Giorni di nebbia

Giorni di nebbia
(scritto nel 1996)

La Valle Oropa (e in genere le Alpi Biellesi) è fra le zone più piovose delle Alpi Occidentali. Mentre per le precipitazioni nevose si ha un regolare aumento con la quota, esiste una grande differenza tra i livelli medi di piovosità alle diverse quote della valle. Si va dai mm 1444 di Biella 420 m ai mm 1983 di Oropa 1180 m, e dai mm 1653 del Lago del Mucrone 1902 m ai mm 1255 del M. Camino 2391 m. Ciò si spiega con la particolare disposizione morfologica della valle che con un relativamente breve sviluppo lineare precipita ripidamente su Biella: le masse d’aria cariche di umidità della pianura entrano nella valle e, trovando alla quota 1000-1300 m temperature più basse, determinano grandi condensazioni nel primo pomeriggio con formazioni di nebbia e precipitazioni che si attenuano in genere solo verso sera. Al di sopra, le stesse masse d’aria perdono umidità e quindi le precipitazioni sono meno frequenti. Se questo è un fenomeno comune a tutto l’arco prealpino, è vero che qui assume rilievo notevole. La maggiore facilità alla formazione di nebulosità e precipitazioni è dovuta alla presenza delle grandi estensioni coltivate a risaia del vercellese. Molto spesso si può osservare la contrapposizione, sulle creste che dividono il Biellese dalla valdostana Valle del Lys, di nebbie fluttuanti da una parte e di cielo sereno dall’altra. Naturalmente il clima è ben diverso nelle stagioni invernale ed autunnale, quando invece si ha predominanza di cielo sereno, clima asciutto e ben temperato perché parzialmente protetto dai venti settentrionali.

Molte dotte disquisizioni sono state fatte per stabilire se le montagne sovrastanti il Biellese debbano essere qualificate Alpi o più semplicemente Prealpi. Non essendo competente lascio la risoluzione del problema ad altri ma per il momento, conoscendo appena un poco quanto selvaggi possano essere quei rilievi, preferisco annetterli alle Alpi.

Durante la nostra traversata della Grande Cresta, dalla Colma di Mombarone alla Punta Tre Vescovi, ho potuto dare una fuggevole occhiata a queste montagne, almeno per quanto la nebbia e i temporali possano avermi concesso. Ricordo l’arrampicata sulla cresta dei Carisey al Monte Mars, al sole ventoso della mattina, la successiva via ferrata attrezzata dal caro amico Gabriele Beuchod, le mosche tormentose, il comune male ai piedi del Rifugio della Vecchia, la sosta magica in cima alla Punta Chaparelle e tanti altri momenti di gioia e di tensione.

Due sono le caratteristiche che ricordo con maggior precisione, la nebulosità e i versanti sempre precipiti ed aspri. Capivo che per le normali escursioni, allorché qualcuno fosse giunto al fondo delle valli con la carrozzabile, certo mai a quota elevata, se voleva andare in alto doveva affrontare dislivelli impensati per le quote finali cui questi si riferiscono.

La montagna ha subìto lo spopolamento tipico delle altre zone alpine, ma le tracce del passato sono ancora ben evidenti: mulattiere antiche e ben selciate si dipartono per ogni dove dai paesi, per valloni non ancora toccati da ruspe e dal cemento. La buona segnalazione dei sentieri non riesce a sopperire all’asprezza dei luoghi, perciò i percorsi non sono mai da sottovalutare. L’isolamento e la complessità dell’orografia comunque impongono un escursionismo preparato: perfino l’uso del telefonino cellulare è impedito da quel continuo gioco di quinte e di rilievi che si accavallano su solchi che sembrano ripiegarsi su loro stessi. Sembra di essere tornati all’epoca in cui lo sci non aveva ancora trasformato molte delle località alpine. Qui, nella maggior parte del territorio, di sciare non s’è mai neppure parlato perché sarebbe semplicemente impossibile.

In arrampicata sulla Cresta Carisey del Monte Mars

Stiamo parlando delle propaggini meridionali del Monte Rosa: un lungo contrafforte, quello percorso dalla nostra idea, poi realizzata, di Grande Cresta, parte dalle cime sommitali del Monte Rosa per scendere verso sud lungamente tra Valsésia e Valle del Lys fino alla Punta Tre Vescovi 2501 m. Da qui si originano due grandi creste. Quella orientale va a terminare al Castello di Gavala 1827 m, proprio sopra Varallo Sésia, e quella meridionale va a culminare con l’ultimo grande rilievo della Grande Cresta, la Colma di Mombarone 2371 m, con la massima elevazione al Monte Mars 2600 m. Le valli racchiuse tra queste due grandi creste delimitatorie sono la Valle Elvo, la Valle Oropa, la Valle del Cervo e la Val Sessera, che dunque sono i solchi principali delle cosiddette Alpi Biellesi. Queste soltanto in pochi casi superano i 2500 m, ma ciò non deve trarre in inganno sulla percorribilità, perché i dislivelli medi con i fondovalle si aggirano sui 1500 metri. Soltanto lungo le più importanti mulattiere, quelle che in passato permettevano le processioni dei pellegrini, si hanno passaggi relativamente agevoli, dalla Valle d’Aosta o dalla Valsésia ai santuari di Oropa e di Graglia, per il Colle della Balma d’Oropa, il Colle di Gragliasca, i Colli della Mologna e il Colle del Croso. Soltanto il Bocchetto di Sessera 1382 m, oggi toccato dalla Strada Panoramica Zegna, permette un comodo accesso tra Val Sessera e Valle del Cervo.

Prealpi Biellesi. Foto: Juzaphoto.com

C’è un certo contrasto tra la gigantesca testimonianza glaciale della Serra d’Ivrea e i piccoli ricordi di quell’epoca sparsi nelle Alpi Biellesi, in genere ben visibili solo nella quantità di laghetti che ingentiliscono conche altrimenti assai aspre e sassose. La durezza del paesaggio si ripete anche più in basso, dove la mancanza di depositi alluvionali nelle valli incassate non ha mai favorito alcuna forma di coltivazione. Solo i pastori transumanti potevano frequentare le alte valli e anche questa forma di utilizzo del territorio ha naturalmente seguito il generale spopolamento. I pascoli, proprio perché di solito mai molto estesi e sempre scomodi e ripidi, non incoraggiavano la stabilità: così le malghe e le costruzioni non assumevano mai caratteristiche di totale permanenza estiva. Ecco dunque i ruderi delle ormai scomparse teggie, costruzioni piuttosto primitive di pietra ricoperta di paglia, veloci da edificare e da riparare ad ogni stagione. Paesi veri e propri oltre gli 800 metri di quota sono soltanto nella Valle del Cervo (Rosazza e Piedicavallo) e anche più sotto sono assenti le grandi borgate. Piccoli nuclei di abitato sono aggrappati alle ripide fiancate del monte e a volte del tutto nascosti da fitti boschi di castagno e faggio. Le case in genere sono grandi, e questo significava poca povertà. Infatti la popolazione, impossibilitata a coltivare e ad allevare bestiame, si era ritagliata la specializzazione del lavoro nelle cave e nelle miniere, con conseguente migrazione stagionale. Pietro Micca era proprio nativo di questa vallata.

Un giorno di aprile 1981 stavo arrampicando in Sardegna, nel Supramonte di Oliena, con i miei compagni di avventura per il libro che stavo scrivendo, Mezzogiorno di Pietra. Mattino e pomeriggio nebbiosi, anche se il tempo non minacciava pioggia. Riuscimmo a trovare l’attacco della via nuova perché l’avevamo osservato bene il giorno prima: in quel momento non saremmo riusciti a trovare neppure una via conosciuta, figuriamoci un itinerario da aprire. Il pilastro si ergeva sopra di noi, ma il suo mistero era inaccessibile. C’eravamo sopra e non sapevamo nulla di più del giorno prima, quando lo vedevamo da lontano. Ormai a metà, ci fu un momento in cui la nebbia si divise in raggi di sole. Era impressionante, ci sembrava che le sbarre di nebbia si contorcessero per gli sforzi di Sansone. Poi la prigione si richiuse e Sbarre di Nebbia fu il nome della via.

Mi ero aspettato che lo stesso fenomeno accadesse sulle Prealpi Biellesi: ma non capitò.

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Giorni di nebbia ultima modifica: 2017-06-28T06:02:56+01:00 da GognaBlog

1 commento su “Giorni di nebbia”

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    Alberto Benassi says:

    ” in quel momento non saremmo riusciti a trovare neppure una via conosciuta,”

    E’ incredibile come la nebbia rende tutto misterioso. Anche i luoghi più familiari diventano complicati.
    Anni fa da solo, e d’inverno sulla Pania della Croce , uscito dal Canale dei Carrubi mi sono visto costretto a dover riscendere dal canale, seguendo le tracce , perchè non sapevo più dove scendere, nonostante la semplicità della via normale.
    Sto per rigirami sulle mie tracce prima che il vento le cancelli , quando mi pare di sentire delle voci. Allora non sono solo io il matto. Sono due amici che usciti dal versante opposto, stanno anche loro ravanando per cercare la via di discesa.
    Ci unimo e alla fine riusciamo, con parecchia fatica, ad imboccare il vallone dell’Inferno per scendere al rifugio Rossi.

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