I trent’anni di Mountain Wilderness

Trenta anni fa, nell’agosto del 1986, e precisamente l’8 agosto, in occasione del duecentenario della conquista del Monte Bianco, trentatré tra gli alpinisti più famo­si d’Europa firmarono il manife­sto Alpinisti per il Monte Bianco che chiedeva, per la salvaguardia di questa grande montagna-simbolo, il primo parco inter­nazionale europeo. Era la prima volta, dopo tanti anni di colpevole silenzio, che gli alpinisti prendevano coscienza di un ambiente sempre più minacciato.

Ci volle un anno, poi, per maturare l’idea e per concretizzare  la nascita di Mountain Wilderness, un movimento di al­pinisti che, in autonomia da qualunque confine, univano le idee e le forze per la conservazione mondiale della montagna.

L’associazione Mountain Wilderness nacque a conclusione dell’omonimo convegno tenutosi a Biella il 31 ottobre – 1 novembre 1987. La sua vocazione era quella di un “movimento organizzato nel segno della libertà”, con una struttura gerarchica non piramidale e un assetto burocratico ridotto al minimo necessario.

A distanza di trenta anni proviamo ad accostare il documento di allora con un’odierna analisi della situazione. Pertanto riportiamo qui di seguito il documento ufficiale dell’8 agosto 1986 Alpinisti per il Monte Bianco (sventuratamente profetico) a confronto con l’articolo di Francesca Colesanti In wilderness we mountain. Con rispetto.

Carlo Alberto Pinelli e Lodovico Sella. Foto: Roberto Serafin / Mountcity
30AnniMW-Pinelli-e-Sella-copia-2


Alpinisti per il Monte Bianco
8 agosto 1986

Premessa
Se è vero che il sentimento della bellezza non nasce esclusivamente da valutazioni estetiche formali, ma presuppone sempre un coinvolgimento emotivo personale, frutto di esperienze particolarmente significative, di ricordi, di fantasie, di miti, allora certamente il massiccio del Monte Bianco deve essere considerato, da chi ha praticato o pratica l’alpinismo, come la montagna più bella del mondo. Infatti, anche se molte altre montagne in Europa, Asia, America, potrebbero pretendere di rivaleggiare con il Monte Bianco per l’eleganza dei dettagli e la incomparabile potenza dell’insieme, nessuna lo eguaglia per il fascino profondo che emana dalla sua storia. È la storia che fa del Monte Bianco un monumento naturale unico sul Pianeta.

Il Monte Bianco e la storia dell’alpinismo
Grandioso frammento delle glaciazioni quaternarie, rimasto intatto al centro di un continente sempre più irrimediabilmente corroso dall’assalto della civiltà delle macchine, il Monte Bianco ha rappresentato in questi ultimi due secoli la patria d’elezione per generazioni d’alpinisti. Un terreno di gioco e di libertà su cui anche noi, in misura diversa ma con identica passione, abbiamo scritto le pagine di una storia nella quale continuiamo a riconoscerci e di cui non vogliamo venga perduto il senso e il messaggio.

L’occasione del Bicentenario
Se oggi, al culmine dei festeggiamenti organizzati sui due versanti del massiccio per celebrare la prima salita alla Vetta principale, abbiamo reputato necessario sottoscrivere questa dichiarazione comune, è perché temiamo che gli spazi concessi all’avventura dell’alpinismo si stiano restringendo sempre più sulle Alpi, e dunque anche sul Monte Bianco. Le manifestazioni per il Bicentenario sarebbero non solo inutili, ma addirittura dannose, se contribuissero a divulgare un’immagine del Monte Bianco deculturata, banalizzata, ridotta al ruolo di fondale «pittoresco» per uno spettacolo di suoni-e-luci che non esalta ma semmai ridicolizza duecento anni di lotte, di conquiste, di drammi, di sogni.

Il Monte Bianco

Appello per il diritto agli spazi dell’avventura
Bisogna invece far sì che l’occasione odierna — spogliata dagli effimeri trionfalismi imposti da interessi estranei al mondo della montagna — contribuisca a creare le premesse culturali e politiche per una effettiva salvaguardia del «valore» del Monte Bianco. Noi, alpinisti di diversa età, nazionalità, formazione, uniti dal comune amore per questo impareggiabile massiccio montuoso sul quale abbiamo vissuto alcuni dei momenti più significativi delle nostre esistenze, lanciamo un appello affinché il Monte Bianco venga riconosciuto come un ambiente unico ed eccezionale, aperto e riservato a tutti coloro che sentono il bisogno di sperimentare l’incontro diretto con una natura primordiale e incontaminata. Chiediamo ai Club Alpini, alle Amministrazioni locali, ai Governi, che venga scoraggiata con ogni mezzo la colonizzazione turistica dell’alta montagna; che si ponga un limite drastico alla crescita numerica e volumetrica di rifugi e bivacchi fissi; che sia riesaminata globalmente — alla luce dei livelli raggiunti dall’alpinismo moderno e del significato stesso dell’esperienza in montagna — l’effettiva necessità delle opere alpine esistenti; che si arresti la proliferazione degli impianti di risalita, proliferazione che appare particolarmente allarmante sul versante francese; che venga messa allo studio la possibilità di smantellare la «Funivia dei Ghiacciai» della Vallée Blanche, vero insulto all’alpinismo e al paesaggio; che si vieti su tutti i versanti l’atterraggio di elicotteri per turismo; che i Governi dei tre Paesi interessati mettano a punto i piani necessari per fare del massiccio del Monte Bianco il primo Parco Internazionale d’Alta Quota d’Europa; che i valori di cui è portatore l’alpinismo, inteso come libero vagabondaggio tra i monti, vengano divulgati anche attraverso precisi interventi educativi e propositivi.

La degradazione del fondovalle
Noi siamo però anche convinti che la difesa del significato culturale e emblematico di una montagna come il Monte Bianco non possa assolutamente prescindere dalla tutela delle vallate che la circondano e sulle quali essa incombe. Pur non volendo in alcun modo negare la necessità di quei cambiamenti che la giusta aspirazione delle popolazioni locali ai moderni livelli di benessere rende inevitabili, crediamo opportuno manifestare pubblicamente la nostra preoccupazione per la ingiustificata spregiudicatezza con cui continua a venire manomesso l’ambiente delle valli che delimitano il Monte Bianco, soprattutto sul versante italiano. Non è possibile non rimanere interdetti nel constatare che le autorità della Valle d’Aosta, proprio mentre celebrano l’anniversario della prima salita del Monte Bianco, stanno dando il via alla nuova autostrada Aosta-Courmayeur, che trasfomerà la Valdigne in una pista di scorrimento veloce su piloni di cemento-armato e vedrà il ghiacciaio della Brenva deturpato per sempre da un faraonico parcheggio coperto per autocarri pesanti.

Conclusione
Certi della necessità e dell’urgenza del nostro appello e fiduciosi che il suo messaggio venga raccolto, chiediamo a tutti coloro che sentono la degradazione progressiva della montagna come una ferita inferta alla loro dignità di esseri umani, di unirsi a noi per ottenere che, a duecento anni dalla sua prima conquista, il Monte Bianco venga riconosciuto quale simbolo esemplare della cultura alpinistica mondiale e come tale non soltanto sia adeguatamente protetto da ogni ulteriore aggressione, ma veda anche ripristinato — ovunque ciò si riveli fattibile — il suo caratteristico valore di ambiente selvaggio; un ambiente dove sopravviva, per la nostra e per le future generazioni, la possibilità di sperimentare l’avventura.

Iniziativa promossa dal Club Alpino Accademico Italiano, e dalla Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano del CAI.

Firmatari:
Yves BALLU, Marco BERNARDI, Chris BONINGTON, Gino BUSCAINI, Gianni CALCAGNO, Yvon CHOUINARD, Stefano DE BENEDETTI, Agostino DA POLENZA, Gian Piero DI FEDERICO, Marco GIORDANI, Alessandro GOGNA, Giancarlo GRASSI, Ivan GUERINI, Verena JAGGIN, Lorenzo LORENZI, Luigi MARIO, Andrea MELLANO, Reinhold MESSNER, Silvia METZELTIN, Giuseppe MIOTTI, Renato MORO, Hamish McINNES, Carlo NEGRI, Roberto OSIO, Alberto PALEARI, Carlo Alberto PINELLI, Marco PRETI, Corradino RABBI, Carlo SICOLA, Doug SCOTT, Vasco TALDO, Mario VERIN, Tullio VIDONI

Manifestazione di MW a Forca Rossa (BL)
30AnniMW-forcarossa

 

In wilderness we mountain. Con rispetto
di Francesca Colesanti
(già pubblicato su In movimento, supplemento de Il manifesto, 12 luglio 2016)

Un interminabile serpente che si snoda faticosamente lungo il fianco innevato dell’Everest, l’obiettivo si avvicina e scopre una catena umana d’alta quota, un ingorgo agghiacciante di aspiranti alpinisti che hanno pagato migliaia di dollari per dire di essere stati sul tetto del mondo. Così comincia Sherpa, un film documentario che racconta con onestà l’assalto agli Ottomila, la logica delle spedizioni commerciali, i rapporti con gli sherpa. Ma non ci sono solo i campi base sovraffollati dell’Himalaya a scuotere le coscienze e a porre degli interrogativi: è sufficiente guardare in casa nostra per trovare rifugi alpini trasformati in alberghi, con doccia in camera e zona wellness, appuntamenti in quota per story-telling seguiti da degustazioni di vini e prodotti locali, funivie avveniristiche che coprono enormi dislivelli a velocità mozzafiato, pareti dolomitiche addomesticate da spit e ripulite da rocce marce, crinali montuosi incoronati da pale eoliche immobili. L’elenco potrebbe proseguire a lungo e diventare via via più doloroso, poiché la montagna è un gioiello tanto prezioso quanto vulnerabile, stretto oggi a tenaglia su due fronti, quello della frequentazione ad uso e consumo di una platea sempre più numerosa ed esigente e quello, non meno incombente, dei cambiamenti climatici.

Quando, nel 1987, nasce Mountain Wilderness, il primo aspetto è quello prevalente. L’idea originaria, espressa nelle Tesi di Biella – il manifesto programmatico dell’associazione – è quella di creare un gruppo di alpinisti che, forti della propria fama e autorevolezza, si faccia portavoce dell’assoluta necessità della difesa dell’alta montagna dai tanti rischi che la minacciano e da uno sfruttamento improprio, per propugnare un’etica dell’andare in montagna rispettosa non solo del valore ambientale ed ecologico, ma anche di quello culturale e sociologico.

«Quell’idea, di alpinisti interessati non solo a salire le montagne ma anche a tutelarle, è nata qui a Roma nel corso di una cena tra Stefano Ardito, Reinhold Messner e me – ricostruisce Carlo Alberto Pinelli – Messner voleva formare una sorta di Senato di grandi alpinisti che potesse dire la sua, con autorevolezza, sullo sviluppo dell’alpinismo, soprattutto himalayano; poi le cose presero una strada diversa». A Biella, nel 1987, il Club Alpino Accademico Italiano, alleatosi con la Fondazione Sella, convoca alpinisti da tutto il mondo, dalla Cina alla Patagonia, per discutere una bozza che poi, con il contributo di tanti, in particolare di Bernard Amy, «senza dubbio il più originale e creativo», si trasforma nelle Tesi di Biella. Le Tesi prevedono anche la fondazione di una associazione chiamata Mountain Wilderness.

«Dopo, è in realtà Alessandro Gogna a mettere le gambe a questa associazione, assieme a me e a Roberto Osio, allora presidente del CAAI».

Poi nel corso degli anni Mountain Wilderness «è scesa di quota» e ha perso il suo prevalente orientamento extraeuropeo. Ha incluso le valli, tanto quelle nepalesi e pachistane quanto quelle alpine e si è incontrata, e spesso scontrata, con gli abitanti: se infatti in alta quota ci sono solo i frequentatori di passaggio, fruitori a vario titolo delle montagne, sherpa o alpinisti che siano, scendendo a valle si trovano i veri abitanti, con i loro stili di vita, le loro esigenze, le loro aspettative.

«Soprattutto all’inizio noi abbiamo fatto degli errori con i valligiani e con i montanari – riconosce Pinelli – pur involontariamente; abbiamo dato l’idea dei cittadini che arrivano da lontano e vogliono paracadutare dall’alto le regole di vita e di sviluppo». Mountain Wilderness si definisce un’associazione neo umanistica, paladina di un ambientalismo cui interessa l’attualità del rapporto fra l’uomo e la wilderness: quindi non un movimento volto a difendere le montagne circondandole di filo spinato, ma comunque deciso a opporsi a chi tenta di svilirne le autentiche vocazioni ecologiche ed etiche. I rapporti con le popolazioni che vivono in montagna diventano ora aspetti cruciali: «Soprattutto in Italia il ventaglio degli interessi dell’associazione si è ampliato cercando di avvicinarsi ai problemi degli abitanti, con un atteggiamento meno presuntuoso ma – sottolinea Pinelli – non incline al compromesso».

Insomma, lo scontro ci può essere – e nella quasi trentennale storia di MW non sono stati pochi quelli con le realtà locali, a cominciare dalla regione Val d’Aosta dove, ironizza Pinelli «abbiamo un solo socio» – ma senza un sovrappiù di incomprensioni da una parte e dall’altra .

«Una volta che ci siamo capiti, possiamo benissimo restare di idee diverse, quindi confrontarci, senza sfumature di arroganza ma senza scendere a compromessi».

È la ricerca di un difficile equilibrio, poiché sradicare tra i montanari, così come tra gli abitanti della pianura, gli pseudo miti del consumismo è un’impresa molto complessa. «C’è una frase di Hannah Arendt che cito con piacere – continua Pinelli – “quando si sceglie il male minore troppo spesso e troppo rapidamente ci si dimentica che è sempre un male”. Noi abbiamo un dovere di testimonianza e vogliamo indicare una strada, una alternativa possibile; tocca poi alla politica trovare le soluzioni».

Manifestazione di MW a Punta Rocca (Marmolada), dicembre 1996
Manifestazione dicembre 1996 contro eliski. Marmolada di Rocca

Le esperienze maturate nel corso di questi trent’anni dalle sezioni nazionali di MW hanno fatto emergere il bisogno di fare un “tagliando” alle Tesi di Biella (che sarà discusso in un’assemblea straordinaria nel 2017 a Bardonecchia), includendo in particolare la questione dei cambiamenti climatici e del riscaldamento del pianeta che, in alta montagna prima e più che altrove, ha già determinato conseguenze devastanti e subito evidenti con il ritiro, se non addirittura la scomparsa, di alcuni ghiacciai.

Su questo argomento la discussione è aperta in seno a MW. Da un lato c’è chi sostiene che gli alpinisti dovrebbero comportarsi in modo tale da pesare il meno possibile sull’ambiente, per riuscire, così facendo, a rallentare il riscaldamento del Pianeta; dall’altro c’è la consapevolezza che la ristretta comunità degli appassionati di montagna, anche se si comportasse in modo da rendere sempre più leggera la propria “impronta ecologica”, non avrebbe la minima possibilità di rallentare un fenomeno di quella portata.

«È naif – sostiene Pinelli – pensare di poter invertire con i nostri comportamenti il processo del riscaldamento globale. Noi dobbiamo comportarci in modo ecologicamente corretto per un bisogno morale e una volontà di testimonianza, non perché pensiamo che questo abbia una conseguenza pratica».

I soci svizzeri di Mountain Wilderness sostengono ad esempio che non debbano essere usate le auto private per andare in montagna – proposito condivisibile laddove esista un capillare sistema di trasporto pubblico – ma anche che non si debba prendere l’aereo per andare in Himalaya. «Noi (italiani) non siamo d’accordo, perché l’esperienza della wilderness nelle grandi montagne asiatiche va vissuta, è più importante dell’inquinamento di un aereo che comunque volerebbe lo stesso».

Anche nel 1990, quando MW organizzò la spedizione Free K2 per liberare il K2 dalle corde fìsse e dai rifiuti delle spedizioni, c’era chi diceva che non bisognava prendere l’aereo per andare nel Karakorum. Ma se quell’iniziativa, che segnò una svolta fondamentale nell’approccio alle spedizioni himalayane, non fosse stata portata avanti, i campi base sarebbero ancora delle discariche. «Riteniamo che ciascuno di noi debba valutare autonomamente le modalità per diminuire l’impatto della propria presenza in montagna e, più in generale, sul pianeta. Ma la scelta del percorso non può essere incanalata in un obbligo statutario. L’importante è prendere le distanze dalla deriva consumistica».

Chiosa Pinelli: «Come diceva Voltaire a Rousseau, “sarebbe troppo bello se bastasse salire di quota per diventare migliori”, invece in alta quota ognuno di noi si porta il fardello di tutti i difetti coltivati in pianura, il proprio quadro culturale e comportamentale deriva da come vivi in basso».

30AnniMW-wilderness

 

Mountain Wilderness www.mountainwilderness.it/
Mountain Wilderness – alpinisti di tutto il mondo in difesa della montagna – è un’organizzazione internazionale nata nel 1987 per individuare e definire le strategie da opporre alla progressiva degradazione delle montagne del mondo. È presente in Italia, Francia, Catalogna, Castiglia, Svizzera, Slovenia, Germania, Belgio, Pakistan. Tra i 25 ambasciatori di Mountain Wilderness nel mondo vi sono Bernard Amy, Chris Bonington, Kurt Diemberger, Alessandro Gogna, Fausto De Stefani. Carlo Alberto Pinelli è cofondatore e attuale presidente di Mountain Wildemess Italia. Nelle Tesi di Biella, il manifesto programmatico dell’associazione, si definisce il concetto di “wilderness montana”: quegli ambienti incontaminati di quota dove sia possibile «sperimentare un incontro diretto con i grandi spazi e dimensioni, le leggi naturali, i pericoli, e che possa stimolare una reazione vitale contro un sistema che tende ad appiattire sempre di più gli esseri umani, a circoscriverne le responsabilità, a rendere prevedibili e pilotabili comportamenti e bisogni, limitando l’autonomia decisionale ed emotiva».

0
I trent’anni di Mountain Wilderness ultima modifica: 2016-08-08T06:10:36+00:00 da GognaBlog

1 commento su “I trent’anni di Mountain Wilderness”

  1. 1

    “…che i valori di cui è portatore l’alpinismo, inteso come libero vagabondaggio tra i monti, vengano divulgati anche attraverso precisi interventi educativi e propositivi.”
    Parole sante!
    Ma siamo certi che valgano oggi per gli alpinisti giovani che vagabondano in VW California, vestiti all’ultima moda e dotati di una delicatezza inopportna ma diffusissima?
    Non ditemi “stai invecchiando”, sarebbe troppo facile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.