Per gli dei è l’ora del crepuscolo

E’ assai probabile che Gian Piero Motti rifiuterebbe la paternità di questo articolo, se potesse. Non tanto per i concetti espressi, quanto per la semplicità di esposizione e il taglio dell’articolo che di certo non potevano presupporre lo sviluppo dell’arrampicata che avrebbero assecondato.

Per gli dei è l’ora del crepuscolo (GPM 029)
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Tuttosport del 20 ottobre 1972)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

In alcuni ambienti alpinistici si ritiene che il limite raggiunto in arrampicata libera negli anni Trenta e Quaranta sia tuttora insuperato. Molti giovani, naturalmente, non sono d’accordo, ma vi è grande timore nell’affermare finalmente una verità sacrosanta. La conservazione dei miti è cosa quanto mai dannosa e deplorevole. Non voglio disconoscere i meriti di uomini come Comici, Carlesso, Tissi, Andrich, Cassin, Solleder: essi raggiunsero effettivamente il limite.

Si dice che oggi le piste in tartan favoriscano le prestazioni in atletica; e, nel ciclismo, che le biciclette sono più leggere. Non è solo quello. Oggi la selezione avviene su una base molto più vasta. Se trent’anni fa da cento corridori usciva un campione, oggi, da mille, ne escono dieci.

L’amico Emanuele Cassarà mi citava, a proposito di una salita ciclistica in Liguria, la Bocchetta, che è rimasta uguale per asfaltatura a venticinque anni fa. E anche le biciclette non sono sostanzialmente diverse. Coppi percorreva questa salita in tempi considerati allora sbalorditivi. Oggi superano la trentina i ciclisti che percorrono quella salita in tempi decisamente minori. Cos’è cambiato? Vanno più forte di Coppi? Evidentemente sì!

Emilio Comici superò in prima ascensione il Salame del Sassolungo, che ora porta il suo nome, utilizzando più di sessanta chiodi. Oggi non pochi alpinisti vincono quella parete con l’uso di venti-trenta chiodi.

Salite che un tempo erano percorse una volta durante la stagione, oggi sono divenute classiche e sono affrontate da decine di cordate. Numerosi sono i solitari che senza alcuna autoassicurazione compiono salite estreme in tempi brevissimi. Si dice: eh, già, perché le grandi salite sono ormai superchiodate e anche i brocchi riescono a farle. È vero solo in parte.

Vi sono pareti che hanno in parete meno chiodi di quanti ne infissero i primi salitori. Citerò ad esempio la via Gervasutti al Pic Gugliermina, ripetibile oggi con l’uso di quindici chiodi contro i trenta della prima salita. Piuttosto, alcuni grandi alpinisti vedono svalutarsi enormemente la moneta e allora tirano in ballo giustificazioni più o meno valide: vero è che per loro diviene sempre più difficile affermarsi, perché sono troppi quelli che vanno forte sul serio.

Gian Piero Motti

Ho ripetuto molte salite estreme, vie di sesto grado aperte da Comici, Carlesso, Ratti e molti altri. Eppure su di esse non ho mai trovato passaggi in arrampicata libera difficili come quelli che a volte ho superato (o che mi hanno respinto) nelle Calanques o in Grigna. Si tratta di vie aperte dai giovani dell’ultima generazione, i vari Guillot, Coquegniot, Seigneur, Gogna, Cozzolino, Messner, Anghileri, ecc. È ora di dirlo chiaramente: essi hanno saputo e sanno fare meglio di allora.

Il sesto grado di oggi è “più difficile” del sesto grado di quarant’anni fa, e non si tiri in ballo l’evoluzione dei mezzi tecnici. Oltre al discorso della selezione più vasta, occorre considerare che oggi i giovani finalmente capiscono che l’alpinismo può e deve essere un meraviglioso sport, che la preparazione ginnica e atletica è fondamentale per l’arrampicata.

Prendiamo un ginnasta di valore, insegniamogli ad arrampicare e ne vedremo delle belle. È vero, l’arrampicata richiede passione, doti naturali e intelligenza. Ma per superare il sesto grado in arrampicata libera ci vogliono dita che serrano come pinze e braccia, appunto, da ginnasta. E oggi che il tempo libero è maggiore e ci si allena di più, si possono raggiungere livelli impensabili. Poi certo vi sono molti che vendono fumo, che si arrabattano e barano. Ma, con gli stessi mezzi di allora – si arrampica pur sempre con le mani e con i piedi e con pedule che sono assai simili a quelle degli anni Trenta – si sa fare meglio di allora.

Si dica finalmente che l’alpinismo può e deve essere uno sport e che i miti non esaltano più nessuno. I giovani devono avvicinarsi all’alpinismo serenamente, imparando ad arrampicare in numero sempre maggiore. Ve lo dico io, è uno sport completo, meraviglioso e, ci tengo a sottolinearlo, per nulla tragico e rischioso.

È vero, a volte leggete storie che fanno accapponare la pelle, ambientate in scenari tragici e cupi. E gente che cerca disperatamente di far colpo sul grande pubblico, per far credere che gli alpinisti sono super-uomini, acrobati che rischiano senza rete. È vero, qualcuno di noi sfoga così le frustrazioni, ma tanti altri sono sani ragazzi che arrampicano in blue jeans, che amano la pop music, che non hanno timore di amare ripetutamente la propria donna per paura di perdere l’allenamento, che soprattutto non cercano il rischio gratuito.

Hanno capito che si può andare ad arrampicare come si va a giocare una partita di pallone o a fare una bella sciata alla domenica, col sole.

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Per gli dei è l’ora del crepuscolo ultima modifica: 2018-11-10T05:45:11+01:00 da GognaBlog

12 pensieri su “Per gli dei è l’ora del crepuscolo”

  1. 12
    paolo panzeri says:

    Casadio, per risponderti (forse ripeto quello che dice Benassi, quello che ho capito), guardando alla sua attività alpinistica, direi che semplicemente non poteva vedere il futuro, si può anche dire che si era fermato nel suo tempo, come tanti a lui vicini, non era riuscito ad andare oltre come lui di sicuro voleva.
    Ma per quel po’ che l’ho conosciuto sapeva di essere così e lo ha scritto molto bene, poi ha troncato tutto.

  2. 11
    Andrea Casadio says:

    Ciao a tutti, in questi giorni sto leggendo la “Storia dell’alpinismo” di Motti, edita nel 1977, quindi posteriore all’articolo in questione. Alla luce di questo, e non della mia esperienza alpinistica che è davvero di scarso rilievo, lascio qualche mia riflessione:
    – già 5 anni dopo questo articolo, sembra che Motti avesse modificato la sua valutazione delle difficoltà delle vie storiche degli anni ’30 e ’40, in quanto nella rievocazione di queste, non manca mai di far notare (anzi lo ripete ossessivamente) come le successive ripetizioni e quindi la maggior quantità di chiodi, informazioni, evoluzione dei materiali ecc.. avessero reso molto più addomesticate le vie.
    – per rispondere ad Alberto, bisogna dire che Motti nella sua “Storia” dedica spazio agli alpinisti meno noti (intendo “mediaticamente”, non alpinisticamente) tra cui Rebitsch, riconoscendo le difficoltà estreme, in libera, delle sue vie
    – dire che Motti abbia fallito nell’analisi dell’alpinismo degli anni ’70 mi sembra eccessivo, effettivamente in quel periodo le difficoltà dei passaggi in libera stavano aumentando decisamente, ma qui la mia opinione si basa su resoconti e relazioni, non avendo mai messo mano su una Messner, Gogna o Cozzolino, e più di me hanno titolo a parlare altre persone, come Alessandro stesso. Negare però i concetti dell’articolo perché non si è citata (o ripetuta) questa o quella via mi sembra limitato, perché Motti parlava della direzione generale che l’arrampicata prendeva in quegli anni. Anche nelle conclusioni, non credo volesse ridurre le salite alpinistiche di un certo impegno a prestazione libera da rischi, ma si stesse riferendo al nascere dell’arrampicata sportiva in falesia e bassa montagna, e per come si sono evolute le cose, non mi pare avesse (pre)visto male. Certo, come sostiene Alessandro nell’introduzione, non aveva ben immaginato cosa questa diffusione dell’arrampicata avrebbe portato in tema di eliminazione del rischio, ma erano passati solo 4 anni dall’articolo di Messner e dall’ondata di avversione verso l’artificiale e i chiodi a pressione, non credo immaginasse così presto l’avanzata dello spit.


    Infine, per interesse storico-letterario (tacciabile anche di sega mentale) mi piacerebbe sapere da chi ha vissuto quegli anni o anche, da chi ha conosciuto GPM, come leggere questo articolo alla luce dei “falliti” uscito solo qualche mese prima. Lo sport, leggero, spensierato dell’arrampicata doveva essere un’alternativa all’alienazione dei “falliti”? Non vedeva nell’atletismo esasperato, gli allenamenti, le diete del freeclimbing gli stessi indizi di ossessione?
     
    Buona giornata a tutti

  3. 10
    paolo panzeri says:

    Se continui così almeno aspettati una censura! 🙂

    Penso che molti miti alpinistici si appannino da soli, anche se tanti loro discepoli si affannano a togliere di continuo lo sporco e l’umidità.

    E secondo me quasi tutti quelli creati dai vari media scompaiono sempre più velocemente, restano e riaffiorano invece quelli che nel loro tempo sono stati capaci di andare un poco oltre più coi fatti che con le parole.

    La gente però preferisce restare ignorante e seguire il mito del momento.

  4. 9
    Alberto Benassi says:

    n questi tempi così banali é come fare sacrilegio nel Medio Evo.

    Paolo, vuoi dire che mi metteranno al rogo?

     

  5. 8
    Alberto Benassi says:

    Anche l’sempio della Comici al Salame, è un pò fragile. Comici ha creato vie di ben altro spessore.

  6. 7
    Paolo Iacopini says:

    In qualsiasi sport dove si misura c’è progresso.

    E’ evidente che si migliore in ogni disciplina.

    Oddio, se penso ad un camino di 6° mi sa che è duro anche per i moderni…

  7. 6
    Alberto Benassi says:

    Paolo me ne guardo bene di appannare i miti. Almeno per me, e l’avrai capito, ce ne sono di importanti, anche se non sono sempre tra i più famosi. E poi se non ricordo male, proprio Motti in un suo scritto rimarca l’importanza dei miti.

    Qui però Motti secondo me ga due errori. Il primo di non poter prevedere quanto sarebbe cambiata l’arrampicata e i livelli che si sarebbero raggiunti. Ma questo è un errore scusato, mica è facile leggere il futuro.

    L’altro è che Motti ha si ripetuto certe vie estreme dei campioni del passato, ma mica tutte e nemmeno di tutti. Le vie di un certo Rebitsch l’ha fatte? Quelle di Vinatzer e di Comici l’ha fatte tutte per poi poter fare dei giusti confronti ?

    Ogni prestazione è grande nel suo tempo ma certe vie dei pionieri fatte con l’attrezatura che avevano resteranno sempre grandi.

  8. 5
    Paolo panzeri says:

    Alberto fai il bravo, non appannare i miti e le leggende metropolitane.

    In questi tempi così banali é come fare sacrilegio nel Medio Evo. 🙂

    PS: nel 68 ho visto tante delusioni amorose e ne ho vissuta una, ma la maggioranza sono state superate con una buone dose di incoscienza speranzosa.

  9. 4
    Alberto Benassi says:

    Ho ripetuto molte salite estreme, vie di sesto grado aperte da Comici, Carlesso, Ratti e molti altri. Eppure su di esse non ho mai trovato passaggi in arrampicata libera difficili come quelli che a volte ho superato (o che mi hanno respinto) nelle Calanques o in Grigna.

    forse non le aveva ripetute tutte le vie di questi personaggi.

    Ad esempio c’è una Comici al Dito di Dio o una diretta Vinatzer alla Furchetta che non so se le avesse messe in questo suo elenco.

  10. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    Chissà se Alessandro Gogna, quando realizzò la prima salita solitaria dello Sperone Walker nel 1968, si rese conto che stava facendo mera attività sportiva? Piú o meno come la partita a calcetto del giovedí sera in palestra.

  11. 2
    Roberto says:

    Un articolo interessante. In gran parte condivisibile. Secondo me una componente importante per compiere determinate imprese, per aprire vie estreme è  la testa, indipendentemente dall’epoca di effettuazione. Senza quella non c’è preparazione tecnica o fisica che tenga, soprattutto in alta montagna.

  12. 1

    A parte quando dice che l’alpinismo non è rischioso , l’ho trovato molto equilibrato seppure di rottura per  tempi.

    Tempi in cui c’erano fermento e confusione. Belli.

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