Frammenti di una discesa amorosa

Chi parlerà mai più d’amore in quest’era razionale e computerizzata? Aveva senso spiare le chiappe oltre gli spessi veli dei romantici pantaloni alla zuava? Dobbiamo chiederci il perché e il percome d’ogni bacio e carezza?

Per innamorarsi ci vogliono delle «bonnes motivations» come per scapicollarsi dai ripidi couloirs, o basta la laurea in semiologia e filosofia? Confesso la mia totale ignoranza sull’argomento.

A Giovanni (Cenacchi) piace invece far domande impossibili e pertanto innamorarsi, si compra i verbi giusti nell’emporio dei sinonimi, decifra i geroglifici lasciati sulla neve da due sciatori innamorati. Il suo è il classico articolo, o amato lettore, che tu non leggerai il primo giorno che il nostro «Dimensione Sci» sarà nelle tue munifiche mani.

Ma è questo il bello di fare gli «annuari», ci si sottrae ai mondo dell’«usa e getta», dell’effimera attenzione d’un mensile che dopo sole sessanta soste alla tazza del cesso va sostituito anche se soltanto leggiucchiato malamente. Siedi tranquillo, lettore, le nostre copertine, lucide e impermeabili, possono resistere un anno intero, pure appoggiate sul bidet (Redazione Rivista della Montagna, probabilmente Andrea Gobetti, gennaio 1987).

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort***, disimpegno-entertainment***

Frammenti di una discesa amorosa
di Giovanni Cenacchi
(pubblicato su Rivista della Montagna n. 82, Dimensione Sci, gennaio 1987)           

Le Alpi d’inverno. Una montagna immersa nel gelido silenzio del mattino. Tra due alti bastioni di roccia un largo canalone scende dolce ma con decisione verso il verde maculato di bianco del bosco.

L’immagine
Più in alto, quasi a ridosso della roccia, un uomo e una donna sono fermi sul margine del pendio: il colore vivace del loro sci contrasta violento sul bianco accecante.

La donna comincia a scendere mentre l’uomo resta immobile ad osservarla. Curva dopo curva, la donna raggiunge un punto riparato da cui può tuttavia scorgere il suo compagno che, appena la vede ferma e rivolta verso di lui, comincia a scendere nella stessa direzione.

I due si riuniscono nuovamente e sostano un poco. La scena si ripete ancora fino alla fine del pendio.

La sentenza     
Durante una gita invernale tra due innamorati, l’esecuzione della discesa si trasforma in un discorso amoroso. La traccia, lo scenario, i gesti e gli eventi della discesa diventano gli strumenti che alludono all’amore, lo esprimono, lo comunicano.

Il discorso amoroso, nella forma di questa manifestazione, si sostituisce al dialogo, scambia l’ascolto e la parola con la comprensione e la spiegazione, stimola l’immedesimazione, confonde in un’unica essenza il soggetto amante e l’oggetto amato.

La montagna    
Paradossalmente, anche se la discesa avviene in montagna, l’attenzione degli innamorati si distoglie da essa. L’inumanità della montagna vanifica le condizioni dell’amore. Nelle montagne non ci si può immedesimare; le montagne non si possono amare, cioè comprendere: da esse si può solo essere sedotti, coinvolti nel gioco delle differenze.

L’innamorato, invece, non vuole altro che circoscrivere uno spazio comprensibile e tessere all’interno di questo un discorso amoroso. Perciò la montagna scompare d’incanto e l’universo si restringe fino alle dimensioni dello spazio comprensibile, il pendio che contiene il discorso amoroso, un territorio interiore evocato dagli innamorati per costruirvi un reciproco linguaggio. Per le montagne, oggetti inspiegabili umanamente insignificanti, è necessaria un’altra scena: quella dell’impresa, dell’impegno, dell’enigma. Con gli oggetti inesplicabili si dialoga nel linguaggio dell’enigma; l’enigma è il percorso scelto dallo sciatore su un pendio impegnativo: è possibile scendere da lì?

Questo linguaggio enigmatico non è proprio dell’età dell’amore, ma di quella del rischio. La sua forma è quella del dialogo.

Davanti all’enigma della montagna, l’impossibilità della spiegazione, lo sciatore pone quello di una discesa sicura, l’impossibilità della catastrofe. La montagna pagherà il prezzo di questo dialogo sacrificando una parte della sua inspiegabilità: un pendio sulla sua superficie viene disceso, spiegato realizzando senza incidenti una discesa progettata. Lo sciatore pagherà il prezzo di questo dialogo sacrificando una parte della sua spiegabilità: rischiando, effettuando un gesto eccezionale, si renderà inspiegabile di fronte al senso comune della conservazione dell’umanità.

La montagna si umanizza un poco, lo sciatore si disumanizza un poco, il dialogo è possibile. Nello sciatore innamorato, invece, alla reciprocità del dialogo si sostituisce l’alternata univocità del discorso amoroso. Uno per volta, senza sfida. Sparisce il dialogo, spariscono le montagne.

La scia     
La traccia della neve non è più la frase del soggetto nel dialogo con il pendio della montagna, ma il segno duraturo della comunicazione amorosa.

La scia è come un nastro magnetico su cui sono registrate le frasi del discorso amoroso, può essere osservata due volte, riesaminata. Nuovamente riuniti, gli innamorati spesso si voltano e guardano a lungo la scia. La propria, per cercare i possibili errori. Quella dell’altro, per meglio decifrarla.

Per questo motivo la scia è come una lettera d’amore, di cui gode lo stesso meccanismo di dichiarazione che esige una risposta, in mancanza della quale la pena è l’estraniamento, la dissoluzione del discorso. «Essendo desiderio la lettera d’amore attende la sua risposta; essa ingiunge implicitamente all’altro di rispondere: se questo non avviene la sua immagine si altera, diventa altra».

Premere, ruotare, distendere…        
I gesti dello sciatore. I movimenti dell’innamorato sfuggono alla scena del rischio e si trasformano in funzione della comunicazione amorosa.

Lo sciatore libera i suoi gesti dal vincolo della necessità (la discesa difficile), e affida loro il nuovo compito di dichiarare l’amore, la tenerezza, l’attenzione all’altro/a che osserva. La cura maggiore sarà per la bellezza, che l’innamorato cercherà di tradurre dimostrandosi esuberante. «Quando il dispendio amoroso viene continuamente riaffermato, senza freno, senza soluzione di continuità, si verifica quella cosa splendida e rara che è uguale alla bellezza: l’esuberanza è la bellezza. La cisterna contiene, la fonte trabocca».

Lei cade   
Guardo preoccupato, lei potrebbe essersi fatta male, tengo a lei, mi sento responsabile. Corro da lei, attento, ma più veloce possibile. Noncurante dello stile. Lei non può vedermi. Muore così la possibilità del mio discorso?

La comunicazione si interrompe e il discorso rovina in un dialogo di cui lei, cadendo, ha pronunciato la prima frase. Fuori dalle regole.

Forzare le regole concerne la dialettica, la seduzione, non l’amore. Per fortuna, tutto questo non accadrà. Anche se lei non può vedermi, nella mia corsa affannosa resto comunque un amante osservato perché il nostro reciproco amore diventa un osservatore indipendente dai suoi occhi. Anche se lei non vede, il nostro reciproco amore mi spinge a mostrarmi ad esso nella scena del gesto eccezionale necessario a soccorrerla.

lo cado
Sono impegnato in una serpentina. Lo sci a valle cede e io rotolo nella neve profonda. Mi arrabbio, incolpo gli attacchi o uno scarpone che si è aperto. Sono caduto, ho reso imperfetto il discorso. Ho comunicato o espresso qualcosa che non volevo.

In realtà lei, in basso, mi guarda dolcemente e forse, grazie alla mia caduta, ha voglia di abbracciarmi. Inusualmente.

Ho variato il programma del mio discorso con un evento imprevedibile. Lei mi osserva stupita. Il nostro reciproco amore mi osserva stupito.

Non spero in altro che nel suo abbraccio affettuoso, gesto che viola il suo copione quasi nella stessa misura in cui io ho violato il mio. Quasi, ma non altrettanto. Il suo abbraccio sarà gradevole, ma mi ripeto in segreto che un’altra caduta potrebbe significare una brutta figura, una nuova violazione a sorpresa del discorso il cui solo prezzo possibile sarà l’imbarazzo, il dialogo o un comportamento disincantato.

La scenata        
Uno degli innamorati cade per cinque volte nella neve profonda. Dopo l’ultimo capitombolo si rialza e si arrabbia con l’altro: «Non ce la faccio più! Dove mi hai portato! Questa discesa è troppo lunga e difficile per me!».

All’orizzonte del discorso amoroso si profila la nube oscura della scenata. «Quando due soggetti litigano seguendo uno scambio ordinato di repliche in vista di avere l’ultima parola, significa che sono già sposati: la scenata è per loro l’esercizio di un diritto, la pratica di un linguaggio di cui sono comproprietari; ciascuno a suo turno, dice la scenata, il che vuol dire: se tocca a te, tocca anche a me, la cosa è reciproca. Questo è il significato di ciò che si chiama eufemisticamente il dialogo: non già l’ascoltarsi l’un l’altro, ma assoggettarsi in comune a un principio egualitario di suddivisione dei beni di parola». Ricompare la montagna, cioè l’oggetto inspiegabile («questa discesa è troppo difficile per me!»): con essa riappare il dialogo, e svanisce il discorso amoroso.

Ma «i partner sanno che la contesa a cui danno vita, e che non li separerà, è inconseguente quanto può esserlo un godimento contro natura». Per un attimo uno degli innamorati rimpiange in cuor suo l’età del rischio. Un attimo dopo, binocolo alla mano, cercherà nel canalone una linea di discesa abbastanza dolce per riprendere il discorso interrotto.

Bibliografia
Jean Baudrillard, Le strategie fatali, Feltrinelli.
Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi. 

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Frammenti di una discesa amorosa ultima modifica: 2017-11-23T05:28:39+02:00 da GognaBlog

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