Gli scalpellini

Gli scalpellini
di Andrea Andreotti
(pubblicato su Rivista Mensile del CAI, agosto 1971)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***

È molto triste, per non dire doloroso, vedere bistrattato l’alpinismo che si ama. Frasi come: «È una via da scalpellini», «Roba da fabbri». «È una via di valore, se levi tutti chiodi e li vendi…». «È una “ferrata”, una scala, una scalata pompieristica» sono ormai all’ordine del giorno nel mondo alpinistico. Non sono certo frasi elogiative, né invitano ad andare a ripetere quelle tali vie così drasticamente classificate. Quelle frasi suonano come un anatema, come una scomunica che pone fuori dall’alpinismo «vero» gli apritori di quelle vie e ancor di più coloro che vanno a ripeterle. Se infatti gli apritori sono degli scalpellini, coloro che vanno a ripeterle sono quei famosi «buoni a nulla» che salgono con le staffe persino sul III grado. Non solo. Gli apritori vengono chiamati scalpellini quando va bene, quando non sono accusati di essere dei terribili «assassini» che cinicamente «uccidono» l’alpinismo per il puro gusto di piantare chiodi facendo magari una fatica cane. Per non parlare poi di quelli ignobili «rubaproblemi» alle generazioni future, che sarebbero tutti coloro che aprono vie nuove usando quegli orripilanti chiodi a pressione. Ignobili perché invece di salire certe lavagne in arrampicata libera usano, poveretti!, i chiodi a pressione. Perché invece di «tornare a casa ad allenarsi meglio» capiscono subito che di lì o «si passa a pressione», o non si passa.

Lo scalpellino

«Meglio non passare» dicono i vecchi.
«Lasciamo il problema alle generazioni future» dicono i giovani a cui fa «sfizio» toccare i chiodi a pressione. Come se le generazioni future, per chi sa mai quale dono divino, potessero riuscire a passare senza chiodi od altri ausili tecnici, là dove oggi sono necessari, dico necessari, i chiodi a pressione. E questi accaniti fautori del classico bollano i loro fratelli alpinisti con il marchio infamante (o che loro credono tale) di «scalpellini», solo perché aprono vie con molti chiodi o con chiodi a pressione.

Costoro forse non sanno che gli scalpellini, i fabbri, i manovali, fanno il loro lavoro su ordinazione, per questo lavoro vengono pagati e nell’eseguirlo non corrono alcun rischio, né dormono una notte, dico una, fuori da un comodo letto. Proprio come coloro che aprono le tanto discusse «vie ferrate»… Costoro al contrario sono degli artisti, scultori e poeti. Tra chi apre una nuova via per un profondo bisogno inferiore e in essa cerca di trasfondere tutta la sua forza, la sua morale, la sua concezione dell’alpinismo dando tutto se stesso senza nulla ottenere; fra costui, dico, e uno scalpellino vi è una bella differenza. La stessa che vi è fra uno scalpellino e uno scultore, fra uno scribacchino e un poeta, i quali pur facendo lo stesso lavoro manuale producono cose completamente differenti: comuni e banali le une, ricche di un profondo contenuto spirituale ed estetico le altre.

Solo quando si sentiranno dialoghi di questo tipo, si potrà parlare di scalpellini:
— È lei…?
— In persona.
— Mi hanno detto che lei è il miglior chiodatore della zona.
— E il meno caro.
— Mi servirebbe una via.
— A pressione?
— Naturalmente.
— Dove la vuole?
— Sulla parete sud del Pagaben.
— Benissimo. Di che lunghezza?
— 200 metri.
— Una o due cordate?
— Meglio una. E la spesa?
— Facciamo subito. Dunque, 200 metri a 500 lire il metro, che è la tariffa minima, sono centomila lire. Poi ci sono i bivacchi… tre dovrebbero bastare. A diecimila lire l’uno sono trentamila lire. I chiodi sono compresi nel prezzo. Ecco fatto. Con 130.000 lire, massimo 150 se ci sono imprevisti, lei avrà la sua bella via.
— Perbacco, davvero poco!
— Modestamente… E come la vuoi chiamare?
— Col mio nome, naturalmente.
— Benissimo. Per il pagamento metà subito, e metà a impresa compiuta.

Il pompiere

Ecco. Quando gli alpinisti saranno ridotti a tal punto avranno ragione coloro che spregevolmente li chiamano «scalpellini» e «fabbri». Ma fino a quando una nuova via nascerà come prepotente bisogno di un uomo che cerca di esprimere se stesso, l’alpinismo vivrà. E chi oserà chiamare scalpellini gli alpinisti rivelerà a tutti la sua meschinità. La meschinità di chi non capisce la differenza che c’è fra un fabbro e uno scultore, fra uno scalpellino e Michelangelo.

Il poeta
 

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Gli scalpellini ultima modifica: 2017-08-30T05:18:38+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Gli scalpellini”

  1. 4
    Marco Lanzavecchia says:

    “Come se le generazioni future, per chi sa mai quale dono divino, potessero riuscire a passare senza chiodi od altri ausili tecnici, là dove oggi sono necessari, dico necessari, i chiodi a pressione.”
    Eh.
    Han potuto.
    Ma va bene eh… va tutto bene. Ma se apri una via rigorosamente trad, anche strafacile, sei certo che nessuno avrà mai da dire.

  2. 3
    Alberto Benassi says:

    Non mi sento di paragonare la realizzazione di una via ad un’opera d’arte. Ma senza dubbio è l’espressione di chi la apre. Quindi anche se non condivisa, merita rispetto.
    Quello che oggi spesso accade, è che si apre non per se stessi, ma per la massa. Ponendosi il problema che la via venga ripetuta il più possibile. E non lo si fa, soltanto cercando di farla conoscere, ma realizzandola spianando la strada ai ripetitori eliminando il più possibile le incognite se non quelle del puro gesto atletico.
    Questo per me è sbagliato.

  3. 2
    Giandomenico Foresti says:

    La verità è che, a seconda da come la si guardi, hanno tutti ragione e tutti torto. Inoltre, nel corso della vita, è facile cambiare opinione e modo di veder cose. Quindi?
    Io ho sempre provato profondo rispetto per coloro i quali concretizzano un sogno, anche andando controcorrente e sempreché non facciano del male a nessuno. Di contro non ho mai sopportato molto coloro i quali fanno le cose per moda.
    Secondo me, prima di copiare, bisognerebbe ragionare. Bisognerebbe cercare di porsi una semplice domanda: cosa mi spinge a fare cosa? Il problema, in definitiva, risiede nelle motivazioni. Un conto è aprire una via, a prescindere dalle modalità, per vivere delle emozioni e un altro aprirla per dimostrare qualcosa a sè stessi e agli altri.
    Esiste dentro di noi una scala di valori e ci sono perfino degli studi scientifici al riguardo. Per me il primo che ha un’intuizione merita sempre rispetto. Dal secondo in poi dipende.

  4. 1
    paolo panzeri says:

    Mah, per me è sbagliato riconoscere a tutti il diritto di fare tutto e non bisogna accettare che tutto venga banalizzato e massificato.
    Bisogna continuare a evidenziare le differenze fra “le cime e le valli” perché da sopra si guarda tutto il mondo, di sicuro almeno un bel pezzo.
    Ma ora si vuole la sicurezza delle certezze e non ci si muove.

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