Enzo Cozzolino, la via all’arrampicata libera

Enzo Cozzolino, la via all’arrampicata libera
di Spiro Dalla Porta Xydias
(pubblicato su Scandere 1989)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(2)

Ventisette anni fa, all’uscita d’una via della Torre di Babele [una via per lui facile, e che stava percorrendo in libera (Xydias qui intende da solo e slegato, NdR)] cadeva improvvisamente Enzo Cozzolino.

Ancor oggi non si conoscono con preciso né le cause della disgrazia, né il racconto di Mario Zandonella che pure in libera seguiva l’amico, è valso a fugare i dubbi. I motivi del resto non hanno importanza, e servono solo a tacitare il disperato bisogno di farsi una ragione, di capire perché il migliore abbia potuto rimanere vittima della fatalità. Né serve a dire che l’alpinismo è l’attività più pericolosa, e la scalata in libera (vedi osservazione precedente, NdR) la forma più rischiosa d’arrampicata.

Spesso, analizzando la dinamica delle sciagure alpine, ci si rende conto della parte preponderante avuta dalla fatalità: Emilio Rey, Rudolph Haringer, Emilio Comici, Giusto Gervasutti, Jean Couzy, Giancarlo Biasin, Claude Barbier, Lionel Terray…

Enzo Cozzolino. Archivio: Spiro dalla Porta Xydias

Ho citato solo qualche nome, scelto tra i grandi alpinisti periti in montagna non certo su difficoltà estreme, ma proprio per incidente banale, per destino avverso. Periti quando erano ormai giunti alla maturità e avevano dietro a sé grandi imprese e inuguagliabile esperienza. Enzo invece era ancora molto giovane. Oggi, a ventisette anni di distanza, possiamo finalmente dare un giudizio obiettivo sulla sua opera, e inserirlo definitivamente nella storia dell’alpinismo.

La sua attività, pure effettuata in un lasso di tempo assai breve — sei anni — è veramente cospicua: circa 120 salite, di cui 43 compiute da solo e più d’una settantina della massima difficoltà per l’epoca.

La possiamo dividere in due periodi. Il primo va dal 1966 al 1970. Compie grandi salite, vie nuove importantissime, solitarie «estreme». Insomma imprese di grande respiro. Forse cerca un proprio preciso indirizzo, affinando contemporaneamente le già eccezionali qualità fisico-tecniche, temprando ancora di più quelle psichiche.

Vie nuove importantissime, come quella allo spigolo sud-est della Giralba Alta (6°), o quella alla Nord del Pizzetto d’Agner Est (6°). Solitarie estreme: Tissi alla Torre Venezia, Pisoni alla Cima Scotoni, spigolo nord dell’Agner, Steger al Catinaccio, Solleder al Sass Maor, spigolo Deye alla Madre dei Camosci, Comici alla Cima d’Auronzo, Buhl alla Canali, Da Roit alla Busazza, Olimpia al Catinaccio. Tutte queste scalate sono compiute nel 1969: è il momento in cui pare decisamente indirizzato verso l’alpinismo solitario. Ma anche questa forma, effettuata con incredibile intensità nell’arco di una sola stagione, rappresenta soltanto una tappa che gli permette di chiarire ulteriormente le sue vere scelte, i suoi traguardi. E corona questa «espressione scalatoria» nel marzo successivo con un’impresa eccezionale: insieme prima solitaria e prima invernale alla Stenico-Pisoni sulla Torre Da Lago, che conclude il primo ed inizia il secondo periodo della sua giornata alpina. Quello appunto che gli consentirà di legare al suo nome a un momento ben preciso della storia dell’alpinismo. Fino a questo punto era stato un grandissimo scalatore; nei due anni seguenti diventa veramente l’uomo eccezionale che rinnova uno stile, spostandolo a nuovi limiti. La sua attività precedente ha già messo in luce quelle che saranno le sue caratteristiche peculiari: ritorno all’alpinismo classico, portato a un nuovo livello tecnico, pur mantenendone intatte le prerogative; purezza nell’esecuzione — nessuna concessione alle cosiddette «tecniche himalayane», nessuna preparazione più o meno prolungata dell’itinerario, prima del «balzo finale»; ripudio totale dei nuovi mezzi artificiali — chiodi ad espansione e di cordino di collegamento con la base —, e uso ristrettissimo di quelli tradizionali. Nessun «battage» pubblicitario, nessun preavviso alla stampa e tanto meno alla radio e alla televisione. Specialmente velocità d’esecuzione incredibile e grande parsimonia nell’uso dei chiodi; scelta delle pareti alte molte centinaia di metri, difficoltà tecniche che talvolta avevano già respinto tentativi precedenti, effettuati anche con l’uso di abbondanti chiodature, e che egli supera praticamente in libera. Queste sono le caratteristiche principali delle grandi vie nuove di Enzo nel secondo periodo della sua attività, dal ‘70 al ‘72. Forte di un allenamento eccezionale, colla capacità tecnica ulteriormente affinata dalle grandi vie percorse, abituato alla velocità e alla «libera» dalle numerose solitarie, dotato di un intuito, di una capacità di «sentire» — più che scoprire — l’itinerario che ne rivela l’inventiva e l’anima poetica — Cozzolino affronta le sue grandi «prime» e le supera tutte in tempi estremamente brevi. Userà al massimo una ventina di chiodi su vie di 800-1000 metri, ma generalmente non ne impiega più di una dozzina. Una sola volta — sul diedro Nord del Piccolo Mangart — è costretto al bivacco, altrimenti passa sempre in giornata. Ognuna delle otto grandissime vie aperte in quel periodo meriterebbe d’essere dettagliatamente illustrata. Cito per brevità solo due esempi.

Enzo Cozzolino in un selfie ante-litteram (prima solitaria della via Bernard-Tosco-Soraruf alla parete sud-ovest della Pala di Socorda (Dirupi di Larsec)

Piccolo Mangart di Coritenza, parete nord. Esiste un grande diedro mai ancora percorso: da qualche tempo parecchi scalatori italiani e stranieri hanno invano tentato con ogni mezzo di superare l’ostacolo offerto già nel tratto iniziale da un soffitto pronunciato; l’inizio del passaggio appare costellato di chiodi. Il 27 settembre del 1970, Cozzolino attacca con Armando Bernardini e in dodici ore complessive d’arrampicata compie la via bivaccando molto vicino alla vetta, usando in tutto 20 chiodi (compresi già quelli trovati in parete prima del tetto). Parete ovest della Busazza: su questa muraglia di oltre mille metri, seconda soltanto alla Nord-ovest del Civetta, vi è la possibilità di aprire una via nuova. Sono già stati effettuati vari tentativi da altri fortissimi alpinisti. Anche qui, il 7 luglio del 1971, Enzo compie in dieci ore e mezzo il grande progetto con otto chiodi in tutto. Parete ovest dello Spitz d’Agner Nord, Sud della Punta Chiggiato, parete nord dello Spitz d’Agner Sud, Est della Pala di S. Martino, Diedro nord del Piccolo Mangart di Coritenza, Ovest della Busazza, Nord del Piz Popena, Ovest della Terza Sorella — otto vie nuove estremamente difficili aperte in due stagioni, ognuna delle quali sufficiente a caratterizzare un rocciatore. Il troppo breve arco di Enzo volge al termine: ma prima di chiudersi del tutto, ecco ancora l’ultimo acuto, forse il più bello, la conclusione più perfetta di questa giovane esistenza, votata alla montagna. Tra le ripetizioni delle più ardue vie da lui compiute, c’era stata nel 1969 quella della via degli Scoiattoli alla Cima Scotoni — un itinerario considerato tra i più difficili delle Dolomiti — e che Lacedelli, Ghedina, Lorenzi avevano vinto con due tentativi. Ripetendolo, Cozzolino si era reso conto della possibilità di aprire un altro tracciato, forse ancora più duro, su quella grande parete.

Attacca in pieno inverno, il 14 gennaio 1972, insieme a Flavio Ghio, e con un solo bivacco i due raggiungono la cima il giorno seguente: in tutto adoperano 12 chiodi e impiegano dodici ore d’arrampicata effettiva per superare la muraglia in pieno inverno, con qualche passaggio ancora più difficile di quelli della vicina via degli Scoiattoli… Battezzano il nuovo tracciato Via dei Fachiri.

Enzo Cozzolino in arrampicara. Archivio: Spiro dalla Porta Xydias

Poi le ultime solitarie nella prima estate, effettuate non come meta, ma per allenarsi alle grandi imprese che ha in animo di compiere. Fino all’ultima la più facile — sulla Torre di Babele. L’inspiegabile incidente. La morte. L’uomo Enzo Cozzolino continuerà a vivere nella storia dell’alpinismo, di cui ha saputo legare uno dei capitoli al proprio nome.

Da quanto sopra, si può pensare a un grandissimo scalatore. In realtà il suo apporto è stato ben più importante e, avvallata dalle grandissime «prime», troviamo una base teorico-etica che oggi possiamo ben dire ha anticipato di quasi un decennio il «free-climbing». Circa nello stesso periodo in cui a Torino si affermava il «Nuovo Mattino», e in cui Messner si batteva contro l’artificialismo esasperato — specie quello dei chiodi ad espansione — anche Enzo si schierava decisamente contro la chiodatura forsennata. E contro il luogo comune per cui, esaurita ogni possibilità umana nel campo dell’arrampicata libera (ferma ancora ai livelli raggiunti nell’anteguerra) bisognava affidarsi alla «tecnica del ferro» — vulgo al chiodo — per far compiere ulteriori progressi all’arrampicata. Cozzolino, nella certezza che l’artificiale esasperato avrebbe soffocato l’alpinismo nei suoi fattori più belli (invenzione e libertà), per primo ebbe l’intuizione che i progressi nella libera erano attuabili spostando l’attenzione dalla pura tecnica all’uomo che l’effettua. Dedicando cioè tempo e allenamento alla preparazione fisico-psichica come mai nessuno aveva fatto in precedenza. Eccolo quindi per primo preconizzare appunto l’allenamento a tempo pieno (che egli effettuava ogni giorno sui roccioni di Prosecco o della Val Rosandra) e curare il rafforzamento del fattore psicologico, in modo da permettere di superare in montagna le stesse difficoltà che si è capaci di vincere ad un metro o due da terra.

«... il vero fascino dell’arrampicata — ha scritto — è costituito dall’enigma del passaggio e dalla sua eventuale soluzione in base a ragionamento e intuizione, cosa che può esistere solamente arrampicando in libera, cioè senza chiodi…». E ancora: «… il problema è la visione spiccatamente idealistica dell’alpinista, inteso come uomo capace di vincere la montagna esclusivamente colle sue forze e i suoi mezzi naturali, in modo estremamente puro, pronto ad accettare lealmente ciò che la montagna stessa offre per essere salita e nello stesso tempo tutto ciò che essa comporta, rischio compreso…».

Il tempo non ha concesso a Enzo di illustrare maggiormente le sue teorie, testimoniate dalle sue grandissime «prime». Altrimenti non sarebbe così diffuso il luogo comune per cui il «free-climbing» è giunto da noi esportato dagli Stati Uniti (questo paragone non è adeguato: le libere estreme di Cozzolino e Messner nulla hanno a che fare con la filosofia del free climbing, NdR).

La valorizzazione dell’eccezionale attività di Cozzolino (tra l’altro è stato il primo a rendere «normali» le vie di VI percorse in libera), la valutazione della sua etica devono per esattezza storica concedere a questo grandissimo scalatore il posto che gli è dovuto della storia dell’alpinismo. In Settimo grado Messner ha detto che Bonatti sul misto e Cozzolino in roccia hanno infranto la barriera del VII. E alla sua morte Reinhold mi ha scritto: «Sono tanto triste per la morte di Enzo. Lo ammiravo, non ho mai visto un rocciatore tanto forte, simpatico…».

Rimarrà fondamentale la sua teoria sull’eccellenza dell’arrampicata libera, dell’allenamento a tempo pieno, dello svincolo psicologico in montagna. E quando è morto, aveva soltanto ventitré anni.

8
Enzo Cozzolino, la via all’arrampicata libera ultima modifica: 2018-08-27T05:57:19+02:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Enzo Cozzolino, la via all’arrampicata libera”

  1. 7
  2. 6
    Alberto Benassi says:

    Dico sempre che nessuno obbliga ad andare in ambienti “ostili” o estremi, quindi la “colpa” è solo di chi ci va.

    Paolo, certo che la responsabilità è personale. Anche nella sfortuna più totale. Quello che volevo sottolineare però, è il dare per scontato che non ti possa accadere nulla se fai le scelte giuste, se non fai errori.

    Non credo che sia sempre così.

    Insegnare che la montagna è pericolosa è giusto e doveroso. Proprio perchè non credo che si possa avere sempre la capacità di controllare tutto. ma credo anche ci sia di più. Spesso certi fatti che avvengono anche in montagna,  sembrano un appuntamento.

  3. 5
    paolo panzeri says:

    Alberto, nella vita sociale sono d’accordo con te, ma nell’andare in montagna no.

    Dico sempre che nessuno obbliga ad andare in ambienti “ostili” o estremi, quindi la “colpa” è solo di chi ci va.
    E chi reclamizza la sicurezza in questi ambienti per me “fa affari”.
    E chi ci va per “divertirsi” non ha cervello per capire.
    Si può insegnare ad andarci, ma solo se si insegnano sempre i pericoli.

  4. 4
    Alberto Benassi says:

    Paolo io non sono convinto che si può essere sempre sicuri delle nostre azioni e decisioni.

    Chi si è trovato sul ponte di Genova quando è crollato, aveva un appuntamento…?

    Chiaro che poi qualcuno ci ha messo del suo. Ma chi è morto che errore ha fatto?

    (forse quello di fidarsi di un certo stato…)

    Io ci sono passato il giorno prima con mia moglie e altri 2 amici. Eravamo in coda e mia moglia mi ha fatto notare che il ponte ballava parecchio.

    Nelle mie solitarie mi sono sempre autoassicurato, perchè non ho questa serenità di essere sicuro delle mie capacità.

    Un mio amico invece dice che le solitarie le fa solamente senza autoassicurazione. Se ha dei dubbi e sente il bisogno di legarsi, rinuncia.

    Ammiro la sua sicurezza decisionale. Ma io non lo farei perchè non credo in questa capacità assoluta di sapersi valutare, di poter controllare tutto sempre e comunque.

  5. 3
    paolo panzeri says:

    Non esistono “auto che si ribaltano” come si legge sui giornali.
    L’uomo in montagna è sempre responsabile di ciò che gli accade… anche della sua morte, se sbaglia qualcosa.
    Ma questa è sempre stata una mia fermissima opinione.

  6. 2
    Alberto Benassi says:

    “L’inspiegabile incidente. La morte.”

    siamo sicuri che un incidente è veramente inspiegabile solo perchè accade ad una persona molto forte impegnata su difficoltà nettamente sotto alle proprie capacità?

  7. 1
    paolo panzeri says:

    Bello il CD commentato da Ghio.
    Per me da sempre i Friulani (o Triestini, io non so separarli) sono profondi conoscitori degli aspetti più complessi dell’alpinismo e da loro ha preso origine quasi tutto l’alpinismo estremo italiano.

    Ero giovane e vederlo arrampicare qui in Cornagera è stato… estasiante!
    Mai nessuno mi ha più fatto quell’effetto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.