Gianni Comino

Abbiamo ricordato il grande alpinista Gianni Comino il 3 maggio 2017 con il post https://www.gognablog.com/mi-lhai-guarda-le-nivule-cha-curiu-n-tel-ciel/, in occasione dell’uscita del libro di Paolo Castellino C’è un tempo per sognare (Ideamontagna, 2017). Per l’importanza del personaggio e per l’affetto con cui lo ricordiamo, riportiamo qui due belle testimonianze su di lui.

La prima è di Enrico Camanni, scritta come necrologio sulla Rivista della Montagna n. 40 del giugno 1980. La seconda è una breve intervista che l’accademico Costantino Piazzo riuscì a realizzare e che pubblicò su Scandere 1979.

Gianni Comino
di Enrico Camanni

Gianni è uscito di scena il 28 febbraio 1980 sulla parete della Brenva, quel microcosmo di ghiaccio e infinito che l’avena stregato e a cui ritornava ormai periodicamente come a un appuntamento segreto. Lui stesso, non ancora trentenne, aveva confidato in passato agli amici che forse avrebbe raggiunto la morte in questo modo, un incontro solitario che segna la fine di un sogno aprendo altre prospettive alla ricerca dell’uomo; dopo l’incidente si è parlato di suicidio volontario, indagando sui particolari come sempre avviene in queste occasioni, avvenimenti tragici per chi rimane e vorrebbe dare un senso e una spiegazione all’accaduto. Si scava con ansia nei ricordi e nelle azioni dell’amico scomparso, cercando un cammino e un insegnamento con cui fermare e sublimare in qualche modo la sua esistenza, perché nulla vada perduto: reazioni assolutamente umane che cercano di smorzare il confine oscuro e tagliente tra la vita e la morte, di conservare ciò che si è amato e di renderlo visibile al mondo. Preoccupazione di sezionare ogni cosa per eliminare l’alone di mistero e paura che contiene. Ma Gianni sembrava aver superato questi limiti: non negava per nulla la realtà in cui era inserito, lo scambio di esperienze e di sensazioni con chi gli stava accanto, ma individuava ben chiaro in tutto ciò il prevalere di una strada personale incancellabile, fatta di immagini e presentimenti, che ciascun uomo deve seguire senza deviazioni verso una meta di cui percepiva il significato, ma che si sforzava di non concretizzare per non svuotarla del suo richiamo; e la morte stessa poteva rientrare in questa dimensione nuova. Una ricerca che lui intuiva con chiarezza e verso cui si muoveva attraverso l’alpinismo, «una delle mille strade attraverso cui ognuno può mirare all’orizzonte della sua fantasia», come amava spesso ripetere. Per questo suo pensare e comportarsi disarmava tutti quelli (i giornalisti tra i primi) che chiedevano da lui resoconti e spiegazioni, sconvolgeva gli ambienti tradizionali che si attendevano il consueto impatto su piani separati con un uomo «forte» che in montagna ha superato tutte le barriere proibite, che ha perso anche il più piccolo contatto con la poesia.

In una recente serata a Torino aveva sconcertato il pubblico presente, esordendo con un’affermazione dissacrante: «Un muro di incomprensione divide me da voi in questa sala; nessuno si illuda di poterlo infrangere con un incontro di questo genere». Subito dopo aveva spiegato che le differenze tra lui e loro non stavano certo nel diverso livello di salire le montagne o nella fortuita circostanza che egli si trovava al microfono a parlare e altri ad ascoltare, ma semplicemente nel fatto che tra lui e i presentì esisteva una serie infinita di esperienze, progetti, sogni e comportamenti individuali che non potevano in alcun modo essere rivelati con delle diapositive, una musica o un commento: che quindi prendessero il racconto delle sue salite e delle sue sensazioni di alpinista per quel poco che poteva valere per loro!

I meno attenti potevano confondere tali atteggiamenti con falsa modestia, con spirito asociale; ma Gianni era troppo intelligente e sensibile alle speranze del mondo che viveva per barare con gli altri e con se stesso. Ad esempio apriva a tutti con grande naturalezza la porta della sua baita in Val Ferret, che la scorsa estate aveva visto un continuo andirivieni di ragazzi, arrampicatori e no, tutti membri di una improvvisata e unitissima comunità; così aveva costruito un profondo vincolo di amicizia con Stefano De Benedetti. Ad esempio considerava la Rivista della Montagna un canale importante per portare avanti un modo più libero e spontaneo di praticare l’alpinismo, perché soffriva delle contraddizioni in cui si dibattono i giovani dell’ambiente piemontese; percepiva che questi vedevano in lui e nel suo compagno di cordata Gian Carlo Grassi dei modelli positivi da seguire e avrebbero richiesto da loro un insegnamento, una ricetta pronta, che entrambi non erano in grado e si rifiutavano di dare. Gianni aveva impostato in modo moderno e quasi esemplare – data la difficile situazione in cui si muovono i professionisti della montagna in Italia – il suo lavoro di guida e i rapporti con i clienti: vedeva chiaramente la via da seguire in questo campo per uscire dal ristagno delle carenze burocratiche e amministrative e creare un ambiente di insegnamento non più isolato, ma aperto ad ogni esigenza. Quattro giorni prima di cadere sulla Poire era appena rientrato da uno «stage» in Scozia, dove aveva guidato alcuni compagni sulle pareti gelate della zona, conosciuta, primo tra gli italiani, l’inverno passato con Gian Carlo Grassi e Alberto Soncini.

Gianni Comino
di Costantino Piazzo

Ai lettori di Scandere 1979 un profilo di Gianni Comino come è apparso a Costantino Piazzo nel corso di una breve conversazione. Non è stata una intervista e non ne è sortita una esaltazione del personaggio perché a noi non piacciono le mitizzazioni; ci è sembrato giusto invece, anche con il parere sfavorevole dell’interessato, presentare i pensieri di un esponente dell’alpinismo di élite nostrano: un uomo che, rifiutando le mode correnti, si è collocato con autorità ai vertici (Intro della redazione di Scandere).

E cosi avete fatto i seracchi del col Maudit e della Poire!
– Beh, sì, è stata un’idea che ho sviluppato con Gian Carlo (Grassi, NdR), perché volevo verificare una teoria sul comportamento dei seracchi.

Dai non girare l’ostacolo e lascia stare la teoria. Dimmi dove volete arrivare e perché cercate l’inaudito, il diverso ma anche l’estremamente pericoloso, è una ricerca perversa di rischio?
– Ma no, non siamo mica matti e neppure drogati; comunque ti prego di non divulgare quanto sto per dirti perché non vorrei essere accusato di mandare la gente al suicidio. Non siamo affascinati dal rischio estremo; siamo solo coscienti delle nostre capacità e delle possibilità di successo. Vedi, i seracchi cadono quando le condizioni di equilibrio mutano, il che significa se fa molto caldo come è ben noto, o nel momento in cui rigela (dopo le 2 di notte); ho passato giorni e notti a verificarlo. Guarda, tutti gli incidenti nella Brenva capitano in queste ore; prima c’è una pausa relativa. Se sei molto sicuro e molto veloce esiste un margine per passare. Prendi il seracco della Poire: son 300 metri strapiombanti dopo un canale di 600 metri; abbiamo attaccato alle 7 di sera, alle 10 eravamo alla base del seracco principale: in 8 ore in punta al Bianco dal Ghiglione dopo aver superato altri muri di ghiaccio a 70 gradi; non abbiamo fatto tiri di corda.
Come vedi siamo passati entro il margine di rischio. Certo il desiderio di legare il proprio nome ad una via sulla Brenva c’è, ma avevamo la coscienza di essere in forma e di saper camminare in sicurezza su qualsiasi terreno.

Chi parla è Gianni Comino di Mondovì; guida alpina e laureando in medicina, velista di vaglia. Pronuncia pacatamente le parole con una lieve cantilena valdostana e dipana i pensieri con calma e meticolosità; ogni problema è preso ed analizzato attentamente con un procedere attento ed efficace. Colpisce nell’interlocutore la sicurezza con cui i concetti diventano certezza eliminando ogni possibilità di dubbio e di ripensamento. Questo si traduce in quella saldezza psicologica che spiega i suoi successi nell’alpinismo solitario.

– Cosa pensi dei mostri sacri francesi, i Boivin, i Gabarrou?
– Beh, sono stati i primi a fare il Ghiaccio Difficile, ma non mi sento affatto inferiore a loro; mi sono preparato e sono andato a provare le loro vie; sai io sono presuntuoso.

L’allusione è certo al Supercouloir ed alla nord della Verte percorsi l’uno in prima solitaria e l’altra in solitaria invernale con discesa per il Couturier. Presuntuoso Comino? A giudicare da come gestisce il suo personaggio (o meglio non gestisce) direi certamente di no, dato che è praticamente sconosciuto al grande pubblico ed anche ai giornalisti. Certamente questo aggettivo non è da prendere in senso letterale; è coscienza dei propri mezzi. Certo l’aspetto pubblicitario del suo alpinismo non lo ha mai interessato, e nemmeno l’aspetto monetario che la notorietà alpina oggi, se ben gestita, può ben procurare.

– Quante ore arrampichi alla settimana?
– Beh, solo la domenica e non sempre, anche se talvolta in settimana lavoro per la mia professione di guida.

Gianni Comino, prima ascensione della Cascata della Ferrera. Foto: Renzo Luzi

Credi che questa professione abbia un futuro?
– Guarda, a parte tutte le retoriche, ne capisco perfettamente i limiti e so fin dove si può arrivare sia come esperienza di lavoro che come esperienza umana; per adesso mi interessa stabilire un rapporto diverso con il cliente. Infatti essendo il cliente quello che paga non può nascere un vero rapporto di amicizia disinteressata, perché lui cercherà sempre di sfruttarti e di pagarti di meno per ottenere di più: una normale conflittualità di lavoro.
In definitiva oggi chi prende la guida per fare una punta lo fa perché ha bisogno di quella punta e attraverso la tua corda sa di poterci arrivare.
Volendo potrei guadagnare un milione sulla Walker, ma non mi interessa. Non mi interessa per me, perché la Walker la posso fare quando voglio, e non mi interessa per il cliente perché ne uscirebbe stravolto, non arricchito ma impoverito nella esperienza umana; odierebbe quella montagna ed userebbe il successo per esorcizzare le frustrazioni quotidiane. No, io credo che la professione di guida si possa e si debba fare diversamente, alla ricerca di un rapporto con la montagna che non sia di nevrosi e di produttività esasperata. Il concetto di cliente che delega totalmente la responsabilità alla guida-padre-padrone può essere umiliante e ti spiega il comportamento tirannico e villano che talvolta i clienti subiscono quando sono legati in cordata, lo vorrei capovolgere questo rapporto per dare al cliente la capacità di amministrare il suo capitale di salite e la coscienza dei propri mezzi, spesso sottovalutati.

Ecco l’uomo è qua: di professione idealista-razionalista, se è consentito il bisticcio dei termini. Attento analista di sé e dei propri mezzi, in possesso di una sicura tecnica e più ancora di una solida preparazione psicologica, si è portato con autorità ai vertici dell’alpinismo moderno. Conduce un serio professionismo; di certo nutre un sincero amore per la montagna e per il prossimo che la frequenta, al punto da saperne rispettare segreti e personalità. Con il suo comportamento non riuscirà ad impedire il trionfo del cattivo gusto, né a restituire alla montagna quell’equilibrio tra avventura e mistero che la competizione e la sponsorizzazione hanno spezzato. Piccolo uomo tra tanti mostri piace a noi sinceri tifosi dell’uomo pensante e cosciente: Clark Kent senza la divisa da Superman nel sacco da montagna.
Il 28 febbraio 1980 Gianni Comino ha trovato la morte nel tentativo di aprire una nuova via in solitaria invernale sul seracco a destra della Poire.

      

7
Gianni Comino ultima modifica: 2017-06-27T05:18:32+02:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Gianni Comino”

  1. 7
    Fabio Bertoncelli says:

    Tanto tempo fa (1984) ebbi la fortuna di assistere a una serata di diapositive del genovese Stefano De Benedetti, allora nel fiore degli anni e concentrato sulle sue imprese di sci estremo. Eravamo a Vignola (Modena) e il tutto era stato organizzato dal vignolese Graziano Ferrari. I due si erano conosciuti durante il corso per guide alpine.
    Le diapositive erano l’una piú bella dell’altra. Per di piú, non avevo mai sentito la musica che le accompagnava: stupenda! In seguito imparai che l’autore era Vangelis, prima di allora mai sentito nominare. Le note di “Chariot of fire” e di “L’enfant”, piene di poesia, facevano sognare a occhi aperti il giovane alpinista.
    Tra le tante immagini ve n’era qualcuna scattata al rifugio Torino il 28 febbraio 1980. Riprese col teleobiettivo, due o tre inquadravano il seracco di destra della Pera. Proprio lí, proprio in quel giorno, forse in quei momenti, morí Gianni Comino. I due erano cari amici.
    Rammento tutto molto bene perché mi resi conto con sgomento dei pochi istanti che avevano segnato il passaggio da una vita gioiosa e ricca di progetti al nulla eterno della morte.
    Ogni tanto mi chiedo: l’alpinismo vale davvero la pena? Nonostante tutto, nonostante i rischi, mi rispondo ancora di sí.
    Graziano Ferrari se ne andò nel gennaio successivo. Fu travolto da una slavina durante una gita scialpinistica sul monte Cimone, là dove d’estate pascolano pecore e cavalli. Molti ricorderanno le nevicate di quell’inverno (1985). In quel periodo vi erano almeno tre metri di neve farinosa. Un unico errore bastò per cancellarlo dal mondo dei vivi.
    Graziano era stato mio istruttore al corso roccia del CAI di Modena, qualche anno prima. Poi nel 1980 partecipammo a una spedizione alpinistica nel gruppo dello Zanskar (Himàlaya del Ladakh), organizzata da don Arturo Bergamaschi, il prete alpinista di Bologna. Le montagne che svettavano al di sopra del ghiacciaio Durung Drung erano tutte inesplorate e si mostravano nel loro splendore. Le uniche già salite erano lo Z3 (Cima Italia), scalata nei primi anni del Novecento dalla spedizione Piacenza, e lo Z8 di Gino Buscaini e Silvia Metzeltin.
    Da lí Graziano spiccò il suo volo e nel 1981 sostenne con successo gli esami per diventare guida alpina. Quel volo fu troncato cinque anni piú tardi. Dalle glorie del Disteghil Sar in Pakistan alla beffa funesta del Cimone sull’Appennino Tosco-Emiliano.
    … … …
    In questi anni ho letto due bei libri dell’inglese Maria Coffey, che fanno riflettere sulla nostra condizione umana. Lei è l’ex compagna di Joe Tasker; lui morí nel maggio 1982 sull’Everest, quando l’Everest era ancora la dea madre della Terra e non il luna-park dei tempi moderni. Ve li consiglio davvero, perché prima che alpinisti siamo esseri umani, con la nostra sensibilità e le nostre paure.
    * Confine incerto. La passione per l’estremo attraverso gli occhi di chi resta
    Ed. Corbaccio, Milano, 2001 – Collana Exploits
    * L’ombra della montagna. Il lato oscuro dell’avventura estrema
    Ed. Corbaccio, Milano, 2004 – Collana Exploits

    Visto che stasera sono in vena di tristezza e confidenze, vi propongo pure qualcos’altro. Portate pazienza, leggete, meditate.

    Remember
    Remember me when I am gone away,
    gone far away into the silent land:
    when you can no more hold me by the hand,
    nor I half turn to go, yet turning stay.
    Remember me when no more day by day
    you tell me of our future you plann’d:
    only remember me; you understand
    it will be late to counsel them or pray.
    Yet if you should forget me for a while
    and afterwards remember, do not grieve:
    for if the darkness and corruption leave
    a vestige of the thoughts that once I had,
    better by far you should forget and smile
    than that you should remember and be sad.
    Christina Rossetti (1830-1894)

    Ricorda
    Ricordati di me quando me ne sarò andato lontano, lontano nella terra del silenzio, quando non potrai più tenermi per mano, né io girarmi per andare, e tuttavia restare. Ricordati di me quando, giorno dopo giorno, non potrai più raccontarmi del futuro che hai pensato per noi.
    Soltanto ricordati di me; tu sai che sarà tardi per consigli e preghiere.
    Ma se ti dovesse accadere di dimenticarmi un poco e rammentare poi, non angustiarti: se le tenebre e la corruzione lasceranno una traccia dei miei pensieri di un tempo, meglio che tu dimentichi e sorrida, anziché ricordare e consumarti nella tristezza.
    … … …
    Peter Boardman fu uno dei piú abili e innovativi alpinisti himalayani tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta.
    Nel corso della stagione postmonsonica del 1975 si trovava impegnato con la spedizione inglese di Chris Bonington sulla parete sud-ovest dell’Everest, di cui riuscí infine a toccare la vetta. Un giorno scrisse alla madre a casa, chiedendole un indirizzo annotato su un quaderno.
    Tra le pagine spuntò anche una poesia, la stessa che avete appena letto. La signora Dorothy si soffermò a lungo su quei versi, li lesse ancora e poi ancora, quindi ripose il quaderno al suo posto. E poi pianse.
    Boardman scomparve con l’amico Joe Tasker nel maggio 1982 durante un’altra scalata sul tetto del mondo, nel tentativo di superare l’ultima delle sue creste inviolate.
    Il corpo fu rinvenuto per caso dieci anni piú tardi, lungo il difficile tratto dei Pinnacoli. Giaceva semisepolto nella neve, quasi come se si fosse addormentato, e con ogni evidenza la morte era sopraggiunta per assideramento.

    Pochi mesi dopo la tragedia, nel settembre 1982, due ragazze risolute fecero per amore un pellegrinaggio ai piedi del monte, a quei tempi ancora sperduto e solitario. Erano Hilary Rhodes, vedova di Boardman, e Maria Coffey, che era stata la compagna di Tasker.
    Sulla strada del ritorno d’improvviso apparve nel cielo una coppia di aquile, che si libravano con eleganza sfruttando le correnti d’aria. Nascosto alla vista dalle colline sovrastanti, alla testata della valle svettava maestoso il Chomolungma, la “dea madre della Terra”.
    – Sono Joe e Pete che ci salutano. È un bel posto per passare l’eternità.

    — Insieme, per pochi istanti nell’eterno —
    L’ufficiale di collegamento di quell’insolito e toccante viaggio di commemorazione si chiamava Zhiang. Era anche studente di botanica, alto un metro e ottanta, di aspetto massiccio e muscoloso, dal collo taurino e dai capelli cortissimi. La sua imponente figura in uniforme contrastava in modo netto col timido sorriso, con la sua sensibilità d’animo e la passione per i fiori selvatici, che raccoglieva giorno dopo giorno sui desolati altipiani pietrosi del Tibet.
    Già sulla via del rientro a casa, “Zhiang venne a trovarci nella nostra camera quel pomeriggio. Eravamo diventati capaci di comunicare con lui attraverso qualche parola di cinese e di inglese, gesti, e molti sentimenti condivisi. Ci mostrò delle foto di sua moglie e di suo figlio e ci chiese se ne avevamo qualcuna di Joe e Pete. Guardò con attenzione le foto che avevamo tirato fuori e cominciò a piangere. Cultura, lingua e politica ci separavano da Zhiang, ma in qualche modo lui era riuscito a scavalcare tutto questo e a comprendere e condividere la nostra esperienza sulla montagna. Ci abbracciò e per pochi istanti, in quella stanza di un albergo cinese, noi tre fummo completamente uniti dalla natura misteriosa ma universale della vita e della morte”.

  2. 6
    Alberto Benassi says:

    Fabio, non credo che si possa parlare di morale . Comino non ha fatto del male a nessuno se non causare sofferenza ai propri cari. Ma ognuno di noi deve fare la propria strada, non siamo di proprietà altrui. Nemmeno dei propri genitori.
    Penso che Comino abbia preparato bene questo suo tentativo. Studiando a fondo quel versante. Era coscente dei grandi pericoli a cui andava incontro . Forse è anche per questo che c’è andato da solo, lasciando a casa il suo amico e compagno Grassi.
    Forse, dico forse, bastava che fosse passato un attimo prima e tutto sarebbe andato bene.
    Ma certi giuochi sono più grandi di noi e non c’è dato di sapere…perchè il quel momento della propria vita devi essere li…?

  3. 5
    Fabio Bertoncelli says:

    Gianni Comino era un sognatore. E questo è il miglior complimento che io possa fare a un alpinista.
    Però il rischio che riteneva accettabile è per me eccessivo. Purtroppo in alpinismo le disgrazie accadono anche quando non andiamo a cercarle. Pensiamo per esempio alla sua ultima avventura, quando trovò la morte ad aspettarlo. È morale tutto ciò? Non lo so… Ma è certamente lecito.
    Ciascuno di noi può condurre la propria esistenza come meglio crede; la nostra vita ci appartiene e le proibizioni sarebbero ingiuste.
    Però non è meno vero che siamo qui per una volta sola. Sparire così, ad appena ventotto anni, quando l’avvenire ti sorride, fa piangere il cuore.

  4. 4
    Stefano Pizzorno says:

    Ho letto con enorme piacere il libro dì Castellino. Un libro reale e razionale sulla vita di quel grande Alpinista che è stato Gianni!! Tanti giovani alpinisti dovrebbero documentarsi ,leggere e cercare di capire cosa hanno rappresentato e debbono ancora rappresentare uomini dello stampo di Comino ,Grassi,Casarotto , Gogna etc etcTanti non sanno neppure chi siano questi Signori delle Montagne !!!!
    Meno spit, meno teorie “veloci” e più letteratura alpina penso sia una discreta ricetta per meglio assaporare e comprendere a 360 gradi l’alpinismo!

  5. 3
    Alberto Benassi says:

    caso mai viveva !

    E poi c’è modo e modo di costruire.

  6. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    Peppino Impastato vive sotto un albero?

  7. 1

    “Bisognerebbe fare capire alla gente che bisogna avere dentro, e non perdere mai, il concetto di bellezza.
    La bellezza è assoluta. La gente lottizza un terreno naturale, lo stravolge, ci costruisce sopra delle palazzine squallide, ci mette gli infissi di alluminio, le tendine, la TV, i fiori e poi ci va a vivere, dimenticando quanto era bello prima quel luogo.”
    Peppino Impastato 1978

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