Go aid a pitch 04

Go aid a pitch 04 (4-4)
di Gabriele Canu

Caminando al Reissend Nollen (Wendenstock)
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Caminando al Reissend Nollen (Wendenstock)
… ed eccoci qui, su una via magnifica, considerata come una delle vie più belle della svizzera… Caminando! … che poi, non capiamo come possa avere questa reputazione… di 17 tiri, di stupendi ce ne saranno solo 11 o 12, di belli solo 5 o 6… boh, non so, sti svizzeri so’ strani, eh! Comunque, le disquisizioni sulla bellezza della via al team Gap importano ben poco: non siamo certo qui per divertirci!!! Infatti lore mette le cose in chiaro già subito al primo tiro: dritto da sosta a sosta, e quando ga lo raggiunge di corsa, il tono è perentorio “… dove minchia hai lasciato lo zainetto?!? … giù a prenderlo!”. E così, ga alla fine del primo tiro si è già fatto 100 metri. Bello caldo, riparte per il secondo tiro: e senza avere neanche le scuse delle dita congelate, già trova eterno senza neanche aver avuto tempo di dire “bah”. Si comincia con la riga di pattoni, ma lore, in ottimo stato mentale, li scansa tutti e riesce ad arrivare in sosta al 6c+ senza dover fare amicizia con le fettucce dei rinvii. Il due tiri successivi toccano a ga, per un ovvio criterio di suddivisione delle rogne in questa lunga giornata! Il primo liquidato in nonchalance (… ah, sì… ), il secondo risolto a furia di lanci, controlanci, acrobazie varie, il tutto due metri sopra al chiodo sotto, e 7 cm sotto quello successivo. Fortuna che la relazione in nostro possesso diceva “runout fino in sosta di 7 metri sul VI+”. Ga, d’altra parte, mica ha il senso della misura: dopo aver trovato chilometrico ed aver detto di tutto al “relatore”, osserva il tipo in sosta, un simpatico spagnolo (pardon… catalano, non spagnolo!!), e quello gli indica – con il sorriso sotto i baffi e impaziente di vedere i numeri da circo sui successivi 5 metri per arrivare da lui in sosta – uno spit, due metri sotto e un po’ a sinistra… ahhhh, ecco, sul VI+ ero d’accordo, ma mi sembrava fossero un pelino più di 7 metri…!!! Sul 6b+ successivo, chiodato allegro tanto da non far perdere la concentrazione, lore regala sprazzi di bel gioco; giusta premessa agli scapaccioni che toccano a ga sul tiro chiave, che – vista l’ariosa chiodatura che lascia spazio alle riflessioni sui grandi perché della vita – per l’occasione si trasforma in un ring. Dopo aver rischiato più volte il ko tecnico e aver ricorso più volte alle cure dei sanitari, l’ultima smanacciata è quella buona… e le ossa per oggi le riportiamo tutte a casa, yeah! (…) Il successivo 6a rende l’idea di cosa si intenda per “arrampicata libera” e cerca di intralciarla il meno possibile, mentre sull’altro tiro duro la scusa degli attriti non è niente male per giustificare dei potenti resting. Due o tre tiri dove si respira, e poi si ricomincia a pompare, il diedrone che si vede da basso non è poi così appoggiato… ma in fondo ormai siamo a cinque tiri dalla fine, e quando ga è a tu per tu con l’ultimo strapiombino – belin, ma anche a un metro dalla cima dovevano metterci un passo duro?! – per pura e semplice questione morale (ma soprattutto per non concedere quelle piccole soddisfazioni al socio… si accaparra la sosta senza fermarsi a riflettere! Ed eccoci qui, con gli strani ma simpatici spagnoli, ad abbracciarci e a stringerci la mano, e a correre giù insieme in mezzo alla nebbia per simpatiche e un ciccinin aeree (…) doppie che in men che non si dica (…) ci riportano alla base… sta calando la luce, ma ormai siamo sul sentiero! … ma come… ?! ancora caminando, stiamo?!? PS: via meravigliosa, posto incantevole, roccia galattica, … vado avanti?!
Data: 11 agosto 2012

Nel corso del tempo al Becco di Valsoera
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Nel corso del tempo al Becco di Valsoera
“dai ga, tranquillo, decidi tu… andiamo a fare un giro dove ti pare, dimmi solo l’ora e dove!” – mannaggia, povero Davide, ancora non sa in che grana si sta cacciando con questa affermazione… Metà settembre, il meteo del weekend pare garantire meteo super e di nuovo un po’ più caldo, beh… l’ultima occasione per un giro al meraviglioso valsoera! E così, l’inedita coppia ga-davide, decide di “conoscersi” su questa famosa via del buon manlio motto, che tutti dicono così bella… e per essere che ci si conosce da due ore, l’inizio non è male: ga, il “local” (!?!) della valle, non perde occasione – fosse che fosse UNA volta che la azzecca! – per sbagliare strada. Ma porc… !! Vabbè. Una notte con il saccoapelo buttato sul prato sotto una stellata magnifica, è il benvenuto della valle per davide alla sua “prima volta” in zona… che in questa stagione diventa davvero magica, pochissima gente in giro, fresco al mattino… e una giornata stellare davanti a noi! Neanche il tempo di scaldarsi le dita, e via senza pensieri per un bel 7a+ su tacchette, che a settembre, a ovest, a 2800 metri diventa qualcosa che ha ben poco a che vedere con l’arrampicata… vabbè, primi metri primi scapaccioni… ma ci mancava solo il contrario! Al secondo tiro è il turno del Lungo – così noto non so perché, di sicuro non per l’altezza come si potrebbe immaginare, è solo 1,90! – che si sbarazza senza neanche accorgersene di un onesto 6b+. E’ il turno di ga, ”dritti per il muro rosso a tacche distanti“, diceva la guida dimenticandosi che anche gli spit non sono esattamente quel che si definisce ”a portata di mano“. Così, tra continui e inutili tentativi di scaldare le dita ibernate, e equilibrismi vari per non soccombere alla forza di gravità che incessantemente richiamava verso il basso anche in momenti poco opportuni, il losco individuo giunge in sosta strappando la libera in extremis, e ovviamente, appena in sosta, il sole arriva sulla parete. Malimortacci!!! Almeno il lungo si gode il successivo tiro… interessante pur nella sua brevità, e ga ancora si ritrova in mezzo a un tiraccio, di cui si libera con alcuni movimenti a metà tra l’arrampicata e il calcio saponato. Nel tiro successivo, il lungo sperimenta l’inscalabilità (totale!) di un paio di spit del tiro successivo (?!? Fantascienza… anni e anni di scalata, e non capirci una beneamata… ), ma si passeggia (…) il resto del tiro. Anche ga prova a passeggiare sui primi metri del tiro successivo, da molti evitato sulla destra… ma ga, si sa, non sa mai dire di no a due scapaccioni garantiti e a tasso zero! Di qui la scalata si fa più facile, in compenso l’ora comincia a farsi tarda… ci involiamo (…) sulla sommità del torrione, e neanche il tempo di dirlo – sono le sette! – e giù di corsa dopo esserci goduti qualche minuto la maestosità del posto e la giornata meravigliosa che ci ha accompagnato! Le doppie vanno via in fretta senza complicazioni, un po’ meno il rientro al rifugio al buio, ma insomma… è andata, grande giornata… e niente male, come prima via insieme…!

(palloso ma doveroso appunto tecnico) premetto: a) adoro le vie di motto b) normalmente le sue vie per me sono capolavori c) è stata comunque una bellissima giornata e mi sono divertito. Premesso ciò devo però dire che, rispetto allo ”standard motto“, qui ho trovato una chiodatura stranamente ”generosa“ (spit anche a fianco a fessure proteggibili), ma più di questo… due anni fa ho ripetuto Sturm und Drang, oggi questa via e… confermo la mia opinione in merito a quanto già avevo visto. Mi pare una via parecchio forzata, in molti punti si passa a pochi metri, in alcuni proprio a fianco… non so, nessuno dice niente in merito in giro, tutti a tessere grandi lodi… però a me personalmente, pur trovandola una bella via – leggi bella arrampicata, bella roccia, bella linea – mi ha lasciato un po’ perplesso per questi aspetti… e mi pare strano che nessuno ne dica niente… lo avesse fatto Grill lo avrebbero mangiato vivo… (fine appunto tecnico!).
Data: 15 settembre 2012

Diretta Ribaldone alla Torre Castello
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Diretta Ribaldone alla Torre Castello
“Allora… ok che ci conosciamo da poco, ok che già non mi sopporti più, ok tutto quanto. Però la settimana prossima compio 30 anni. Ora… a me farebbe pure piacere passare il compleanno con te, però… beh… sta un po’ a sentire, facciamo così: già che è il mio compleanno, lasci decidere me dove andare!” – “… ” – “Ok, allora so dove voglio andare!”.
Certo che ga, terrorizzato da una possibile frase “… voglio andare all’outlet di serravalle!” non sapeva proprio che dire. E francamente, l’alternativa “… voglio salire sulla Torre Castello, e passando dalla Ovest…” lo lasciava impietrito e incapace di intendere e di volere. Così, buttato di peso dentro alla macchina e trascinato ancora incredulo l’improbabile essere vivente nei pressi del parcheggio – alla buon’ora delle 11 e mezza, come veri finaleros doc! – ele comincia a scrutare il cielo. “Interessante… ma oggi non davano meteo ultrastabilemancounanuvoletta?!” – “… massì, lo davano un po’ tutti!” – “… ma tutte ste nuvolaglie, allora?!” – “… e vabbè, due nuvolette di passaggio!!!”. Infatti. Tiro numero 3, piovischia. Tiro numero 6, il casco comincia a emettere strani suoni… “Ele, ma la smetti di far sto casino?! Proprio ora ti devi mettere a scrivere a macchina?! … non puoi fare sicura a modo?!” – “Ehm… scusami hai ragione. Pensa che a prima vista avrei detto che stava grandinando, ma visto che i meteo che guardi tu sono infallibili è impossibile… dai, smetto di scrivere e ti faccio sicura a modo!”. Sarà come sarà, l’ultimo tiro sembrava quasi bagnato… mah, impossibile, chissà!
Arrivati in cima ga tira fuori dallo zaino una mini-sacher e la candelina… – oh, ma è un compleanno o no?!? – ed ele, giunta pure lei, dopo una ventina di minuti si accorge della mini torta… e spenta la candelina… ora si può festeggiare!
… buon compleanno, Ele!

Io l’ho vista così… (Ele)

Data: 18 giugno 2013

Via Deye-Peters alla Torre Madre dei Camosci
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Via Deye-Peters alla Torre Madre dei Camosci
Alpi Giulie, atto primo (e unico dell’anno). Dopo aver clamorosamente, al mattino presto, sbagliato non solo attacco della via ma più precisamente la parete – complimenti!!! – nei pressi delle sorgenti del Piave, altro viaggio della speranza per i nostri due intrepidi (…) eroi (…) che, raggiunto un quantitativo di chilometri ragguardevole, decidono di fermare la macchina e far due passi a piedi, direzione: rifugio pellarini. Destinazione: ignota, ma con in (una) mano la guida dei monti d’italia delle giulie occidentali (affarone: 35 euro per un libricino aggiornato al 1974… e nell’altra i polmoni di ele, in evidente quanto avanzato stato di decomposizione dopo l’avvicinamento al rifugio. Nel quale, onestamente, non veniamo trattati esattamente come dei signori – ma forse nemmeno lo siamo, e nemmeno lo pretendevamo -; e con ciò senza neanche averla iniziata, polemica terminata… ma di sicuro, per quanto mi riguarda, va in quell’elenco di rifugi che ognuno di noi ha, dove magari, se si può evitare di tornare… E peccato, tra l’altro, perché il posto è veramente fantastico, l’ambiente è magico, queste tre paretone lì davanti, imponenti e maestose, sono davvero da copertina!
Un po’ meno da copertina, è l’avvicinamento a questo bellissimo spigolo; nessuna traccia, e dritti per ghiaini ed erbetta. Piacevole, direte voi. Spiacevole, dirà ga mezzora dopo quando tornerà giù e poi di nuovo su all’attacco, con speranze misere di ritrovare la dispersa macchina fotografica: le possibilità di ripassare sullo stesso percorso seguito all’andata su un terreno simile, sono talmente misere da sembrare le possibilità che un pregiudicato finisca in carcere o ai servizi sociali entro una dozzina d’anni dalla sua condanna definitiva in terzo grado. Sempre che quei dieci milioni di sassi che ci sono lungo l’avvicinamento, non siano anche loro paragonabili ai dieci milioni di elettori del pregiudicato in questione; in tal caso, a detta di alcuni pare che sia ampiamente giustificabile un eventuale ritrovamento della mia macchina digitale!
Insomma che, in ritardo di un’oretta e con ele ibernata ad attendere il mio infruttuoso ritorno, siamo pronti a partire. Dopo aver rischiato di venire inghiottiti dal nevaio, e il momento di prendersi le bollite per allenarsi all’inverno: una a testa, palla al centro. Raggiungiamo in breve i due tipi partiti davanti a noi, e ga comincia a spazientirsi, non tanto per il fatto che i tipi facciano OGNI sosta che trovano (10,20,30,40metri di corda fuori che siano!), quando perché la signora è altamente scortese e non apprezza la compagnia di ga in sosta. Capisce poi solo più tardi, quando il tipo dice “you are a speed climber! If you want, probably it’s better if you go ahead, so you can find the way quickly and we follow you!”. Pensiero carino… ma… all’impazienza della tipa, e al suo continuo muoversi in sosta, e farfugliare cose, ga finora non aveva collegato nulla. Salvo quando, poco dopo, la signora gentilmente si sfila l’imbrago, e al grido di “I’ve got to go to the toilet!!!!!” si infila correndo nel camino, ed espleta, diciamo così, le sue ‘funzioni vitali’. Ga avrebbe ben altro modo di definirle, ma il risultato finale è uno stordimento tale da rendere ga totalmente inerme. La faccia di ele ormai a pochi metri dalla sosta, nel frattempo, è da manuale… Ripreso dallo choc, ga comincia a macinare metri al motto di “siamo in ritardo!”, e in breve (…), i nostri due sopraggiungono – vivi! – alla Cengia degli Dei. Cosa non esattamente scontata, senza contare che poi, giungeranno vivi – ele compresa, e ciò è notizia curiosa! – anche dalla discesa per la banalissima gola nord-est…
Data: 22 agosto 2013

 

R4 all’avventura al Pic de Sagneres
Prima del racconto inseriamo le presentazioni dei due compagni di Gabriele:

Micky (Michele Fanni)
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Validissimo rappresentante della stirpe Fanni – e chi conosce Paolo Fanni, sa bene a cosa ci riferiamo. Calmo e silenzioso, se lontano dalla sua chitarra elettrica (che strimpella in maniera dignitosa con un manipolo di soggetti borderline, da lui stesso più comodamente definiti “gruppo”), ovunque si trovi: sulle placche più levigate come sugli strapiombi più accentuati. Tanto silenzioso che a volte facendogli sicurezza ci si dimentica di averlo attaccato al reverso. E, come il fratello, nello stesso tempo lui tende a dimenticarsi che, destino vuole, in questo continente il sole ha la brutta abitudine di tramontare, verso sera. Il suo atteggiamento ieratico può a volte esser scambiato per menefreghismo, ma non fatevi ingannare! Una volta su una via, pochi metri sopra ad un amico (di quelli con le camme!) abbarbicato ad un´unica presa ormai da minuti con avambracci gonfi e faccia implorante, Michele si volta e fa “Dai eh!” e riprende per la sua via… Alla sua scarsa dimestichezza con nut e friend sopperisce con una dose impareggiabile di sangue freddo. Memorabile il suo commento dopo essere uscito da il camino di 20 metri di VI improteggibile sulla Sinfonia dei Mulini a vento all’Aguglia di Goloritzé: “Ma Lo! A cosa servono tutte queste cianfrusaglie che mi hai appeso sull´imbrago? Mi danno solo fastidio!” . Probabilmente soltanto la pigrizia gli impedirà di diventare un grande alpinista. Una delle sue massime preferite, “Ma perché devo riassettare il letto se già stasera ci torno a dormire?”, viene captata da ga nell’ultima uscita GAP su roccia del 2010, e per questo viene scaraventato giù dal letto a orari improbi, e trascinato su una via di roccia dalla fama non certo di una via “facile”, patendo le pene dell’inferno. Non più tardi di un anno dopo, terrorizzato all’idea di trovare nuovamente così lungo, arriva all’appuntamento, ormai tradizionale, con l’ultima scalata su roccia dell’anno dopo un’intensa preparazione atletica, e sfodera prestazioni lasciando ga allibito. Definito dalla critica più severa “Soffice, pungente, sobrio. Criptico.”

Fulvio Scotto
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Una delle leggende (viventi!) dell’alpinismo piemontese. Parlare del suo immenso curriculum con ricky, sarebbe come tentare di parlare di politica con flavia vento. Uno spreco. Un’enciclopedia universale dell’alpinismo. Quando gli chiedi informazioni su una via, lui l’ha già fatta, e sempre (ma come sarà mai possibile?) “25 anni fa”. Nel mezzo non se ne sa nulla. Di sicuro tantissimo alpinismo esplorativo nelle valli del cuneese, duemilaseicentotredici nuove vie sul Monte Matto, oramai la sua seconda casa. Tra le grandi classiche che hanno fatto la storia, gli manca la walker alle jorasses (toh, manca anche a me… ), sempre rimandata perché “… c’è così tante belle cose da fare, che tutto non si riesce!”. Se lo incontrate, alla vostra domanda “quanto ci vorrà ad arrivare all’attacco?”, usate la seguente tabella di conversione: “un’oretta” -> “1h30′ (senza zaino) su faticosissimo pendio di sfasciumi” – “due ore” -> “2h fino al bivio da cui parte il sentiero vero e proprio” – “due ore buone” -> “3 ore e trenta – 4 ore”, e via dicendo. Unico oggetto assolutamente indispensabile in sua presenza: la frontale. Le speranze di ritornare con il chiaro è inutile portarsele nello zaino. E’ l’unica persona che io abbia mai avuto modo di conoscere in grado di salire appendendosi al fiffi ogni spit sul 6a a boragni, e ripetere pilone centrale, pilier d’angle, pilastro rosso (giusto per far tre nomi…), aprire una via nuova in solitaria sulla nord del corno e la diretta allo scarason, fare la prima solitaria al bric camoscere, la prima invernale di Ge.La.Mo. al Corno Stella…

R4 all’avventura al Pic de Sagneres
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… come cambia, a volte, la percezione del tempo e dello spazio. Secondo tiro di questa improbabile linea nuova, ga comincia ad essere sopra l’ultima protezione (vabbè, un microfriend malmesso, d’altronde, rientra in quella categoria comunque!) un paio di metri, tre, quattro, cinque… ci prova in tutti i modi a piazzare qualcosa, ci son piccolissime fessure ovunque, si riuscirà a mettere la prima protezione decente di sto tiro… macché, cieche. Tutte, cieche! Il chiodino, la lametta, entra bene 1 cm, e poi “sdlen, sdlen, sdlen”… niente! E poi ci si lamenta della roccia marcia… avercene! … che poi sulla roccia compattissima, come qui, non ci son nemmeno spaccature, fessure, blocchi da tenere… c’è solo un placcone liscio, bellissimo, certo… con gli spit. Senza, ancora più bello. Però, per raccontarlo, manca ancora un misero metro! … incredibile quanto ci possa volere a prendere il coraggio e fare un misero metro quando la protezione è ‘laggiù’ e per giunta pessima, e quanto invece ci vorrebbe se qui ci fosse uno spit. Ma non c’è, e non ci deve essere… o almeno, questo è il nostro ‘gioco’, queste sono le mie, le nostre, regole. L’avventura è anche questo, in fondo. Non siamo mica qui perché ce l’ha ordinato il medico, d’altra parte. E neanche per consegnare ai (quanto mai ipotetici) ripetitori una via che oggi si ama definire “plaisir”! Questa è la nostra linea, e questo è il nostro compromesso… si passa con ciò che la natura offre, se non si passa… si torna a casa e magari un giorno qualcuno più forte, più motivato, più coraggioso sarà in grado di passarci… oggi ci siamo noi, e ci proveremo fino alla fine! Comunque alla fine l’istinto di sopravvivenza ha la meglio, e la pellaccia, anche oggi, forse la portiamo a casa… Infatti, un metro più in su e a sinistra, ga vede una fessura… si sposta, riesce ad abbrancarla, e pur con un liscione al posto dei comuni appoggi per i piedi, c’è una certezza: dovranno passare sul suo cadavere, per togliergli dalle dita quell’unica presa buona!!! … nonché l’unico posto, dopo venti metri, per mettere una protezione degna di questo nome. E infatti, ga non si lascia certo sfuggire l’occasione e si trasforma nel kebabbaro della situazione, e comincia a farcire la fessura con tutto quel che ha sull’imbrago: sei friends, nove nuts, cinque chiodi, tre tricam, due cunei. Ecco, ora si può continuare… Svuotato di un po’ di peso inutile, e aiutato dalle difficoltà un pochino più consone, riesce a fare anche i successivi quindici metri e a mettere una seria ipoteca sul risultato finale. “Da qui dovrebbe essere tutto più semplice!”, diceva infatti. E i due tiri successivi, con due tratti di VII-, non fungevano altro che da certificazione che l’ottimismo di ga era – come sempre – malriposto. Ma poi per la legge dei grandi numeri la parete comincia ad essere un po’ meno ostile, e con altri due tiri un po’ più gestibili, la cresta è raggiunta! Per tutto il tempo, tiro dopo tiro, ci siamo chiesti: “ma riusciremo a passare?!”… e solo qui, sulla cresta, ci rendiamo conto che alla fine, abbiamo sconfitto il nostro piccolo drago! Avventura bellissima, e stile come piace a noi… indimenticabile!
Data: 4 settembre 2013

Via dei Cencenighesi alla Terza Pala di San Lucano
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Via dei Cencenighesi alla Terza Pala di San Lucano
“dottore, non sto bene, mi sento di aver voglia di scappare un po’, di fuggire lontano, di prendere aria… cos’ho secondo lei?”. Lo controllò ovunque, pressione, battiti, saturazione, test dei riflessi, tutto… finché la sentenza fu “direi che non ci sono dubbi, il quadro clinico è completo e non lascia adito a ripensamenti, signor ga: astinenza da Pale!”. Ma in fondo ga lo sapeva bene, e così, alla proposta di ector di andare a ricordarsi cosa voleva dire cacciarsi nelle grane, fu ga a proporre: “… ma questa forse ancora irripetuta via del de biasio, se ne sa qualcosa?!”. Non se ne sapeva niente, ovviamente, perché andarsi a cacciare su di là non è certo per gente con la testa sulle spalle. E infatti, verso settembre quando la malinconia incomincia un po’ a prendere il sopravvento e si sente l’autunno che ti entra piano piano nelle ossa, i due decidono di andare a vedere questa stranissima linea che a furia di infiniti ed esposti traversi vince la grandiosa e all’apparenza inespugnabile fortezza della terza pala… vista “diqquà”, dove non batte il sole, dove il per nulla ospitale boral spedisce alitate di vento gelido e umido. Dove il traverso erboso per andare a prendere il boral ti lascia il segno. Dove nel giro di 10 minuti incominci a capire cos’è il IV de biasio, scuola massarotto. E ne hai la certezza quando ricominci, poco sopra, a traversare, a traversare, a traversare infinitamente trovando l’unica linea di debolezza… con grande coraggio e astuzia, e poi il difficile camino, e poi ancora, ancora, ancora… e una bella cengia da bivacco, di quelle con ogni comfort, di quelle da signori, di quelle che pensi che se non fossero così lontane, qui ci verresti a dormire più spesso. Un meraviglioso palcoscenico sulla valle, e la tranquillità che da qui, almeno, le grandi difficoltà sono finite. In salita. Rimane poi un giorno intero per l’ultima parte di via, la risalita in cima alla Terza, e poi l’espostissima Cresta di Milarepa, meravigliosa e aerea traversata che porta in un paio d’ore allo spiz… e da lì, ancora l’infinita e lunghissima discesa, con due bivacchi alle spalle e sulle spalle due zainoni, due giorni intensi e senza un attimo di respiro, solito viaggio eterno, avvicinamento faticosissimo e mai stupido, scalata delicata, tecnica e psicologica in un ambiente che, diciamocela tutta, non fa di tutto per metterti a tuo agio. Qui dentro, sulla nord della terza, sembra veramente di essere in un altro mondo, tutto verticale, tutto strapiombante, il boral, i prati verticali, la roccia così così, i traversi, l’esposizione, la discesa infinita e ben lungi dall’essere un comodo sentiero, l’essere e il sentirsi – e un po’ anche vivere – veramente in un mondo a parte. E’ probabilmente il posto delle Pale dove abbiamo vissuto forse con più ‘paura’, schiacciati dall’ambiente e dall’ingaggio. Ma non era paura, era quel misto tra paura e felicità… felicità di essere proprio qui, ‘selvaggi’ e senza mai fermarci nel farci la solita e impossibile domanda… “ma perché?!”. La cosa bella di questa domanda è la risposta, che non vi diamo… è tutta in un abbraccio, alle dieci di sera del terzo giorno, quando il telecomando della macchina fa il suo dovere dopo tre giorni a riposare in fondo al sacco. C’è poco da aggiungere… le pale lasciano sempre un sapore tutto particolare, che solo chi ha provato può capire… insieme forse a chi non ha provato, ma ama davvero l’avventura e il vivere a fondo le giornate. Come ci ha detto il buon De Biasio quando gli abbiamo voluto raccontare che abbiamo provato a seguire le sue tracce, “Bravissimi, ragazzi! … ma proprio lì dovevate andarvi a cacciare…?”… Eh già, dopo aver vissuto quest’avventura come dargli torto… ma la terza ci mancava… ora manca solo la seconda, prima di dedicarsi “all’altro lato”! … arrivederci cencenighe… al prossimo attacco di astinenza da pale!
Data: 23 settembre 2013

Diedro del Terrore alla Parete dei Militi
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Diedro del Terrore alla Parete dei Militi
Ehi liviell… domani hai voglia di fare un giro in montagna insieme?!” – “… dai ga, grazie… e perché no?! … hai qualche idea?!” (ndr: domanda stupida) “mah, sì, in effetti un’idea ce l’avrei… una roba tranquilla, avvicinamento brevissimo, 6b massimo… ” – “figo! Cos’è?!” – “… il diedro del terrore!” – “… ”
E fu sera, e fu mattina. Dopo il massacrante avvicinamento di sette minuti scarsi, l’orrida parete è presto raggiunta. Ele prova subito a trasformare il “diedro del terrore” in “diedro del panico”; i risultati ve li lascio immaginare. Certo è che partire con un tiro di V+ in traverso non è il massimo, ma sui quattro rumeghi successivi di III+ ele non manca di far notare a ga che la sua via ideale è una via di una dozzina di tiri simili… che a voler vedere, è un po’ come dire che la parte bella del pesce è quella dalla cengia in su…
Da qui in poi la parete si verticalizza, e dopo un primo curioso boulder in cui la tacca buona per il piede risulta unta (…?!?) e uscita su terra buona per piantarci il basilico, ga comincia la rissa con un’osticissima fessura ad incastro: inutile dire chi avrà la meglio. Viene poi il tiro chiave, su cui si è letto e scritto di tutto: a ognuno la propria visione della vita e della scalata, però rifletterei sulla frase di elena “… ma questa non è roccia marcia!!!”… che è tutto dire… Le protezioni sul tiro comunque sono più “di quantità” che “di qualità”, ga decide di non testarle così come decide saggiamente di non perdersi come avevano fatto gli amici filippo e saverio, e allora via facile sul bel traversone che porta fuori dal diedro, e che con un ultimo simpatico tratto siamo al bosco e alla terraferma… e contenti di aver salito questo bel vione storico, che prima o poi… andava fatto!
Data: 7 giugno 2014

Demetrio Stratos alla Vetta Occidentale del Corno Grande (Gran Sasso)
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Demetrio Stratos alla Vetta Occidentale del Corno Grande (Gran Sasso)
“… eccola, ele! Dev’essere la distesa di campo imperatore! Che figo sto posto!” – “Stupendo! Ma è enorme!”. E tutto ciò per scoprire che quello che vedevamo era solamente l’inizio, di quella distesa… e il cartello “campo imperatore 20 km” non faceva che confermare l’immensità di questo posto unico. Girovagando con gli occhi un po’ stralunati, finiamo per non renderci conto che alla fin fine, dopo due ore di macchina… non siamo che, in linea d’aria, a un paio di km da dove siamo partiti… Eppure il mondo qui sembra diverso, non c’è una funivia che sale in mezzo ai monti, e dall’Osservatorio in su si respira un’atmosfera diversa. E’ mattina presto, saliamo in mezzo alla nebbia e alle nuvole basse senza ancora vedere dove andremo, e non par vero – vista la distanza così minima in linea d’aria! – di essere sulla stessa montagna dei giorni scorsi. Ce ne rendiamo facilmente conto solo perché anche qui non piove, mentre dal nord giungono catastrofici messaggi da mittenti sconosciuti, “dolomiti allagate!”. E noi siamo qui, in mezzo alla nebbia ora, ma da una settimana qui e senza aver ancora preso una goccia d’acqua…
Appena giunti alla spalla sotto la parete, le nuvole si diradano, la nebbia è quasi interamente sotto di noi, e questo è un posto meraviglioso perché non c’è nessuno, siamo soli e qui, forse, c’è il vero fascino del gran sasso. Tra l’altro, chissà perché ga (come peraltro diversi altri sciamannati) definisce “affascinanti” tutti i posti dove la roccia lascia a desiderare. Come se fosse affascinante vedere la parete che crolla a pezzi. Boh! In mezzo a tutte queste romantiche riflessioni e visioni della vita, ga ed ele si dimenticano che siamo qui per scalare. Glielo ricorda bruscamente il nostro fratello (yo’, yo’, brò!) Matteo, giovane falesista del nord cacciato sulle rogne dal suo fido socio Jack, che in sosta osserva divertito finché non tocca a lui infilarsi nella famosa fessura che caratterizza la via. Quando è il turno di ga, ovviamente il sole va via, lasciando la nebbia a inumidire le ossa e a rinfrescare gli animi; meno male, così ga evita di venire alle mani con l’ostica fessura, e in carenza di materiale opportuno, si regala un simpatico runout, come se non ne avesse già abbastanza di corse affannose per giungere intero in sosta senza dover ricorrere alla dentiera per il resto della sua vita. Ele segue cantando. Si, cantando: ed è tutto dire!! Al terzo tiro sembrano esserci frigoriferi classe A in offerta e Bro’ decide di portarne uno a casa, il meno ingombrante per ovvie ragioni, ma nel goffo tentativo di metterlo nello zainetto lo fa cadere rovinosamente a terra, e di lì al ghiaione basale il tragitto è breve; e poco dopo ga, sul quintomeno, rischia di piantarci una randa tale da riuscire probabilmente ad arrivare e recuperare almeno il cestello, e cominciare il primo lavaggio con i suoi boxer. Ancora un tiro al supermercato in mezzo alle grandi offerte sugli elettrodomestici e protezioni rarefatte come l’ossigeno in quota, e poi via via più facile sino alla cima del corno grande… che vista da quassù! … nebbia. Ovunque ci si giri… nebbia! Per puro sbaglio riusciamo a vedere dei ragazzi in cima senza scontrarci, e poi è il momento di quattro chiacchiere e della lunga discesa. Oggi beh, non possiamo certo dire di aver visto la roccia delle Spalle e non abbiamo sicuramente goduto delle comodità dei Prati di Tivo; ma forse, abbiamo visto una piccola ma sicuramente affascinante parte della vera anima del Gran Sasso!
Data: 17 agosto 2014

 

Nel luglio 2016 Gabriele si è fatto male alle isole Faroe. Questo è quello che ha scritto in via di guarigione:
“Qualcuno in questi giorni mi ha detto che son stato sfortunato… ma forse era solo per cercare di consolarmi del fatto di ritrovarmi così accartocciato e con una dozzina di arti sparsi per il corpo alla ricerca di un’identità.

Per qualche momento, forse, ammetto di averlo pensato anche io. Mentre mi caricavano sull’elicottero, devo averlo pensato. Devo averlo pensato anche quando poco dopo in ospedale hanno cominciato a imbottirmi di morfina come il tacchino di cibo le settimane prima del Giorno del Ringraziamento.

Si, forse l’ho pensato per davvero di aver avuto sfiga. Ci ho creduto. Mi è sembrata un’ottima scusa a poco prezzo.

Secondo questa teoria oggi, ancora con i miei bei problemi a dieci giorni dall’incidente, non dovrei poter essere qui a scrivere…invece, con una mano sola al momento, ma sto scrivendo. Riesco a formulare frasi di senso compiuto… o meglio, riesco a formulare frasi come prima di dieci giorni fa…sul senso compiuto meglio non esprimere giudizi. Riesco a sorridere e a fare smorfie di dolore, riesco a lamentarmi, riesco a ricordarmi che ho ancora dei sogni, riesco a rispondere più o meno a tono alle menate di belino dei miei amici, riesco anche se ancora con un pò di fatica a stare in piedi e a camminare, riesco a rivedere un pò del bel materiale video realizzato in quel poco tempo, in quel posto che mi è rimasto nel cuore… in fondo ero lì anche per quello. Quasi riesco già a vestirmi da solo, con l’aiuto di una corda legata all’armadio pur con qualche sforzo riesco anche ad alzarmi da solo dal letto, insomma: questa è sfortuna?

Visto quello che è successo e a come poteva andare, io la chiamo invece FORTUNA. E infatti, sono fortunato ad essere qua!

Le cose succedono, la vita va avanti. Passerà ancora un pò di tempo prima di poter tornare “come nuovo”, ma… succederà. Non è straordinario? Poteva succedere qui, è successo là… cosa cambia? I soldi spesi per l’assistenza sanitaria? Il fatto di dover interagire in inglese piuttosto che in italiano? Che la terapia intensiva là si chiami intensive care come qualche deodorante che vendono al supermercato? Non cambia niente: sono VIVO!

Grazie – ma veramente! – a tutti quelli che in questi giorni si sono fatti vivi, che mi hanno chiamato, che mi hanno scritto, che son passati a tenermi compagnia, e a quelli che han promesso che passeranno a darmi un abbraccio perchè hanno veramente piacere di farlo: grazie di cuore, non me lo aspettavo!

In primo piano, Gabriele alle Faroe
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Go aid a pitch 04 ultima modifica: 2016-12-03T05:43:34+02:00 da GognaBlog

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