Gabito

Gabito
di Marco Furlani
(3 marzo 2020)

Nella contrada di Salè, poco sotto a dove abitavo, di fronte al grande portone dei Rensi, c’era la casa dei Piffer. Era grande, con le pareti di sasso a vista. Lì abitava Elio, forte alpinista, con i suoi fratelli Mauro, Franco e Claudio, mamma Natalina e papà Ferruccio. Il padre non mi vedeva di buon occhio perché diceva che ero colpevole di aver attaccato il male “de nar su per i crozi” ai suoi figli Elio e Franco, passione che non condivideva assolutamente.

Ci sono uomini che passano nell’universo alpinistico senza fare rumore, quasi di soppiatto, eppure sono stati figure di prima grandezza. Così è stato per Franco Piffer, detto Gabito. Con Franco era proprio bello andare a scalare montagne, forte generoso e sempre ben allenato, liberista eccellente e fantasioso artificialista.

Franco Piffer con il suo bellissimo furgone Bedford. Foto: Marco Furlani.

 

Ci trovavamo ad allenarci sui piloni di sasso della ferrovia Valsugana, un tempo efficace palestra per i trentini. Nella pausa pomeridiana andavo sempre a correre e a fare ginnastica nel bellissimo parco di Goccia d’oro vicino all’ospedale S. Chiara, poi mi fermavo con lui a girare attorno ai piloni per rinforzare le dita. Franco era di poche parole e mi stupì un giorno dicendomi: “Continuo ad allenarmi ma non trovo quasi mai compagni per arrampicare”. Detto fatto ci accordammo e fu subito una rivelazione: ci trovammo bene e in quella grande stagione del 1986 arrampicammo molto insieme e nacque una grande amicizia.

Insieme, iniziammo con una delle prime ripetizioni della via Mescalito alla Rupe Secca e la terza salita della via dell’Anniversario al Brento nella valle della Sarca. All’inizio di giugno facemmo la quinta ripetizione assoluta della Direttissima Piussi-Redaelli alla Torre Trieste sulla quale beccammo due giorni veramente freddi. Dopo aver superato il passaggio noto con il nome di calcio della pistola, la grande conca strapiombante e la maggior parte del pauroso diedro superiore, bivaccammo sotto la neve su di un esile terrazzino quasi alla fine delle difficoltà.

Il Gabito richioda gli strapiombi franati sulla Cima Ovest di Lavaredo, via degli Svizzeri e degli Scoiattoli. Foto: Marco Furlani.

Il secondo giorno mentre mi stava raggiungendo a una sosta (che chiamarla sosta era proprio un vero eufemismo) effettuando un difficile traverso, Franco si fidò di un chiodino in loco che ebbe la pessima idea di sfilarsi e così fece un volo di qualche metro in traversata su di un vuoto da mal di stomaco. Mi raggiunse e con la calma che sempre lo distingueva anche nelle situazioni più critiche, controllò la corda che si era seriamente lesionata sfregando su di un tagliente bordo di roccia, la tagliò e continuammo fino in vetta sotto la neve.

Avendone abbastanza di freddo, andammo una settimana al caldo di Finale Ligure, dove trovammo la compagnia di Walter Vidi, una guida alpina che era con un gruppo di amiche arrampicatrici: dimenticammo in fretta il freddo e i fulmini presi sulla Trieste e ci divertimmo un mondo sulla bella e calda roccia del Finalese fra bagni, arrampicate, bevute di birra, sole e ancora di più…

Franco Gabito Piffer sugli strapiombi della via degli Svizzeri e degli Scoiattoli alla Cima Ovest di Lavaredo. Foto: Marco Furlani.

Un’altra grande avventura la passammo sulla via Direttissima degli Scoiattoli e Svizzeri alla Cima Ovest di Lavaredo. Salimmo fino al vertice massimo dei grandi soffitti centrali quando ci accorgemmo che l’ultimo di questi era crollato portandosi dietro una decina di metri di parete con relativi chiodi. Provò prima Franco, dopo io e poi ancora Franco, ma non avevamo i chiodi giusti, ci guardammo sconsolati appesi nel vuoto più assoluto. Bisognava ritornare. La cosa non era semplice da quel punto perché eravamo cinquanta metri nel vuoto e a duecentocinquanta da terra. Stavo male solo al pensiero. Franco calmo mi guardò e disse: “Sa vot che sia!”. Lo assicurai mentre, in artificiale, arrampicava a ritroso i primi tetti. Si fermò e fece sicurezza a metà ed io lo raggiunsi sempre arrampicando all’indietro, poi rifece l’altra metà ed una volta giunti sul terrazzino alla base dei grandi strapiombi ci calammo in doppia alla base. Appena toccata terra guardò all’insù quell’immenso oceano giallo e borbottò sconsolato: “Qui io non ci vengo più!” Ci volle tutta la mia influenza per convincerlo, promettendogli una lauta cena se avessimo riprovato, magari con successo. La domenica successiva ci trovammo di nuovo all’attacco e con l’attrezzatura giusta: Franco richiodò il pezzo franato e uscimmo da quello strapiombo gigantesco. Salimmo sempre su parete ancora gialla dove un’altra piccola frana ci sbarrò ancora una volta la strada. Franco la superò a passo di carica e, una volta prese le placche nere, procedemmo veloci per la via originale fino in cima.

Franco Piffer in una foto molto recente

Una domenica mattina di gennaio 1987, andando con gli amici di Povo a fare cascate di ghiaccio, nel raggiungere l’attacco, scivolò banalmente sbattendo violentemente il capo. Lo portarono d’urgenza a Verona dove rimase trentasette giorni in coma profondo. Si risvegliò e dovette ricominciare tutto da capo. Ce la fece anche quella volta e penso sia stata la via più dura di tutta la sua carriera.

Una di quelle notizie che non vorresti mai sentire è arrivata come un pugno diritto allo stomaco: Franco è stato trovato senza vita dal fratello Elio, a casa sua, per un arresto cardiaco, il 15 febbraio 2020. Lo avevo visto poche settimane prima a una cena a Povo dall’amico Giorgio, assieme a tanti vecchi compagni di cordata della mitica e leggendaria scuola di Povo. Nato il 4 novembre 1960, a 59 anni era da pochi giorni in pensione: era contento ma, come del resto in tutta la sua vita, anche questa volta non è stato fortunato.

E come sempre ogni volta che un mio amico va avanti si porta via una parte di me. Ci vediamo Gabito.

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Gabito ultima modifica: 2020-04-19T05:29:00+02:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Gabito”

  1. 8
    world says:

    Grazie per l’articolo

  2. 7
    alvix says:

    Articolo interessante

  3. 6

    La conferma che la morte fa parte della vita. La memoria non va mai persa. Ciao Marco.

  4. 5
    giuliano says:

    Grazie Marco per la commovente condivisione.
    Un fortissimo abbraccio !

  5. 4
    Ivano Zanetti says:

    Grazie Marco, per aver condiviso questo triste, ma Bellissimo Ricordo! Quando un Amico se ne và, con lui se ne và una parte di noi. Soprattutto se si è condiviso l’andar per Monti. Ma noi che restiamo, abbiamo il dovere di ricordarli, e magari come hai fatto tu, di farli conoscere, per quello che sono stati! Un Abbraccio 

  6. 3
    grazia says:

    Grazie per la boccata d’aria in vostra compagnia, è stato un piacere leggere le vostre avventure.
    Mi dispiace molto per la triste notizia e ti ringrazio per averla condivisa.

  7. 2
    Matteo says:

    Grande Furly, le tue storie sono sempre tra le più belle!

  8. 1
    Massimo says:

    Grazie Marco della bellissima e sentita testimonianza
     

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