Fifa nel Pacifico

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment**

Fifa nel Pacifico
(Da Makatea, nel cuore della Polinesia, un film)
di Marco Preti
(pubblicato su Rivista della Montagna n. 123, ottobre 1990)

Un ventaglio di luce attraversa obliquamente la camerata ancora buia e va ad illuminare la zanzariera dentro la quale Lucas dorme raggomitolato sognando granchi, appigli e pescecani. Fuori gli uccelli tropicali hanno ripreso a rincorrersi pesantemente sui rami e sul tetto della marie. Mi giro nel letto; richiudo le palpebre con la speranza di poter cogliere, in questi attimi di attività sofrologica, qualche pensiero appena sbocciato. Se esiste un “moment donné” per ogni cosa, per seminare, per imbottigliare o per far l’amore, ebbene i primi istanti del risveglio sono i più adatti per pensare. Lascio quindi che sonno e veglia, logica e oblio interloquiscano tra loro alla ricerca di una sintesi dei miei pensieri. Che strana idea quella di fare un film underground… Eppure, quando lavoravo al soggetto e alla sceneggiatura, mi sembrava talmente geniale la storia di un climber cannibale interpretato da Stefano Finocchi… Un film che raccontasse la storia di un selvaggio, una specie di Venerdì che si vede arrivare nella propria isola Robinson Crosuè armato di corde e moschettoni. Il cannibale-climber preferirebbe una partitella a calcio piuttosto che un’arrampicata… Lui, solo, dimenticato, ripudiato dal mondo come un Minotauro gentile accetterà volentieri la sfida con la montagna, ma nulla potrà nei confronti della più bieca e irriverente delle necessità: la fame. Per questo, seppur tra molti scrupoli, il cannibale finirà per accettare la mano di Paul (Pierpaolo Preti) mangiandosela. Ma dentro il selvaggio resterà l’emozione della scalata fatta di gesti che nascono dall’armonia panica e dalla sua estetica. Quindi il film aveva mire precise: combattere ogni elemento retorico che tiene ancorato filosoficamente l’alpinismo tradizionale al mito romantico del super-uomo. I bersagli del film saranno quindi rappresentati dalla purezza d’intenti, dal rigore etico, dall’altruismo, dalla modestia, dalla sincerità e da uno stile aulico che strappa gli applausi ai festival di montagna.

Sarà un film provocante, grottesco e, soprattutto, controcorrente. Ma può davvero l’ironia (intesa alla Warhol, come temperatura emotiva) essere in grado di corrodere lo stereotipo dell’alpinista? E gli ingredienti del teatro e del cinema grottesco, quali il cinismo, il paradosso, l’ironia e la bizzarria, così difficili da esprimere e da digerire, cucinati tutti assieme, a che film-polpetta daranno mai vita? Fifa nel Pacifico sarà una storiella indigesta, che rivolterà lo stomaco dei benpensanti dell’alpinismo…

Ormai sono sveglio. Scosto la zanzariera e cerco le ciabatte finite tra le corde e il materiale da roccia. Mentre carico la caffettiera, un enorme scarafaggio tenta la fuga dal barattolo dello zucchero scappando giù dalla gamba del tavolo. Però me ne accorgo, lo raggiungo con la punta del piede e… sgnecc. La carcassa nera ora giace con le zampette all’insù. Prendo la mira e piazzo un calcio di rigore perfetto che s’infila nel buco centrale della porta (la stessa da dove ogni notte entrano i topi). Spalanco le finestre al nuovo giorno mentre nel cortiletto della scuola gli allievi del maestro Eugene, in fila indiana, si stanno lavando i denti prima d’iniziare la lezione.

Svegliati dalla luce accecante e dal caffè che eruttando fa sobbalzare il coperchio della moka, i miei compagni si alzano stiracchiandosi pigramente. Luca scivola fuori per primo dal letto e con il pisello che gli ciondola dai boxer va ad accendere lo stereo.

Terminata la prima (e unica) colazione, esco con il rotolo della carta igienica sotto braccio e m’infilo nel boschetto dietro casa. È così che inizia ogni giornata qui a Makatea… Quindi il “bello” potrebbe nascere dalla fusione tra efficacia in arrampicata e bellezza naturale della parete… Una specie di mimesi dell’estetica antica, secondo la quale il “bello” doveva necessariamente ispirarsi alla natura…

Metto due sassi sotto i talloni, calo le braghe e scompaio dietro le foglie di filodendro. Ma come può una scalata fatta di spostamenti da un appiglio all’altro essere bella come un fiore? Ma, se fosse vero che non c’è arte se non per (e attraverso) gli altri, che cavolo d’artista è mai lo scalatore? Questo essere, introverso o estroverso che sia, altro non è che un “pazzoide” trascendente cui pare del tutto lecito poter giocare con la propria vita così, per sport. Uno scalatore appeso alle mani sotto uno strapiombo, con la corda che serpeggia libera nell’aria, probabilmente non sta cercando di compiere qualcosa d’artistico, ma lo fa, suo malgrado. Nei momenti topici di una scalata, infatti, l’io corporeo svanisce e lo scalatore si trasforma in una semplice, effimera presenza spirituale. Egli sale verso l’alto perdendo le normali nozioni spaziotemporali. I secondi si dilatano fino a sembrare interminabili così come gli appigli microscopici tendono a ingigantire sotto l’ossessiva attenzione imposta dalla concentrazione fin quando lo scalatore non solo è in grado di vederli, ma li può addirittura studiare e utilizzare per la progressione. Per questa capacità non squisitamente tecnica di sapersi adeguare alla roccia, di essere a ogni passaggio sempre nuovo eppure sempre uguale, per questo ritmo vitale che l’arrampicata sembra sprigionare ad ogni movimento, per la creatività di quest’azione pura nella natura e in noi stessi, credo si possa affermare che la vera arrampicata è arte. E come tale non deve avere fini e non deve lasciare traccia alcuna, come il volo di un uccello nell’aria o la scia di un pesce nell’acqua. Nel boschetto alle mie spalle iniziano a giungermi inequivocabili rumori: è Stefano (il cannibale del film) che sta rispondendo ad altri (e ben più coinvolgenti) bisogni quotidiani.

«Senti Marco, che scena dobbiamo girare oggi?». «Dovrai scalare Stone ish, ricordi? A proposito, come stanno le tue ferite?». «Insomma… Mi bruciano! Senti, quando hai finito, tirami il rotolo della carta igienica».

Un’ora più tardi siamo tutti e otto con il naso all’insù ai piedi della falesia. Infilo la cinepresa nello zaino, aggancio le maniglie e inizio a risalire la corda che penzola dall’enorme strapiombo. Ben presto mi trovo a 20 metri d’altezza. Mentre oscillo nell’aria, sospinto dalla brezza mattutina che soffia dall’oceano, un gabbiano mi vola intorno incuriosito. L’acqua ribolle sotto di me, infrangendosi sulla barriera di calcare corallino. Riprendo a salire con movimenti ritmati dal respiro. Cerco di evitare ogni scossone. Guardo in su, ancora 20 metri mi separano dal bordo superiore della grande grotta. La corda ancorata ieri sera con una certa fretta sfrega pericolosamente sullo spigolo tagliente di calcare. E se si tranciasse all’improvviso?

Scaccio ogni pensiero liberando la mia mente dai sinistri rumori della corda. Le voci dei miei compagni, ai piedi della parete, mi giungono lontane, ovattate dalle urla dei gabbiani e dalle pulsazioni del cuore che mi batte nelle orecchie. E se la corda dovesse tranciarsi? È incredibile come in questi attimi si abbia una precisa percezione della propria esistenza. Allora si avverte un altro enorme vuoto: la solitudine. Non si tratta tuttavia di un sentimento freddo o disperato, al contrario! Sentirmi solo mi riempie di una gioia mitica che si espande nella sua assoluta intimità. Il mio spirito non è più in rapporto con l’immanente (Dio o il bene di Platone), ma direttamente con me stesso. E rischiare non è un atteggiamento ostile alla vita, anzi. Mettere in palio la posta più grande sembra inneggiare paradossalmente ai massimi valori della vita senza alcun sintomo di decadenza o nichilismo.

Si tratta di un’esperienza leggerissima, di un’opportunità rara di cui disporre per poter immaginare il nostro essere e capire che la nostra vita sulla Terra altro non è che un mero prodigio. Nella coscienza di non poter assurgere al divino, lo scalatore tenta il superamento spirituale della quotidianità, e non importa se per farlo bisogna rischiare la vita. Sono ormai alle ultime bracciate. Le mie jumar filano come treni verso l’ancoraggio. Sono in salvo. La calza della corda, sfregando dietro uno spigolo, si è parzialmente sfilacciata, ma ha tenuto. I miei compagni sono già tutti pronti, e io posso montare sull’impalcatura d’alluminio da cui girerò le immagini della scena n.19: “II cannibale sull’8a alla sua prima esperienza d’arrampicata e, naturalmente, on sight”.

Fisso la cinepresa a un chiodo in modo da poterla manovrare quasi fosse sul cavalletto. Nel mirino metto a fuoco la faccia truccata con il cerone di Stefano Finocchi (il cannibale), che aspetta impaziente un mio gesto per iniziare a scalare. Mi tolgo dalla cinepresa, m’asciugo la fronte e grido a Stefano le ultime raccomandazioni: «Arrampica peggio che puoi. Sei un cannibale che scala per la prima volta in vita sua… Cerca di usare i piedi il meno possibile. Voglio vedere solo delle grandi trazioni, nient’altro! Poi, ricorda di fare molte smorfie con la faccia. Devi far vedere che lo sforzo è tremendo. Hai capito? E poi arrampica il più veloce possibile e usa gli stessi appigli, così sarà più facile per il montatore del film!». «Ah, ma?!» risponde Stefano appeso a testa in giù al primo chiodo del tetto, «che altro devo fa’? I piedi non li posso usare, devo fare le smorfie, usare gli stessi appigli e devo pure correre…».

Verso le 17 le riprese sono terminate. I ragazzi sfilano le corde e se ne vanno dalla falesia fumando e chiacchierando nell’ombra del grande strapiombo che si apre sotto di me. La brezza del pomeriggio rende meno insopportabile la sete.

All’orizzonte le nuvole si lasciano cotonare dal vento in bizzarri pennacchi che il sole colora poi con riflessi malva e porpora. Improvvisamente il vento si placa. Il silenzio ora si è fatto assoluto; il pomeriggio polinesiano pare trattenere il fiato. Di fronte a me l’Oceano Pacifico sembra aver straripato oltre gli argini dell’orizzonte. Anche il sole s’è lasciato inghiottire dall’evento della sera lasciando una lunga cometa arancione nel cielo indaco. Ora davanti a me c’è l’infinito. Nessun rilievo, nessuna montagna può più sbarrare la corsa della mia speranza o far rimbalzare indietro la mia fantasia. Un’atavica tranquillità emotiva ha ormai allagato la mia mente e non mi serve più pensare per uscire dal corpo. Mi basta respirare lentamente e seguire con stupore il mio spirito che, liberatosi dalle catene del modernismo antiromantico, fugge dal labirinto dello scetticismo e lungo i sentieri dell’aria corre verso il sole.

Ma come in ogni sogno proibito, presto mi ridesto. Mi ritrovo seduto sull’orlo della falesia. La roccia sotto il sedere s’è fatta tagliente. Non resta che ridiscendere. Infilo la corda nel discensore mentre il mare sembra essersi incazzato all’improvviso riprendendo a infrangersi rumorosamente contro la barriera corallina.

Nota. Il film Fifa nel Pacifico di Marco Preti (http://www.marcopreti.com/MP/CV.html), 16mm,  fiction di 30 minuti in Polinesia, è stato premiato  al festival Internazionale di Torellò (Spagna) quale miglior film di avventura. Produzione Canale 5.

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Fifa nel Pacifico ultima modifica: 2018-02-04T05:11:13+02:00 da GognaBlog

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