Gian Piero Motti campione silenzioso

Gian Piero Motti campione silenzioso (RE 022)
di Emanuele Cassarà
(da Tuttosport del 6 settembre 1968, poi ripreso su Un alpinismo irripetibile, dello stesso autore)

Va in montagna e non lo dice a nessuno. Va sul Bianco, s’aggrappa allo Sperone nord-est della Tour Ronde e, con Guido Machetto, fa una prima invernale a quota quattromila (si tratta della prima invernale della via Bernezat, 20-21 gennaio 1968, NdR), e non lo dice a nessuno.

Gian Piero Motti in Calanques, primi anni Settanta. Archivio Fam. Motti.

Una sera, anzi, una notte, sotto i vecchi portici di Piazza Castello a Torino, discutemmo di alpinismo, di problemi, di etica. C’erano altri amici del CAI Uget e del Gruppo Alta Montagna. In montagna non andate per il panorama, ma per battere i record, affermiamo. C’erano gli anziani, gli emergenti (Ugo Manera, Giuseppe Peppino Castelli) e gli “arrabbiati”, i nuovi forti Alessandro Gogna e Paolo Armando. L’élite, insomma. Suscitammo esami di coscienza, sforzi di sincerità, ammissioni a denti stretti, come si conviene a questi alpinisti torinesi che discendono da una tradizione di imprese grandi davvero silenziose, mai esclamate ad alta voce.
Mancava soltanto il povero Gianni Ribaldone, il numero uno dell’ultima generazione, spazzato via sul Monte Bianco con due giovanissimi compagni.

Gian Piero ci disse: “Qualche volta vado in montagna per il record, ma sempre per ciò che mi offre”. Ci rivedemmo una sera a Pinerolo. Giampiero illustrava le sue diapositive. A Pinerolo c’era già stato Paolo Armando e l’avevamo ascoltato: proiettava paretoni e strapiombi, parlava di metodi nuovi, di concetti rivoluzionari dal punto di vista tecnico. Motti, invece, divise le sue filmine nelle quattro stagioni. Cominciò con la primavera, i primi fiori, le primule piccolissime che uscivano al sole, il disgelo, i bucaneve, i narcisi e i primi passi dell’alpinista che sgranchisce le gambe dopo il lungo inverno della città; poi l’estate, l’esplosione del sole, il granito rosso fuoco e il ghiacciaio d’argento che lo sorregge; le scalate impegnative, le più difficili, le più ambiziose; ma il suo occhio, l’obiettivo della sua macchina fotografica, attento più alla montagna che non alla parete; alla fitta ombra dell’abetaia e ai raggi del sole che la trafiggono piuttosto che allo strapiombo da superare. Non si dimentica Gian Piero neppure di immortalare, al ritorno da una ascensione, stanchissimo, una mucca che pascola al centro di un verdissimo prato. Poi l’autunno, il giallo che invade le praterie, il rosso bruciato e il nero delle foglie che cadono. La montagna è sempre là, ma stavolta ammantata di tristezza, come il cuore dell’alpinista che la discende e potrà risalirla soltanto dopo il distacco per il lungo inverno che costringe a una nostalgia struggente. In primo piano non c’è il problema tecnico, il pezzo di bravura, le gambe penzoloni nel vuoto, le corde sbattute dal vento. C’è la poesia dell’Alpe.

– Gian Piero, e le scalate invernali?
D’inverno la montagna è diversa. Si va, certo, anche d’inverno. Ma non è la montagna che conosci. E’ fredda e dura. Anche chi la cerca e la vuole così deve un po’ indurirsi. Anche noi alpinisti d’inverno siamo diversi. Anch’io d’inverno sono un altro.

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Gian Piero Motti campione silenzioso ultima modifica: 2019-10-20T05:23:33+01:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Gian Piero Motti campione silenzioso”

  1. 2
    Paolo Gallese says:

    Sono davvero intense queste forti parole di Motti. Tutti noi forse le abbiamo sempre vissute “a pelle”.
    Vederle scritte, in modo così diretto, ovvio, forte… Accende pensieri e ricordi.

  2. 1
    Carlo Crovella says:

    Sono sempre stato affascinato dall’alternarsi delle stagioni, in particolare in montagna. Lo concepisco come il principale miracolo della Natura, la Natura che cambia e sa rigenerarsi in modo autonomo (purtroppo il fenomeno attraversa una fase anomala per i cosiddetti cambiamenti climatici).  In montagna è un alternarsi di condizioni oggettive, sia meteorologiche che di sembianze (colori, roccia calda o meno, neve ecc). Ma è anche un alternarsi di condizioni emotive degli alpinisti, come Motti ha lucidamente delineato. Per questo mi piace andare in montagna e lo faccio consecutivamente da oltre 50 anni. La montagna si rinnova sistematicamente e, rinnovandosi, rinnova anche i motivi di attrazione. Se l’attività fosse sempre la stessa (o solo roccia o solo ghiaccio o solo scialpinismo), la ripetitività mi avrebbe nauseato irreversibilmente. Invece mi sono accorto che, quanto stavo raggiungendo il limite di una specifica attività, di colpo cambiava la stagione, per cui cambiava l’attività e si rinnovava un nuovo desiderio verso la montagna.
    Mi ha fatto un immenso piacere rileggere questo brano, perché mi ha riportato alla mente riflessioni personali che elaborai decenni fa, anche grazie a quanto scritto proprio in questo brano.

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