Il granito sotto le mani

Il granito sotto le mani
(scritto nel 1998)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort*, disimpegno-entertainment***

Tutti sanno cos’è il granito, anche chi non si sogna neppure di metterci le mani so­pra. Metà delle strade di Milano sono lastricate con il granito estratto dalle cave di san Fedelino; le sue forme lavorate dal vento stupiscono i turisti in Gallura ed in Corsica; e a due passi da Copacabana, il Pan di Zucchero incanta Rio de Janeiro come soltan­to un Vesuvio sa fare con Napoli.

Ma quando nel lontano 1336 Francesco Petrarca salì con suo fratello il Mont Ven­toux in Provenza, episodio che Carl Gustav Jung qualificò in seguito comel’inizio di una nuova era, nella quale per la prima volta gli uomini cominciarono a vedere il mondo attorno a loro in una nuova luce”, per lui non era certo importante il colore della roccia o, tanto meno, la sua qualità.

E quando nel 1492 il ciambellano Antoine de Ville, su ordine di Carlo VIII re di Francia, effettuò la prima ascensione del Mont Aiguille nei pressi di Grenoble e lo fece con ingente uso di ferro e di scale, al mas­simo poteva ringraziare la buona sorte che gli aveva concesso di aver a che fare con del calcare: se il Mont Aiguille fosse stato di granito avrebbe faticato assai di più a praticare i buchi necessari!

E anche John Murray, che in una guida turistica del 1854 stabilì che chi saliva il Monte Bianco era “malato di mente”, non aveva a cuore la qualità della roccia teatro di attività così insane.

La via di salita alla Divine Bell, Cina. Foto: Hayden Kennedy

Al contrario, prima lo svizzero Johann Jakob Scheuchzer (1672-1733), poi Placidus à Spescha, Déodat de Dolomieu e Horace-Bénédict de Saussure furono tra gli ini­ziatori di quell’alpinismo “scientifico” che presto portò, oltre alle prime realizzazioni come la salita al Monte Bianco, alle distinzioni di forma e di qualità delle varie mon­tagne.

Con la conquista graduale delle più alte montagne delle Alpi si può cominciare a parlare di storia del granito: una storia lunga, che non è possibile scindere da quella del calcare. Sbaglia chi crede che l’alpinismo acrobatico sia nato sulle Dolomiti: basta pensare (per il Monte Bianco) alla conquista di Jean-Estéril Charlet-Straton sul Petit Dru o alla sportivissima salita di Benedikt Venetz al Grépon. Ma è comunque vero che alla fine del secolo scorso ed almeno fino al 1925 l’evoluzione dell’arrampicata fu più una questione “orientale” e calcarea. Solo in seguito vennero uomini e imprese che por­tarono l’arrampicata su granito ai livelli dolomitici in un ambiente a quota maggiore. Parliamo di Franz Lochmatter, Pierre Allain, Giusto Gervasutti, Andréol Madier, Jacques e Tom de Lépinay, Angelo Dibona, Georges Vernet, fino al grande Riccar­do Cassin, la cui maestria si rivelò su tutti i terreni, anche sull’“ultimo problema delle Alpi”, la parete nord delle Grandes Jorasses. Ed era il 1938: si chiudeva un periodo, l’età d’oro dell’alpinismo eroico.

Dopo la seconda guerra mondiale, stranamente gli ulteriori segnali d’evoluzione vennero dalle grandi pareti granitiche del Monte Bian­co. Nel 1951 Walter Bonatti con Luciano Ghigo vinse la parete est del Grand Capu­cin, utilizzando su larga scala l’arrampicata artificiale, cosa che in Dolomiti non era ancora avvenuta. Qualche chiodo ad espansione, a dispetto dell’etica che vorrebbe utilizzare solo le fessure naturali, era già stato piantato sulle Dolomiti da Otto Ei­senstecken, ma ecco che nel 1952 Guido Magnone e compagni trovarono in due tempi un itinerario sulla Ovest del Petit Dru con l’uso di chiodi ad espansione. E questo scandalizzò ma fece anche esempio e precedente.

In arrampicata sul granito del Monte Bianco

Nel frattempo l’arrampicata aveva superato i confini delle Alpi. Ad esempio in Pata­gonia si era in piena epoca di conquista quando nel 1959 Cesare Maestri vinse con Toni Egger il Cerro Torre, uno dei simboli dell’architettura granitica esposto ai venti ed ai climi più impietosi. E fu proprio qui che lo stesso Maestri, nel 1970, consumò il “terribile delitto” di forare la roccia dello spigolo sud-est con un compressore auto­matico!

Furono alpinisti inglesi a continuare l’evoluzione sul Monte Bianco: Joe Brown, Don Whillans e Hamish McHinnes. Poi arrivarono gli americani: John Harlin, Tom Frost, Royal Robbins, Gary Hemming. Dei primi è famosa la salita di una fessura sull’Ai­guille de Blaitière, degli altri la parete sud dell’Aiguille du Fou e la via diretta alla parete ovest del Petit Dru. Nel 1968 gli inglesi Mike Kosterlitz e Dick Isherwood salirono una via nuova sul Pizzo Badile (Alpi Centrali) seguendo un evidentissimo sistema di fessure, usando per la prima volta su montagne così imponenti le scar­pette d’arrampicata a suola liscia. Siamo così alla fine degli anni ’60 e, mentre le ultime linee logiche del granito sono affrontate e superate con mezzi ancora in buona parte artificiale, siamo pronti a ricevere nuovi impulsi, questa volta prove­nienti dalla California.

Francesco Salvaterra scala a Frey, Argentina. Foto: Giacomo Deiana

Dall’altra parte dell’Atlantico due grandi stavano facendo la storia. Dal 1950 al 1965, l’età d’oro della Yosemite Valley, le grandi muraglie della Sentinel Rock, dell’Half Dôme e del Capitan furono salite. Warren Harding, campione dell’artificiale, salì il Nose del Capitan, con grande uso di corde fisse e di chiodi. In seguito si ripeté su un altro itinerario, The Wall of the Early Morning Light, piantandovi la cifra impo­nente di 200 chiodi ad espansione. Indignato, l’altro grande, Royal Robbins risalì la via e tolse ben la metà di quei chiodi sostenendo che non servivano! Fu Robbins l’ispiratore vero dell’alpinismo moderno, fatto di una scalata più pura, più onesta. All’inizio degli anni ’80 una fotografia apparsa in copertina della rivista Mountain rivoluzionò tutto, accendendo migliaia di giovani menti. Si trattava dell’americano Ray Jardine che saliva in perfetta arrampicata libera l’orizzontale tetto di granito di Separate Reality. Già a metà anni ’70 le visite degli arrampicatori europei in Cali­fornia avevano portato anche qui il fascino nuovo del “free climbing”. Mentre in Francia Jean-Claude Droyer e Patrick Cordier tradussero subito in linguaggio calca­reo ciò che avevano acquisito in America, in Italia soltanto in seguito dal granito si passò al calcare: infatti il movimento del Nuovo Mattino, ispirato al nuovo fascino californiano, nacque in Valle dell’Orco, di roccia granitoide, e proseguì con il movi­mento dei “Sassisti” sul granito della Val di Mello.

Anche l’evoluzione del materiale ebbe la sua importanza. Lo strumento che permise tutto ciò fu l’invenzione dei bloc­chetti da incastro, da usare al posto dei chiodi. Sulle Alpi furono usati nel Monte Bianco solo a partire dai primissimi anni ’70. Ai nut si aggiunsero nel 1980 i friend, blocchetti a camme di estrema praticità ideati proprio dallo stesso Jardine. E siamo così quasi ai giorni nostri. Anche con l’aiuto dello svizzero Michel Piola, che ha aperto centinaia di bellissime vie sia su granito che su calcare, reinventando l’avventura in montagna, ormai si è capito che granito è sinonimo di scalata natura­le. Le sue strutture sono varie come quelle del calcare e permettono quasi sempre l’arrampicata libera, anche se estrema e comunque protetta dai moderni “spit”, figli dei vecchi chiodi ad espansione.

Un discorso a parte merita l’arrampicata di aderenza. Ci sono immense placconate di liscio granito, più o meno inclinate rispetto alla verticale, che hanno permesso lo sviluppo di un’arrampicata del tutto speciale. I primi maestri sono stati gli americani sulle lucenti placche della Yosemite Valley, ma i Sassisti della Val di Mello hanno saputo portare avanti un discorso simile dalle nostre parti, a tal punto che oggi, con l’uso delle scarpette, la parete nord-est del Pizzo Badile, tragica conquista di Ric­cardo Cassin del 1937, è stata retrocessa in difficoltà a non più di quinto grado su­periore! Antonio Boscacci ha aperto brevi itinerari nei pomeriggi di sole della Val di Mello ancora oggi irripetuti, perché del tutto sprotetti. Al contrario Michel Piola, ma soprattutto Pierre-Alain Steiner e i fratelli Claude ed Yves Remy, tutti svizzeri, hanno preferito osare il limite caduta ma sempre con l’introduzione, comunque as­sai distanziata, di spit. Le loro realizzazioni sulle placche di Grimsel e di Handegg (Svizzera centrale) sono là a testimoniarlo.

È fuori discussione che le cattedrali della Terra, un gradino subito sotto ai ghiacciati Ottomila, sono tutte costituite da granito. In Patagonia, accanto ai numerosi itinerari aperti da cordate di tutto il mondo, Wolfgang Güllich e Kurt Albert, sul Paine, hanno aperto in arrampicata libera un itinerario che presenta estreme difficoltà. E così l’esplorazione continua sul granito dell’isola di Baffin, sui Logan Mountains in Cana­da, in Alaska, in Groenlandia; in Pakistan, dopo lo stupefacente exploit dei norve­gesi sulla Grande Cattedrale di Trango, si è registrato un interesse dei giovani ar­rampicatori ben superiore a quello per gli Ottomila, da qualcuno definiti ormai privi d’interesse. E così, accanto a Trango, Lobsang Spire, Ogre, Payu e Uli Biaho sono oggi tra i nomi più ricorrenti. E l’Antartide, e la Cina attendono che andiamo a visitare i loro immensi spazi di granito, più o meno ricoperti di ghiaccio.

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Il granito sotto le mani ultima modifica: 2018-01-26T05:41:46+02:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Il granito sotto le mani”

  1. 7
    lorenzo merlo says:

    E no, anche concettuali: senza di loro si deve comunque tornare giù.

  2. 6
    Alberto Benassi says:

    “ma ecco che nel 1952 Guido Magnone e compagni trovarono in due tempi un itinerario sulla Ovest del Petit Dru con l’uso di chiodi ad espansione. E questo scandalizzò ma fece anche esempio e precedente.”

    Forse il maggiore scandalo fu perchè Magnone e compagni, la seconda volta, guadagnarono la parte alta traversando dalla parete nord. Evitando così di ripercorre la parte precedentemente fatta.

  3. 5
    lorenzo merlo says:

     “… l’arrampicata libera, anche se estrema e comunque protetta dai moderni “spit”, figli dei vecchi chiodi ad espansione.“

     

    Peró figli meccanici non concettuali.

  4. 4
    Alessandro Gogna says:

    In effetti mi riferisco non tanto all’uso della tecnica artificiale, quanto all’uso sistematico, con intere lunghezze di corda sulle staffe. In Dolomiti, neppure Nino Oppio lo aveva mai fatto per più di un tiro (quello sul Croz dell’Altissimo).

  5. 3
    lorenzo merlo says:

    Detta anche chiodatura sistematica.

  6. 2
    Alberto Benassi says:

    si, se non ricordo male, in un incontro al Nibbio.

    Forse Alessandro si riferisce alla continuita, alla sostenutezza della della scalata artificiale usata sulla est del Capucin.

    Che poi non è il  Petit Capucie ma la est del Grand Capucin.

     

  7. 1
    paolo panzeri says:

    Forse un errore storico: “Nel 1951 Walter Bonatti con Luciano Ghigo vinse la parete est del Petit Capu­cin, utilizzando su larga scala l’arrampicata artificiale, cosa che in Dolomiti non era ancora avvenuta.

    Ma non era stato Comici, che l’ha insegnata anche a Cassin, già negli anni 30?

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