Extradiario – 20 – Una settimana da cani

Extradiario – 20 (20-24) – Una settimana da cani (AG 1967-009)
(scritto nel 1967. I brani in corsivo sono attuali)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(3)

Non ritorno neppure a Genova. Da Torino con Paolo Armando a Milano, dove dormiamo a casa di Ettore Pagani, poi proseguiamo assieme per le Dolomiti, arrivando al rifugio Vazzoler verso le 18.30, carichi come bestie sui lunghi tornanti della jeepabile. Personalmente non avevo mai messo piede in Civetta.

(Paolo aveva posteggiato alla Capanna Trieste la vecchia e ansimante Fiat 500 bianca e subito dopo ci eravamo messi in cammino. Il sole stava indorando la Torre delle Torri, una visione che ancora adesso è presente nel mio cuore. NdA)

12 agosto 1967. Nella notte piove sulla nostra tendina, il mattino è molto brutto. Ettore verso le 11 taglia la corda e se ne torna dai suoi a Ziano di Fiemme. Con molta indecisione noi andiamo all’attacco della via Andrich-Faè alla Torre Venezia e attacchiamo alle 13.30. L’inizio della salita è alquanto scimmiesco, visto che si devono fare degli strapiombi in libera. Un’arrampicata decisamente meravigliosa e sempre libera. Riusciamo a non prendere acqua, neppure in discesa. Arriviamo al rifugio poco dopo le 19.

In arrampicata (odierna) sulla via Andrich-Faè alla Torre Venezia

(Anche se non c’ero mai stato sapevo più o meno tutto quello che c’era da sapere sul Civetta e sulle montagne attorno facenti parte del mito… Con Paolo Armando la cordata era ben collaudata, entrambi desiderosi di realizzare, di conoscere, di bruciare i tempi.
A tanto ardore non corrispondeva un borsellino adeguato. Nel portafogli avevamo solo i soldi per la benzina, avevamo calcolato con tale precisione un tot di km da fare in agosto in Dolomiti che se per caso ci fosse stato in quel periodo un aumento del prezzo del carburante avremmo sicuramente dovuto rinunciare a qualche progetto. Quindi non abbiamo soldi per concederci pasti regolari al rifugio, a dispetto della presenza abbastanza amica di Armando Da Roit come custode. Durante l’inverno avevo riempito un cassetto della mia scrivania di scatolette di viveri vari. Mi vergogno a raccontarlo, ma prevedendo le difficoltà economiche della futura estate e dovendo lottare con quelle primaverili, mi ero risolto a “rifornirmi” a una Standa che si trovava sul tragitto Sede CAI-casa mia: ogni sera mettevo in tasca senza pagare una scatola di qualcosa. Avevo portato il bottino così racimolato a Courmayeur e lì le derrate alimentari erano già state ampiamente intaccate. Ciò che era rimasto fece anche il viaggio per le Dolomiti, ma già al secondo giorno di Vazzoler non possiamo neanche più parlare di “razionamento” bensì di digiuno vero e proprio, NdA).

13 agosto. Dopo una notte di piogge torrenziali, la mattina dopo è ancora fortemente azzardato parlare di bel tempo. Così dubbiosi verso le 12 attacchiamo la via Soldà alla Torre di Babele. Oggi è il bis di ieri, solo che cominciamo a stufarci di fare salire brevi in mezzo a tanti colossi. La Soldà è una salita divertentissima e molto pregevole, ma da sconsigliare a chi è venuto qui con grandi progetti. Tanto valeva allora non venire neppure in Civetta per fermarsi invece in qualche altro gruppo più modesto.

Alla sera incontriamo l’amico Giorgio Brianzi con il fedele Califfo (al secolo Franco Gastaldelli) (nostri compagnoni di serate alcoliche al rifugio SEM dei Resinelli, NdA): sono reduci da un tentativo di via nuova sulla Torre Venezia, condotto con dovizia di mezzi e con tecnica di cordino e di amache. Ci prestano una tenda, così potremo dormire in un ricovero decente, e tralasciare quella da bivacco che abbiamo usato finora. (La tendina, piantata nei pressi del rifugio, ci garantiva appena riparo con tempo asciutto. Il fornellino lo avevamo portato solo per fare il tè, e le poche ore libere dall’arrampicata le passavamo al rifugio a leggere riviste e libri, ogni tanto a parlare con qualche alpinista di passaggio. Alla sera siamo così rosi dalla fame che gli amici s’impietosiscono della nostra miserabile condizione. Con meravigliosa generosità Giorgio, dopo averci offerto da bere, ci regala un sacco trasparente, grande come quelli neri della spazzatura. E’ bello pesante di una quindicina di kg di biscotti per cani, che assaggiamo famelicamente, trovandoli un po’ “gnucchi” ma decisamente buoni e sicuramente nutrienti. Non chiedetemi per quale motivo Giorgio avesse con sé quel sacco, non me lo ricordo. Calcoliamo che con quella provvidenza possiamo sopravvivere almeno una settimana, andando a coricarci la sera con la pancia bella piena. NdA).

14 agosto. Altra giornata di piogge. Alle 15 circa attacchiamo la via Da Roit alla Punta Agordo, dalla quale usciamo dopo un’ora e un quarto di arrampicata demente sotto gli scrosci. Siamo contenti di aver rimediato qualcosa in questa giornata, ma siamo anche un po’ incavolati. Domani attacchiamo la via Carlesso-Sandri alla Torre Trieste, con “qualsiasi tempo”.

15 agosto. Evitiamo lo zoccolo per una cengia, dietro di noi ci sono due ragazzi di Merano. Si chiamano Leo Breitenberger e Karl Glatz. Sono molto simpatici e facciamo immediatamente amicizia. Attaccano per primi, visto che conoscono già il percorso fino alla prima cengia. dapprincipio un bel tiro di corda su roccia grigia ci porta quasi sotto un muretto giallo che, con due staffe e una traversata ci porta su una cengia, proprio sotto al cosiddetto Muro Giallo, che consta di due tiri di corda molto difficili. In effetti qui si sommano tutte quelle componenti che rendono famose le salite dolomitiche, dove il povero arrampicatore non vede l’ora d’essere fuori. Tra l’altro sono due tiri pasticciati, con traversi e strapiombi. Carlesso era veramente un duro. Con un altro tiro siamo dove si separa la via Cassin, poi un facile traverso a sinistra e da lì un’altra lunghezza sul grigio fino sotto a un muro giallo. Altro passo di estrema difficoltà. Siamo così sulla prima cengia. Due lunghezze pressoché completamente in artificiale ci depositano sulla seconda cengia. Da qui ci spostiamo ancora a sinistra verso un altro diedro, splendida arrampicata libera. Poi, dopo un tratto più facile, c’è la famosa placca, che tocca a Paolo. C’è una specie di microscopica clessidra con attaccata una stringa da scarpe, cui bisogna affidare il proprio peso. Il tutto in un ambiente esagerato…

In arrampicata (odierna) sulla via Carlesso-Sandri alla Torre Trieste

Altri due tiri veramente entusiasmanti, poi altra traversata a sinistra. Gran diedro-camino di 40 metri e siamo in una zona di rocce più facili, sul IV grado. Intravvediamo la variante Hasse, ma non vediamo più i nostri compagni che su questo terreno, usando i fiffi, hanno buon gioco. Non troviamo subito il camino finale e siamo anzi costretti a cercarlo. Siamo saliti troppo e dobbiamo scendere un po’. Ma in compenso, una volta trovato, non ci sfugge più. Anche se quello che dei due è da secondo e con lo zaino trova discretamente lungo su questo V e V+ continuo, ne usciamo abbastanza velocemente.

Siamo in vetta, dopo quasi dodici ore di salita. Chissà se riusciamo a non bivaccare in discesa. Ci fermiamo qualche attimo e iniziamo l’ingarbugliatissima discesa. Corde doppie alternate a tratti in arrampicata, il tutto con discreta fretta. Riusciamo facilmente a individuare la lunga cengia orizzontale che dal canalone, traversando tutto a sinistra, evita le tante doppie residue del canalone. Ma all’ultimo comincia a essere buio pesto. Paolo non ci vede più e lo devo aiutare. Finalmente arriviamo alla fine e, inciampando nei sassi del canale, raggiungiamo il sentiero. Alle 22 siamo al rifugio. (Nella notte cominciammo a capire quali potevano essere i danni collaterali di una dieta a biscotti per cani e basta. NdA).

In arrampicata (odierna) sulla via Andrich-Faè alla Punta Civetta

 

17 agosto. Dopo un giorno di riposo, che Leo e Karl impiegano salendo la via Soldà alla Torre di Babele, siamo di nuovo pronti alle grandi salite. Nottetempo ci alziamo e con marcia notturna, dal Vazzoler ci trasferiamo all’attacco della via Andrich-Faè alla Punta Civetta, passando sotto alla Parete delle Pareti. Lungo canalone con qualche passaggino fino all’attacco. Anche qui Karl e Leo ci precedono. (Sono le prime luci dell’alba e ci attende una tra le più mitiche vie delle Dolomiti, quella per la quale Ernani Faè aveva scritto un racconto della prima salita intitolato Al limite del possibile sulla Punta Civetta destinato a rimanere negli annali del mio eroismo mentale. NdA).

La salita della Andrich alla Punta Civetta, stando alla descrizione, potrebbe sembrare monotona. Infatti si svolge tutta nella stessa fessura e non se ne allontana mai. Ma i passaggi di arrampicata sono talmente belli, le strozzature da superare talmente entusiasmanti, che sembra di essere sulla via più varia di tutte. Il famoso passaggio dove Alvise Andrich era volato… lo evitiamo! In compenso subito dopo ci troviamo in una fessura che si dovrebbe salire solo per metà e che invece Paolo sale interamente. Ne risulta un VI per 4-5 metri. Poi entriamo nel camino finale e raggiungiamo i due “tedeschi” (sono altoatesini ma visto come parlano tra di loro…) che ci aspettavano all’uscita. Grandi strette di mano e camminata fino in punta al Monte Civetta. Vicino alla croce tutto frigge, anche i nostri capelli. Fuggiamo verso il basso e nella nebbia arriviamo al rifugio Torrani. Da qui, con la ferrata Tissi, sotto una leggera pioggia, ma senza folgori scendiamo al rifugio Vazzoler. (Alla sera eravamo tutti e quattro piuttosto stancucci. Se non ricordo male il custode ci offrì la cena, da tanta pena gli facevamo. NdA).

 

In arrampicata (odierna) nel Diedro Philipp-Flamm (Monte Civetta)

(Rincuorati da siffatta gentilezza, il giorno dopo decidemmo di poltrire tutta la mattina, anche se di mangiare ancora non si parlava. Stavamo anche finendo gli ultimi biscotti per cani: per fortuna, altrimenti alla fine della settimana ci avrebbero ricoverati. Paolo passò molto tempo a incollare al meglio i propri scarponi Galibier (allora le scarpette erano di là da venire) che si stavano slabbrando in punta. NdA).

Il pomeriggio del 18 agosto, con tutta calma e con bel tempo ci avviamo dal rifugio Vazzoler verso il rifugio Tissi. Poco fa abbiamo assistito al ritorno dei cinque vincitori (dopo tre bivacchi) dello Spigolo della Su Alto, cioè Ignazio Piussi, Alziro Molin, Aldo Anghileri, Ernesto Panzeri e Guerino Cariboni, che dal 15 al 18 agosto 1967 hanno risolto quel gran problema che avevo adocchiato pure io. Veramente una grande impresa (solo 20 chiodi a pressione): un po’ mi spiace, ci tenevo. Ma d’altra parte Piussi, Molin e Anghileri sono scalatori eccezionali, dunque meritavano di riuscire. Mentre camminiamo, avvertiamo nell’aria l’atmosfera delle grandi imprese.

(A non molta distanza dalla Torre Venezia è la Casera di Pelsa, una malga presso la quale pascolano centinaia di vacche. Chissà perché decidiamo di farci una capatina: forse ci era venuto in mente che potevamo chiedere in elemosina un po’ di formaggio e latte. Karl e Leo non ci seguono in questo nostro alpinismo questuante. la nostra deviazione è premiata dai gentili malgari che ci offrono abbondanti libagioni di latte appena munto ma senza assaggi di quei formaggi che purtroppo avevano appena inviato a valle. Ce ne allontaniamo sazi e a malapena, pieni di gratitudine. Ma già ritornati sul sentiero per il Tissi cominciamo a sentire i primi disastrosi effetti dell’abbinamento del latte appena munto con la nostra forzata dieta a biscotti per cani. Un connubio esplosivo. Le nostre pance diventano delle camere a gas letali. Accompagnati dagli odori più putridi oltrepassiamo il Pian de la Lora. NdA).

Nella luce di un tramonto vicino, vediamo la Su Alto, la Cima di Terranova, la Cima dei Monachesi. Siamo calmi, sappiano d’essere preparati e ben allenati. I due di Merano sono più allegri del solito (ci prendono anche in giro per i nostri problemi intestinali, NdA), così quasi senza accorgercene arriviamo al rifugio Tissi, dove vediamo subito, attorno a una grande tavolata, i cinque grandi vincitori, assieme ad altri grandi come Armando Aste e Franco Solina. C’è pure l’anziano giornalista Vittorio Varale. Nella furia gioiosa, discorsi e chiacchiere vanno avanti fino all’una di notte, assieme a grappini senza fine di cui nella confusione beneficiamo pure noi (Ci fu un casino davvero storico, la festa raggiunse il culmine alle ore piccole. Ricordo l’Aldino Anghileri che scherzando rincorreva una cameriera per tutto il rifugio tra le sghignazzate generali. Avevamo in programma di dormire fuori, portare la tenda era troppa fatica, anche perché dopo non sapevamo neppure da che parte saremmo scesi e forse non avremmo potuto riprendercela. In ogni caso, viste le nostre condizioni intestinali, dormire fuori sarebbe stato obbligatorio comunque… Invece il custode ci convince a dormire sul pavimento. NdA). Quindi, sdraiati sul pavimento, cerchiamo inutilmente di dormire. Finalmente l’Aldo, convinto bonariamente dal custode, ha pietà di noi e tutti vanno a coricarsi.

Della via Philipp-Flamm al Monte Civetta avrei voluto fare un racconto un po’ diverso. Dopo lo Scarason, in vetta alla classifica, Paolo ed io siamo d’accordo nel dire che si è trattato della via più impegnativa su roccia pura da noi fatta. Vorrei trovare una nuova tecnica di narrazione di montagna. ma è difficile… forse più difficile che salire la Philipp!

La via di Walter Philipp e Dieter Flamm sulla Quota 2992 m (Punta Tissi) è da tutti venerata come la più difficile delle Dolomiti (a parte le ultime e recentissime vie di Armando Aste e qualche altro di cui non si sa nulla). Dicono che il “Diedro” che caratterizza la via a metà parete, visto dalla via Solleder appaia come qualcosa di veramente impossibile. Sono 1100 m di parete, di cui circa 100 facili all’inizio, il resto tutto V e VI, con pochissimo IV. Solo circa 20 m di artificiale e due lunghe traversate. Finora conta poco più di venti ripetizioni, di cui solo tre o quattro italiane. le notizie sui tempi e sui bivacchi sono alquanto confuse, però pare che almeno dodici cordate abbiamo bivaccato una o due volte. Nella prima ascensione a Philipp erano occorsi due bivacchi, nell’agosto del 1957, dieci anni fa.

In arrampicata (odierna) nel Diedro Philipp-Flamm (Monte Civetta)

19 agosto 1967. Alle 4.00 saltiamo tutti su, assieme a due che andranno alla via Solleder. Colazione: surrogato di caffè e pane con marmellata. Rapidissimi giù per il sentiero, poi meno rapidissimi su per l’orrendo ghiaione. (Paolo ed io quasi ci vergogniamo di confezionare scorregge altrettanto orrende con troppo frequente regolarità, NdA). Facciamo il primo centinaio di metri su per un canalone obliquo a sinistra, al termine del quale ci leghiamo con gli occhi ancora gonfi di sonno.

Io e Paolo abbiamo le idee ben chiare sul Philipp. Insieme, in un futuro non troppo lontano, vorremmo fare delle prime anche più difficili, in ogni caso, anche perché prime, più impegnative. Quindi a noi sì, preme fare il Philipp, ma soprattutto preme farlo bene. E anzi saremmo ben poco soddisfatti se ne uscissimo con gli occhi sbarrati, Leo e Karl, forse più semplici (e meno ambiziosi, NdA) di noi, non pensano a tutto questo e, senza frappor parola, attaccano. Noi però abbiamo una relazione di Marcello Bonafede e Natalino Menegus, molto particolareggiata, tiro per tiro, quindi sarebbe stato meglio che andassimo avanti noi. Ma dopo tre o quattro lunghezze Leo sbaglia e così, all’unanimità, decidiamo che quelli che hanno la relazione, cioè noi, andranno avanti. Arrivare costituirebbe già una salita a se stante, invece siamo appena all’inizio. In qualche punto la roccia non è buona, ma in complesso si va abbastanza bene. Le difficoltà sono sempre sul V e non mollano mai. Rarissimi i chiodi, e noi non ne mettiamo. Siamo alla base del Diedro. I primi due tiri non vanno oltre il limite superiore del V, ma ce n’è già abbastanza. Ora comincia il giallo, l’orrido che da lontano caratterizza il diedro. Esso è obliquo a sinistra, e la parete di destra è continuamente aggettante, costringendo chi sale a trovarsi spesso in strapiombo o a trovare momentaneo riposo sulla faccia sinistra. Ora la salita è veramente difficile. Anche un camino, che a un certo punto s’incontra, è davvero speciale: liscissimo, si rivela molto faticoso. Non parliamo poi per chi ha lo zaino. Dopo il camino c’è un altro tiro al limite. C’è anche un chiodo a pressione. La cosa non mi va giù (sono davanti io) e cerco di passare senza attaccarmi. Ma sì, sto per volare, altro che! Allora scendo un metro, traverso in placca tre metri e inizio a salire una fessura (molto probabilmente quella giusta), ma vedo che non ci sono chiodi. Allora ritorno a destra. In effetti se non ci fosse stato quel maledetto chiodo, sarei passato senz’altro a sinistra. Ma quando c’è una tentazione così forte… Mi assicuro al chiodo a pressione. Una cosa è certa, che io mai l’avrei messo (anche perché non ne abbiamo). Non siamo di quelli che si portano dietro certi attrezzi dove i primi salitori sono passati senza. Comunque imbestialito con me stesso e con quello che ha messo il chiodo, ci monto sopra in staffa e proseguo (oggi aggiungo che non mi ritrovo in quel pensiero, sono più propenso a pensare che qualche appiglietto nel frattempo sia venuto via, non mi va di giudicare, soprattutto dopo aver dato prova di non essere superiore…, NdA). Arrivo al primo bivacco Philipp, un buco veramente poco allettante. Qui c’è un passaggio da vermi. Poi una traversata a sinistra di una quindicina di metri, in opposizione su una lama staccata e rovescia, con i piedi sul niente. Qui ci uscirebbero foto stupende. E’ proprio un peccato che non abbiamo neppure i soldi per le pellicole. Il giallo è finito. Ora c’è il grigio, con un altro tiro molto secco (il 17°). Altro grandioso tiro in traversata, dove Paolo s’impegna con le più delicate manovre. Qui il VI è di casa e non vediamo l’ora di toglierci di qui. Pochi chiodi e cattivi. Ora c’è un tiro di artificiale e riesco in un bel colatoio, dove riesco a bere, riposarmi e beccare una piccola scarica di sassi. Due tiretti più facili ci portano alla base di un ennesimo mostro, dove la relazione parla ancora di VI. In effetti è bestiale, non si sa a cosa attaccarsi, non c’è niente, chissà come hanno fatto a mettere i chiodi! E così avanti per altri tiri, non finisce più, ormai si bivacca, splendido, meraviglioso, speriamo che i camini in alto non siano troppo bagnati…

Il 26° tiro è in comune con la via Comici e ci dà il suo benvenuto con una cascatella d’acqua. Ne usciamo abbastanza bagnati. E così fino in cima, fino al 40° tiro di corda, sul bagnato, nello stillicidio, V e V-, senza mollare mai, con varianti del tipo A1 e V+. Usciamo in cresta al limite della luce, tutti e quattro. Siamo molto stanchi, ma tanto soddisfatti. Al buio in cresta, verso la vetta, incontriamo quelli della Solleder, ci avviamo assieme al rifugio Torrani, dove ci buttiamo nelle cuccette. (Eravamo soli, e alla scarsa luce della candela mangiammo tutto ciò che era stato lì abbandonato, che non era molto, facendo però fatica a distinguere tra tozzi di pane secco e grumi di cera liquefatta e poi indurita. NdA).

L’indomani giù veloci, nella nebbia, al rifugio Coldai. Da lì al Tissi, a riprendere uno zaino, e da lì al Vazzoler, dove arriviamo stanchi morti. Salutiamo i due simpatici meranesi, poi scendiamo anche noi. Listolade, Falcade, Moena, Soraga, un salto a casa dei miei. Alla sera siamo già a Vigo di Fassa a salutare dei miei amici, tra i quali Enrico Pederiva, con il quale il giorno dopo andiamo alla Palestra di san Nicolò.

Gruppo del Catinaccio (Dolomiti Occidentali), dai Prati di Cobleggio sulla Roda di Vael. Foto: Federico Raiser

22 agosto. Per la via Maestri-Baldessari alla Roda di Vael attacchiamo molto tardi, Paolo e io. Da gran signori, verso le 9.15. Fino all’ultimo, di decisione vera e propria non ce n’era, infatti io volevo fare l’Eisenstecken. Comunque, assai di malavoglia, attacco io. Subito, chiodi dappertutto. Un macello. Pare che fino al tetto Toni Egger ci fosse arrivato con sei chiodi. Adesso sono tre lunghezze e mezza a staffe. Ma volendo si sale bene in libera. Chiodi a pressione dove si passa in libera su difficoltà di V grado… A un certo punto ci mettiamo ad andare assieme. Io davanti faccio anche il tetto a questo modo, finché poi mi devo fermare perché ho finito i moschettoni. Così continuiamo su questo campo di battaglia. Solo l’ultima lunghezza, un traverso obliqui a sinistra, è superabile solo per mezzo delle staffe. Sul resto si viaggia in libera o quasi. Non faccio commenti, né sui primi, né sui seguenti salitori, compresi noi.

23 agosto passato ai Massi di san Nicolò, con Paolo, Antonio Bernard, Pietro Menozzi e Renzo Bragantini.

Abbiamo ancora energie da spendere, ma il tempo non è ottimale. Così, dopo aver passato la piovosissima notte tra il 23 e il 24 agosto al rifugio Contrin per la progettata via Vinatzer-Castiglioni alla Marmolada di Rocca, decidiamo di scendere a valle. Lasciamo lì il grosso dell’equipaggiamento, vgliamo tornare la sera stessa. La giornata del 24, tra una pioggerella e l’altra, la occupiamo a salire la via Tissi alla Prima Torre di Sella. L’idea (geniale, NdA) era di schiodarla tutta per farci un po’ di chiodi per poter tirare avanti. Alla sera, ancora brutto. La carta più bassa tocca a Paolo, così sotto alla pioggia si avvia in solitaria verso il Contrin a recuperare lo zaino. Poi la nostra 500 bianca si avvia verso la zona di Cortina, salendo di notte al rifugio Dibona.

25 agosto 1967. E’ la volta del Pilastro della Tofana di Rozes, via Costantini-Apollonio. Dapprincipio non sono soddisfatto d’essere su questa via. Avrei infatti voluto andare alla Cima Scotoni e invece sono qui su questa via… un po’ scontata… però quest’arrampicata non è mica male… e continua, anche… quasi quasi faccio un tiro da primo. Paolo si stupisce, si era ormai rassegnato alla mia apatia. Non esito a definirla come la più bell’arrampicata di quest’estate. Naturalmente non è certo la più difficile, anzi. (Un momento un po’ emozionante è stato nel superamento del caminone finale, bagnato, impegnativo e pochissimo chiodato, NdA).

Leo Cerruti sulla Costantini-Apollonio al Pilastro della Tofana, 1968

Trasciniamo la nostra esistenza da barboni in Lavaredo. Il saccone di biscotti per cani è finito da tempo e così pure la possibilità di rimediare pasti caldi a casa mia a Soraga. Praticamente abbiamo solo più qualche spicciolo e vogliamo fare in modo di non intaccare il gruzzoletto che servirà per la benzina per il ritorno a Torino (ovviamente evitando qualunque autostrada).

27 agosto. E’ l’alba quando attacchiamo la via Cassin alla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo. Ci sentiamo forti e allenati, siamo anche sottopeso per via della dieta forzata. Non ci ferma nulla e nessuno, e a comando alternato, efficienti ed essenziali, arriviamo al famoso traverso Cassin. In cielo non c’è una nube e, quando la montagna ti regala una via del genere con una giornata così, allora ti senti fiero anche senza dimenticare la modestia. Andresti in capo al comando con il tuo compagno. Siamo felici di essere dei Bergvagabunden, anche se sappiamo bene che questa magica estate sta per finire.

Cima Ovest di Lavaredo, parete nord, via Cassin. Il traverso. Foto: Friedl Mutschlechner

E la terminiamo definitivamente in bellezza il 29 agosto, quando ancora una volta assieme saliamo la mitica via Brandler-Hasse alla parete nord della Cima Grande di Lavaredo. Questo itinerario è altrettanto famoso del Philipp al Civetta, impegnativo e difficile per la grandiosità dell’ambiente in cui si svolge, anche se ben diverso da quello della Parete delle Pareti. Oggi questa scalata atletica ed esposta, come tutte, è di certo facilitata dall’uso delle scarpette e dall’abitudine di affrontare in arrampicata libera ciò che una volta si faceva a botte di staffe di metallo una dietro l’altra. Con i metodi di allora (e parliamo di cinquanta anni fa) avevamo raggiunto un’efficienza sistematica tale da poter superare pareti del genere in tempi decisamente inferiori alla media, senza peraltro avere come scopo quello di correre contro il cronometro. Ho ricordi a flash sia della famosa traversata a sinistra in libera che del faticoso rimontare in artificiale dei grandi e continui strapiombi della seconda parte della parete, nella continua preoccupazione di far scorrere le corde e di non arrivare alle soste tirandole allo stremo.

Ezio Comba in arrampicata sulla via Hasse-Brandler alla parete nord di Cima Grande di Lavaredo, 1965. Foto: Gianni Ribaldone

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Extradiario – 20 – Una settimana da cani ultima modifica: 2018-10-27T05:38:15+02:00 da GognaBlog

11 pensieri su “Extradiario – 20 – Una settimana da cani”

  1. 11
    Andrea Parmeggiani says:

    Un’altra pagina di grandi avventure descritte come sempre con grande auto-ironia, da spanciarsi dalle risate!!
    E comunque quando si viaggia con pochi soldi, concordo con gli altri che hanno commentato, si fanno cose che rimangono stampate nella memoria

    Bravo Alessandro!

  2. 10
    Alberto Benassi says:

    più che da cani, direi una settimana da leoni.

    I viaggi per andare  a scalare sono una parte fondamentale dell’esperienza. In fondo l’alpinista è anche un viaggiatore.

    Quante volte sono arrivato la mattina. Brontoli da mia mamma, il babbo che mentre va al lavoro scuote la testa,  una doccia e via a scuola.

  3. 9
    Stefano Casarotto says:

    Stupendi quegli anni da bergvagabunden con mio fratello Momi. Grazie per avermeli fatti rivivere.

  4. 8
    Michele Barbiero says:

    I viaggi/arrampicata fatti a vent’anni, rimangono le mie migliori vacanze di sempre: pochissimi soldi ma tantissimo entusiasmo sono un motore quai inarrestabile!

  5. 7
    Luca Visentini says:

    Rispetto alla cavalcata del 61 sulle Dolomiti di Fassa c’è un abisso d’impegno, c’è la stessa motivazione. Grazie Alessandro, credo che tu ci riunisca.

  6. 6
    Alberto Benassi says:

    bellissimo,  grande atmosfera.

    La Andrich alla Civetta è una gran via. Ricordo ancora il profondo camino terminale tutto bello verglassato.  Ci sembrò più impegnativa della vicina  Aste.

    Della Costantini-Apollonio alla Tofana ho un ricordo indelebile: è stata la mia prima via dolomitica fatta con Frabrizio Convalle.  Arrivati li dalla Toscana con l’A112 di Fabrizio.

  7. 5
    leonio conte Crespano del Grappa TV says:

    Extradiario fantastico , che mi ha coinvolto in quel magico percorso Dolomitico ! ,

  8. 4
    Salvatore Bragantini says:

    Gran bel racconto, che evoca bene l’atmosfera magica di quei giorni, anche se la seconda metà dell’agosto 1967 la vivevo, per la prima volta, da dietro i vetri di un ufficio cittadino. E la cosa mi dava un grande disagio.

    Anche molti ragazzi di oggi vivono le loro avventure, su altre vie e con altri materiali, con lo stesso spirito. Ero al Coldai nell’agosto 2015 quando scendevano i giovanissimi che avevano appena aperto la via degli Studenti sulla NW del Civetta. Nelle loro parole e nei loro occhi ho visto le stesse cose. Possiamo dunque stare tranquilli, ed esserne contenti: quello spirito vive ancora!

  9. 3

    Bellissimo racconto, eppure, letto oggi, si tratta di vie classiche stranote e ripetute, ma l’atmosfera è di quelle irripetibili. La mancanza di soldi fa fare cose che restano nella memoria per sempre. Dico sempre che a fare le vacanze negli hotel 5 stelle non serve a nulla e si dimentica presto.
    Sulle vie, secondo me, la Andrich è poco più dura della Philipp oggi.
    Ho avuto anch’io i Galibier (ricordo certe vesciche..) e pensare di scalarci tutti i giorni su quelle difficoltà mi fa credere che, siccome non c’era di meglio, l’essere umano quando vuole fare una cosa la fa con quello che ha e tutto resta relativo. Se oggi dovessi salire una di quelle vie con gli scarponi, oltre forse a non farcela, mi arrovellerei nel pensiero che esistono le scarpette. E’ un po’ come quando si patisce il freddo solo perché si sa che si potrebbe evitare di patirlo perché ci si poteva portare una maglia in più. Non è solo una questione fisica ma è una questione soprattutto mentale.

    Comunque l’alpinismo senza soldi, e quindi mezzi migliori, è quello vero.

  10. 2
    paolo panzeri says:

    Un tempo non esistevano le falesie e si andava sempre a ripetere vie di tanti tiri di varia difficoltà, viaggiando tanto ogni fine settimana e stando in una zona nelle ferie, ma sempre a bolletta.
    Ora si fanno meno di 10 mezzi tiri e li si chiamano vie e si viaggia sempre, ma forse meno a bolletta.

    Si vagabonda sempre, ma si alza molto di meno lo sguardo e forse non più il cuore.

  11. 1
    Matteo says:

    Grandissima pagina di alpinismo scoreggione.

    Non so mettere le faccine ma sono caduto per terra dal ridere: grande capo!

    …Accompagnati dagli odori più putridi oltrepassiamo il Pian de la Lora…Paolo ed io quasi ci vergogniamo di confezionare scorregge altrettanto orrende con troppo frequente regolarità,

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