Gian Piero Motti e l’invenzione delle “Antiche Sere”

Gian Piero Motti e l’invenzione delle “Antiche Sere” (RE 016)
di Marco Blatto
(pubblicato su mountainblog.it il 19 dicembre 2011)

Di Gian Piero Motti si è scritto e si è detto molto, spesso in modo poco onesto e superficiale. Altre volte si è mitizzato eccessivamente il personaggio soprattutto in riferimento al fenomeno-movimento del Nuovo Mattino, che molti osservatori continuano a indicare quale genesi di un “Sessantotto” dell’alpinismo italiano.
Come giustamente ha rilevato Spiro Dalla Porta Xydias: «Il Nuovo Mattino costituisce in ogni senso un’anfibologia. Il movimento appare legato a Gian Piero Motti, tanto che nominando questo, ti riferisci pure a quello. E ciò costituisce un grosso equivoco…». Tralasciando la logora analisi del fenomeno, infatti, è di un altro importante periodo della vita dell’Accademico torinese che intendo parlare. Si tratta del triennio che va dal 1980 al 1983 e corrispondente alle cosiddette “Antiche Sere”, meno noto forse ai poco accorti detrattori di Motti, così a torto ritenuto meno interessante da alcuni suoi agiografi.
Eppure, il periodo delle “Antiche Sere”, che si colloca al crepuscolo della vita stessa dell’alpinista, rappresenta il momento più alto e chiarificatore del Motti visionario, romantico e ideologo. Se il periodo del “Nuovo Mattino” è geograficamente identificabile con le pareti della Valle dell’Orco, quello delle “Antiche Sere” trae l’origine dalle rocce del selvaggio vallone di Sea, un’incisione profonda che si apre nel cuore della poderosa testata terminale della Val Grande di Lanzo.
Ma facciamo un viaggio a ritroso nel tempo. All’inizio dell’autunno del 1981, il vallone di Sea è pressoché deserto. Pochi escursionisti vi transitano, ancor di meno sono gli alpinisti. Le foglie dei maggiociondoli e dei frassini ingialliscono e il sole spunta sempre con maggiore fatica dalle alte e tormentate creste della Cima di Leitosa.
Un uomo solo sale con passo lento e cadenzato lungo il sentiero che conduce all’alpeggio di Balma Massiet: è Gian Piero Motti. Giunge al pianoro disseminato di massi dalle forme e dalle dimensioni svariate. Si sdraia su uno di questi.

Vallone di Sea

Quante volte è passato di qui, da adolescente, durante le sue prime gite escursionistiche, oppure in anni più recenti di ritorno da qualche classica ascensione nel gruppo Sea-Monfret.
Altre volte, su quei blocchi si è cimentato in ardimentosi passaggi di arrampicata con il suo più giovane “discepolo” Marco Scolaris.
Osserva la bella “Guglia Verde” dove il giovane Isidoro Meneghin ha da poco completato in solitaria la via della Sorgente Primaverile. La particolare forma della torre rocciosa gli ricorda il “buon mago della sera” del Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien, così la battezza “Torre di Gandalf il Mago”. La fantasia visionaria e romantica dell’ideologo del “Nuovo Mattino” corre lontano per rimbalzare di parete in parete. Poco più in là inventa la “Reggia dei Lapiti” e il “Droide”, ed ecco che le tre grandi pareti del Massiet diventano rispettivamente lo “Specchio di Iside”, la “Parete dei Titani” e il “Trono di Osiride”…

Mitologia nordica, classica ed egizia, danno anima e vita improvvisa alle grigie e repulsive pareti del vallone, che fino a quel momento avevano al più, secondo le cuentes (racconti), ospitato sabba di streghe e di diavoli, oppure visto misteriose processioni di anime penitenti.
Ma sarebbe riduttivo pensare che la fantasia di Gian Piero fosse riferibile soltanto a visionarie letture giovanili: egli aveva letto i Discepoli di Sais di Novalis (alias Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg) e la Filosofia delle forme simboliche di Ernst Cassirer. La roccia esercita tutto il suo spirito evocativo e la magia che ne deriva è un irrefrenabile potere creativo che si materializza nell’invenzione visiva di decine di linee percorribili in arrampicata. Il crepuscolo di quelle giornate autunnali pare riportare un po’ di pace e serenità in Gian Piero, mitigando quella crisi esistenziale che verso la fine degli anni ’70 lo ha colto in modo significativo, allontanandolo dal grande alpinismo e anche un po’ dall’arrampicata.
Il periodo del “Nuovo Mattino” è lontano e con esso le sue contraddizioni, così come le critiche spesso a buon mercato e gratuite di chi non ha capito.
Queste sere solitarie di Sea hanno sapore d’antico e lo riportano agli anni più genuini della sua passione giovanile. Le “Antiche Sere”…
Non si tratta ancora una volta del geniale riferimento al romanzo di Norman Mailer, quanto di un personale e intenso momento di maturità, di lucidità e di riflessione. “Nuovo Mattino” e “Antiche Sere”.
E’ al “mattino” che un individuo si sveglia avendo di fronte a sé un intero giorno ricco di aspettative e speranze, in cui potrà costruire un “nuovo” piccolo tassello della propria esistenza. Ma è alla “sera”, alla fine del giorno, che ciascuno potrà riflettere sull’”antico”, su ciò che è stato fatto e ciò che è stato detto.
Quell’universo di roccia contorta che prende forma, non è solare come lo sono le rocce della Valle dell’Orco, al contrario, l’atmosfera è qui più intima, più cupa, certo, ma non è affatto triste.
Gian Piero si rende però conto che la storia d’azione su quelle rocce non sarà questa volta la sua, ma toccherà a “poeti – guerrieri” come Gian Carlo Grassi, a cavalieri solitari come Isidoro Meneghin, o a vecchi amici forti e sinceri come Ugo Manera.

In arrampicata nel Vallone di Sea

In quegli anni, l’arrampicata sta scivolando inesorabilmente verso un’attività fine a se stessa. I giovani reclamano la supremazia del risultato a discapito della componente psicologica, che deve dunque essere annullata dalla presenza sistematica dello spit sul passaggio.
Qualcuno, in totale malafede e con il solo scopo di confondere le carte, sostiene che il nascente fenomeno “sportivo” è la diretta conseguenza della rinuncia alla vetta voluta proprio da Motti e dal “Nuovo Mattino”. Nulla di più falso e sbagliato. Se di “rinuncia” bisognava parlare riferendosi al “Nuovo Mattino”, era della rinuncia alla rigidità di un certo ambiente alpinistico, in particolar modo torinese ma non solo, ancora troppo legato a una retorica pesante e limitante che affondava le sue radici nell’aspetto più oscuro e determinista dell’”eroismo”, di ispirazione semmai tardo-idealistica. Sul piano pratico, è la soggezione a certi miti eccessivamente consacrati dall’ambiente torinese (e che circola nelle scuole d’alpinismo ove vige un clima da caserma) a imbrigliare un qualsiasi discorso evolutivo.
Dunque Gian Piero non è affatto un anti-romantico come qualcuno vorrebbe far credere, e come potrebbe esserlo? Basta rileggere i suoi scritti per capire ch’egli è invece un romantico nel senso più puro del termine, che riconosce nella scalata un grande stimolo per la contemplazione, la visione, il sogno: «A volte immagino una grande parete, che forse non ho mai visto e che forse non vedrò mai, e mi vedo salire leggero, elegante e sicuro. Niente corda, niente chiodi, certo di non cadere mai. Mi vedo fermo la sera su di un terrazzino a riordinare le mie cose, e poi seduto a guardare una valle sconosciuta, dove le piccole luci che si accendono a una a una mi ricordano con struggente melanconia che esistono anche gli uomini, mi ricordano quegli occhi incontrati per caso che promettevano un mare di cose belle e che forse sono rimaste tali proprio perché fermate in quello sguardo. Un giorno forse partirò e ritornerò a girovagare per i boschi e i monti della valle dove per la prima volta ho incontrato me stesso. E forse questa sarebbe la vera avventura…».
Anche la rinuncia alla vetta in quanto simbolo dell’alpinismo tradizionale è soltanto provocatoria, necessaria, ma non definitiva. Egli auspica un ritorno all’alpinismo e alla vetta con uno spirito nuovo, in cui al primo posto vi saranno pur sempre sentimento e ideali, ma spogliati del superfluo e da una dialettica che ancora esalta “la bella morte in montagna”.
La retorica aveva, di fatto, affossato addirittura l’epica iniziale dell’alpinismo tradizionale, così come il suo “eroismo” più genuino.
Negli anni ’80, in riferimento a quanti hanno saputo cogliere solo il vero messaggio del “Nuovo Mattino”, egli scrive: «In sostanza essi non hanno lasciato l’alta montagna, accusata dagli estremisti di essere soltanto luogo di sofferenza, di espiazione masochista e di morte, limitando così la loro attività (e anche la possibilità di vivere l’Avventura) soltanto al sassismo e alle strutture brevi. L’importante era ed è tuttora saper conservare un aggancio spirituale con la tradizione, spogliandola però attraverso una corretta analisi di quei contenuti che oggi si ritengono superati – e ancora – E’ errato dire: l’alta montagna è negativa invece il sassismo è positivo, oppure l’alpinismo è da masochisti mentre invece l’arrampicata sui sassi è divertente; oggi si è giunti a questo, e ciò è molto amaro oltre che deludente».
La “filosofia dell’altipiano” mirava a dimostrare come la grande avventura si potesse vivere anche su una parete di fondovalle in modo “gioioso” e “sentimentale”.

Istanti magici

Tecnicismo e spiritualità sarebbero divenuti, come è giusto che sia in alpinismo, valori complementari e non in contrapposizione. Al “sentimento della vetta” pur bello ed esclusivo a suo modo, si sostituiva per poi affiancarsi, come lo definisco da tempo, il più laico “sentimento della meta”.
Ma far comprendere ciò che non si è voluto capire è impresa ardua se non impossibile.
Alla fine, contravvenendo a qualsiasi verità, qualcuno lo accuserà addirittura di essere la causa dell’imminente genesi della “sportivizzazione” dell’arrampicata (e di riflesso quindi anche dell’alpinismo).
Ma a dipanare qualsiasi tentativo di confondere le carte, intervengono ancora le parole di Gian Piero: «Il Nuovo Mattino rappresentava la possibilità di estendere la dimensione dello spirito a quelle strutture rocciose che erano invece ripudiate dagli alpinisti tradizionali. Era la possibilità di vivere la dimensione spirituale in una frase critica e delicata, in cui era necessario allontanarsi per un po’ dalla grande montagna». E ancora: «Vi è oggi chi afferma che l’alpinismo è uno sport: a parer mio è un non senso. Potrebbe essere uno sport l’arrampicata se venisse privata di ogni fattore emotivo[…] Ma mi chiedo: e le montagne? Saranno abbandonate come luogo di morte e di pericolo? Saranno attrezzate con cavetti d’acciaio lunghi mille metri e ancorati sulla vetta? No, mio Dio! Tutto ciò non ha senso, ma forse potrebbe anche realizzarsi […]». Ma è nel periodo delle “Antiche Sere”, quando proprio nell’alpinismo impazza ormai un certo relativismo di pensiero, che Gian Piero offre invece una grande lezione spirituale e romantica. Essa trae forza dall’amore fanciullesco per quelle sue montagne, dalla sensibilità artistica e creativa che gli permette d’individuare delle linee di scalata senza doverle necessariamente percorrere, dal tormento interiore che emerge in alcune esternazioni in cui si lascia andare con gli amici più fidati.

Gian Piero Motti, d’inverno a Borgone. Foto: Vincenzo Pasquali.

La forza di quel mondo creato dalla visione e dalla contemplazione sfiora la poesia pura, ed è indubbio che ben due generazioni successive di scalatori torinesi ne abbiano subito il fascino.
Scrive Motti: «Perché Antiche Sere? Perché un albero mette frutti e fiori soltanto se ha radici e soltanto se la linfa vitale scorre dalle radici ai rami: se si taglia l’albero all’altezza delle radici, ahimè!, ben presto esso morirà, diverrà un tronco secco da ardere, senza fiori e senza frutti. Qualcuno, forse in buona fede, ha cercato e sta cercando di segare l’albero per staccarlo dalle sue radici, con l’illusione di dargli finalmente la libertà di movimento. Ma forse si è ancora in tempo a porre riparo, a cicatrizzare la ferita, ormai molto estesa, e a ricollegare i capillari della linfa con le radici sottostanti. Molti cominciano già a vedere che l’albero dà frutti avvizziti, quasi non dà più fiori, va perdendo le foglie e rinsecchendosi nei rami. Ed è per questo che mi sono preso l’arbitrio di usare tanto mito nel battezzare le pareti: lo si voglia o no, è nel mito che possiamo trovare il senso del nostro esistere e la risposta ai grandi perché della vita».

Marco Blatto
Alpinista, geografo, giornalista e scrittore di montagna, è istruttore di arrampicata sportiva e di nordic-walking. Cresciuto ai piedi del Monte Bianco per poi trasferirsi nelle Valli di Lanzo, ama definirsi un alpinista “classico” ed ha aperto numerose vie in alta montagna su roccia e ghiaccio, soprattutto nelle Alpi nord-occidentali, facendo riferimento a uno stile prettamente tradizionale. Accademico e Testimonial del GISM (Gruppo Italiano scrittori di montagna), è membro attivo del GHM francese e dell’Alpine Climbing Group Britannico. Unendo studi, lavoro ed esperienza alpina, è apprezzato autore di oltre 50 pubblicazioni sulle Alpi, di saggi storici e di etica in alpinismo. Il suo motto è “cercare sempre buoni maestri, guardare le montagne con gli occhi della prima volta e non rinunciare mai al sentimento della meta”.

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Gian Piero Motti e l’invenzione delle “Antiche Sere” ultima modifica: 2019-12-14T05:10:10+01:00 da GognaBlog

12 pensieri su “Gian Piero Motti e l’invenzione delle “Antiche Sere””

  1. 12
    Fabio Bertoncelli says:

    Io credo che, nella migliore delle ipotesi, dopo la morte ritorneremo a far parte dell’Universo Creatore (che non è Dio) da cui siamo venuti. Saremo una particella di un Tutto, così come ora una nostra cellula – in modo del tutto inconsapevole – è parte del nostro corpo.
     
    Ma non esisteranno piú Fabio o Alberto come li conosciamo ora. 

  2. 11
    Fabio Bertoncelli says:

    Al momento della morte sarà come affrontare una parete di sesto grado (cosí si diceva una volta).
     
    In solitaria e senza corda.

  3. 10
    Alberto Benassi says:

    Perché, caro Alberto, senza Dio noi dopo la morte svaniremmo nel nulla. Per l’eternità.

    Io non credo che svaniremo nel nulla. Se così fosse non avrebbe senso la vita.
    Di certo non credo che ci sia un Dio creatore con tutto quello che gli è intorno, almeno non come lo descrive l’uomo nelle varie religioni.

  4. 9
    Fabio Bertoncelli says:

    Perché, caro Alberto, senza Dio noi dopo la morte svaniremmo nel nulla. Per l’eternità. 
     
    Ecco la ragione di tanta angoscia. Ecco perché invidio chi ha fede: se non altro vive meglio.

  5. 8
    Alberto Benassi says:

    o temo che sia davvero così, ma con tutto me stesso spero di sbagliarmi. Sono agnostico (non ateo), ma… “il mio regno per un po’ di fede”.

    io non lo temo ma lo penso. Perchè poi temerlo??
     
     

  6. 7
    Fabio Bertoncelli says:

    Che cosa mancò dunque a Gian Piero Motti?
    Pensava troppo, ma non aveva fede? non aveva forza?

  7. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    Alcuni – pessimisti o realisti? – sostengono che siano miti le stesse religioni, che sarebbero nate a causa della nostra angoscia di fronte al mistero del mondo.
     
    Pertanto, secondo questa teoria è l’Uomo ad avere creato Dio, e non Dio ad avere creato l’Uomo.
     
    Io temo che sia davvero così, ma con tutto me stesso spero di sbagliarmi. Sono agnostico (non ateo), ma… “il mio regno per un po’ di fede”.
     
    Come vedete, oggi sono in vena di confidenze…
    Meditate, gente, meditate.

  8. 5
    Fabio Bertoncelli says:

    I miti sono soltanto creazioni della nostra mente: idee astratte che nascono dalla nostra limitatezza di fronte al mistero del mondo e della vita.
     
    Nel corso della storia furono prima sostituiti dal pensiero filosofico, poi dalla scienza. Però ci sono ancora necessari, forse quasi come l’aria che respiriamo.
     
    Nonostante qualche timido passo in avanti, il mondo è ancora un posto misterioso e i perché della vita ci sono ancora oscuri. Troppo mistero e troppa oscurità: come possiamo sopportarli?

  9. 4
    Paolo Gallese says:

    Gli articoli su Giampiero Motti non sono molto frequentati, a parte qualche eccezione. Ed io li preferisco. In fondo soffermarmi sui suoi scritti è un po’ come il mio andare in montagna. Dove c’è silenzio, dove non c’è folla.
    Quando commento Gianpiero non parlo molto di lui. Non mi sento in grado di dire cosa abbia presagito dei tempi nostri o meno. Non sono in grado di dirlo perché è stato una personalità complessa. E come tutte le anime come lui, difficile dire qualcosa di certo. Soprattutto per me che ho fatto cose modeste e incominciavo davvero a frequentare le cime quando lui aveva finito di dirci quel che pensava.
    Ma le sue parole spingono a guardarsi dentro, quando si è persi nei grandi spazi.
    Quando lo leggo mi viene voglia di parlare di me, delle mie mani sulla roccia, dei miei occhi socchiusi o spalancati di fronte ai grandi e piccoli spettacoli della Natura.
    E inevitabilmente penso a Bonatti, mio maestro, che l’alpinismo lo lasciò per trasformare il suo cammino in un’altra forma di confronto con sé stessi e di contemplazione.
    Mi verrebbero da dire tante cose seguendo le parole di Gianpiero. Come fosse uno spirito sfuggente, mi spinge a riflettere.
    Ma anche io, da tempo, ho abbandonato l’alpinismo classico per altre forme.
    Con rispetto taccio. Ma penso sempre alle sue parole.

  10. 3
    Matteo says:

    Forse motti era un “fallito”, ma ce ne vorrebbero ancora di “falliti” così. Credo che avesse in qualche modo previsto o presagito molto di ciò che stiamo vivendo adesso e molto di ciò di cui si è più scritto e dibattuto in questo blog (e non solo) come corse in montagna, exploit, ferrate e attrezzature. E di cui non veniamo a capo.
    “è nel mito che possiamo trovare il senso del nostro esistere e la risposta ai grandi perché della vita”
    Cos’è il mito? Arrampicando a Sea lo si sente, ma e come renderlo ancora attuale?
    Veramente un bel articolo, gazie Marco

  11. 2
    Eugenio Cipriani says:

    Complimenti, splendido articolo. Molto chiaro, oggettivo e ben inquadrato storicamente. Complimenti a Blatto che rende merito ad una delle più grandi e complesse figure dell’alpinismo italiano.

  12. 1
    Carlo Crovella says:

    Molto bello, complimenti! Me lo sono gustato con immenso piacere. Il testo chiarisce  un risvolto di GPM non così noto alla storia né al grande pubblico, e neppure a chi ha tetto (quasi) tutto di ciò che lui scrisse. Belle le sue frasi riportate, molto coerenti con l’analisi. Fanno riflettere, a circa 40 anni di distanza, certe sue valutazioni come il “cavetto d’acciaio lungo mille metri e ancorato sulla punta della montagna”, oppure “Ed è per questo che mi sono preso l’arbitrio di usare tanto mito nel battezzare le pareti: lo si voglia o no, è nel mito che possiamo trovare il senso del nostro esistere e la risposta ai grandi perché della vita”. Leggendo questa specifica frase, mi è venuto da pensare che, nell’attuale società edonista e consumista (quindi piatta e superficiale), ciò che manca è proprio l’importanza del “mito”, inteso come somma di ideali, non necessariamente alpinistici (cioè vale per qualsiasi risvolto dell’esistenza, dalla politica, al lavoro, alla famiglia…).

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