Il castello dell’uldeuna

Il castello dell’uldeuna
(scritto nel 1995)

Una nuvola spinta da un vento strano scuriva la parte opposta della valle, poi il bosco, poi il pascolo: una giovane donna rientrava nella sua baita con una grembiulata di carbone di le­gna. La nuvola la raggiunse e, nella temporanea assenza di sole, apparve l’Uomo Verde. Non le diede il tempo di spaventarsi, perché subito le offrì un baratto che le sembrò vantaggioso, una borsa piena d’oro e di preziosi in cambio di ciò che lei aveva in grembo. La donna accettò, pensava che al massimo l’Uomo Verde non si sarebbe più fatto vedere: e comunque un po’  di carbone po­teva ben valere una borsa d’oro. Ne parlò con il marito e insieme conclusero che era uno scherzo. Ma dopo qualche mese la spusa diede alla luce un bel bambino. L’Uomo Verde, inatteso, riapparve buttando sul tavolo la borsa piena d’oro. A nulla valse la dispe­razione della donna. “Credevo tu volessi il carbone, tu sapevi del bimbo, io no. Tu mi hai imbrogliata! Come farò senza il mio bambino?” Le faceva eco il marito, ugualmente affranto: “Cosa c’importa del tuo oro senza nostro figlio?

Il Piz Kesch

L’Uomo Verde fu irre­movibile, disse che i patti erano stati chiarissimi. Se ne andò dicendo che avrebbe mandato a prendere il bambino al compimento dei sette anni. A lungo la coppia pianse sul disastro annunciato. Alla fine si rivolsero alla madrina, padrona di un castello al limite della foresta. “Il mio castello non può difenderlo dal­l’Uomo Verde. Chiedete consiglio al padrino“. Questi era un mago che viveva in una grotta: tutti lo avevano sempre visto là, un saggio con la barba bianca. Quasi a notte i due genitori raggiun­sero la spelonca del mago: ombre viola risalivano fino alle cime più alte. Il veggente ascoltò le sventure dei due giovani, poi li rassicurò parzialmente dicendo loro di crescere normalmente il bimbo e di portarglielo al quinto anno di età: ci avrebbe pensato lui ad istruirlo e prepararlo alle prove che lo attendevano. E così fu fatto. A cinque anni il bimbo, ormai bello e forte, fu consegnato al mago; questi lo iniziò ai segreti del sapere. Al settimo anno il mago gli spiegò con tristezza che dovevano sepa­rarsi. “Ti consegno il mio libro e tu sai quanto mi sia caro. E­sci dalla foresta e cammina leggendo il libro, qualunque cosa ti succeda“.

Poi ci fu il commiato. Sul limitare del bosco il bambi­no udì una musica magica che non somigliava a nessuna delle melo­die che conosceva. Continuò distratto a leggere il libro, finché in un istante lo afferrò un’aquila e lo portò in alto e lontano. Il bambino continuava a leggere anche in volo, così l’aquila fu costretta a depositarlo dolcemente non in cielo ma in vetta al Piz Kesch. Lassù, in uno splendido castello di cristallo, abita­vano tre uldeune, le Vergini della montagna. Nessuno le aveva mai viste, nessuno era mai salito lassù. Qualche fortunato aveva rac­contato di aver visto i loro candidi strascichi confondersi con nevai eterni e con turbinii di bufera. “Benvenuto!“, gli dissero, “Sei il primo a venire qui dove l’uomo non avrà mai il suo regno“. E lo introdussero nel magico castello, dove ogni oggetto era prezioso e riluceva di colori e di gemme. Il fanciullo visse lassù senza accorgersi del passare del tempo: perché la notte non esisteva. Molti anni dopo s’innamorò di una delle uldeune e la chiese in isposa. Ma più si avvicinava il giorno delle nozze, più lo prendeva una strana sensazione: il ricordo, vago ma insisten­te, dei suoi genitori, del caro mago, della valle natia. Il ca­stello gli divenne regno di malinconia. Di questo si accorse l’uldeuna, che acconsentì al suo desiderio di tornare almeno una volta a valle. La Vergine dei monti si tolse un anello e lo in­filò al dito di lui: “Se ti troverai in pericolo, gira la gemma verso la cima del Piz Kesch, ed io sarò accanto a te in un atti­mo. Ma non abusarne“.

Quando si ritrovò nella capanna dov’era na­to, madre e padre, ormai rassegnati a non rivederlo mai più, lo riabbracciarono piangendo e gli raccontarono che quando l’aquila lo aveva rapito, su consiglio della madrina, lo avevano fatto cercare dai cacciatori per un mese. “È giusto che tu vada a rin­graziarla. E in più ha una figlia bellissima“. Il giovane si pre­sentò al castello, dove cavalieri e dame erano in attesa di vede­re colui che, rapito da un’aquila, tornava più bello del sole. Entrò anche la figlia della castellana, e sembrò amore a prima vista. La madre sussurrò al giovane di non perdere quell’occasio­ne: dove avrebbe mai trovato un’altra così bella e ricca? La ma­drina guardò negli occhi la figlia e si accorse del suo turbamen­to. “È lui quello che sognavi?” Arrossendo la giovane annuì. Al­lora la castellana, rivolta agli astanti, diede il benvenuto al giovane e gli offrì in dono la mano della figlia. Lui però rimase silenzioso, senza esultare.

Il Piz Kesch

I convitati attendevano col fiato so­speso. Il ragazzo puntò l’anello verso il Piz Kesch e l’uldeuna apparve al suo fianco, una bellezza sfolgorante che faceva impal­lidire la pur bellissima figlia della castellana. Una leggera piega sprezzante le segnava le labbra: prese il suo fidanzato per mano, assieme scesero lo scalone e nessuno li seguì. A tarda sera si fermarono in un fienile. Qui la Vergine aspettò che l’uomo dormisse, poi gli sfilò l’anello e se ne andò. Il giovane si sve­gliò in preda alla disperazione. Vagò per le montagne più alte, senza mai poter raggiungere il castello di cristallo. Un giorno un vecchio gli regalò delle scarpe di pelo e gli promise tre ore di cammino ad ogni passo senza far rumore: “sono l’Aura Sut, il Vento Basso, e conosco la tua storia perché me la raccontano le chiome dei larici quando le sfioro“. Un altro vecchio, l’Aura Su­ra, il Vento Alto, gli regalò un cappuccio per renderlo invisibile. Anch’egli conosceva la sua storia perché gli era sussurrata dall’erba dei pascoli alti. Con i due aiuti il giovane presto si ritrovò in mezzo a ghiacciai imponenti sotto a montagne inacces­sibili. Là incontrò un terzo vecchio. “Sono il favugn e qui regno sovrano. Le rocce e i precipizi sanno di te e di cosa vai cercan­do. Potrai raggiungere il castello di cristallo se lancerai in aria questo bastone con tutte le tue forze“. Il giovane obbedì e, trasportato dal soffio del favonio, si ritrovò sulla cima del Piz Kesch, sul castello incantato.

Entrando udì musica e suoni di fe­sta; nel grande salone vide l’uldeuna sua promessa sorridere con dolcezza a uno straniero che si aggirava con aria frettolosa intorno: spesso portava all’occhio un oggetto scuro che poi premeva con un dito, talvolta lo avvitava su una specie di trespolo di metallo. Erano tutti allegri e affascinati dal nuovo eroe. La fe­sta era all’apice. L’ombra del giovane appariva alla luce dei lampi di flash. La Vergine osservava stupita queste magie, poi si allontanò dal banchetto. Il giovane la seguì e, toltosi il cap­puccio, si fece riconoscere. L’uldeuna capì allora quanto lui la meritasse e lo abbracciò. In quel momento un fruscio di neve leg­gera travolse il nuovo eroe e tutte le sue apparecchiature. Que­sti si ritrovò alla base del castello di cristallo incolume, ma ancora adesso si chiede il perché. Intanto l’uldeuna ripete a se stessa e al suo amato “Sei il mio sposo di ieri e di sempre“.

21
Il castello dell’uldeuna ultima modifica: 2019-10-06T05:43:26+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Il castello dell’uldeuna”

  1. 3
    daniele brunelli says:

    rieccola la Montagna!
    grande madre o sposa appassionata che sia :
    poche parole, gesti inconsulti e magiche suggestioni.
    solo fiabe e leggende riescono a restituircela come, romanticamente, la si è sempre sognata.
    a noi il conservarle.

  2. 2
    Paolo Gallese says:

    Bello!!! 😉

  3. 1
    Giorgio Daidola says:

    In cima al Piz Kesch io non ho visto le uldeune ma mi è rimasto il ricordo di quella  meravigliosa scialpinistica, fatta con uno dei miei migliori amici, un gran sognatore di uldeune che purtroppo non c’è più.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.