lui;

    – opere pubbliche pagate dai cittadini, date in gestione ai privati e rifatte pagare ai cittadini che ti crollano sotto i piedi;

    – i giornali e i relativi giornalisti che invece di essere super partes sono schierati con certi poteri;

    – gli insegnati che si sono rotti le scatole perchè se dai un votaccio, se ti va bene rischi una denuncia ma più spesso rischi di essere picchiato dal genitore.

    – gli insegnati degli asili nido che malmenano i piccoli aloro affidati;

    – i carabinieri che caricano sulla loro macchina ragazze straniere  e poi ne approfittano – caso recente.

    – ect. ect.

     

    Insomma dove sono le elite….di cui mi dovrei fidare?  A cui dovrei dare la mia rappresentanza…??

  14. 13
    paolo says:

    No, dice che votando manda delle èlites… il tuo discorso di difesa dei politici ha le gambe corte, il popolo non è stupido, capisce le differenze fra i competenti e i non competenti, poi magari per anni e per quieto vivere ha scelto gli incompetenti, ora sta cambiando.

  15. 12
    Giacomo Govi says:

    Credo che molti non abbiano colto quello che Baricco dice. Chi sono le Elite? Quando state male e andate dal medico, il medico e’ l’elite. L’insegnante di vostro figlio a scuola e’ elite. La banca che vi deve concedere il mutuo o il credito e’ elite.  I giornali principali sono elite. Lo dice molto bene all’inizio dell’articolo. Baricco dice che il rapporto della massa con queste elite e’ cambiato.  Mentre prima la massa ‘delegava’ con un atto di fiducia basato essenzialmente sul riconoscimento della ‘padronanza’ ( non nel senso gerarchico ma nel senso di conoscenza della materia ), ora non ne vuole piu’ sapere. Preferisce fare di testa sua, anche e soprattutto senza la padronanza.  Questo il tema principale di Baricco. La politica non e’ il tema principale, e di fatto in questo momento in Italia NON si governa affidandosi alle elite!

    Quindi vedete che la Brexit c’entra con quello che dice Baricco, ma semmai come esempio di cosa succede a fare delle scelte ‘di pancia’, non basate sulla padronanza del tema. Le elite del Regno Unito, erano e sono ovviamente contro la Brexit.

  16. 11
    Alberto Benassi says:

    ELITES…ma quale ?

    Perchè c’è un’ elites?? (nel senso di persone di onestà e capacità superiore).

    Caso mai ci sono personaggi  che,  per opportunità,  per eredità,  o perchè hanno più faccia tosta e bassa considerazione del prossimo, sfruttano gli altri.

  17. 10
    paolo says:

    Vedendo quello che sta succedendo in Gran Bretagna, dopo due anni di discussioni, mi sembra confermato che le élites pensino solo ai propri affari e i problemi del popolo non interessino loro minimamente.

    A proposito di ambientalisti e ecologisti ufficiali, mi sembra che una famiglia di pluripremiati e riveriti “guerrieri ambientali e anti corruttori” sia stata messa in galera perché capi o amici della corruzione.

    E chi crede più nelle élites di questo tipo?

  18. 9
    Alberto Benassi says:

    Perché il problema non è se il popolo accetta di essere governato, ma se accetta di essere governato da gente che non ha la statura, culturale e morale, per governare.

    ottima riflessione!!

    Purtroppo mi sa che sia proprio così. Ma non da oggi. E’ già da un bel pò!!

  19. 8
    Danilo Selvaggi says:

    Caro Franco Perco, molte grazie per gli spunti. Nella riflessione di Baricco trovo un punto essenziale e di grande interesse anche per l’ambientalismo: il rapporto tra potere e ricchezza.
    Baricco chiama “Game” la rivoluzione digitale e le sue conseguenze sociali.
    Il Game ha redistribuito il potere, o almeno la sua disponibilità, ma non ha redistribuito la ricchezza. Fino a ieri gli squilibri economici hanno resistito proprio perché il popolo non aveva la ricchezza ma neanche il potere (sufficiente) per reclamarla, cioè reclamarla direttamente e senza mediazioni. Nel momento in cui al popolo è stato dato questo potere, il “gioco” è finito. Il Game ha cambiato il gioco.
    Questa asimmetria, questa Grande Asimmetria, è il centro della questione. E’ una questione inter-nazionale (squilibri di ricchezza tra nazioni, problematizzati dal riequilibrio dei poteri) e una questione intra-nazionale (squilibri di ricchezza dentro le nazioni, all’interno di uno stesso Stato, problematizzati dal riequilibrio dei poteri).
    Cosa fare?
    Una prima soluzione, conservativa, è il conflittualismo. Le élite internazionali o intranazionali, consapevoli e spaventate dal quadro, affrontano il problema con la strategia del conflitto: “siamo tutti sulla stessa barca ma la barca non ci regge tutti. Dunque qualcuno deve andare giù”.
    La strategia conflittualista è un riavvolgere il nastro della storia all’indietro. Da Trump a Bolsonaro, dai populismi europei alla politica reazionaria delle alte caste indiane.
    La cosa più incredibile di molto del populismo odierno è che si tratta del massimo dell’espressione elitaria, dunque di una vera e propria impostura: fingere di sostenere il popolo attraverso una politica, in ultima analisi, che mira a salvare le élite. Mantenere le élite di oggi e il popolo di oggi.
    Una Grande Impostura che finge di rispondere alla Grande Asimmetria.
    Una seconda soluzione, trasformativa, è ripensare il potere e la ricchezza. Non solo redistribuirli ma pensarli diversamente.
    Se io dovessi cercare un cuore, un momento nucleare dell’ambientalismo, lo cercherei proprio qui, nel confronto con i concetti di potere e ricchezza. Tutta la storia dell’ambientalismo, tutto il cammino di conoscenza e riflessione dell’ambientalismo, tutta la riflessione sull’essere umano e il suo rapporto (cognitivo, materiale, economico, sentimentale) con l’ambiente e l’altra natura, ruotano intorno alla critica ai concetti consolidati di potere e ricchezza.
    Il potere non sia esercizio di divisione e dominio. La ricchezza non sia mero accumulo di beni materiali – e dunque fonte di distruzione. Il potere sia costruzione di un con-dominio, planetario. La ricchezza sia l’espressione piena dell’essere umano a partire dal suo essere nel mondo e con il mondo. Felicità=relazione.
    Per inciso, una delle accuse storiche fatte all’ambientalismo (“Voi volete uno Stato paternalista, che si occupi di felicità. Lo Stato non deve occuparsi della felicità”) è anch’essa figlia della Grande Impostura. Le cattive élite si occupano eccome di felicità. Semplicemente, si occupano della propria.
    Il Game è la Grande Asimmetria.
    Il populismo dall’alto è la Grande Impostura.
    L’ambientalismo è la Grande Trasformazione.
    Trasformazione dei modi e dei mondi, dei mezzi e dei fini. Dei cuori.
    E’ proprio per questo che l’impresa ambientalista è davvero ardua. Un’impresa più grande di noi. L’ambientalismo è più grande degli ambientalisti, è una “qualità emergente” che supera il contesto da cui è emersa (il che è esattamente il contrario di un fallimento. E’ un iper-successo). Una qualità che chiama, appunto, a una sfida più grande di noi. Ma esiste sfida più bella di una sfida più grande? Lo dice lo stesso Baricco, alla fine dello scritto: pensare, pensare in grande.
    Il problema non è il lupo, caro Franco. Il problema è 1) il mondo che gli abbiamo costruito intorno e 2) come fare per cambiarlo.
    Liberiamoci da certe gabbie mentali. Evitiamo di piegare la storia alla nostra storia (personale, di desideri, bisogni, tornaconti). Usciamo dal nostro rifugio, alpino o urbano. Evitiamo di commettere lo stesso errore delle cattive élite (fingere di volere la Grande Trasformazione mentre vogliamo solo noi stessi). Liberiamoci dal nostalgismo, malattia mortale. Apriamoci al presente e al futuro, che sono pazzeschi (l’invito più allettante che un ambientalista potrebbe ricevere).
    Prendiamo consapevolezza che una nuova fase dell’ambientalismo deve avere corso e che, forte delle conquiste della precedente, deve ambire ad un nuovo patrimonio concettuale, strategico, tecnologico.
    Infine, e anzi per cominciare: prima che la parte migliore della società, impegniamoci a rappresentare la parte migliore di noi stessi. Ciascuno di noi, nel proprio quotidiano e nel proprio intimo. Perché il problema non è se il popolo accetta di essere governato, ma se accetta di essere governato da gente che non ha la statura, culturale e morale, per governare.
    Premettere alla Grande Trasformazione, che ci trascende, una trasformazione grande, di noi stessi, che ci riguarda e per la quale il potere ce lo abbiamo.

  20. 7
    paolo says:

    Non sono qui molto d’accordo con Baricco anche se mi piace come scrittore, forse un po’ ben parcheggiato.
    Le élites autoreferenziali non sono mai élites, anzi sono il peggio del peggio.
    E le élites politiche sono solo così, specialmente quelle degli ultimi decenni.
    Hanno creduto di essere unici detentori di cultura e intelligenza e hanno denigrato qualsiasi “opinione” che venisse da aree non sotto il loro controllo, ingabbiando il sistema stato con un mucchio di controlli pseudogarantisti.
    Di solito queste élites piacciono a tutti quelli che non sono capaci di formare élites con un qualche significato oltre il corporativo o il clientelar-nepotistico.
    Molta gente seria ormai l’ha capito e le sta piano piano eliminando, anche se le “urla” dai centri di potere sono frastornanti, ma il re ormai è nudo.
    Queste élites sono talmente piene di se stesse che si stanno richiudendo su se stesse senza nemmeno accorgersi.

  21. 6
    Luca Visentini says:

    Una sola critica a Baricco, quando scrive che le élites “credono nella meritocrazia”. La sostengono a parole ma nei fatti favoriscono, al di là dei meriti, i propri figli e i propri servi scaltri o disonesti. Ed è una questione d’imprinting, come  dice Lorenzo Merlo. Altrimenti cascherebbe se non tutto molto e si potrebbe ripartire, uno per uno, con il piede giusto.

  22. 5
    lorenzo merlo says:

    Come il pesce non si occupa dell’acqua, il perbenista e il ragioniere della vita non sanno il sistema che li ha generati, né che il loro buon senso lo nutre.

  23. 4
    Giacomo Govi says:

    Analisi che condivido in pieno, anzi che con soddisfazione ritrovo scritta organicamente dopo averla precedentemente intuita nelle grandi linee.  Interessante leggerla su queste pagine, che in generale, per contenuti e tendenze, si schierano per esplicita vocazione con “la gente” e contro le elites. Una buona maggioranza dei posts su “Totem e Tabu'” propone con insistenza quel tipo di contenuti di cui si parla nell’articolo, ruotando tra ansie complottiste, no vax, anti-scientiste tout court, anti europeiste, anti finanza, e sposando con convinzione tesi trovate nel magma del web sui piu vari argomenti, purche’ siano alternative e contro l’establishment.

    Tutto ovviamente legittimo, ma ha un rischio concreto ben evidenziato da Baricco: “Abbiamo un termine per definire questo modo di difenderci dalla durezza feroce della realtà grazie all’uso paziente e raffinato dell’intelligenza e della memoria: cultura. Sostituirla con l’apparente chiarezza di un pensiero elementare, quasi una sorta di furbizia popolare, equivale a disarmarsi volontariamente e andare al massacro. Voglio essere chiaro: ogni volta che ci facciamo bastare certe parole d’ordine di brutale semplicità, noi bruciamo anni di crescita collettiva spesi a non farci fottere dall’apparente semplicità delle cose: non noi élites, sto parlando di tutti quanti. Ci condanniamo a prendere cantonate colossali.”

    Il problema e’ per “la gente” la cultura e’ in mano alle Elites, che propinano la loro di cultura. Il fatto che abbia portato secoli di progresso, fino ad un indiscutibile benessere e’ facilmente dimenticato, nel (relativo) malcontento generale. E se ad un certo punto, l’agognato attacco al sapere avra’ successo, comincera’ una nuova fase, sul cui esito c’e’ da essere poco ottimisti…

  24. 3
    lorenzo merlo says:

    La catastrofica – in quanto intestinale – azione populista descritta da Baricco, non è da lui considerata necessaria, che non può non essere.

    È così in quanto egli ne pone rimedio con una considerazione di richiamo alla saggezza, dunque cerebrale, di per sé a salve in questo contesto.

    Dovrebbe essere invece considerata necessaria in quanto generata dalla storia che l’ha preceduta. E c’è da credere abbia bisogno di esaurirsi, piuttosto che redimersi, affinché le sue braci si spengano.

    Ma dedicarsi ad un particolare, per quanto importante come l’attualità politica europea, è un esercizio di rovello inopportuno per mantenere a vista il panorama generale. È in questo che si possono riconoscere dinamiche in cui l’attualità dei paesi sono solo una specie diversivo uguale a quelli del prestigiatore. Tuttavia, una volta visti la magia crolla e diventa chiaro il vero progetto affabulatorio della regia generale.

    Non avremo scampo.

    La disoccupazione non potrà che mantenersi e crescere; le infrastrutture procederanno nel loro decadere; la scuola non potrà che produrre uniformità specializzata, quindi ottusa e atta solo a trovare soddisfazione nel suo piccolo segmento della grande catena di montaggio; la scienza potrà essere sostenuta da sponsor e quindi servire alcuni e non altri; la sanità che avevamo non potrà più tornare; le carceri esuberano da tempo e la criminalità non può che crescere fertilizzata dalla disugualianza; il debito vincolerà a piacimento; governi e istituzioni arriveranno, come i giornalisti ad essere dichiaratamente sponsorizzati da imprese private; la comunicazione dirigerà le vite e il web farà impazzire; ci sarà la tendenza a creare autarchiche enclave di cultura condivisa; le sommosse saranno assi nella manica che qualcuno potrà giocare e utilizzare come ricatto e sottomissione; gli stati perderanno ancora più autonomia e ancora di più saranno pilotati da forze nate col capitalismo e definitivamente al comando di guerre, migrazioni e ong a causa del capitalismo finanziario; queste avranno i loro eserciti virtuali e faranno affari, nonché si mescolaranno con le mafie, veri stati alternativi; gli individui dovranno scegliere con quale delle due parti stare; gli oppositori saranno sempre più gestiti con contentini e tenuti a bada con litigi tra poveri, champions league e san remi, non conteranno nulla se non per il varietà in scena nei tg, del dietro le quinte pochi avranno consapevolezza.

    Sarà un gioco facile perché se ognuno di noi osserva l’intera vicenda secondo un’unità di misura idonea alla propria personale vita, loro non fanno così. Vedono la questione intermini generazionali. Ad ogni ciclo la loro forza si riafferma. Sanno che la saggezza è e resterà di una minoranza, perché da millenni – e neanche ora con la (velenosa) comunicazione a 5G potrà cambiare registro perché l’esperienza non è trasmissibile – l’avremmo a disposizione e sono millenni che resta esoterica. Perché sanno che quando un giovane nasce, come le oche di Lorenz, identifica come madre la realtà che trova e che a quella sempre si riferirà, in quella sempre troverà se stesso.

    Qualunque sia la situazione la rivoluzione è solo personale e di tipo alchemico, affinché quella generica, retorica felicità nominata da Baricco, sia scovata e prenda consistenza.

    Da lì, cambiare lo stato delle cose verrà da sé.

  25. 2
    Luigi Casanova says:

    Sul tema. Forse Baricco, come suo solito essere, dipinge il mondo in bianco e nero. Non si è ancora accorto del valore delle sfumature, del valore e del significato dei colori pastello, del resto, non guardando la natura questi aspetti scompaiono e si cade nella elite.

    Ormai da anni buona parte dell’ambientalismo non è né quella descritta da Baricco né da Franco Perco. Per fortuna, nonostante le elite, per lo più cittadine, c’è chi lavora giornalmente nelle valli, si scontra, costruisce conflitti e ponti di dialogo, mantiene alto il valore die confronti, anche a livello scientifico.
    Certo, l’ambientalismo propositivo difficilmente trova spazio sulla stampa, è più facile appaia quello ideologico, privo di contraddizioni, tipico delle elite che scrivono contro il loro stesso essere, presuntuoso e supponente. Seguite un po’ cosa stanno facendo in Cadore poche persone ricche di umiltà e di curiosità. Seguite Mirta da Prà e la sua attività di 40 anni di impegno. Se prendete esempio da questi passaggi che le elite definiscono marginali, forse riusciremo a riprendere a leggere Repubblica e quanti vi scrivono.
    Dalle valli e dalle montagne.
  26. 1
    Franco Perco says:

    Credo che uno dei problemi da affrontare, se vogliamo riprendere i mano gli ideali del movimento ambientalista sia quello della deriva autoreferenziale dell’élite della conservazione (noi, cioè).
    Parole difficili? Esagerazioni?
    Suggerisco per capire meglio in cosa questa iattura ci riguardi, di leggere il bellissimo saggio di Alessandro Baricco su Repubblica, 10 gennaio, nonché il commento, forse un po’ contorto di Ezio Mauro, 11 gennaio.
    Preceduti da una nota breve e sarcastica di Federico Rampini su l’Espresso, il contenuto, per come provo a sintetizzarlo, è questo.
    L’élite ha il compito di rappresentare la parte migliore della società. Anzi. È élite appunto per questo, dunque, per definizione.
    Ma questa investitura va meritata. Prendendosi a cuore i problemi della “plebe” (uso questo termine per farmi capire) cioè della non-élite o del “popolo”, secondo chi sapete. Prendersi a cuore significa non fare i maestrini bravi soprattutto a dare lezioni di buon gusto (Un esempio? Il Lupo non è un problema: basta usare la prevenzione e comportarsi bene). I maestrini sono, poi, coloro che non sono toccati direttamente dal problema: ignorano volutamene o anche no, le emozioni che si instaurano quando si deve cambiare un comportamento. Che spesso è tradizione locale, famigliare, non cittadina.
    Si parla alla ragione mentre chi è colpito dal problema vorrebbe soprattutto, o meglio prima, un conforto emozionale, una condivisione della sofferenza.
    Ma questo non vale solo per il Lupo. Anche se su di esso si è compiuto il più colossale fallimento strategico dell’ambientalismo nazionale. Diciamolo pure: l’ambientalismo non convince il “popolo”. Semplificando, a costo di essere triviale: è cosa per ricchi.
    Noi, élite, privilegiati, almeno nel senso di sapere, di avere cultura, di poter godere delle nostre informazioni, di poterci regalare qualche bel viaggio in zone meravigliose alla scoperta di ambienti e specie affascinanti, noi, ripeto, siamo privilegiati. Facciamo le lezioncine agli altri … e poi?
    Dice giustamente Drew Western (autore de La mente politica): Oggi (ma vale sempre) bisogna parlare alla pancia della gente. E poi al loro cervello. Ma entrambe le cose assieme.
    E potremmo anche scomodare Watzlawick, Zimbardo, Cialdini, Nardone eccetera. Dicono la stessa cosa.
    Tra l’altro, mentre altre élite (? Beh sto scherzando) hanno potere, noi ne siamo totalmente privi.
    Le associazioni ambientaliste … (sono generico, per non offendere nessuno. Del resto non lo voglio. Desidero solo far pensare) … oscillano tra pulsioni religiose (animalismo), saccenteria e consulenze.
    Ma di meglio non abbiamo. Oppure? Non ho ricette, voglio solo stimolarvi.
    Siamo falliti? Ci manca poco, se si continua così.

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