Evoluzione dell’alpinismo 3

Evoluzione dell’alpinismo 3 (3-3)
(scritto alla fine degli anni Ottanta)

Puntate precedenti:
https://www.gognablog.com/evoluzione-dellalpinismo-1/
https://www.gognablog.com/evoluzione-dellalpinismo-2/

Fino agli anni ‘80
Proprie degli anni ‘30 erano le polemiche tra «occidentalisti» e «orientalisti». I primi praticavano un alpinismo su montagne assai più alte, ricoperte di neve e di ghiaccio, dalle pareti raramente verticali e strapiombanti; i secondi arrampicavano sulle Dolomiti, su pareti molto più impressionanti ma che però gli occidentalisti chiamavano «paracarri». Riccardo Cassin proveniva dalla scuola dolomitica ma, in possesso di tecnica eccezionale e di coraggio leggendario, riuscì ad aver ragione del massimo problema occidentale senza mai averlo visto, senza mai aver neppure dato un’occhiata al gruppo del Monte Bianco. Egli salì con i compagni Gino Esposito e Ugo Tizzoni a piedi da Courmayeur al rifugio Torino (la funivia non c’era ancora), discese il ghiacciaio fino alla Cabane du Requin e lì chiese al custode dove erano le Grandes Jorasses. Quello rispose, un po’ infastidito, «c’est par là!».

Cesare Maestri
20th March 1963: Italian mountaineer Cesare Maestri, known locally as 'The Spider of the Dolomites', stops for a refreshing drink of mineral water on his way up the Lavarado 'Death Peak', in Northern Italy. (Photo by Keystone Features/Getty Images)

Mentre nell‘alpinismo italiano e tedesco nell‘immediato dopoguerra si avvertiva un certo vuoto, sia per le ragioni dette in precedenza, sia per le tragiche morti di Gervasutti, Boccalatte, Comici, Ercole Esposito avvenute in montagna e di Ratti, Castiglioni, Alvise Andrich in guerra, l’alpinismo francese cominciava a vivere il suo splendido periodo. Gaston Rébuffat, Edouard Frendo, Lionel Terray, Louis Lachenal e in pratica gli uomini del futuro Annapurna, primo ottomila conquistato dall’uomo, con umiltà e semplicità affrontavano subito le prime ripetizioni dei grandi itinerari d’anteguerra e poi con rigore sistematico risolvevano nel gruppo del Bianco i più grandi problemi che la tecnica di allora permetteva di affrontare. Su questa linea positiva agivano anche l’austriaco Hermann Buhl del primo periodo e in tono dolomitico Erich Abram e Otto Eisenstecken.

Ma la componente romantica dell’alpinismo era troppo radicata: nel sensibile vuoto della fine anni ‘40 non si trovò di meglio che mitizzare i migliori esemplari di alpinisti, e l’umanizzazione dell’alpinismo venne ancora rimandata. In quel periodo si poté accostare alla figura della guida alpina il personaggio professionista: Walter Bonatti, Cesare Maestri, René Desmaison sono i più conosciuti esponenti. Il professionista cerca di ottenere un utile dalla sua attività, imponendosi all’attenzione del grosso pubblico ma ancora una volta distanziandolo da un’universale comprensione di questo fenomeno, per questo inteso dai più come attività riservata a pochissimi uomini eccezionalmente dotati.

Walter Bonatti
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Il mito Bonatti ha invaso il mondo ed è rimasto intatto anche dopo la rinuncia del grande monzese a continuare il grande alpinismo. Ciò avvenne nel 1965, dopo la conquista invernale solitaria di una via nuova sulla Nord del Cervino. Gli italiani gli resero la vita dura, mentre all’estero la sua figura è amatissima. Nel 1961 vi furono delle amare polemiche dopo che Bonatti tornò con il suo cliente da una settimana di atrocità sul Pilone Centrale del Monte Bianco: erano morti di stenti quattro grandi alpinisti e Bonatti fu accusato di omissione di soccorso e di supremo egoismo. Ma tutto ciò si sciolse come neve al sole, perché il tempo conserva solo la verità.

In contrapposizione a questo fabbisogno di mito si sviluppò un alpinismo tecnologico, che in alcuni casi, con l’inserimento dell’elemento economico, portò addirittura ad un’involuzione. Le salite effettuate con tecnica artificiale esasperata (esempio quella dei tre sàssoni Peter Siegert, Gerd Uhner e Rainer Kauschke d’inverno sulla direttissima della Nord della Cima Grande di Lavaredo, 17 giorni di parete, gennaio 1963), pur suscitando grande impressione nel pubblico, in realtà stavano riducendo il margine di impossibile che dev’essere sempre in ogni vera avventura. Con i chiodi e i trapani si sarebbe potuto scalare qualunque cosa, perciò occorreva limitare i mezzi per poter continuare l’avventura alpinismo.

Hermann Buhl
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L’alpinismo tecnologico è nato prima fuori dalle Alpi e poi vi fu importato. I grandi problemi logistici di una salita himalayana imponevano all’inizio una grande organizzazione, dai portatori ai campi alti e all’ossigeno. Nell’himalaysmo era più difficile l’espressione del singolo o della cordata. Organizzazione e collettività prevalevano sul coraggio dei singoli. Ecco perché alpinismo tecnologico. Con la conquista delle maggiori montagne del mondo si è migliorato continuamente il concetto di organizzazione, perché l’uomo era pronto a salirle già fin dal tempo di George H. L. Mallory e Andrew C. Irvine, che morirono sull’Everest nel 1924. L’uomo era pronto psicologicamente e fisicamente. Perciò si doveva procedere in due maniere: da un lato a montagne sempre più difficili e inaccessibili si opponevano migliori attrezzature e più quattrini, dall’altro si migliorava la «meccanica», con più razionale acclimatazione e una logistica di movimento che tendeva a portare sherpa e portatori il più in alto possibile.

Nel 1953 fu salito l’Everest da una spedizione britannica. In cima, il 29 maggio, arrivarono il neozelandese Edmund Hillary e lo sherpa nepalese Tenzing Norgay. Essi usarono le apparecchiature a ossigeno, oltre ad aver usufruito di tutta la logistica della spedizione. Lo stesso tipo di organizzazione fu necessaria per la conquista del K 2. Le prime esplorazioni a questa bellissima vetta del Karakorum, la seconda montagna del mondo, risalgono al 1909, con la spedizione del Duca degli Abruzzi. Dopo vari tentativi americani, Ardito Desio riuscì nel 1954 con gran dispendio di mezzi e di uomini ad aggiudicarsi la conquista del più difficile Ottomila della terra. Protagonisti finali furono Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, che fornirono il necessario sforzo eroico per concludere ciò che era stato ben organizzato dal principio.

René Desmaison
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Dopo la conquista dell’Everest, del K2 e degli altri Ottomila, si passò alle pareti difficili: le più evidenti e belle sono ormai quasi tutte salite, perciò da un po’ di anni ormai si è verificata in Himalaya, Karakorum e Patagonia un’inversione di tendenza. Ormai vi sono cordate che superano all‘alpina le più difficili pareti. E questo ha portato a una centuplicazione del numero totale di alpinisti che hanno almeno un’esperienza extraeuropea.

Mentre si avverte un certo cambiamento nell‘impostazione ideologica dell’alpinismo, le motivazioni romantiche hanno prodotto la massima espressione: Reinhold Messner. Egli, grazie a doti veramente eccezionali fisiche e psichiche, unitamente all’esigenza della società dei consumi di creare il mito massimo, si è imposto all’attenzione mondiale con una serie impressionante di grandiose realizzazioni alpine ed extraeuropee.

Il numero di alpinisti attivi oggi è enorme se paragonato agli anni ‘70 e siamo in pieno boom escursionistico. A tutto ciò si aggiungano le spettacolari imprese dei giovani «superman» come Christophe Profit che salì nel giro di sole 24 ore le Nord del Cervino, dell’Eiger e delle Grandes Jorasses (con il trasporto in elicottero per le trasferte). In questo contesto ecco nascere il free climbing e l’arrampicata sportiva, nuove discipline che, quanto a numero di praticanti, contendono ormai il primato all’alpinismo.

Reinhold Messner

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Le sponsorizzazioni della sicurezza
Sono quegli aiuti dati ad alpinisti, più spesso a guide alpine, per addomesticare qualunque tipo di itinerario. È uno «sfruttamento» delle attività sportive, assieme alle asfissianti proposte di itinerari «scelti». Ma mentre la proposta turistica si limita a cavalcare la pretesa necessità del pubblico che gli venga confezionata una serie di «pacchetti», perché si ha sempre meno tempo di leggere e quindi di scegliere di propria testa, la sponsorizzazione della sicurezza va oltre, spingendosi a modificare la filosofia base del fenomeno alpinismo. La sicurezza è in via di diventare una vera ossessione, gli sponsor fanno loro questa «necessità» e modificano non solo il terreno ad uso e consumo dei nuovi trend, ma anche il punto di vista sull’ambiente naturale e selvaggio. Una via storica e quindi necessariamente malchiodata e insicura deve prima o poi, in questa logica, essere richiodata e assimilata alle proposte omogenee di un’arrampicata «sicura». Una via, già spittata in apertura, deve essere prima o poi richiodata, rispettando o meno quella che era la chiodatura originale. Lo sponsor fa l’occhiolino al neofita e al praticante e dice: hai visto come sono bravo? Io penso al tuo divertimento e alla tua sicurezza. Guarda che belle vie ti ho preparato o ripreparato. Queste sono belle… Le altre sono pericolose… fanno schifo.

È spalancata la strada ai giardini pubblici con apertura al pubblico controllata (orari diurni e vigili). La folla abitudinaria prende il posto della follia sregolata. Potenza della pubblicità: alla fine sarà competizione su chi prepara meglio le vie, con buona pace per l’avventura vera e per la creatività.

Christophe Profit e Bruno Detassis

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L’evoluzione in noi
Ma evoluzione non è solo arrampicare meglio o usare meno mezzi tecnici o risolvere di volta in volta gli «ultimi problemi». Evoluzione significa soprattutto miglioramento o, se si vuole, maggiore qualità d’espressione. Chi è abituato a visitare luoghi diversi sa quanto siano significative le impressioni e le atmosfere che vi regnano. Oggi più che in passato si fanno spedizioni o ci si spinge a visite intercontinentali: la maggior parte degli alpinisti e degli arrampicatori è notevolmente sensibile all’impronta di un luogo. Molto meno diffusa è la capacità di percorrere le stesse sensazioni tramite lunghi viaggi culturali e spirituali in epoche alpinistiche diverse. Evoluzione non è solo Scuola di Monaco, Epoca d’Oro del Sesto Grado, Ritorno ai Monti, Alpinismo Californiano, Nuovo Mattino, Free Climbing, Arrampicata Sportiva, Rotpunkt e On Sight a ogni costo. Evoluzione è più un accadimento soggettivo che oggettivo e quindi evoluzione può significare anche staticità e tradizione. Scegliamo una qualunque bella giornata d’estate e saliamo piano lungo lo Steinerne Rinne, nel Kaisergebirge (uno dei luoghi più antichi di conoscenza alpinistica): all’inizio saremo oppressi dalle muraglie grigiastre, poi con dolcezza sempre più inebriati da questo meraviglioso mondo di pietra fino a che anche i nomi più difficili da pronunciare non ci saranno più ostili. L’atmosfera sarà particolare, una perfetta fusione di sole ed ombra, silenzio, storia e amore per la propria terra. Se vogliamo cercare il nuovo, lo troveremo. E se lo vorremo, anche l’antico è lì, a facile portata di mano e di mente. E questa convivenza, questo equilibrio, qui palpabili ma altrove assai rari, saranno la nostra evoluzione.

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Evoluzione dell’alpinismo 3 ultima modifica: 2016-09-25T05:48:16+02:00 da GognaBlog

9 pensieri su “Evoluzione dell’alpinismo 3”

  1. 9
    Fabio Bertoncelli says:

    Un altro personaggio memorabile – e celeberrimo – nella storia dell’alpinismo è Emilio Comici. Lui e Giusto Gervasutti sono quelli a me piú cari per la loro simpatia, generosità e nobiltà d’animo. Erano uomini buoni. Oltre che, naturalmente, fuoriclasse.
    Confesso però che all’inizio della mia attività Comici mi lasciava piuttosto indifferente: lo consideravo soltanto un superficiale acrobata delle rocce. Che errore! A causa della mia ignoranza e dei miei pregiudizi ne avevo completamente frainteso il carattere.
    In seguito lessi “Alpinismo eroico”, antologia dei suoi brani pubblicata postuma dagli amici. Lessi anche la biografia che ne scrisse Spiro Dalla Porta Xidias e, soprattutto, i tanti ricordi di chi lo conobbe; tra questi ultimi un bellissimo scritto di un diciannovenne Fosco Maraini durante la sua prima volta sulle Dolomiti.
    Lessi anche un’intervista a un’anziana signora: era la ragazza che in gioventù Comici aveva amato. È commovente.
    Grazie a tutte queste letture ho capovolto il mio giudizio.

    Ora di quei due uomini del passato non è rimasto nulla, se non le loro vie e il ricordo. Ricordiamoli: ci potranno essere di esempio nelle scelte difficili della nostra vita.

  2. 8
    Alberto Benassi says:

    Volevo specificare: il più completo e forte alpinista ITALIANO del suo tempo.

  3. 7
    Alberto Benassi says:

    secondo me Gervasutti è stato il più completo e forte alpinista del suo tempo. Direi anche in anticipo sui tempi.
    Non gli sono riuscite alcune prime, non perchè non ne aveva le qualità, ma solo perchè, come un pò tutti gli occidentalisti, aveva la pretesa di avere la parete in buone condizioni e una minore accettazione del ricorso ai chiodi.
    A differenza di una più opportunista Cassin che : andava, vedeva, faceva. Giù a testa bassa senza farsi tante …seghe mentali.
    Forse è per questo che a Gervasutti è sfuggita la prima della nord delle Grandes Jorasses.

  4. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    Post scriptum
    In merito al libro di Gervasutti, l’edizione esaurita (esauritissima) a cui mi riferivo è quella del Melograno. Vi è poi la rarissima prima edizione (ed. Il Verdone, 1946), pubblicata dalla casa editrice di cui era titolare lo stesso Giusto!
    È comunque tuttora disponibile una bella edizione nella collana I Licheni.

  5. 5
    Fabio Bertoncelli says:

    In ordine cronologico, il primo a superare l’assurdo dualismo tra “occidentalisti” e “orientalisti” fu Giusto Gervasutti, grande come uomo e Fortissimo come alpinista.
    Vi invito tutti a leggere la sua autobiografia. L’edizione migliore è quella de Il Melograno, che comprende anche numerosi brani degli amici e di chi lo conobbe.
    Il titolare della casa editrice, ora defunta, è un “certo” Alessandro Gogna, che qui ringrazio non soltanto come editore, ma anche come scrittore, come compilatore di guide e come storico dell’alpinismo. Possiedo quasi tutti i suoi libri (esclusi quelli fotografici) e sono tutti interessanti. Quelli di storia dell’alpinismo – senza timore di “sviolinate” – sono stupendi!
    Purtroppo il libro di Gervasutti è reperibile solo presso le librerie antiquarie. Se lo trovate, compratelo subito! Augh, ho detto.

  6. 4
    Alberto Benassi says:

    ” l’alpinismo francese cominciava a vivere il suo splendido periodo. Gaston Rébuffat, Edouard Frendo, Lionel Terray, Louis Lachenal e in pratica gli uomini del futuro Annapurna, primo ottomila conquistato dall’uomo, con umiltà e semplicità affrontavano subito le prime ripetizioni dei grandi itinerari d’anteguerra e poi con rigore sistematico risolvevano nel gruppo del Bianco i più grandi problemi che la tecnica di allora permetteva di affrontare. ”

    Questo secondo me è vero fino ad un certo punto. Questi grandi alpinisti francesi hanno avuto sopratutto il merito di rompere il ghiaccio con le prime ripetizioni delle temute grandi vie aperte negli anni 30.
    Ma per le grandi prime (aperture, invernali, solitarie) dell’alpinismo francese, bisognerà aspettare l’arrivo dei vari : Desmaison, Couzy, Magnone, Berardini, Mazeaud, ect.

  7. 3
    Alberto Benassi says:

    Fabio, non sono completamente d’accordo. A Bonatti, a proposito della tragedia del Pilone Centrale, è stato sempre un pò rimproverato di avere aspettato fino all’ultimo prima di scendere. Quando proprio non se ne poteva più.
    Io non so dire la mia, perchè bisognerebbe essere stati lassù e vivere quella situazione. Ma in diversi gli hanno sempre mosso questa critica, che se fossero scesi prima forse le cose sarebbero andate diversamente.
    Bonatti era decisamente caparbio, non rinunciava facilmente. Per certi versi questa caratteristica è positiva per altri magari poteva creare problemi.

  8. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    Visto che tutti tacciono, parlo io.
    E incomincio da Walter Bonatti e dal suo Pilone Centrale, con una puntualizzazione che spero non scateni gli strali del nostro Gogna, ospitale padrone di casa.
    Dopo la tragedia, Bonatti non fu accusato di “omissione di soccorso e di supremo egoismo”. Fu incolpato di essersi lanciato in un’impresa troppo temeraria.
    Ma è un’accusa che, ai nostri tempi e anche nel passato, “non costituisce reato”. Oggioni e Gallieni, i suoi compagni di cordata, erano esperti e consapevoli. I quattro francesi si erano mossi di loro iniziativa. Mazeaud, uno dei superstiti, disse che era sopravvissuto grazie a Bonatti, poi premiato dallo Stato francese per il suo comportamento valoroso.
    Di Bonatti, come testimoniato da tanti, non si può certo dire che non si prodigasse per i compagni. Tutt’altro! Onore a lui.

  9. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Nessun commento?
    Se non parliamo noi di Whymper, di Mummery, di Preuss, di Dülfer, di Solleder, di Comici, di Buhl, di Bonatti, chi mai lo deve fare?
    Su, non fate i timidi! Al massimo il nostro Gogna ci bacchetterà sulle dita per gli errori di storia…

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