Enzo Cozzolino cantore del VI grado

Enzo Cozzolino cantore del VI grado
di Emanuele Cassarà
(pubblicato su Tuttosport del 29 giugno 1972)

Il vero sestogradista ha un ritegno naturale ad esibire la propria bravura sul sesto grado. Parlerà di difficoltà estreme, di «passaggio elegante» oppure «molto esposto» o ancora di «movimento delicato», di situazione «seria», ecc. Soltanto se costretto dal giornalista, o dal dovere della relazione scritta sulla sua impresa, egli indicherà «sesto grado», ma ci andrà con cautela e parsimonia; il vero sestogradista tende sempre a ridurre il «grado» della difficoltà superata, anziché ad aumentarlo. Perché? Perché egli è consapevole del significato e della responsabilità, verso se stesso e verso gli altri alpinisti, una volta data quella misura estrema.

Cosa significa in realtà sesto grado? Significa quel tenue filo che separa la possibilità, la capacità e anche la fortuna di passare dove la roccia offre il «niente» per superarla con le unghie e un millimetro di suola dalla probabilità di «volare», ossia di uccidersi, se non c’è la corda del compagno in grado di trattenerti.

Enzo Cozzolino

L’alpinista, il sestogradista (come viene spesso definito, senza chiarirne la componente «umana » quasi si trattasse di robot, o di mezzofondisti in pista che, al massimo, rischiano una slogatura) è assalito dal pudore tanto più perché il suo scalare, il suo andare verso i limiti estremi delle possibilità, è più che un suo atto tecnico, un suo personalissimo fatto sentimentale che non ammette intrusioni, e che egli non può e non deve pretendere di far capire o d’insegnare agli altri alpinisti!

Nella «carriera» di uno scalatore di razza, di un campione, c’è una età del furore, quella che coincide con la ricerca dei record e che esplode nei primi anni di completezza tecnica e di sfolgorante gioventù e che varia nel tempo, da due a cinque anni (Bonatti al Dru e al Capucin, Gogna con la solitaria alla Walker e con il Naso di Zmutt, ecc.). Non che, dopo, lo scalatore autentico smetta di andare a cercare i «limiti», ma il suo atteggiamento sarà ormai diverso, pur se potrà riuscirgli di superare i suoi limiti proprio quando sarà passata l’età del furore. L’alpinista che sopravvive alla propria età del furore ha novanta probabilità su cento di vivere felice sino a… 90 anni.

L’età del furore è la carica di spiritualità che assale l’alpinista che capisce di essere forte e sfida un po’ la fortuna. Forza e sensibilità, salute fisica e ispirazione ideale si accompagnano. Arrivano le «vittorie», i «risultati». Allora l’alpinista elabora (o crede di elaborare) una propria filosofia, che è strettamente collegata alla propria forza e ai propri successi. Egli perciò insiste nella sfida, spinge la verifica di se stesso, che è una verifica tecnica, ma — sul sesto grado, cioè sul filo del rischio — soprattutto filosofica, come possiamo dire?, fatalistica: devo fare in questo modo, ormai devo essere in grado di fare così. Non ho scelta, altrimenti non miglioro, altrimenti… non migliora l’alpinismo.

Va da sé che stiamo parlando di uomini dotati di sensibilità e di generosità fuori del normale. La sola spinta dell’ambizione e della vanità non permetteranno mai ad uno scalatore di raggiungere risultati davvero eccezionali sul piano tecnico se egli non possederà questa spiritualità e generosità, questo amore in un certo senso irrazionale, proprio come ogni vero amore.

Di uno di questi splendidi ragazzi volevamo parlarvi a lungo già da tempo e in effetti, nelle righe più sopra, ve ne abbiamo parlato. Si tratta di Enzo Cozzolino, ventidue anni, studente universitario di geologia, triestino come Emilio Comici e, come Comici, seppure giovanissimo, già un caposcuola, al punto che, d’accordo con Toni Hiebeler, l’avevamo classificato, per la sua attività dell’ultimo anno, tra i dieci più forti arrampicatori moderni, nel mondo.

E’ interessante citare alcune sue «vie», tutte compiute da solo, senza compagno e senza corda: Grossglockner, canalone Pallavicini e canalone Bergler; Gran Zebrù, parete nord; Pizzo Palù Occidentale, cresta Zippert; Presanella, salita per la via Detassis, discesa per la Nord; Mont Blanc du Tacul, canalone Gervasutti; Lyskamm, parete nord via Neruda; Tour Ronde, parete nord; in Dolomiti: Torre Venezia, via Tissi (VI-); Agner, spigolo Gilberti (VI); Catinaccio, via Olimpia (V, VI, A1, A2, AE); Sass Maor, via Solleder (VI-); Cima Canali, via Buhl (V, VI); Cima d’Auronzo, via Comici (1a solitaria, V, VI); Torre Da Lago (Fanes), via Pisoni-Stenico (1a solitaria-invernale, VI); Pala di Socorda (Dirupi di Larsec), via Bernard (2a solitaria, V, VI); Tofana di Rozes, via Bonatti (V); Sasso di Toanella (Bosconero), (1a solitaria, V-); Catinaccio, via Vogler (V); Cima Scotoni (Fanis), via Pisoni (V); Cima Scotoni, via Costantini (V); Torre dei Camosci (Riofreddo), Spigolo Deye (V, VI); Cima Innominata, via Comici (V).

Ma è soprattutto interessante leggere alcuni suoi pensieri tenendo conto che Cozzolino era contrario all’uso del chiodo speciale a espansione, per violare la roccia dove essa e compatta e ti respinge sema offrirti appigli; e contrario anche all’uso esasperato di qualsiasi chiodo, non soltanto per procedere, cioè perché il chiodo faccia da appiglio artificiale, ma anche per assicurazione. Voleva, in montagna, l’avventura totale e la battaglia ad armi pari, tra uomo e natura, senza l’uso di eccessivi mezzi artificiali. Ma leggete (dal quindicinale degli alpinisti Lo Scarpone):

«Il primo impulso, davanti ad un tratto di roccia apparentemente insuperabile in arrampicata libera, è quello di chiodare e talvolta questa sensazione può essere così forte da nascondere agli occhi dell’alpinista la realtà di una situazione che potrebbe essere affrontata in un modo meno drastico» E ancora «Io ho sempre cercato di resistere a quest’impulso… Il vero fascino dell’arrampicata è costituito dall’enigma del passaggio e la sua eventuale soluzione in base a ragionamento e ad intuizione, cosa che può esistere solamente arrampicando in “libera”, cioè senza chiodi… Qualche volta mi sono accorto di aver piantato un chiodo dove una maggior riflessione e ostinazione sarebbero bastate… L’essenziale credo non sia esclusivamente il raggiungimento della vetta, quanto il modo con cui la si raggiunge… Il problema è la visione spiccatamente idealistica dell’alpinista, inteso come uomo capace di vincere la montagna esclusivamente con le sue forze e i suoi mezzi naturali, in modo estremamente puro, pronto ad accettare lealmente ciò che la montagna stessa offre per essere salita e nello stesso tempo tutto ciò che essa comporta, rischio compreso».

«Questo alpinismo è sempre stato per me il più schietto, il più naturale e il più giusto, anche se tanti alpinisti, oggigiorno, forse meno idealisti di me, la pensano in modo diverso, non hanno gli scrupoli che ho io, scrupoli che possono essere scambiati per ostinazioni stridenti, oggi come oggi, con una visione pratica funzionale della faccenda, caratteristici però della mia personalità e quindi incancellabili… Ma ognuno ha il diritto di arrampicare nel modo che ritiene più giusto e più coerente al suo carattere e alla sua personalità. Per questo dubito molto dell’utilità di qualunque polemica…».   Dice il suo comandante, Lorenzo Cappello della Scuola delle Fiamme Oro di Moena: «Domenica 18 giugno arrampicava sulla Torre di Babele in Civetta, con Mario Zandonella. Quarto grado, senza corda d’assicurazione, uno dietro l’altro, Cozzolino avanti. A 280 metri dalla base, venti sotto la vetta, Enzo trova un vecchio chiodo, di suoi non ne aveva. Attacca un moschettone e un cordino a quel chiodo, chissà perché, passa e il chiodo si mette in tiro, fuoriesce; Cozzolino precipita sul ghiaione sottostante. Zandonella non aveva scelta, doveva passare a sua volta, il compagno scomparso, quel chiodo sfilato. E’ passato ed è arrivato in vetta».

***
Abbiamo letto il «testamento» di Enzo Cozzolino, ma la sua non era una «proposta». Siamo d’accordo con Alessandro Gogna: era soltanto un atto di fede.

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Enzo Cozzolino cantore del VI grado ultima modifica: 2020-03-22T05:59:30+01:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Enzo Cozzolino cantore del VI grado”

  1. 5
    Riva Guido says:

    Provocazione, ma fino a un certo punto. Ma come può uno così forte morire in questo modo? Chi credeva di essere? Un Immortale, un Dio? Aveva forse perso di lucidità? E questo vale per tanti altri.

  2. 4
    paolo says:

    Stimo molto Enzo.
    Per me ha portato a livelli altissimi l’arrampicata basata sulle capacità mentali.
    Da anni questo spirito è quasi dimenticato e l’arrampicata è diventata sopratutto una prestazione tecnico-atletica.

  3. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    Cassarà, il cantore delle gare di arrampicata (pace all’anima sua), scrive di Cozzolino come del “cantore del sesto grado”. “Cantore”: lessico alla Severino Casara, ma utilizzato da Emanuele Cassarà.
    Sarebbe stato piú coerente se avesse titolato il suo articolo cosí: “Enzo Cozzolino, atleta del sesto grado”.
    Però nel 1972 i tempi erano ancora acerbi e si arrampicava nelle tenebre (cosí sostengono certuni). La luce illuminò il mondo delle rocce solo molti anni dopo, nel 1985.
     
     

  4. 2
    Heinz says:

    Oggi se ne deve parlare poco.
    Era molto oltre ciò che possono minimamente capire le masse dei moderni alpinisti e i grandi scalatori e invernalisti attuali verrebbero visti come “calzette bucate”.

  5. 1
    Gerardo Miñano says:

    Un grande coraggio una Grande passione  a raggiungere con le sue forse molto coraggioso

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