Extradiario – 18 – Parete ovest dell’Aiguille Noire

Extradiario – 18 (18-24) – Parete ovest dell’Aiguille Noire (AG 1967-007)
(dal mio diario, 1967; le note in corsivo sono attuali)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

12 luglio 1967. Finalmente il grande giorno. Dopo una notte ai casolari del Tronchey in val Ferret, Gian Piero ed io siamo partiti per “distruggere” Monte Bianco e satelliti. E invece… chi comincia a essere distrutto è proprio il nostro fisico sotto due zaini enormi. In particolare ci troviamo ad arrancare penosamente sull’orlo del ghiacciaio del Fréboudze. Sorpassiamo lo scatolotto-bivacco omonimo e continuiamo verso la capanna Gervasutti, dove arriviamo verso le 19, manco troppo stanchi visto l’inizio.

Alessandro Gogna al bivacco del Fréboudze, 12 luglio 1967.

Passiamo quelle poche ore che precedono la grande battaglia mangiando e dormendo nella comoda capanna. All’una, o giù di lì, scendiamo in ramponi sul pianoro del ghiacciaio, poi cominciamo a salire. Fortunatamente ci sono delle piste, così le seguiamo pedissequamente, sicuri che ci porteranno al Col des Hirondelles. Non so quanto è durata la marcia, ma credo sulle quattro ore, in mezzo alla nebbia pesante. Le piste invece ci portano su un colle alquanto distante dalla nostra meta. Ci tocca così traversare in cresta, con passaggi che se fossero stati previsti sarebbero anche stati divertenti. Facciamo anche una corda doppia. Lo scenario è uno dei più grandiosi delle Alpi, perché ormai ci si vede e la nebbia se n’è andata. La Est e la Nord delle Grandes Jorasses le tocchiamo quasi con mano. Il Glacier du Leschaux ci appare lontano e vicino allo stesso tempo. Gian Piero in un passaggio cretino scivola, picchia di sedere e la sua piccozza vola giù sul nevaio sotto al Col des Hirondelles. Scenderò io a prenderla, mentre lui s’incarica di portare entrambi gli zaini fino al colle. Queste perdite di tempo ci fanno imbestialire.

(In realtà, a oggi, non mi è assolutamente chiaro il percorso che abbiamo forzosamente seguito. Per aver impiegato tutto quel tempo ho il sospetto, ma non la certezza, che abbiamo seguito la facile cresta est-sud-est della cima sud della Pointe des Hirondelles 3525 m, la via Croux-Ravelli-Rivetti, per poi scendere sulla cresta sud-ovest, non descritta in alcuna guida e finalmente raggiungere le puntine rocciose che ancora separano dal gobbone nevoso del Col des Hirondelles, NdA).

La parete est delle Grandes Jorasses

Comunque finalmente siamo al Col des Hirondelles 3484 m, così possiamo dirigerci verso la “traversata” per raggiungere l’inizio del Canale a Ypsilon che sottostà alla parete est delle Grandes Jorasses. Tutto questo per aggirare la testata del ghiacciaio del Fréboudze, non percorribile. La “traversata”, su neve durissima, risulta assai poco convenzionale. Dopo quattro lunghezze di corda, siamo proprio sotto all’attacco della parete. Ci mancano ancora circa 200 metri di canale, mentre per aria cominciano a ronzare i proiettili del primo sole. Questa prima parte di parete non è difficile e porta alla grande cengia (ramo di sinistra della Ypsilon). Da là inizieranno le grandi difficoltà della via Gervasutti-Gagliardone, continue fino quasi in vetta. Il gran canale sotto al quale siamo è molto ripido ed è costeggiato da due costole rocciose. La guida dice di salire su quella di sinistra. Siccome noi ci troviamo ancora a destra del canale, infestato dalle scariche, preferiamo prendere il costolone di destra, per non attraversare il fatidico canale che, di minuto in minuto, vomita quantità sempre maggiori di sassi e ghiaccioli.

(Evidentemente abbiamo fatto tardi, gli errori della nebbia notturna, la traversata di cresta imprevista e il non essere mai stati in quei luoghi ci hanno fatto perdere le ore preziose che permettono, prima che la parete s’indori al sole, di raggiungere la cengia, NdA).

Ci troviamo così ad arrampicare in fessure-diedro, costretti a metere i piedi nelle fessure di fondo, dove scorrono allegri ruscelletti che c’inzuppano completamente i piedi. Poi è la volta di uno strapiombo con cascata che c’infradicia. Ancora una lunghezza del genere, poi vediamo che non possiamo proseguire su questa costola (molto più difficile di quello che appariva dal basso, NdA). Traversiamo così a sinistra sull’altra costola con due tiri di corda memorabili. Il primo è tutto V e VI, nel secondo facciamo una traversata a corda seguita da un’altra più breve. Il tutto flagellati dalle scariche (sicuramente abbiamo scelto il terreno più verticale e difficile possibile, onde essere maggiormente protetti dalle scariche, NdA). Finalmente siamo fuori, sul terreno più facile della costola di sinistra (quella che avremmo dovuto, canale permettendo, prendere subito, NdA). Bagnati fradici proseguiamo per tre lunghezze veloci e arriviamo all’orlo della grande cengia. Sono le 14. Il bivacco era in programma, ma non conciati così. Siamo sopravvissuti ai sassi ma non all’acqua. Troppo caldo, siamo saliti troppo tardi: un disastro. Bivaccare in queste condizioni sarebbe assurdo. Approfittando anche del fatto che le scariche sono diminuite per via dell’ora, decidiamo di scendere a doppie la costola di sinistra (davvero più facile), ritraversare sotto il canale, caracollare nella neve fradicia della “traversata” e raggiungere finalmente il Col des Hirondelles. Solo alle 19 mettiamo piede nella capanna Gervasutti, esausti. Non c’è da mangiare, la notte che ne risulta non è delle migliori. Il giorno dopo scendiamo, abbrutiti, a valle. Ci salutano parecchie scariche dei seracchi del ghiacciaio di Fréboudze. Che però, data la relativa lontananza, non ci danno alcun fastidio.

Il Monte Bianco e la parete est delle Grandes Jorasses

16 luglio 1967. Con Gian Piero saliamo al rifugio Monzino (dove abbiamo occasione di essere spellati vivi) e incontriamo i fratelli Gianluigi ed Eugenio Vaccari con le rispettive donne. Anche loro intenzionati a scalare la via Ratti-Vitali alla parete ovest dell’Aiguille Noire. La notte la passiamo a traversare l’intero ghiacciaio del Frêney (invece che passare dal Colle dell’Innominata ed evitarne una parte), in mezzo a voragini e torri di ghiaccio orrende. Io senza ramponi e Gian Piero senza picca per essere più “leggeri” troviamo discretamente “lungo”. Giunti più o meno all’attacco, lo sbagliamo: perché scegliamo la fessura continuazione in basso del canale tra la Punta Brendel e la Punta Welzenbach della cresta sud della Noire. Risultato: la prima lunghezza al limite delle possibilità e le due seguenti ci convincono che forse abbiamo sbagliato. Con molto dispiacere ritraversiamo il Frêney: nonostante l’ora ne usciamo indenni senza che nulla ci caschi sulla testa o da sotto ai piedi.

17 luglio 1967. I Vaccari hanno gettato la spugna, noi siamo rimasti. Tempo splendido, non vogliamo rinunciare a questa fantastica Ratti-Vitali, 750 metri di pura e grandiosa eleganza. Usciamo dal Monzino alle 3, ben contenti di lasciare (speriamo definitivamente) un posto a noi sì poco congenito. Tutto il tempo prima dell’alba è impiegato per rifare le piste di ieri, gli stessi andirivieni in mezzo ai crepi, senza dover fare, per fortuna, piramidi o usare chiodi da ghiaccio. I Piloni del Frêney sembrano gigantesche fiamme di fuoco, ci sentiamo molto piccoli e riverenti. Sia verso queste immani “forze” della Natura, sia verso quegli alpinisti che hanno osato salire su di là, a partire dai fratelli Gian Battista e Giuseppe Francesco Gugliermina e a finire con René Desmaison e Robert Flematty, passando da Walter Bonatti e sfortunati compagni. Anche il Pic Gugliermina è meraviglioso, vorremmo quasi fare due salite contemporaneamente.

La parete ovest dell’Aiguille Noire de Peuterey

Ancora qualche giro vizioso (con il timore di non poter passare) e finalmente siamo all’attacco, salmodiando moccoli in onore dell’ottima guida Franco Garda che due giorni prima ci aveva consigliati di passare sotto all’Aiguille Croux, mentre ora abbiamo modo di vedere come, passando dal Colle dell’Innominata, si possa risparmiare un bel po’ di tempo. Attacchiamo alle 6. Entrambi ci sentiamo molto bene e rapidamente il primo tiro di corda (IV e IV+) è sotto di noi. Non fa neanche tanto freddo. Il secondo tiro presenta un camino stretto con due blocchi incastrati, per superare il primo dei quali Gian Piero è costretto a mettere un cuneo. Siamo ancora sulla via Boccalatte-Pietrasanta. Poi la Boîte aux lettres, poi una meravigliosa arrampicata fino al canale facile dove le due vie si separano. Interpretando male la guida di Renato Chabod, che del resto era impossibile interpretare in qualche modo, proseguiamo nel canale per parecchio invece di salire subito a sinistra. Siamo così costretti a superare una fascia a muro che ci separa da una zona di rocce facili, sito sotto il tratto in cui dovremmo essere adesso. Siamo di nuovo imbestialiti e ci accaniamo su questo muro, assolutamente non superabile in libera. Ci scappa anche un piccolo volo da parte mia, il che ci convince a giocare d’astuzia. Gian Piero sale un diedro per 15 metri, poi traversa a corda verso sinistra (con due chiodi intermedi) ed ecco che si trova al di sopra del muro. Indi altri numeri acrobatici da parte mia per recuperare i chiodi. Ora ci troviamo sulla via giusta. Oltrepassiamo la vetta di un pilastro, proseguiamo in parete per diedri vari, tutto su una certa difficoltà.

Finalmente siamo sotto i due famosi diedri, il primo in libera, il secondo in artificiale. Ci voleva proprio lo spirito e la concezione di un “ragazzo della Grigna” per affrontare e superare questi tratti. Un Gervasutti, pur essendo senza dubbio in grado di superare il primo diedro, secondo me non avrebbe avuto la faccia tosta di chiodare il secondo, un vero capolavoro di Vittorio Ratti.

Usciti fuori da lì, ci aspettano ancora quattro lunghezze, tutte di 40 metri, che ci portano in vetta. Sono le 17.30. Ci stringiamo la mano. Se non avessi paura di apparire tenero, direi di essere commosso.

Alessandro Gogna sui grandi diedri della via Ratti-Vitali alla parete ovest dell’Aiguille Noire de Peuterey. 17 luglio 1967.

Mangiamo qualcosa, poi scendiamo per la via normale della cresta est. Due anni fa Gian Piero ha salito la classica cresta sud, così conosce la via normale di discesa. Tutto procede bene, se pur con un certo abbrutimento, fino al cosiddetto Gendarme quadrato, dove succede che di luce non ce n’è più. E siccome il mio compagno porta le lenti, per di più scure, non vede più niente. Guarda caso, con gli andirivieni di questi due giorni sul Frêney, le pile sono scariche. Deciso, mi butto giù per un canale qualsiasi. Velo pietoso sul seguito. Sotto questo velo, nebulosamente, si possono intravvedere due alpinisti impegnati in corde doppie orrende, al buio e senza scorgere chiodi in posto. All’1.30 siamo sulla neve vecchia del Combalet (Fauteuil des Allemands), stanchissimi. C’è ancora una specie di crepaccia terminale, poi pendii di 35° e 40° gradi che ci sembrano a 60°.

Alle 2.15 vediamo dei globi di fuoco traversare il cielo da nord-ovest a sud-est. Illuminano debolmente le rocce, la neve e le nostre facce. Probabilmente un satellite artificiale in via di disgregazione? (O altro, mi viene da dire oggi. I globi erano decine e decine, in formazione regolare, come comete rivolte a un obiettivo, NdA). Ne rimaniamo davvero impressionati e temiamo anche di soffrire di allucinazioni. Però poi, sui giornali di due giorni dopo, leggeremo di non essere stati i soli a vedere quel fenomeno. Ma chi ha visto quello spettacolo da una città piemontese non può immaginare cosa fosse vederlo da quella conca a 2500 metri: in quel momento l’Aiguille Noire era diventata Aiguille Rouge.

Dopo un bel po’ di barcollamenti sulle pietraie arriviamo al rifugio Borelli, dove entriamo con gli occhi quasi chiusi dal sonno. Dentro ci sono quattro alpinisti che tra poco partiranno per la via normale. Non li invidio di sicuro. Stringiamo di un buco la cinghia e ci mettiamo a dormire.

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Extradiario – 18 – Parete ovest dell’Aiguille Noire ultima modifica: 2018-09-18T05:26:18+00:00 da GognaBlog

12 pensieri su “Extradiario – 18 – Parete ovest dell’Aiguille Noire”

  1. 12
    Alberto Benassi says:

    ià in precedenti interventi mi sono chiesto se moltissime vie “alpinistiche” servite da comode strade per l’avvicinamento e attrezzate con i chiodi in abbondanza, possano essere considerate alpinismo. Oppure alcune vie a spit con runout siderali possano essere considerate sportive

    Dino non mi sembra che la Ovest della Noire sia “servita da comoda strada per l’avvicinamento” chiodi poi, si ce n’erano ma mica seriali.

    La sede stradale del Freney la ricordo piuttosto messa male…in particolare run bel seraccotto dove al mattino ci passammo sotto per andare all’attacco e nel pomeriggio, mentre eravamo in parete, pensò bene di venire  giù… !!

  2. 11
    Dino M says:

    Condivido il parere di Andrea

    Anch’io penso che l’arrampicata sportiva nelle sue varie forme è un’attività che nulla o poco centra con l’alpinismo.

    Già in precedenti interventi mi sono chiesto se moltissime vie “alpinistiche” servite da comode strade per l’avvicinamento e attrezzate con i chiodi in abbondanza, possano essere considerate alpinismo. Oppure alcune vie a spit con runout siderali possano essere considerate sportive

    A mio avviso non esistono attività di serie A o B, ed eventuali classifiche sono a mio modo di vedere ingiuste e inutili; spesso molti di noi fanno le due cose con grande soddisfazione ed entusiasmo.

    Legittimo e corretto è manifestare il proprio entusiasmo per l’una e/o l’altra.

     

  3. 10
    Fabio Bertoncelli says:

    Per Andrea

    Troverai il brano nell’«Archivio Articoli» del blog alla data del 13 settembre 2016. Tra le righe c’è anche l’indirizzo di posta elettronica di Carlo Crovella, a cui chiedere l’invio del documento PDF (lui ne è l’autore).

    Un altro scritto interessante è «Giusto Gervasutti a settant’anni dalla scomparsa», qui pubblicato il 25 maggio 2016.

    Esiste poi la recente biografia «Il desiderio di infinito. Vita di Giusto Gervasutti» di Enrico Camanni (vedi l’archivio blog alla data del 31 dicembre 2017).

     

    Ma bella piú di tutte è l’autobiografia del Fortissimo, pubblicata l’ultima volta da un “certo” Alessandro Gogna per i tipi delle edizioni «Il Melograno» negli anni Ottanta (era la sua casa editrice! ma quante ne ha fatte in vita sua?).

    Visto che ci sei, scrivi al nostro Gogna una raccomandata a.r. e comunicagli che il popolo esige una ristampa.

    Altrimenti boicottiamo il blog.

     

    Leggi tutto e lustrati gli occhi.

  4. 9
    Alberto Benassi says:

    i racconti di Alessandro, sopratutto quelli dell’inizio , della scoperta, delle prime esperienze anche sulle cose più semplici, ma che all’inizio non lo sono poi tanto semplici. Sono molto belli perchè sanno di pura avventura . Mi fanno tornare alla mente le mie di prime esperienze fatte con nulla. Solo passione, gusto dell’avventura, calzonacci , guanti della nonna e tante cazzate.

    L’ avventura sulla paretina del Sasso Appoggiato al Piccolo Procinto mi è rimasta in mente come la via dell’ Ideale in Marmolada.

  5. 8
    Andrea says:

    Me lo sono perso… 😉

  6. 7
    Fabio Bertoncelli says:

    Vi dirò che l’intervento che mi è piaciuto di piú nel corso della mia storia col GognaBlog è quello di Carlo Crovella (grazie!) pubblicato il 13 settembre 2016 dal titolo «L’unico, il vero, il solo fortissimo», che tratta naturalmente del grande Giusto Gervasutti. Ammetto però che il giudizio è influenzato dalla mia passione per il Fortissimo.
    Vi si trova anche un interessantissimo documento in formato PDF, da scaricare e leggere obbligatoriamente. Chi non lo fa entro il termine tassativo del 30 settembre sarà bandito dal blog.
    Con nota di disonore firmata da Alessandro Gogna.

  7. 6
    Andrea says:

    Sono due mondi diversi.

    Indubbiamente più appassionanti i racconti di alpinismo

  8. 5
    Fabio Bertoncelli says:

    I brani che piú apprezzo del GognaBlog sono:
    1) le memorie di ascensioni del grande Gogna.
    2) i racconti di storia dell’alpinismo, specialmente quello dei pionieri e quello classico (da Paccard e Grohmann a Bonatti e Diemberger).
    Il fatto che ricevano pochi commenti non significa nulla. Si leggono tutti con grande interesse.

    I brani che non apprezzo per niente sono quelli che riguardano l’arrampicata sportiva o di falesia, perché sono attività dove manca lo spirito di avventura.

    Augh! Ho detto.

  9. 4
    Alberto Benassi says:

    Mi sembra di capire che non avete fatto la variante Rebuffat

  10. 3
    Alberto benassi says:

    Anche noi facemmo un errore di percorso nella zona centrale che ci costrinse ad una difficile variante. L’avvicinamento dal colle dell’Innominata. Bellissima salita. Ambiente spettacolare.

  11. 2

    Svariate fonti su internet parlano che in quella data di svariati avvistamenti del tipo citato, “probabilmente frammenti del vettore Cosmo”

  12. 1
    Andrea Parmeggiani says:

    Bel racconto autoironico, come sempre Alessandro!! Mi rincuora vedere che anche i grandi spesso interpretano male le guide 🙂

    Piuttosto non mi è chiaro a cosa ti riferissi riguardo ai globi luminosi…. Ufo?

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