Extradiario – 08 – via Buhl alla Roda di Vael

Extradiario 08 – (8-24) – via Buhl alla Roda di Vael (AG 1966-004)
(dal mio diario, scritto nel 1966. In corsivo, note odierne)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

5 agosto 1966. C’è stato un primo tentativo alla Parete Rossa della Roda di Vael (via Buhl) con Enrico Pederiva, interrotto praticamente all’attacco per pioggia. Nello stesso giorno però il tempo non si corrompe del tutto, così con Maurizio Cappellari e Giancarlo Massarani tentiamo la via Schroffenegger alla parete est della Roda di Vael, ma non ricordo più perché siamo tornati indietro. Non paghi, abbiamo allora salito la Diretta alla parete est della Roda del Diavolo.

Il 7 agosto con Enrico Pederiva, Maurizio Cappellari e un altro tizio siamo andati alla ricerca della via Vinatzer ’34 sul Piz Ciavazes (diedro ovest, via Vinatzer-Piazza, luglio 1934), senza riuscire a trovare l’attacco (mancanza di determinazione, pioggia). Il 10 agosto, via Gluck alla I Torre di Sella con Giancarlo Massarani e Massimo Piccirilli.

La Parete Rossa della Roda di Vael: da sinistra, via Eisenstecken, via Maestri, via Buhl, via Dibona

12 agosto 1966. Chi percorre il sentiero che collega il rifugio Roda di Vael con il rifugio Coronelle non può fare a meno di alzare lo sguardo e guardare una parete gialla e strapiombante che mozza veramente il fiato. E’ la Parete Rossa, cioè la parete sud-ovest della Roda di Vael, alta 400 m. Chi non sa delle vie che vi sono state tracciate si limita a contemplare senza parole. Chi invece conosce quali splendide imprese abbiano avuto come teatro quella parete, cerca di vedere le minime incrinature, o una qualsiasi screpolatura che gli permetta di capire dove l’uomo ha potuto passare. Ma dal basso non si vede nulla.

Si è oppressi dalla concavità di quella parete, repulsiva in tutta la sua estensione, di un colore strano e beffardo. Non ha l’aspetto delle brutte e magnifiche pareti nord. Non ha neppure le sembianze della Nord della Cima Ovest di Lavaredo. Quest’ultima infatti presenta moltissimi strapiombi, è forse dello stesso colore, presenta la stessa “impossibilità”; però il suo fascino è basato anche sul suo insieme piuttosto massiccio, sul “corpo” della montagna.

Sulla Roda invece tutto è illogico. E’ la parete per eccellenza, il “muro”. Pare che dietro di esso non ci sia nulla, perché l’insieme è più che altro un’idea di “sospensione”. Inoltre non presenta tetti marcati, tranne in un punto, strapiombando invece in modo continuo dalla base alla vetta senza un punto sul quale l’occhio si possa fermare. L’ho vista per la prima volta sei anni fa, passando con mia madre sotto alla muraglia. Già sapevo della via Maestri, tracciata in otto giorni. Poi sono passati gli anni, ho cominciato il mio alpinismo, ho affinato tecnica ed esperienza. Sono giunto al 1966 con l’intima convinzione che avrei attaccato quella parete con sicure possibilità di successo.

Parete Rossa della Roda di Vael, febbraio 1968: tentativo prima invernale alla via Concilio Vaticano II. Paolo Armando in discesa per la via Maestri

Ecco la storia di questa meravigliosa parete di 400 metri.
Nel 1909 la famosa guida alpina Angelo Dibona intuisce l’importanza della parete e l’attacca sulla destra, proprio dove la lavagna rossa termina in una grande quinta rocciosa. Ne risulta una delle più belle vie di Dibona, poco percorsa e ritenuta dai ripetitori veramente di polso. E’ un IV+ con passi di V. Ma così la parete è ancora inviolata. Sul grande diedro centrale, che termina con l’unico tetto (triangolare) della parete molto prima della metà, si accaniscono parecchie cordate, tra cui il grande Comici. Ma, giunti al tetto, rinunciano, anche Otto Eisenstecken. Il quale, per rifarsi, l’attacca più sulla sinistra, all’estremo limite della parete, tracciando un itinerario tra i più “estremi” delle Dolomiti. Ad oggi quindici ripetizioni, di cui una dozzina con bivacco. La prima invernale appena quest’anno, da parte di due fortissimi arrampicatori di Merano. E’ una salita essenzialmente di arrampicata libera, con parecchi passaggi al limite. Come ho detto, è ritenuta, assieme alla Vinatzer alla Marmolada, alla Esposito al Sassolungo, alla Philipp al Civetta e a poche altre, la più dura delle Dolomiti.

Ma il problema centrale, quello della parete vera e propria, era ancora da risolvere. Lothar Brandler e Dieter Hasse, freschi freschi della loro bellissima prima sulla Nord della Cima Grande di Lavaredo, si pongono in testa di riuscire. Siamo nel 1958. L’anno precedente era scomparso il grande Hermann Buhl sul Chogolisa: così i sàssoni dedicheranno a lui la via.

Quattro giorni di lotta in parete, un accordo atletico perfetto. Una splendida via, logica, d’intuito, che sfutta le piccole fessure e perciò tortuosa e raffinata. Soltanto in un punto Hasse fu costretto a mettere tre chiodi a pressione.

1960. Epoca delle direttissime, anche la Roda ne esige una. La fornisce la cordata di Cesare Maestri e Claudio Baldessari con otto giorni ininterrotti di parete. Usano molti chiodi a pressione, che già nella prima ripetizione verranno ridotti di parecchio. Oggi è una delle salite più ripetute delle Dolomiti ed è veramente una classica dell’artificiale. Attacca nel famoso diedro, già teatro di tutti i tentativi precedenti.

In arrampicata sulla via Buhl alla Parete Rossa della Roda di Vael

Ma la storia non è ancora finita: nel 1962 Bepi De Francesch e compagni tracciano (a destra della Maestri e a sinistra della Buhl) una superdirettissima, quasi completamente a pressione, la via Concilio Vaticano II. Questa salita è anche applicazione di una nuova tecnica in artificiale, studiata dallo stesso De Francesch. I chiodi sono più distanti tra loro, tanto è vero che l’impresa fu compiuta in soli tre giorni. Oggi non è ancora stata ripetuta.

Da ricordare le solitarie di Armando Aste e dello stesso Maestri sulla Buhl (quest’ultimo scese poi per la sua via, sempre da solo) e le salite invernali alla Maestri.

Ma non è certo a questo che sto pensando mentre con l’amico Enrico Pederiva sto salendo ancora al buio sul ghiaione sotto alla parete. La massa leggermente concava ci sovrasta: coì buia non è che faccia meno impressione…

Non è la prima volta che l’attacchiamo. La settimana scorsa avevamo già salito il primo tiro, poco convinti per il brutto tempo. E infatti alle prime gocce di pioggia siamo scesi con una bella doppia.

Oggi il tempo è meraviglioso, il cielo è cosparso di stelle, che già stanno impallidendo al chiarore dell’aurora non troppo lontana.

Saliamo il non difficile camino iniziale della via Buhl e siamo al vero attacco. Ci leghiamo e mi muovo alle prime luci. Questo tiro già lo conosco e non impiego molto ad arrivare alla sosta. Mentre Enrico mi segue, altri due ragazzi tedeschi scelgono lo stesso itinerario.

Non mi dispiace essere in quattro. Tanto più che noto subito che i nostri compagni sanno il fatto loro. Non mi dilungherò a raccontare i particolari della salita. Per fortuna non ho da raccontare avventure paurose o “morbosamente” interessanti. E’ stata invece una salita pienamente goduta, proprio come si sognano le più belle. Quando ne siamo usciti quasi quasi mi dispiaceva e avrei voluto essere ancora un po’ più in basso per prolungare quei magnifici istanti. Avrei voluto trovarmi ancora su quella gialla parete, su quei magnifici ed esaltanti passaggi in libera, in quell’esposizione pura che non si può avere neppure nelle salite più artificiali e strapiombanti. Credo infatti che più sono i chiodi, meno il vuoto si fa sentire. E allora, essendo questa una salita con una non certo eccessiva quantità di ferro infisso, con passi in libera veramente difficili e nello strapiombo leggero ma continuo, credo che l’optimum dell’esposizione sia proprio qui. La vastità della muraglia, l’arrampicare sempre in parete aperta e mai in fessura, contribuiscono alla bella e meritata fama di questa salita, che il compianto Donato Zeni effettuò due volte. Ci troviamo in vetta poco dopo le sette di sera, in pieno tramonto.

Dopo un giorno di meritato riposo, con Renzo Bragantini eccomi ancora sul Piz Ciavazes alla ricerca della fantomatica via Vinatzer-Piazza. Ma va peggio che mai: non riusciamo proprio a individuare un attacco. Il 19 agosto, ultima salita in Dolomiti per quell’anno, tra leggeri acquazzoni, la via Emmerich sul fianco sud-ovest della Torre Stabeler (aperta da Otto Eisenstecken, E. Pircher e H. Egger il 23 agosto 1943). Ero con Maurizio Cappellari. Il quale, dopo, ne ha abbastanza e mi lascia andare a fare da solo la breve via Piaz sullo Spiz Piaz.

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Extradiario – 08 – via Buhl alla Roda di Vael ultima modifica: 2018-06-15T05:00:54+02:00 da GognaBlog

9 pensieri su “Extradiario – 08 – via Buhl alla Roda di Vael”

  1. 9
    Giancarlo Venturini says:

    Un racconto..! come sempre , bello e interessante…è sempre un piacere . Saluti Alessandro…

     

     

  2. 8
    Alberto Benassi says:

    bella la parete della RODA DI VAEL.

    Con dimensioni minori, un pò gli assomiglia la partete sud-ovest del monte Nona , qui in Apuane, anche se la roccia del Nona è ben più compatta. Infatti negli anni 60/70 c’è stato il tripudio del chiodo a pressione.

     

    Sulla Roda di Vael ho salito 3 vie:

    La Eisenstecken.  Poi per errore causa nebbia e rincoglionaggine!  una via sulla linea di fessure e camini a sinistra della Eisestecken (non banale).

    Poi la Rizzi sulla est.

    Mi sarebbe piaciuta la Buhl ma dicono è un bel casotto per le frane.

  3. 7
    Dino says:

    A me è capitata una Guida simile in Oberland. Avevamo fatto il Fiescherhorn e si andava alla Finsteraarnhorn Hutte per il Fiescher Glacier.

    Al mattino in rifugio al Monchhutte avevamo visto una vecchia guida svizzera, con sci antiquati e attrezzatura ( eufemisticamente non moderna) mettersi le ghette. Erano quelle a fascia che usavano gli Alpini nella prima guerra mondiale.

    Ovviamente nessuno disse nulla ma tra di noi ci fu uno sguardo ……. di dubbio.

    Dopo aver sceso i pendii sotto il Fiescher arrivò un bel nebbione; non si vedeva nulla salvo la Guida svizzera. Senza la minima esitazione cominciò a scendere facendo belle e armoniose curve tra i crepacci ( che erano tantissimi). Sembrava che fosse nell’orto di casa sua e andasse a raccogliere l’insalata.

    Noi ci siamo accodati immediatamente e con una sciata splendida siamo arrivati alla Finsteraarhornhutte, seguendo al millimetro la traccia che correva un mezzo a un dedalo. Sembrava avesse i radar.

    Arrivati, nonostante i costi la birra alla Guida è stata doverosa.

  4. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    In quanto al famoso moschettone, ne avevo uno anch’io cosí (anche se non ricordo la marca, ma forse era proprio Charlet Moser).

    Per aprirlo bisognava prima ruotare la ghiera di un quarto di giro (o mezzo giro?) e poi traslare la baionetta verso il basso. Insomma, per un neofita era come per un ladro azzeccare la combinazione di una cassaforte…  Figurarsi Enrico Pederiva, vecchia guida con pantaloni di velluto alla zuava, camicia a scacchi, cappello di feltro e pipa in bocca (e sicurezza a spalla?).

    Anche a me capitarono un paio di simili episodi di arroganza demenziale; anzi, ancor peggio: roba degna di Ridolini.

  5. 5
    Fabio Bertoncelli says:

    Eh, caro Marcello, non ci sono piú gli smargiassi di una volta. O no?

    È anche per questo che bisogna fuggire, per quanto possibile, sugli itinerari dimenticati: per non incontrare certa gente.

    In quanto alla tua cliente, non ti viene mai voglia di sparare?

  6. 4
    Dino says:

    bel racconto bel commento

  7. 3
    giggio says:

    Grazie Marcello, mi hai strappato una bella risata 🙂

  8. 2

    Perdono: guida fassana e non gassana. ‘Sti cazzo di correttori automatici!

  9. 1

    Bel racconto, come sempre.

    Voglio qui ricordare il personaggio di Enrico Pederiva grande guida gassana con cui negli anni ’80 ebbi una curiosa discussione sulla via Maria al Pordoi mentre in due cordate distinte, accompagnavamo i nostri rispettivi clienti.

    Io avevo legata alla corda una bella ragazza, totalmente inesperta ma agile e veloce nel salire. Alla sosta del secondo tiro, mentre fa filare la mia corda, viene raggiunta da un tipo non più giovane, con cappello di feltro calato sugli occhi e pipa in bocca. Io dall’alto le dico che può sganciarsi dalla sosta e iniziare a salire. Il moschettone con cui l’avevo assicurata -lei non era assolutamente interessata ad imparare le manovre tecniche con corda e ferraglia, nonostante i miei sforzi- era uno Charlet-Moser con ghiera a baionetta. Un aggeggio che si lasciava usare normalmente solo da chi ne conosceva il trucco del movimento d’apertura. Infatti era molto sicuro proprio per questa sua apertura di difficile interpretazione e lo usavo volentieri quando, sulle vie di quarto e quinto, dovevo lasciare il cliente in sosta “ormeggiato” a farmi scorrere la corda. Premetto che la maggior parte delle guide non si fa assicurare su queste difficoltà da quei clienti che non dimostrano abbastanza perizia (e interesse, giuro che é così) nel far sicura, perché risulta più pericoloso che non salire semplicemente con la corda libera di scorrere verso l’alto.

    La mia cliente, nonostante le avessi mostrato più volte come aprire quel moschettone, anche questa volta ne era rimasta prigioniera e si contorceva senza esito per aprirlo (la vedevo da sopra dispensandole consigli che puntualmente non seguiva). Ecco che arriva alla stessa sosta il “ceffo” di cui sopra che molto inelegantemente assesta uno spintone di spalla alla bella per mostrarle inequivocabilmente la sua maschia capacità di dominare  ogni meccanismo metallico, ma… Senza alcun successo. Il ceffo tira e torce la ghiera del moschettone che… Non si apre affatto e dopo un po’ di bestemmie alza la testa e mi urla in ladino (che qui traduco direttamente) “ma con che cazzo di ferri vai in giro te, guida moderna del piffero!”

    Io senza scompormi gli dico scandendo bene le parole “abbassa e ruota dolcemente la ghiera verso destra finché non sentì un click”, cosa che lui fece bofonchiando qualcosa di poco comprensibile e la ragazza fu libera di salire. Ovviamente lasciando il moschettone alla sosta. Al che il ceffo, apostrofandola con parole irripetibili, le ricordó che doveva prenderselo e darlo alla sua guida dicendole di buttarlo nel cesso.

    La bella mi raggiunse e volammo…in cima a berci una birra, contemplando la massa informe di turisti giunti in cima con la funivia, e qualche bella montagna resa anonima dalla foschia del mezzogiorno estivo. Di lì a poco sopraggiunse il ceffo che, tra gli sbuffi di fumo della pipa che si era riacceso,  mi chiese di dove ero, come mi chiamavo e che il suo nome era Enrico, mentre mi dava una stretta di mano che ancora ricordo.

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