Escursione che fai, volo che osservi

Parlare di rocce, o meglio di geologia, in relazione all’avifauna può apparire strano dal momento che siamo abituati ad associare gli uccelli all’elemento “aria”. In realtà la presenza di una specie piuttosto che di un’altra in un determinato ambiente è dovuta alia morfologia del terreno. Proprio come accade per tutte le forme di vita che popolano il nostro pianeta.

Birdwatching in Alta Savoia
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Escursione che fai, volo che osservi
di Luca Giraudo
(già pubblicato su Alpidoc n. 92, http://www.alpidoc.it/rivista/archivio/92)

La geologia, per chi va in montagna, dovrebbe essere “pane quotidiano” e non quella branca della scienza sovente ritenuta ostica da chi non è specialista: qualsiasi sentiero, via di roccia, panorama sono intrinsecamente legati alla geologia, che proprio nelle montagne si manifesta in tutta la sua evidenza; il sentiero percorre una valle, attraversa un pendio, ha un fondo roccioso e o pietroso… tutto questo dipende dalla geologia, ovvero dalla natura delle rocce e da come queste si trasformano sotto l’effetto degli agenti atmosferici. Anche la nostra vita quotidiana dipende in buona misura dalla geologia, poiché sono le rocce, i sedimenti, le forme del paesaggio che hanno influenzato la nostra esistenza, da quando i nostri antenati vivevano in grotta a quando hanno iniziato a costruire i primi villaggi, sulle alture o a fianco dei fiumi, nelle pianure o su pareti strapiombanti. Ancora oggi, nel momento in cui progettiamo una casa, una strada, un ponte, dobbiamo fare i conti con la geologia.

Adulto di aquila reale. Foto: Michelangelo Giordano
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Fringuello alpino. Foto: Michelangelo Giordano
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Balestruccio (rucarol). Foto: Michelangelo Giordano
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Ed è così anche per le altre forme di vita vegetali e animali, che non hanno la nostra capacità di modificare il territorio: per loro la geologia è alla base di tutto. Le piante si sono adattate al tipo di suolo, alcune addirittura sono tipiche delle rocce sedimentarie, altre di quelle cristalline. Talune crescono solo su suoli molto profondi, altre solo su pietraie instabili, sulle quali non hanno concorrenza.

Parlare di uccelli e di geologia, tuttavia, potrebbe apparire strano: associamo i primi all’elemento “aria”, non tanto alla roccia. Pensiamo al loro volo come all’estrema capacità di staccarsi dal suolo, di superare le montagne, sorvolare pianure e colline. In realtà proprio in ambiente montano gli uccelli sono influenzati dalla morfologia del terreno, dal fatto che alcuni pendii rocciosi bene esposti creano, con il calore del sole, delle correnti ascensionali. Se consideriamo inoltre che anche loro, prima o poi, devono posarsi, devono costruire un nido, devono nutrirsi, scopriamo che anch’essi sono legati al territorio in modo molto stretto. E da qui in poi l’argomento si fa interessante. Pensiamo all’aquila reale, un grande rapace che ogni escursionista ha già visto almeno una volta durante le gite in montagna. Tutti sanno che l’aquila reale è una specie montana, vive per tutto l’anno e per tutta la sua vita in montagna, nidifica su cenge affacciate su pareti strapiombanti, caccia marmotte e piccoli di camoscio nelle praterie alpine, sorvola senza sforzo qualsiasi rilievo montuoso. O, almeno, questa è la nostra esperienza alpina. Perché se andiamo, per esempio, in Scandinavia, scopriamo che la stessa specie abita le foreste planiziali e la tundra, e nidifica su grandi conifere. Non possiamo dire, quindi, che l’aquila reale sia una specie di montagna, ma possiamo dire che, a seconda degli ambienti in cui vive, può adattarsi anche alle alte quote, alle rocce e all’habitat montano in ogni stagione. Anche perché, qui nell’Europa Meridionale, gli unici ambienti che hanno ancora una sufficiente disponibilità di prede e luoghi dove nidificare sono quelli alpini.

Culbianco. Foto: Michelangelo Giordano
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Gracchio alpino. Foto di Francesco Panuello.
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Pispola. Foto di Francesco Panuello.
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Biancone. Foto: Michelangelo Giordano
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E che dire del picchio muraiolo, la “farfalla delle rocce”? Questa sì che è una specie legata alle falesie, estate e inverno. Nidifica in fessure ad altitudini comprese fra i 1000 e i 3000 metri, si ciba di insetti e ragni che vivono in questi ambienti apparentemente inospitali, scende di quota in autunno per passare i mesi invernali alla ricerca delle sue prede, nascoste negli anfratti delle falesie di bassa valle oppure nelle crepe delle vecchie case di montagna. È una specie specializzata, che ha eletto la geologia verticale quale suo habitat ideale.

È interessante notare che ci sono altre specie che un tempo erano legate strettamente alle falesie. Il balestruccio – chiamato rucarol in dialetto locale – prima dell’avvento dell’uomo moderno nidificava esclusivamente in falesia, mentre oggi nidifica essenzialmente sotto i cornicioni e i balconi delle nostre case. Ha saputo, in sostanza, sfruttare al massimo l’opportunità di trovare molte prede, mosche e altri insetti, che sono più abbondanti negli ecosistemi umani, e ha fatto di necessità virtù: da secoli nidifica là dove trova il cibo e non deve quindi spostarsi dalle falesie ai centri abitati. E così fa il rondone. Entrambi, al termine dell’estate, migrano verso l’Africa, loro terra d’origine, per poi tornare da noi in primavera.

Il Frisson, primo baluardo orientale del Massiccio cristallino dell’Argentera. Foto: Luca Giraudo
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Il Pian del Valasco. Foto: Luca Giraudo.
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I Laghi di Fremamorta, dove la componente minerale è dominante. Foto: Luca Giraudo
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A dir la verità, il rondone sovente utilizza per la nidificazione le falesie, soprattutto quelle a picco sul mare, ma è anche un ospite “rumoroso” e gradito dei nostri cieli estivi e dei nostri sottotetti. Come abbiamo visto, invece, il balestruccio ha quasi del tutto abbandonato il suo habitat di nidificazione primigenio, e solo in qualche vallata costruisce il suo nido di fango e saliva sulle rocce di una parete. Mentre, ad esempio, la rondine montana ha mantenuto fede al nome che le abbiamo dato, perché nidifica soprattutto sulle falesie alpine e occasionalmente nei villaggi di montagna.

Quando pensiamo alle montagne non possiamo non pensare alla pernice bianca. Un esempio estremo di adattamento al connubio montagna-clima, tanto che, sulle Alpi, la possiamo considerare un relitto glaciale, ovvero una specie che ha raggiunto le nostre latitudini meridionali durante i periodi glaciali ed è rimasta sui rilievi più alti e più freddi una volta che i ghiacciai si sono ritirati. Oggi è una delle specie maggiormente a rischio di estinzione sulle Alpi, a causa della sua estrema specializzazione all’inospitale clima invernale delle Alpi, il quale, però, con l’innalzamento delle temperature, sta cambiando. E siccome la pernice bianca vive già sulle sommità delle montagne, con l’aumento delle temperature non troverà più l’habitat per vivere, perché i salici nani e le ericacee d’alta quota non potranno colonizzare alcun pendio oltre le cime dei monti. In questo caso tanta specializzazione sta diventando un limite alla sua sopravvivenza.

Morfologie glaciali nella Valle delle Meraviglie. Foto: Luca Giraudo
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Il Vallone del Lauzanier, scavato su rocce sedimentarie. Foto: Luca Giraudo.
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Molte sono le specie di uccelli e molti i loro stili di vita. Può essere interessante perciò soffermarci sulla preferenza che alcune specie dimostrano per certi tipi di rocce e per gli ambienti che si creano su di esse. Tutti conosciamo le vallate delle Alpi Marittime, il severo Massiccio dell’Argentera, con i suoi pendii ripidi, rocciosi, quasi privi di vegetazione. Così come conosciamo le verdi praterie degli altipiani sedimentari delle valli Stura, Grana e Maira, con i loro morbidi rilievi solcati da alte e scabrose falesie. Ebbene, i due tipi di rocce, di origine cristallina o sedimentaria in senso lato, comportano anche l’evoluzione di diversi tipi di suolo e, quindi, di vegetazione. Ben lo sanno i pastori, che da secoli solcano le alpi estive pascolando pecore e vacche, negli ambienti più severi e poveri le prime, nei pascoli pingui le seconde.

Le rocce sedimentarie, tendenzialmente più friabili, evolvono in suoli più profondi e quindi più ospitali per le piante e, di conseguenza, per gli insetti. E per i loro predatori, gli uccelli in particolare. Ci sono specie come il culbianco, il fringuello alpino e il gracchio corallino che abitano le Alpi con massime densità sui rilievi di origine sedimentaria, mentre sono quasi assenti nelle vallate scavate negli gneiss e nel granito, proprio perché le loro prede sono ben più abbondanti sul calcare, dove i suoli sono più ricchi di invertebrati. Il gracchio corallino, poi, è un’altra specie ben adattata alla montagna, dove nidifica in colonie composte da diverse coppie utilizzando cavità nella roccia. Ed è anche legato alle attività di alpeggio: là dove i bovini arricchiscono il terreno con le loro deiezioni e il suolo è più morbido, il gracchio infila il suo lungo becco scarlatto alla ricerca di lombrichi, larve di insetti, ragni. Abbiamo iniziato parlando dell’aquila reale, fino a qualche decennio fa il più grande rapace alpino sopravvissuto alle persecuzioni umane. Oggi possiamo parlare anche di due altri grandi veleggiatori, due avvoltoi legati alla geologia in senso più o meno stretto: il gipeto e il grifone. Osservarli oggi in montagna non è più così raro: anzi, in alcune zone è un evento che si ripete ogni giorno.

Maschio di pernice bianca in piumaggio estivo mimetico. Foto di Francesco Panuello.
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Femmina di pernice bianca in abito invernale. Foto di Francesco Panuello.
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Picchio muraiolo. Foto: Michelangelo Giordano.
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Montagne e gipeto rappresentano un binomio indissolubile. Pirenei, Alpi, Himalaya, Corsica, catene montuose dove questo avvoltoio vive da millenni e sulle quali ha saputo evolversi arrivando a sfruttare in modo magistrale ogni bava di vento e le più inaccessibili risorse alimentari. Vola con l’agilità di un falconiforme sfiorando i pendii alla ricerca di carcasse di ungulati selvatici, delle quali è l’unico che sa utilizzare le ossa, ricche di proteine, e che senza di lui rimarrebbero per anni a calcinare al sole. Tuttavia, nemmeno per lui le montagne sono tutte uguali. Si è infatti visto, attraverso alcuni studi, che preferisce i massicci montuosi sedimentari, ricchi di ampie cenge, sulle quali può costruire il suo grande nido. E nidifica con preferenza in quei settori dove sverna il più grande ungulato alpino, lo stambecco, una risorsa alimentare non trascurabile durante i lunghi inverni alpini.

Ma se il gipeto, reintrodotto negli ultimi trent’anni, ha saputo ricolonizzare le Alpi utilizzando le risorse disponibili in natura, diversamente è andata per il grifone, enorme avvoltoio che segue le greggi al pascolo e che, reintrodotto anch’esso, oggi fa il pendolare dalla primavera alla tarda estate fra i Pirenei, la Bassa Provenza e le Alpi Francesi, al seguito delle decine di migliaia di pecore che salgono in montagna durante la bella stagione. Parliamo di circa 1500 grifoni che ogni estate, fra giugno e ottobre, frequentano le vallate e approfittano della mortalità naturale di migliaia di ovini. In realtà la specie non è legata alle Alpi in senso stretto, sebbene nidifichi in falesia, perché la sua lunga stagione riproduttiva non combacia con la breve estate alpina. Infatti i grifoni della Provenza iniziano a deporre le loro uova in dicembre e allevano i loro giovani fino a fine luglio, facendo la spola fra le Alpi e i loro nidi. Ad agosto gli adulti sono seguiti in alpeggio dai nuovi nati e la popolazione alpina aumenta di dimensione. Il rapporto che questo avvoltoio ha con la geologia è però mediato dall’attività umana, perché seppur numerosi, gli ungulati selvatici non potrebbero sostituire in quantità gli ungulati domestici. Ed entrambi, uomo e animale, ne traggono vantaggio: il primo elimina le spese legate allo smaltimento delle carcasse, il secondo provvede a eliminare in tempi brevissimi potenziali fonti di malattie e zoonosi.

Falco pecchiaiolo in migrazione. Foto: Michelangelo Giordano.
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Falco pellegrino in allarme. Foto: Michelangelo Giordano.
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Gipeto adulto. Foto: Michelangelo Giordano.
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Le Alpi, le montagne in genere, sono per molti aspetti legate al volo degli uccelli, sia perché, come abbiamo visto, lungo i loro pendii si creano le condizioni termiche per lo sviluppo di correnti ascensionali, che i rapaci, ma anche le rondini montane e i rondoni, sanno sfruttare egregiamente, sia perché costituiscono di volta in volta una barriera alle migrazioni o un ambiente ricco dove sostare. Le Alpi Occidentali, per esempio, sono sorvolate ogni anno da circa dieci-quindicimila rapaci migratori che in tarda estate si dirigono verso lo Stretto di Gibilterra, provenienti dall’Est Europeo.

Il falco pecchiaiolo, simile alla poiana, transita sulle Alpi Marittime e Cozie a fine agosto, con picchi migratori di tremila individui in un giorno solo. Questo rapace insettivoro è diretto verso l’Africa, dove troverà anche nei mesi invernali le prede di cui si nutre. La rotta che attraversa l’Italia Settentrionale, evidenziata grazie agli studi degli ultimi venticinque anni, passa attraverso le vallate e porta gli uccelli a scollinare sui passi alpini ai confini con la Francia, da dove proseguiranno verso ovest. Se le condizioni meteorologiche sono particolarmente favorevoli, i pecchiaioli transitano a 4000 metri e oltre, scomparendo alla vista; se invece le correnti ascensionali sono più localizzate, allora i rapaci si radunano in grandi stormi e volano a poche centinaia di metri dalla creste, costituendo per molti appassionati uno spettacolo emozionante. Transitati i rapaci, in ottobre possiamo invece osservare gli stormi di migliaia di tordi, tordele e cesene, fringuelli, frosoni, lucherini che arrivano dalle regioni del Nord. Si fermeranno durante l’inverno cibandosi sui sorbi montani, sulle betulle o gli ontani verdi. In questo caso il loro legame con la geologia è in realtà indiretto, perché è più legato al fatto che sulle Alpi sopravvivono ambienti boscati che una volta erano presenti anche a bassa quota e che oggi sono stati soppiantati dai nostri insediamenti o dall’agricoltura intensiva.

Grifone in volo. Foto di Francesco Panuello.
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Le rocce, apparentemente inerti, sono in realtà il supporto a tutte le forme di vita che oggi conosciamo. E gli uccelli, sebbene siano animali legati all’aria, non possono fare a meno di esserne influenzati. Conoscerne le abitudini, saperli individuare e distinguere, permette di comprendere un po’ meglio la complessa rete di legami che unisce tutti gli esseri viventi con il territorio in cui vivono, un territorio influenzato dalle rocce, a loro volta fonte di storie antichissime che hanno coinvolto minerali, piante e organismi marini nelle trasformazione del paesaggio stesso.

Gli uccelli, fortunatamente, sono gli animali che più facilmente possiamo osservare, in tutti gli ambienti. E più facilmente ci possono raccontare storie interessanti.

Birdwatching invernale in Valle Maira. Foto di Luca Giraudo.
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Luca Giraudo ha iniziato a interessarsi di ornitologia nel 1986. Da allora ha partecipato a numerosi progetti di monitoraggio sugli uccelli, collaborando ad atlanti regionali e nazionali e a programmi internazionali.
Lavora da più di dieci anni al progetto di reintroduzione del gipeto, coordinato a livello piemontese dal Parco Naturale Alpi Marittime, del quale è dipendente dal 1993.
Ha ottenuto il brevetto da Accompagnatore Naturalistico nel 1992 e dal 2015 ha il brevetto da Accompagnateur Moyenne Montagne francese e l’Agrément Merveilles per accompagnare nella zona regolamentata delle incisioni rupestri.
Occasionalmente propone escursioni e viaggi a tema ornitologico e naturalistico.
Nei prossimi mesi organizzerà alcune escursioni alla scoperta degli uccelli alpini e dell’ambiente in cui essi vivono durante la bella stagione; inoltre ha in programma alcuni corsi di avvicinamento al birdwatching e all’osservazione della natura.
Per partecipare sono sufficienti una buona dose di curiosità, un binocolo e il desiderio di imparare insieme a lui.
Ulteriori informazioni disponibili sul sito www.lookingaround.it.

Luca Giraudo rilascia un gipeto
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Escursione che fai, volo che osservi ultima modifica: 2016-08-09T05:09:39+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Escursione che fai, volo che osservi”

  1. 2
    Roberta Coda says:

    Mai sottovalutare chi non si muove. Rocce ed alberi , sedimenti e licheni , fanno parte di un tutto , il cerchio della vita inizia dal suolo e/ o dai sedimenti marini e li si chiude.
    Tutto cio’ e’ affascinante e meraviglioso.

  2. 1
    Roberto Rigamonti says:

    Articolo molto interessante! Grazie!

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