Evoluzione storica dell’alpinismo

Evoluzione storica dell’alpinismo (GPM 035)
di Alessandro Gogna e Gian Piero Motti
(scritto nel 1973, versione originale, pubblicata su Un Alpinismo di Ricerca, 1a edizione: è un’analisi della situazione precedente al Nuovo Mattino e allo stile alpino in Himalaya)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***

Analizzando l’atteggiamento dell’uomo verso le montagne possiamo interpretare e capire un fenomeno che viene comu­nemente definito «alpinismo».

L’uomo è sempre stato incapace di dare una spiegazione naturale a tutti quei fenomeni che maggiormente si manifesta­vano a lui: così le grandi distese del mare, così i luoghi alti e scoscesi, così le alte vette ghiacciate. Il suo atteggiamento quindi fu di paura e adorazione, trasferendo nel mito una spiegazione allora impossibile logicamente. Ben si comprende co­me i monti fossero considerati abitazione delle divinità e quin­di fosse ritenuto sacrilegio oltre che inutile il tentativo di sa­lirli. In tempi meno lontani, nell’epoca medioevale, l’avvento e la diffusione del cristianesimo avrebbero dovuto sfatare la credenza dei miti politeistici, ma l’orrore e la paura per i luo­ghi solitari e inaccessibili erano troppo ben radicati nell’animo dell’uomo: folletti, gnomi, streghe e anime dei morti erano i temibili abitatori delle montagne. Figure e personaggi che ritro­viamo in tutte le leggende e fiabe popolari. Occorreva un to­tale rinnovamento della cultura, del pensiero e dell’arte per un’inconscia ribellione a una filosofia aristotelica e dogmatica che lasciava poco spazio al nuovo desiderio di sapere. È significati­vo che un uomo come Francesco Petrarca, proiettato per molti versi nel Rinascimento, sentisse il desiderio, e lo realizzasse, di salire il Mont Ventoux. Assistiamo così nel Rinascimento alla conqui­sta dello Sconosciuto, con la scoperta di nuove terre, con i nuo­vi studi scientifici, e con lo sviluppo del pensiero filosofico.

Francesco Petrarca

Dopo la pausa barocca e secentesca dobbiamo attendere l’ulteriore sviluppo illuministico per assistere in un’atmosfera di lucido razionalismo e nel grandioso rinnovamento sociale della rivoluzione francese a un primo interesse scientifico per le Alpi. Questo viene ovviamente rivolto alla vetta più alta d’Europa: gli uomini di cultura Horace-Bénédict De Saussure e Michel Paccard organizza­no vere e proprie spedizioni al Monte Bianco con lo scopo non solo di raggiungerne la vetta, ma anche di trarne deduzioni di ca­rattere scientifico per i loro studi. Non possiamo però negare in questi tentativi una componente di amore per l’avventura, che assumerà, come vedremo in seguito, una parte di primo piano nell’alpinismo. Qui si pone chiaramente una differenza di atteggiamenti nei confronti della montagna: il valligiano, cacciato­re, avvezzo alle fatiche e alla pratica dei luoghi montani, che soleva spingersi fino alle soglie dei ghiacciai, conservava anco­ra il terrore per questo mondo tenebroso e sconosciuto; lo scien­ziato cittadino invece, forte del suo sapere illuministico, era privo di ogni inibizione e solo intimorito dalle evidenti diffi­coltà tecniche. Così assistiamo a una alleanza storicamente positiva e nuova tra il fermento rinnovatore e la tradizione. Pos­siamo con sicurezza affermare che la figura della guida, che tan­ta parte avrà nella storia dell’alpinismo, nasce in questo momen­to con le sue ben precise caratteristiche. Essa, già nella figura di Jacques Balmat, assume un ruolo di secondo piano, non crea­tivo e al servizio del cliente.

Ludwig Purtscheller

Pur spettando alla guida il me­rito fisico di conquistare la meta, è il cliente che usufruisce del merito morale di aver ideato l’impresa, considerando anche che una tale distinzione era favorita dalle evidenti differenze dei due stati sociali. Ciò non impediva infatti che la messa in luce di alcune grandi guide potesse sussistere: è chiaro che senza l’opera di un Balmat o di un Michel Croz o di un Jean-Antoine Carrel o di un Michl Inner­kofler né il Monte Bianco, né il Cervino, né la Grande di La­varedo sarebbero stati conquistati in quegli anni. Occorreva pe­rò, come si è detto, una spinta creativa da parte di uomini cul­turalmente preparati come Felice Giordano, Edward Whymper, Horace Walker, John Ball, Paul Grohmann, Quintino Sella, William Auguste Coolidge e altri. Questi, provenien­ti da una condizione sociale particolarmente agiata e favorevo­le, in un contesto storico in cui la nobiltà era ancora tenuta a perpetuare la propria tradizione e il positivismo stava nascen­do, furono i propulsori e i rappresentanti di un alpinismo che si poneva come fine la conquista delle maggiori vette delle Al­pi, senza che ancora vi comparisse quello spirito idealistico e individuale che caratterizzerà la fase romantica. Il dialogo uo­mo-montagna era dunque ristretto alla classe privilegiata, nel­la quale era nobile emergere. Il primo sintomo di cambiamen­to ci è dato dalla magnifica ribellione di Carrel che si oppose al dominio creativo di Whymper nella conquista del Cervino, anche se la figura di Giordano influenzò non poco questo impulso.

Michl Inner­kofler

Nel secolo XIX matura il fenomeno romantico nato in opposizione al positivismo: individualismo, eroismo, mito trovano una concreta applicazione nello scalare le monta­gne, luoghi solitari e selvaggi, dove l’uomo può elevarsi al di sopra della sua normale condizione e proiettarsi in una dimen­sione ideale. L’alpinismo dava dunque la possibilità, sebbene non ancora a tutti, di materializzare quei sentimenti di contem­plazione e di lotta individuale, peculiari caratteristiche del ro­manticismo.

È interessante rilevare come ancora oggi l’alpinismo risenta di questa impostazione romantica, sia pure con aspetti differenti e a volte contrastanti, ma originariamente identici. L’alpinismo romantico inizia subito dopo la conquista delle ultime maggiori vette (Cervino, Grandes Jorasses): ora lo scopo non è più rag­giungere la vetta, ma salirvi per una via più difficile, dove s’iden­tifica il desiderio di lotta e di vittoria su se stessi piuttosto che sulle naturali difese della montagna. Esso si manifestò in tre correnti: a) alpinismo senza guide; b) alpinismo eroico; c) alpinismo sportivo. Naturalmente questa distinzione è più che altro descrittiva, poiché vi è da precisare che essa non fu pie­namente reale e le tre correnti furono talvolta indipendenti, ma molto spesso armonicamente fuse e in ogni caso l’afferma­zione e la diffusione dell’alpinismo romantico furono graduali.

a) Il distacco dalla guida e quindi dalla tradizione fu la manifestazione più evidente del passaggio all’individualità. L’al­pinista ora vuole affiancare alla parte ideativa e creativa il de­siderio personale di lotta e di avventura, realizzando con i pro­pri mezzi il proprio ideale romantico. Questa corrente non sorse in contrasto con le guide, ma i rapporti tra gli uni e gli altri furono impostati sulla base di una buona convivenza; tant’è che in questo periodo assistiamo alla realizzazione di notevolis­sime imprese alpinistiche da cordate composte da senza-guida e guide, in cui anche quest’ultime assumevano un ruolo ideativo oltre che risolutore. È l’epoca di Giovanni Bobba, Luigi Vaccarone, Adolfo Hess, Giacomo Dumontel, i fratelli Giuseppe-Francesco e Giovanni-Battista Gugliermina, Giuseppe Lampugnani, Cesare Tomè tra gli italiani; di Emil Zsigmondy, Ludwig Purtscheller, Johann Jakob Weilemann tra gli esteri.

I fratelli Gugliermina

b) La figura di Georg Winkler incarna fedelmente l’ideale eroico che nella cultura tedesca, da cui tra l’altro sorse il mo­vimento romantico, era molto più sviluppato che non per esem­pio nel romanticismo inglese o italiano. Esasperazione dell’indi­vidualismo, sfida cosciente alla morte, autosuperamento: tutto questo nel furore che spinse Winkler sulla Torre del Vajolet che oggi porta il suo nome. È da sottolineare come nell’alpi­nismo romantico la contemplazione debba essere solitaria e sia premessa fondamentale all’azione; l’uomo dunque è direttamente portato ad un solipsismo che inevitabilmente avrà la conseguen­za di dividerlo sempre di più dalla realtà sociale della vita.

c) L’atteggiamento migliore e più simpatico della fase ro­mantica è strettamente legato alla figura di Albert Frederick Mummery, vero in­novatore dell’alpinismo inglese ed europeo. Egli è sì spinto da un desiderio di avventura e di lotta, ma dotato di notevole humour, sdrammatizza quegli aspetti eroici così evidenti nelle altre personalità, con da una parte imprese di altissimo livello tecnico, veri capolavori di fantasia creativa abbinata a una lucida e fredda capacità risolutiva; dall’altra, con una pubbli­cazione dissacrante certi valori, in cui prevede l’inevitabile declassamento a «passeggiate per signore» delle sue più dure scalate. Eccolo dunque giungere sulla vetta del Grépon e sturare una bottiglia di champagne appositamente portata come sua abitudine, smitizzando quindi il misoginismo e le privazioni fisiche di cui l’alpinismo sembrava non potesse fare a meno. Egli fu il primo a praticare e diffondere quindi l’alpinismo spor­tivo, cioè un controllo, una disciplina con premesse romanti­che, che però non si disinserisse dal contesto sociale.

Joseph Knubel

Si era detto che l’avvento del romanticismo contribuì alla diffusione dell’alpinismo: non si creda però che la pratica del medesimo fosse già possibile a tutti gli strati sociali. È signi­ficativo come l’alpinismo avesse caratteristiche dapprima aristo­cratiche, poi elitarie. Diretta conseguenza è la fondazione di tutti i club alpini accademici, riservati ai senza-guida, i quali avrebbero dovuto curare la diffusione della pratica alpinistica; ma in realtà l’intento non fu mantenuto fino in fondo. Resta comunque merito dei fondatori italiani del Club Alpino Acca­demico (Ettore Allegra, Lorenzo Bozano, Ettore Canzio, i fratelli Gugliermina, Emilio Questa, ecc.) l’aver chiarificato ufficialmente una situazione di fatto, cioè l’esistenza di un alpinismo senza guide, cardine dell’alpini­smo cittadino sul nascere. Parallelamente alla nascita di questo le guide stavano conoscendo il periodo più bello, sia nelle Alpi Occidentali che nelle Dolomiti. La guida non è più un ese­cutore di ordini o un comprimario, ma assume un ruolo preva­lente di ideatore. Alcune delle più grandi imprese di questo periodo furono concepite e realizzate da cordate composte esclu­sivamente da guide. Non possiamo fare a meno di citare Angelo Dibona, Tita Piaz, Angelo Dimai, Enrico Rey e Adolfo Rey tra gli italiani, Hans Fiechtl, Joseph Knubel, Franz Lochmatter e Alexander Burgener tra gli stranieri. Purtroppo questa tradizione non sarà sempre mantenuta così viva, salvo rare eccezioni, dopo l’avvento del sesto grado.

Se pur con un certo ritardo rispetto alle altre manifestazioni culturali, l’inevitabile decadenza del romanticismo comincerà a farsi sentire anche nell’alpinismo, dapprima a livello individuale e poi, con l’avvento della filosofia nietzschiana, a livello na­zionale.

Guido Rey

Nell’alpinismo con guide in Italia il massimo rappresentante di questa decadenza è Guido Rey, detto «il poeta del Cer­vino». Strettamente aderente a un genere letterario che tro­vava in Edmondo De Amicis la sua più chiara espressione, egli introdusse nell’alpinismo la retorica, la cui pesante eredità ancor oggi, spe­cialmente nel giudizio dell’uomo non alpinista, educato da piccolo alle letture deamicisiane, grava sull’alpinismo, impedendo una evoluzione storica del medesimo. Infatti la concezione pre­valente della pratica odierna vuole la montagna mezzo di espia­zione e di purificazione realizzate attraverso la sofferenza della salita e la conquista della vetta intese come avvicinamento a Dio; in realtà così pensando è imposto un raggiungimento ad ogni costo della vetta, intesa come meta ideale da perseguire: non per nulla per la salita della Cresta di Furggen al Cervino Guido Rey ricorse a dei mezzi che indubbiamente non erano i migliori per conseguire i suoi intenti ideali tipo: «Io credetti e credo la lotta con l’Alpe utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede». Questa linea di pensiero diven­ne purtroppo imperante e determinò l’antistoricismo dell’alpi­nismo. Se paragonato al lavoro di oggi, alienante e carrieristico, l’alpinismo è inutile, perché così impostato aderisce perfetta­mente all’alienazione e al successo e non migliora l’uomo. Se paragonato all’arte, l’alpinismo non è nobile in quanto troppo legato al successo come imposizione all’individuo (raggiungi­mento della vetta). In quanto alla fede, un alpinismo siffatto conduce a un misticismo esasperato ed elitario che distoglie definitivamente l’individuo dalla vera problematica essenziale della sua vita e conseguentemente della sua società.

Due importantissime figure della decadenza romantica furono Hans Dülfer e Paul Preuss. Il primo continuò quell’alpinismo teso all’estre­mo che Mummery aveva iniziato, praticando un’attività notevo­lissima nelle Dolomiti con l’introduzione continua di innova­zioni tecniche, che non lo separavano dal progresso e dal con­testo sociale. Il secondo continuò invece sulla linea di Winkler e portò l’alpinismo ai confini dell’eroismo ascetico; il «cava­liere della montagna» che passando solitario di vetta in vetta, disprezzando ogni forma di assicurazione inseguiva un ideale di perfezione utopico. Con questo non si vuole negare il gran­dissimo valore del suo insegnamento, sottolineando però che l’autosuperamento continuo dell’individuo può portare solo all’autodistruzione.

Eugen Guido Lammer

A nostro giudizio l’apogeo della decadenza viene raggiunto da Eugen Guido Lammer, in cui si esalta chiaramente una visione masochistica dell’alpinismo: l’uomo non solo deve ac­cettare la sofferenza, ma procurarsela, in quanto il dolore fisico voluto fa il superuomo e il successo così ottenuto produce il predominio di una razza o nazione intera. Ecco apparire dunque la montagna ancora più «purificatrice e sublimante», l’illu­soria «fontana di giovinezza» presente nel credo di Lammer. Questo errore è oggi presente nella considerazione che ha il profano per la quale tutti gli alpinisti sono pazzi o suicidi. Ine­vitabilmente l’affermarsi della filosofia nietzschiana assume proporzioni politiche e sociali determinanti e l’alpinismo non può sfuggire al culto nazionalistico che si manifesterà soprattutto con il pan-germanesimo.

La prima guerra mondiale chiude simbolicamente un’epoca, in realtà le premesse idealistiche avevano radici ben profonde che non furono estirpate e tutto il successivo sviluppo dell’al­pinismo del sesto grado risentirà di questo influsso.

I mutamenti politici in Italia e Germania avvenuti dopo la prima guerra portarono a una socializzazione pan-nazionali­stica e l’alpinismo si diffuse anche e finalmente a tutti gli strati sociali. Per motivi che in seguito saranno chiariti furono proprio le classi meno abbienti ad accogliere con particolare calore l’alpinismo, nella misura in cui questo permetteva un’af­fermazione di se stessi e una rivalsa sociale. Diretta conseguen­za fu l’annullamento della distinzione tra guide e dilettanti, poiché iniziò il fenomeno dei cittadini che intrapresero la car­riera di guida (esempio più tipico fu Emilio Comici). Tutto questo processo portò a un grandissimo balzo in avanti dell’alpini­smo estremo e sportivo, con quelle prime salite, che per in­dubbia superiorità rispetto alle precedenti, vennero definite di sesto grado. Non a caso i tedeschi e subito dopo gli italiani primeggiarono in questa battaglia che si servì dell’individuo per affermare una presunta superiorità nazionale e razziale. Di lingua tedesca, Roland Rossi, Otto Herzog, Hans Steger, Felix Simon, Emil Solleder, Fritz Wiessner, Leo Rittler, i fratelli Franz e Toni Schmid, Willo Welzenbach, Walter Stösser e tanti altri; in Italia, subito dopo, Renzo Videsott, Emilio Comici, Luigi Micheluzzi, Celso Gilberti. A queste posizioni non si adeguavano l’alpinismo bri­tannico e francese. Il primo aveva abbandonato le Alpi ai tempi dell’alpinismo esplorativo e ora si riaffiancava con l’im­mutato spirito di Mummery attraverso la figura del grande Tho­mas Graham Brown che in tre anni condusse un’accanita e minuziosa esplorazione del più temibile e grandioso versante del Monte Bianco, la Brenva. Il secondo, dopo un inizio incerto, finalmente assumeva personalità: Armand Charlet e Maurice Fourastier, guide, l’uno nel Monte Bianco e l’altro nel Delfinato, esplicavano un’attività che per la sua intrinseca semplicità e umanità avrà così grande rilievo nel futuro sviluppo dell’o­dierno alpinismo francese, privo di complessi, di rivincite e di deformazioni ideologiche.

Thomas Graham Brown a Courmayeur, settantenne (1952)

Nel frattempo si delineavano le «grandi corse»: in Dolo­miti la Cima Ovest di Lavaredo, in Occidentali la parete nord delle Grandes Jorasses e ancor più la parete nord dell’Eiger. Nuovi nomi vengono alla ribalta: valligiani, intellettuali, operai, studenti. Tutti o quasi gravitano attorno ai massimi problemi che il sestogradismo precedente aveva lasciato insoluti. At­tilio Tissi, Alvise Andrich, Raffele Carlesso, Giovan Battista Vinatzer, Guido Soldà, Riccardo Cassin, Giusto Gervasutti, Ga­briele Boccalatte, Vittorio Ratti, Mario Dell’Oro, Nino Oppio, Ercole Esposito, Bruno Detassis, Ettore Castiglioni, tra gli ita­liani; Mathias Rebitsch, Peter Aschenbrenner, Anderl Heck­mair, Fritz Kasparek, Rudolf Peters, Ludwig Steinauer, austriaci e tedeschi; Raymond Lambert, Pierre Allain, Lucien Devies di lingua francese.

L’italiano Domenico Rudatis fu il massimo teorizzatore del­l’alpinismo come sesto grado. L’identificazione del sesto gra­do con l’alpinismo portò a un prevalere del fattore atletico e ultra-individualistico le cui conseguenze furono positive per i risultati e negative per lo sviluppo futuro. L’analisi che egli conduce sulla performance che la cordata compie su terreno vergine ed estremo mira a una continua ed esasperata esalta­zione dei valori eroici. Se questo ha indubbiamente spinto i giovani a sempre più osare, d’altra parte ha costretto l’alpini­smo nei limiti in cui esso soprattutto oggi si dibatte: limiti che sono dati dalla nausea di un continuo autosuperamento e dalla ricerca impellente di nuove idee, per cui esso cessi di es­sere isolato. Evidentemente in questo quadro si devono citare le espressioni di compiacimento che lo Stato nazionalista elar­giva agli atleti migliori, per un alpinismo come «scuola di ardimento e di italianità».

Tenzing Norgay e Raymond Lambert

L’epopea si chiude con la conquista della Nord delle Gran­des Jorasses e della Nord dell’Eiger, ambedue nel 1938, poco prima della seconda guerra mondiale. Termina con queste due splendide imprese l’alpinismo a stampo nazionalista, tanto è vero che nell’immediato dopoguerra subentrò un breve periodo nell’alpinismo tedesco e italiano di stasi e di ricerca di nuove forme di espressione che in molti casi troveranno sfogo nel tecnici­smo. Insito nella conquista di quelle due grandi pareti nord, così significative, era lo sbandamento, ma ovviamente non era avvertito e le corse si svolsero con impressionante determina­zione nella ricerca del successo nel più completo individuali­smo. Naturalmente la vittoria arrise alle cordate più realiste e prive di complessi. La parete nord delle Grandes Jorasses era già stata teatro di una corsa per la prima salita dello sperone Croz, dove s’impegnarono cordate austriache, italiane, francesi e svizzere quasi mai in collaborazione. La vittoria toccò alla cor­data austriaca di Rudolf Peters e Martin Meier. Invece sullo sperone Walker furono le cordate italiane e francesi a contendersi il successo, che arrise a Cassin, Gino Esposito e Ugo Tizzoni.

Sull’Eiger, dopo una serie impressionante di disgrazie mor­tali, i tentativi si succedevano convulsi, all’impronta quasi del fanatismo e addirittura stimolati direttamente dall’indottrina­mento nazionalistico di Hitler. Alfine il successo arrise, dopo du­rissima lotta, alla cordata austro-tedesca di Heckmair, Kasparek, Ludwig Vörg e Heinrich Harrer.

Mentre nell’alpinismo italiano e tedesco dell’immediato do­poguerra si avvertiva un certo vuoto, sia per le ragioni in pre­cedenza dette, sia per le tragiche morti di Gervasutti, Boccalat­te, Comici, Ercole Esposito avvenute in montagna e di Andrich, Vittorio Rat­ti ed Ettore Castiglioni in guerra, l’alpinismo francese cominciava a vivere il suo splendido periodo. Gaston Rébuffat, Edouard Frendo, Lionel Terray, Louis Lachenal e in pratica gli uomini del futuro Annapurna, primo Ottomila conquistato dall’uomo, con umiltà e semplicità affrontavano dapprima le prime ripeti­zioni dei grandi itinerari dell’anteguerra e poi con rigore siste­matico risolvevano nel gruppo del Monte Bianco i più grandi problemi che la tecnica di allora permetteva di superare. Su questa linea positiva agivano anche l’austriaco Hermann Buhl del primo periodo e in tono dolomitico Erich Abram e Otto Eisenstecken.

Walter Bonatti ed Erich Abram al K2

Indubbiamente e sfortunatamente dopo questo vuoto non si giunse a una concezione diversa e più positiva dell’alpini­smo: pur avendo abbandonato le idee nazionalistiche, si ricadde parzialmente nella trappola romantica, intesa come reazione del­l’individuo al neo-capitalismo borghese. L’alpinismo diventa spe­cialmente in Italia lo sport dei disadattati: nascono così dal­l’ambiente operaio intere associazioni (Ragni di Lecco, Gruppo Alta Montagna Torino, Pell e Oss di Monza) di fortissimi sca­latori. Essi esprimono una presunta ribellione a ciò che la guerra non aveva eliminato e cioè il sistema delle classi sociali. L’estensione di questa base determinò in tutta Europa un elevato numero di grandi nomi che non trovò di meglio che cercare vie nuove, in un’esasperata rincorsa del tecnicamente più difficile. Naturalmente ciò avvenne attraverso nuovi mezzi tecnici, che in alcuni casi portarono addirittura a una involuzione, in quanto comportavano l’inserimento dell’elemento economico.

Così non vi fu progresso ideologico e l’umanizzazione del­l’alpinismo venne ancora rimandata. In questo periodo si può accostare alla figura della guida la figura sia pur riservata a po­chi del semi-professionista: Walter Bonatti, Cesare Maestri, Carlo Mauri, René Desmai­son sono i più conosciuti esponenti di questa corrente. Il semi­professionista cerca di ottenere un utile dalla sua attività, imponendosi all’attenzione del grosso pubblico e ancora una vol­ta distanziandolo da una universale comprensione di questo fenomeno, per questo inteso dai più come attività riservata a pochissimi uomini eccezionalmente dotati.

Mentre si avverte un certo cambiamento nell’impostazione ideologica dell’alpinismo, la corrente romantica, pienamente inserita nel neo-capitalismo e quindi nella mentalità del succes­so, ha raggiunto la sua massima espressione nella figura di Reinhold Messner. Egli, grazie a doti veramente eccezionali fisiche e psichiche, unitamente all’esigenza della società dei con­sumi di creare ulteriori miti, si è imposto con una serie im­pressionante di grandiose realizzazioni alpine ed extraeuropee all’attenzione mondiale. Purtroppo gli organi ufficiali e le scuole di alpinismo italiane e tedesche, pur nel giusto dovere di ren­dere merito a questo tipo di imprese, continuano a proporre ai giovani (che ormai intravedono confusamente altre possibili­tà) questi modelli di ardimento individualistico, senza avver­tire il grave pericolo antistorico che si cela dietro a questi in­confutabili esempi.

L’alpinismo tecnologico è nato prima fuori dalle Alpi e poi è stato importato in queste ultime. Ciò risponde alla ben precisa esigenza dell’alpinismo extra-alpino, dove nulla è possi­bile, o per lo meno era, senza un’adeguata organizzazione lo­gistica alle spalle. Soprattutto molto più difficile è l’espressione del singolo o della singola cordata. Prevalgono più l’organizzazione e la collettività che il coraggio e l’osare dei singoli che non porterebbero certo molto lontano. Ecco perché alpinismo «tecnologico». Durante la conquista delle maggiori montagne del mondo, degli Ottomila, per intenderci, si è dovuto migliorare continuamente il concetto di organizzazione, perché l’uomo era pronto a salirle già fin dal tempo di Andrew Irvine e George Mallory: era pronto psicologicamente, fisicamente e tecnicamente. Perciò si doveva procedere in due maniere: da un lato a montagne sempre più difficili e inaccessibili si opponevano migliori attrezzature e più quattrini, dall’altro si migliorava la «meccanica», con più razionali acclimatazioni e una logistica di movimento che ten­deva a portare sherpa e portatori il più in alto possibile. Con queste caratteristiche tecnologiche l’alpinismo extraeuropeo è sempre stato un po’ fermo nei suoi rigidi schemi. Una persona o due hanno l’idea, un ente o più si incaricano di reperire i fondi, gli alpinisti sono «scelti» tra una rosa di «candidati». Il tutto non costituisce la maniera migliore per creare un’ef­fettiva collaborazione prima e durante la spedizione, e soprat­tutto concede poco all’immaginazione dei singoli, le cui presta­zioni sono sempre da inquadrare nel rendimento e nella logistica generali. Ma anche nell’alpinismo extraeuropeo qualcosa sta cambiando: da più parti si vedono i segni dell’affrontare le più alte montagne con spirito nuovo, senza l’apparato.

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Evoluzione storica dell’alpinismo ultima modifica: 2018-03-19T05:24:03+01:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Evoluzione storica dell’alpinismo”

  1. 5
    Michele Radici says:

    Ho letto con estremo piacere l’articolo che racconta l’evoluzione storica dell’alpinismo, lucida stringata e a mio parere precisa. Perché non prosegui la critica fino ai giorni nostri? Magari proprio in coda allo stesso articolo?

  2. 4
    Lusa says:

    Trovo l’articolo ben fatto. Sintetico ed esaudiente.

  3. 3
    Paola says:

    Un bell’articolo!

  4. 2
    paolo panzeri says:

    Ormai antica storia, ma sempre bella.

    Dice: L’alpinismo diventa spe­cialmente in Italia lo sport dei disadattati: nascono così dal­l’ambiente operaio intere associazioni (Ragni di Lecco, Gruppo Alta Montagna Torino, Pell e Oss di Monza) di fortissimi sca­latori. …….

    Solo una domanda: i Ragni di Lecco nascono dall’ambiente operaio, il Vitali era un operaio? O forse è riferito a prima del suo avvento, quando avevano un altro nome. Non ho mai capito bene quella storia.

    E una opinione: ogni alpinismo è sempre figlio del suo tempo e dare delle previsioni o delle conclusioni risulta sempre una visione molto personale.

  5. 1
    Luca Calvi says:

    Un articolo che vale un libro.

    Un deep water solo nella storia del verticale e del pensiero di chi lo pratica.

    Grazie Capo.

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