Il cambiamento

Il cambiamento
di Loretta Napoleoni
(già pubblicato l’11 novembre 2018 su ilfattoquotidiano.it)

Spessore 5, Impegno 5, Disimpegno 5   

Di Maio-Conte-Salvini.

I primi euroscettici sono stati i laburisti britannici. Secondo loro l’Unione europea, allora definita come il Mercato economico comune, era un’espressione neo-liberista e andava rifiutata perché avrebbe accentuato le diseguaglianze di classe. Nel Regno Unito del dopoguerra il partito laburista e i sindacati rappresentavano un fronte compatto, ultimo baluardo di un socialismo occidentale che nella seconda metà del secolo scorso sarebbe svanito. In effetti l’analisi dei laburisti degli anni Cinquanta e Sessanta non era poi così sbagliata e anzi anticipava di diversi decenni i problemi odierni. La costruzione economica europea è il primo tentativo di globalizzazione mondiale, il cui avvento come ben sappiamo è avvenuto all’insegna del trionfo del neo-liberismo sul comunismo/socialismo all’indomani del 1989. Riassumendo: il mercato impera!

 

Ne sa qualcosa l’Italia odierna alla quale è stata proibita una manovra espansiva perché farebbe gravitare il deficit oltre la soglia del 3%. Ma questo è già successo ad altre nazioni. Allora perché noi non possiamo farlo? La risposta è semplice, l’Italia è dopo la Grecia il paese con il più alto rapporto tra debito pubblico e Pil (intorno al 130%), quindi è costantemente tenuta d’occhio dai mercati perché è un cattivo debitore. Tutto qui! Bruxelles non è neppure entrata nel merito della manovra, se funzionerà o se invece farà cilecca, come è stato per l’austerità. L’economia neo-liberista di mercato è brutale, una volta imprigionati nella trappola del debito eccessivo si è in pugno ai creditori: esattamente la stessa situazione in cui si trovano imprese o individui fortemente indebitati con le banche. Ma in questo caso il fallimento comporta il pignoramento ed anche la perdita dei propri beni, nel caso delle nazioni a essere pignorata è la sovranità nazionale.

 

Ed ecco spiegato perché dal 2011 a governare il paese sono stati tecnici graditi a Bruxelles e un leader non eletto, Matteo Renzi, anche lui ben visto a Bruxelles. I risultati sono stati pessimi su tutti i fronti incluso quello psicologico, poiché il popolo intuiva che chi governava non lo faceva per lui o per il popolo ma per i mercati. Ecco in pochissime righe la versione sintetica delle ragioni che hanno portato al potere due partiti che nel 2011 erano minuscoli, per esempio la Lega, o addirittura non esistevano, il Movimento 5 stelle. Discorso analogo potrebbe estendersi ad altre nazioni, anche loro guidate da una classe politica eccessivamente preoccupata degli equilibri finanziari, dei rating, delle analisi del Fondo monetario e di altre organizzazioni internazionali, G7, G20, Nato e così via, che svolgono la funzione dei grandi sacerdoti del neo-liberismo nel tempio della globalizzazione.

Il mondo che abbiamo creato è un prodotto del nostro pensiero;
esso non può cambiare senza cambiare il nostro pensiero.

I danni di tutto ciò non hanno nulla a che vedere con l’ascesa del populismo europeo o del “trumpismo”. Queste sono solo le conseguenze della rottura dei cocci, il danno vero è la progressiva erosione del funzionamento della democrazia negli Stati nazione. Molti hanno visto nel tramonto dell’ideologia di destra e di sinistra la causa della polarizzazione politica, che ormai è la regola in tutte le elezioni. Ma l’ideologia di destra non è affatto tramontata: è stata re-inventata e riproposta in chiave anti-globalizzazione, con fortissimi elementi di tribalismo economico, si pensi solo al reddito di cittadinanza solo per gli italiani e alle tariffe economiche di Trump per proteggere l’industria americana contro quella mondiale. L’ideologia di destra è viva e vegeta ed è anti-establishment, si muove contro-corrente. Quella morta e seppellita da tempo è l’ideologia di sinistra, colpita a morte dal new-labour di Tony Blair degli anni Novanta che in pochi mesi trasformò i laburisti da euroscettici anti neo-liberisti in fautori della globalizzazione, sostenitori dell’Unione europea e amanti della mano magica del mercato.

 

La destra e la sinistra classiche, dunque, non esistono più. Viviamo in democrazie post-ideologiche, e non dovremmo sorprendercene dal momento che per decenni a guidare la sinistra o il centro sinistra – o il centro destra a seconda di come le varie nazioni definiscono il governo della maggioranza – non sono stati i partiti quale espressione dell’elettorato ma i mercati (che elargiscono denaro ai vari governi) attraverso istituzioni sovranazionali ad hoc, come la Commissione europea, i ferri del mestiere delle forze di globalizzazione. Di fronte a questi scenari a che serve votare?, ci si domanda. I programmi elettorali vengono regolarmente riscritti dai sacerdoti della globalizzazione.

Ebbene, forse a restituirci la voglia di usare quelle schede ultimamente lasciate in bianco, la soluzione per salvare la democrazia e reinventarla nel contesto moderno, è la stipulazione di un contratto di lavoro per governare, contratto tra partiti che rappresentano distinte realtà elettorali, eletti sulla base di promesse concrete e specifiche che il contratto affronta, non su piattaforme ideologiche. Come è successo in Italia. Un contratto che i leader dei due partiti italiani hanno firmato in nome di chi rappresentano, di chi li ha votati. L’onestà intellettuale richiede un’analisi spassionata e non di parte di quanto sta succedendo, anche se non ci si identifica con questo governo, ed è ciò che bisogna aspettarsi da intellettuali, economisti, politologi e così via.

Che questo governo italiano piaccia o non piaccia, che i toni siano spesso sopra le righe, che i due partiti siano più che nazionalisti profondamente tribali, che la manovra economica non sia poi così espansiva come si crede, tutto ciò è irrilevante. Se l’esperimento riesce allora siamo davanti a una svolta politica storica, che ridisegna l’istituzione e il funzionamento della democrazia per rilanciarla quale espressione della volontà popolare dello Stato nazione all’interno di una realtà globalizzata, ormai altamente competitiva e ostile. Un nuovo contrattato sociale ad hoc, rinegoziabile a ogni elezione, che rimpiazzi il cadavere della vecchia democrazia: l’alternanza di governo.

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Il cambiamento ultima modifica: 2018-11-18T04:15:21+01:00 da Totem&Tabù

3 pensieri su “Il cambiamento”

  1. 3
    Y. Sy says:

    Il governo dovrebbe servire il popolo, e non il contrario. Gli ultimi 2 governi si sono bruciati la costituzione, l’Italia e un paese dove ormai tutti rubano tutti. Non c’è controllo in niente, giudici che non sanno condannare.. Non ci sono controlli nei posti di lavoro, professionisti qualificati che vengono trattati come pezzenti, no sicurezza sul lavoro, questi governi passati lasciano allo sbando tutto il paese non ci sono adeguamenti e miglioramenti come gli altri paesi che ascoltano i cittadini e modificano le cose,e  L’UNICO PAESE DOVE NON ESISTE MANUTENZIONE DI NESSUN GENERE, PERCHÉ TUTTO QUESTO COSTA, NELL’UNIONE EUROPEA STIPENDI MEDI ANNUI 33 MILA NETTI, IN ITALIA 11 MILA PERCHÉ?? FORSE PERCHÉ NOI NON SIAMO NELL’EUROPA COME PENSANO DI FARCI CREDERE, SI APRONO LE FRONTIERE SENZA CONTROLLI DOVE CANI E PORCI FANNO QUELLO CHE VOGLIONO,, ABBIAMO 500 PARTITI DOVE TUTTI HANNO TROVATO IL BANCOMAT FACILE (“GLI ITALIANI”)… DOVE TUTTI I SI LAMENTANO E NESSUNO FA NIENTE, COMPLIMENTI,,, 

  2. 2
    paolo panzeri says:

    Cultura, intelligenza e impegno, quindi valore ai meriti!
    Se il sistema è a democrazia maggioritaria pilotata dai partiti, vuol dire che comanda la massa strumentalizzata, quindi “nulla da fare”.
    Per me si vede bene in 360: un ottimo esempio del nulla gestito ad personam.

  3. 1
    Renato Bresciani says:

    Consiglio di leggere “Immagini di un’avventura” , “il linguaggio della natura” e “Andar per laghi” , Montagne 360° di novembre.

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