Il cicloescursionismo secondo il CAI

Il cicloescursionismo secondo il CAI
di Marco Lavezzo
(relazione di Marco Lavezzo al convegno Quali i limiti dell’outdoor?, Finale Ligure, 25 novembre 2018)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Comparsa in California nei primi anni Settanta del secolo scorso, la bicicletta tipo mountain bike è un attrezzo relativamente recente nella pratica dell’escursionismo montano.

Il primo modello italiano, il famoso Rampichino Cinelli, venne presentato dalla prestigiosa rivista Airone, un mensile di divulgazione scientifica allora molto attento all’ambiente. Dall’articolo di presentazione, a firma di Nicolo Lurani, emerge una considerazione importante: il Rampichino “apre nuove affascinanti prospettive nel campo dell’escursionismo, nel rispetto per l’ambiente e la corretta fruizione dei beni naturali”.

In effetti, bicicletta e montagna costituiscono un rapporto antico, nato ben prima dell’avvento della mountain bike. Prima della motorizzazione di massa, era comune raggiungere in bicicletta la partenza di una gita escursionistica o l’attacco di una via alpinistica. La mountain bike, per le sue caratteristiche tecniche, rappresenta un evento di portata storica, una vera rivoluzione culturale: la bicicletta non più solamente mezzo di trasporto, di avvicinamento, ma strumento dotato di originalità e potenzialità proprie per fare escursionismo.

Marco Lavezzo

Tale aspetto non poteva sfuggire agli appassionati di montagna Già nel 1987 nella Sezione CAI di Torino venne costituito il gruppo “Cicloalp” con la programmazione delle prime uscite sociali in mountain bike. Anche il CAI centrale ha capito l’importanza di tale strumento e ricorre proprio in questi giorni il decimo compleanno dell’attività: il 22 novembre 2008, il CCIC accoglieva il cicloescursionismo quale attività istituzionale del Sodalizio.

La mtb come strumento: non bisogna confondere il mezzo con il fine. Siamo di fronte a due entità: la bicicletta e la montagna. Se il fine è la bicicletta, inevitabilmente la montagna diventa un mezzo da usare, da sfruttare per raggiungere il proprio scopo: la si trasforma in un luna-park. La bici costituisce il fine quando è divertimento fine a se stesso, tecnicismo o atletismo narcisistico o agonistico. Se l’attenzione è tutta per la bicicletta, rischia di venir meno l’attenzione per l’ambiente.

Al CAI è invece caro il concetto opposto, perché la montagna non è un luna park ma un ambiente da frequentare e conoscere, amare e tutelare. In questo si ritrova il motto dell’Escursionismo CAI, che interpreta il trinomio fondante del Club sancito dall’Articolo 1 del suo Statuto. Così, in questo gioco delle parti, se il nostro fine è la frequentazione e la conoscenza della montagna, la bici è lo strumento, uno dei tanti che ci permettono di andarvi. Riprendendo una felice espressione di Annibale Salsa, lo spirito del cicloescursionista è lo stesso di chi pratica l’escursionismo avvalendosi di protesi tecniche come le racchette da neve, gli scarponi o gli sci.

Restando nella similitudine, occorre puntualizzare alcuni aspetti. Infatti, non si dovrebbe parlare genericamente – e talora impropriamente – di “mountain bike”; esattamente come non si può parlare genericamente di “sci”: da discesa o da fondo, da sci-alpinismo o da salto dal trampolino?

Così anche la mountain bike. Dal mondo agonistico conosciamo bici tipo cross country, marathon, all mountain, enduro, free-ride, downhill, oggi anche le e-bikes. Con qualche distinguo per free-ride e downhill, attrezzi tipicamente concepiti per le discipline “gravity”, tutte queste tipologie sono adatte anche per fare cicloescursionismo. Dove sta allora la differenza? Non è difficile vedere che le attività ludiche e agonistiche si svolgono (o meglio: dovrebbero svolgersi) su percorsi dedicati, mentre il cicloescursionismo si svolge in ambiente su percorsi frequentati anche da altri.

Cicloescursionismo sulla Linea gotica

Da qui discende la definizione del cicloescursionismo: “la frequentazione dell’ambiente naturale impiegando la mountain bike con finalità escursionistiche su percorsi condivisi con altri fruitori”. In base a questa definizione, anche al cicloescursionismo si applica il principio della libertà e gratuità di frequentazione sancito dal Bidecalogo: confinare la mtb su percorsi esclusivi e dedicati significa fare del mountain biking una pratica esclusivamente ludica, escludendola di fatto dal mondo dell’escursionismo, con tutte le conseguenze del caso (la montagna usata come strumento).

La differenza sta tutta qui. Superati i limiti tecnici, il cicloescursionismo diventa una scelta etica. Non possiamo infatti nascondere che anche una frequentazione escursionistica pone dei problemi: di sostenibilità ambientale, di compatibilità con gli altri fruitori, di sicurezza.

La soluzione è apparentemente semplice: servono regole. Ma le regole da sole non bastano, se non sono conosciute e condivise da tutti. Ecco allora la missione “educativa” del CAI: tramite i propri titolati, in escursione sociale e nei corsi, fa informazione e formazione per insegnare ed educare a metterle in pratica.

Di quali norme si parla? Anzitutto, trattandosi di un “veicolo”, la mtb è soggetta alle norme del Codice della Strada, che risolve gran parte degli eventuali conflitti di convivenza tra fruitori diversi, rendendo compatibili le diverse attività. Tali norme sono integrate dall’autoregolamentazione: le norme ambientali sono contenute nelle Tavole di Courmayeur e nel Bidecalogo del CAI, oltre ai noti codici NORBA e IMBA specifici per la mtb.

A questi si aggiunge il Codice di Autoregolamentazione del cicloescursionista proposto dal CAI, i cui articoli non hanno nulla di originale, solo enunciano in modo diverso e più facilmente applicabile alcuni principi generali, in coerenza con norme e codici di rango superiore, in particolare del Codice della Strada e delle Tavole di Courmayeur.

La compatibilità con gli altri frequentatori e fruitori dell’ambiente si risolve applicando il Codice della Strada. Infatti, laddove il Codice parla di “velocità commisurata” ad alcune specifiche situazioni, si riprende semplicemente il dettato dell’articolo 141 del CdS: essere sempre in grado di fermarsi di fronte a qualunque ostacolo anche improvviso. Anche l’obbligo di dare la precedenza ai pedoni da parte dei ciclisti deriva dall’art. 182 del Codice.

Dal punta di vista ambientale, si dimostra che, quale attività escursionistica, gli effetti su flora e fauna sono identici a quelli delle altre attività escursionistiche. Se è accettato il disturbo dato dal passaggio di un pedone, si accetta lo stesso disturbo da parte del ciclista.

Anche l’impatto è limitato a strade e sentieri, ovvero a tracciati che sono già opera dell’uomo (il CAI infatti vieta di uscire dal tracciato). È comunque necessario che il passaggio delle bici non alteri tali tracciati. Ebbene, è dimostrato che l’impatto delle mountain bike è del tutto paragonabile a quello dell’escursionista a piedi purché le ruote girino sempre. Infatti l’azione volvente di uno pneumatico tende a compattare il terreno, mentre una ruota che striscia tende a creare un solco; se poi il fondo è roccioso l’impatto è praticamente ininfluente. Gli effetti possono però cambiare in funzione del grado di umidità del terreno, delle condizioni stagionali e meteo-climatiche: di questo il nostro Codice di autoregolamentazione ne tiene debito conto.

Così nel CAI abbiamo definito e sviluppato tecniche di guida particolari: lo stile cicloescursionistico, che si basa sul principio del minimo impatto. I praticanti si impegnano ad adottare uno stile di guida a bassa velocità, dove le ruote girano sempre, e a rinunciare al salto. In tal modo si evitano danni al sentiero. Rinunciare al bloccaggio della ruota significa non smuovere il terreno, evitare di strappare la cotica erbosa, non creare un solco che favorisce il ruscellamento delle acque piovane e di fusione della neve e che per questo, nel tempo, si approfondisce sempre più; significa anche e soprattutto rispettare i sentieri mantenuti e curati con fatica e dedizione da tanti volontari.

Lo stile di guida cicloescursionistico non è concepito solo per il garantire la sostenibilità ambientale dell’attività: è un modo semplice quanto efficace di rendere pratici anche i concetti di rispetto e di sicurezza nei confronti degli altri fruitori.

In conclusione, il CAI ha accolto il cicloescursionismo tra le proprie attività istituzionali perché se vi sono regole adeguate, se c’è sufficiente informazione e formazione, se c’è senso del rispetto, la mtb è compatibile con l’ambiente e con gli altri fruitori della montagna.

Rispetto ed educazione. È bello sentire i ragazzi e le ragazze che frequentano i nostri corsi ripetere a memoria, quasi un mantra, questa battuta: “il cicloescursionista CAI non lascia traccia”. Sì, perché il cicloescursionista CAI ama la montagna e la rispetta anche in sella ad una bicicletta.

Quali i limiti dell’outdoor?
di Gianni Carravieri, Presidente CAI Liguria
(pubblicato su loscarpoone.it il 26 novembre 2018)

All’Auditorium Santa Caterina di Finalborgo (Finale Ligure – SV) ha avuto luogo con successo domenica 25 novembre 2018 il convegno Quali i limiti dell’outdoor?, organizzato dal CAI Liguria e dalla Sezione di Finale Ligure, con il patrocinio della Regione Liguria e del Comune di Finale.

Folta la partecipazione di soci CAI e non soci, circa 150 persone, che hanno seguito con attenzione le dodici relazioni su argomenti specifici relativi all’attività outdoor all’aria aperta e in completa libertà.
Dopo i saluti delle autorità presenti (Gianni Berrino, Assessore regione Liguria al turismo e trasporti, Stefano Mai, Assessore regionale ai parchi, all’escursionismo e tempo libero, Ugo Frascherelli sindaco di Finale, Barbara Biale, assessore al Comune di Sanremo), che hanno confermato l’attenzione alle attività sociali all’aperto, si è entrati nel merito del convegno in cui il ruolo di moderatore è stato brillantemente coperto da Alessandro Gogna, alpinista, accademico, guida alpina.

Nell’introduzione, il Vicepresidente generale CAI Antonio Montani ha evidenziato l’importanza del turismo compatibile con l’ambiente e ha indicato il territorio di Finale come area ideale di studio per esaminare le problematiche di escursionismo, cicloescursionismo, arrampicata sportiva e speleologia, che qui hanno avuto nell’ultimo decennio uno sviluppo straordinario e incontrollato. Quello che si manifesta qui può essere chiaramente esteso ad altre località nazionali, dalle analoghe caratteristiche e fragilità.

Finalborgo, 25 novembre 2018. Da sinistra, Alessandro Gogna, Gianni Carravieri e l’Assessore regionale Stefano Mai

I successivi relatori hanno preso in esame i singoli aspetti del fenomeno in osservazione: Patrizio Scarpellini, Direttore del Parco Nazionale 5 Terre, ha illustrato le bellezze e le fragilità di un territorio, valorizzato oltre misura da efficaci operazioni di marketing, ove ogni anno si riversano tre milioni di visitatori/turisti stranieri, creando business locale di ospitalità, ristorazione e trasporti, e attività collegate, ma a scapito della capacità reale di accoglienza e dello sviluppo delle coltivazioni tipiche, in particolare la viticultura, che sono seriamente minacciate. Troppe persone sui sentieri con seri impegni di controllo e assistenza specifica.

Luigi Gaido, docente universitario, ha analizzato e definito con precisione e competenza cattedratica tutti i termini esaminati nell’ambito Outdoor, con un esame dettagliato della frequentazione gratuita del territorio e sulla relativa sostenibilità; Filippo Di Donato, Presidente CCTAM, ha ampiamente illustrato il punto di vista del CAI espresso dal Bidecalogo aggiornato al 2013, ma ha rilevato che oggi sono necessarie integrazioni derivate dall’utilizzo di mezzi con nuove tecnologie (es. e-bike); ha confermato la necessità di totale libertà di frequentazione della montagna, abbinata a una responsabilità individuale e alla necessità di esaminare e adottare criteri nuovi di autoregolamentazione per i soci CAI, estendibile anche a tutti i frequentatori della montagna.

Marco Bussone, Presidente UNCEM, ha ricordato le esigenze di chi vive in montagna e la necessità di difendere chi in montagna vuole continuare a vivere e a sopravvivere decorosamente in ambienti bellissimi, ma spesso privi dei servizi sociali adeguati; Alberto Ghedina, Consigliere Centrale CAI, ha illustrato un’interessante proposta di costituzione di Villaggi degli alpinisti, iniziativa molto sviluppata all’estero, in particolare in Austria, con tre esempi in Italia, che prevede requisiti molto stretti di compatibilità ambientale (mancanza di impianti di risalita, di attività industriale o artigianato esteso, massimo 50 posti letto disponibili, necessità di rapportarsi individualmente ed efficacemente con il territorio, ecc.); Marco Lavezzo, CC escursionismo CAI, ha illustrato in dettaglio la storia e le caratteristiche del cicloescusionismo praticato dai soci CAI, con rispetto assoluto dell’ambiente senza gli eccessi e i danni del down-hill.

Luca Piaggi, del CNSAS, ha presentato i dati annuali di intervento del Soccorso alpino in ambito montano, mettendo a fuoco le tipologie di intervento, le diverse tipologie dei richiedenti soccorso e le modalità relative; sono stati poi esaminati (lettera della guida Danilo Bonvecchio), i costi relativi all’attrezzatura e alla manutenzione delle vie di arrampicata in falesia; Luca Calzolari, Direttore della rivista CAI Montagne360, ha parlato di come viene comunicata dai media l’attività outdoor, con relative deformazioni e criticità; Stefano Tortarolo, Bike Service Finale, ha auspicato un dialogo costruttivo tra i biker e le varie realtà CAI, per il rispetto e la conservazione del terreno di gioco.

Infine Lorella Franceschini, Vice Presidente Generale CAI, ha fatto la sintesi dei questo incontro, dove sono emerse interessanti novità e spazi di collaborazione e comunicazione tra tutti i frequentatori dell’Outdoor, soci e non soci CAI, operatori commerciali e guide professioniste, per consentire anche alle generazioni future di godere delle bellezze dell’ambiente montano, oggi seriamente minacciato, non solo da una frequentazione non sempre culturalmente preparata e adeguata, spesso numericamente incontrollabile, ma anche dai cambiamenti climatici, che anche recentemente, a più riprese, con imprevedibili eventi meteo, hanno pesantemente aggredito, forse irrimediabilmente, in tutta Italia, non solo monti, boschi e sentieri, ma anche i litoranei marittimi.

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Il cicloescursionismo secondo il CAI ultima modifica: 2018-12-13T05:56:00+02:00 da GognaBlog

30 pensieri su “Il cicloescursionismo secondo il CAI”

  1. 30
    bruno telleschi says:

    Purtroppo il Cai e il buon senso arrivano tardi perché i buoi sono ormai scappati dalla stalla. Con il pretesto della natura i ciclisti impongono il primato della violenza, come i motociclisti che scalano i passi dolomitici per ascoltare il rombo del motore. Con i motori elettrici la mentalità non cambia, anzi peggiora i comportamenti: i ciclisti sono le avanguardie del terrorismo tecnico in guerra con la natura e gli uomini.
    Tra poco anche le motociclette e le automobili saranno elettriche: allora il velo dell’ipocrisia verde sarà smascherato. Gli amanti della natura si muovono a piedi!

  2. 29

    A proposito del convegno sul l’outdoor a Finalborgo, ricordo che, quello che oggi è riconosciuto come uno dei borghi più belli d’Italia, era un luogo depresso. Nell’unico squallido bar campeggiavano costantemente i soliti tre ubriachi, la piazza era un parcheggio e cose così. Oggi grazie a quanto portato dagli arrampicatori prima e dai ciclisti dopo, i finalesi girano in Mercedes, vestono griffato e vanno in vacanza a S.Moritz ritenendo Cortina troppo popolare. Ascoltato con le mie orecchie! Ecco, é quando si ha tanto benessere che si trova il tempo per fare delle analisi che quasi sempre non portano a niente, e che magari si trova anche il motivo per lamentarsi di qualcosa. Il CAI di Finale ha pure avuto il coraggio di sindacare sulla frequentazione delle pareti di arrampicata e sul volere regolamentare (azione contro la libertà tanto cara al sodalizio) la loro attrezzatura dopo più di un lustro in cui non aveva mosso un dito per fare divenire l’arrampicata quello che è oggi, nel bene e nel male, ovviamente.

    Conosco zone realmente depresse e povere in cui servirebbe realmente organizzarsi per sollevarsi, ma chi lotta quotidianamente per sopravvivere non ha tempo né energie da dedicare ad altro.

  3. 28
    Emilio Previtali says:

    Significa che il CAI ha speso male la sua credibilità e la sua forza arroccandosi su visioni acronistiche e soluzioni impraticabili, che è esattamente quello che continua a fare e quello che ho scritto nel primo commento a cui tu hai risposto.

  4. 27
    Matteo Bourcet says:

    Sicuramente ha un peso specifico molto elevato, altrettanto sicuramente a questo punto verrebbe da chiedersi come mai si sia potuto andare in bicicletta fino a poco tempo fa dato che proprio il cai era in prima linea contro le bici in montagna! Eppure…

    Per quanto riguarda il ritardo siamo tutti d’accordo, bisogna velocizzare i tempi!

  5. 26
    Emilio Previtali says:

    Matteo Bourcet, il CAI è l’interlocutore principale e privilegiato di tutte le amministrazioni pubbliche e gli enti che hanno lo scopo di orientare le iniziative di gestione e amministrazione, la stesura delle leggi, i regolamenti, in sostanza le azioni di governo dello Stato e delle Regioni su tutte le attività e le tematiche che hanno a che vedere con la montagna e indirettamente quindi con l’uso del territorio. È una responsabilità enorme che non è riservata ad altri enti, associazioni o club. Per intenderci: se lo stato deve modificare una legge quadro sulle professioni della montagna o sulla riorganizzazione della gestione regionale della sentieristica, in sede di studio, di orientamento, messa a punto e verifica delle proposte, nel dibattito che precede la stesura dei regolamenti, delle leggi nonché per la distribuzione delle risorse, viene chiamato a relazionare il CAI, non lo Sci Club Pizzighettone. Capisci che – indipendentemente dal fatto che uno sia socio CAI o meno – è preoccupante una posizione del genere? È preoccupante il ritardo, è preoccupante e deprimente la visione. Perlomeno, per me lo è.

  6. 25
    Alberto Benassi says:

    Mi viene in mente al volo un esempio: l’American Alpine Club ha come presidente Jim Donini mentre il CAI un avvocato milanese (non me ne voglia),

    qui si può solo condividere.

  7. 24
    Matteo Bourcet says:

    Ma io vorrei capire cosa c’entra quel che dice il cai con l’utilizzo generale della Mountain bike!
    Il cai propone una visione della Mountain bike che è quella del Cicloescursionismo, ovviamente chiunque è e sarà sempre libero di praticarla nel modo che più gli piace, ma all’interno del sodalizio si impegna ad usarla in quel modo. A me non sembra assolutamente contorto, anzi, mi sembra molto semplice da capire!

    Come se uno si iscrivesse ad uno sci club per fare pali e poi si lamentasse se non fa freeride! Se accetta le “regole” di una attività quando la pratica le segue, poi al di fuori ci sarà gente che fa freeride, heliski, sci alpinismo e via dicendo!

    Tra l’altro ci stiamo muovendo anche per quanto riguarda l’uso consapevole delle e bike, con ritardo, è innegabile, ma come ben sappiamo i tempi del cai non sono certo famosi per essere veloci!

  8. 23

    A me è sempre sembrato che il CAI metta il suo ombrello con decenni di ritardo su quello che può, stilando regolamenti, erigendo recinti e norme di sicurezza. Elementi oggi imprescindibili per gente ingabbiata in un sistema impazzito e autoriferito. Anche per l’alpinismo, il mondo CAI mi è sempre sembrato anacronistico e male informato su quello che realmente accade in montagna e sull’evoluzione delle cose

    Mi viene in mente al volo un esempio: l’American Alpine Club ha come presidente Jim Donini mentre il CAI un avvocato milanese (non me ne voglia), segno che da elite della montagna allo “scoutismo” , tutto può stare sotto la dicitura di Club.

    E non facciamoci sempre riconoscere. Cit. Alberto Sordi.

  9. 22
    Emilio Previtali says:

    Il ragionamento che sostiene l’intero discorso (che è alla base della filosofia del CAI su questo tema, da sempre) è talmente contorto e attorcigliato su se stesso da essere inapplicabile. Non è la questione del bloccaggio delle ruote o la “teoria del salto” ad essere inapplicabile o ridicola, ma è la sostanza del discorso. È l’evienza della realtà. La bici (non solo in montagna) non sono solo mezzo di trasporto ma sono anche strumento di ‘divertimento fine a se stesso’ esattamente come un paio di sci, un kit corda-picozza-ramponi-viti da ghiaccio, un paio di scarpette da roccia o un muro di arrampicata e purtroppo per noi anche le moto da enduro. È esattamente l’ostinarsi a non ammettere e a non riconoscere questa evidenza l’anacronismo del CAI a cui fa seguito l’anacronismo e l’inapplicabilità e in definitiva l’inutilità delle proposte. Si pontifica sull’uso “responsabile” della bici occupandosi si come le ruote debbano girare sul terreno sotto l’azione della forza muscolare, quando una ebike (un pochino di bici me ne intendo) è in grado di sviluppare una forza tale da strappare i tasselli della copertura oltre che a cotica, avete idea della potenza e dei watt che servono? Una ebike non richiede patente o licenze, amplia a dismisura il range di utilizzo sul territorio, può essere potenzialmente utilizzata da un bacino di utenti infinitamente più grande rispetto alle moto e all’enduro, costa la metà di una moto e (purtroppo per noi) grazie al motore elettrico ci da una idea di pulizia e di sostenibilità che no c’è nella sostanza. Sono stato costruiti bike park ovunque, alcuni a regola d’arte e sostenibili altri hanno fatto scempio di spazi e territorio mntano. Il CAI non sembra essersene ancora accorto, ancora filosfeggia su “strumento di divertimento fine a sè stesso” SI/NO. È deprimente. Il mio commento è ironico perché non poteva essere che ironico, davanti a una chiusura mentale e una distanza così siderale dalla stragrande maggioranza dei praticanti, del mercato, della evidenza dei fatti, davanti alla evidenza che proposte come queste ci mettono dalla parte della ragione e al sicuro con la coscienza (sono cose che condivido) ma non porteranno mai a nessun risultato, non si può che rimanere depressi e scoraggiati.

  10. 21
    Luca Visentini says:

    Ribadisco: fanno più casino due escursionisti bresciani o trevisani che conversano in cammino.

  11. 20
    Matteo says:

    “l’uomo tende a trasformare il mondo nel suo luna park ma vale per le bici come per lo sci o l’arrampicata. Non credo sia una questione del mezzo ma del come. Ed è su questo che avrebbe senso discutere.”

    Proprio così, era quello che cercavo di dire io…non è una questione di mezzo e si deve discutere sul come.

    E mentre discutiamo, tutti belli presi e accalorati, qualcuno spiana boschi e pietraie per fare il nuovo comprensorio sciistico, spitta le classiche, ma solo per la sicurezza,  e da oggi in avanti “migliorerà” strade forestali e, sentieri, magari anche spianando qualche saltino di roccia perché sennò non si passa.

    E magari anche con l’avvallo del CAI di val belino, ché serve a valorizzare, anche i montanari devono vivere e a casa nostra siamo padroni noi!

  12. 19
    Alberto Benassi says:

    Si Nicola, vale per tutte le attività che si possono praticare in un luogo.

    Il  COME è determinante ma anche il MEZZO  non è da meno perchè è indubbio che il mezzo influenza il come.

  13. 18
    Nicola Pech says:

    Alberto Benassi, è vero, l’uomo tende a trasformare il mondo nel suo luna park ma vale per le bici come per lo sci o l’arrampicata. Non credo sia una questione del mezzo ma del come. Ed è su questo che avrebbe senso discutere.

  14. 17
    paolo panzeri says:

    Solo una battuta e un pensiero negativo.

    Mi viene in mente la 360 di qualche mese fa con bici in primo e con descrizione della montagne difronte fatta da uno dei grandi capi del cai… non ricordo il nome, magari poco ci manca…
    Bella la foto, peccato che il Pelmo non è il Civetta e penso anche viceversa! 🙂

    Un velocissimo ciclista montano una volta quasi mi investiva in discesa e sui sentieri stretti spesso i ciclisti non si fermano, devo spostarmi subito alle loro urla.
    Se non c’è cortesia io non ne ho.
    Penso che di sicuro potrei inciampare davanti a loro e purtroppo provocare una loro rovinosa  caduta, perché mi spaventano e mi distraggono… sono anziano.

  15. 16
    Alberto Benassi says:

    Mi dispiace che qualcuno riduca ad un commento ironico e con qualche presa in giro un argomento così importante per cui molte persone hanno dedicato tanti sacrifici e tanti anni di lavoro!

    se ti riferisci a me, nessuna ironia, non prendo in giro proprio  nessuno!  Ho solo espresso una mia preoccupazione sulla base di quello che si vede accadere intorno a noi.

    Poi magari mi sbaglierò e sarà meglio così.

  16. 15
    Matteo Bourcet says:

    Emilio Previtali, pensa che fino a (relativamente) pochi anni fa il CAI non forniva nemmeno copertura assicurativa ai proprio soci che praticavano cicloescursionismo, quando si sono finalmente decisi ad aprire gli occhi è stata una grande conquista e un momento storico per tutti noi!

    Inoltre il discorso sulle e-bike, almeno qui in Piemonte, nasce 1/2 anni fa e non penso altrove sia nato negli anni ’90 come successo per il cicloescursionismo nel cai!

    Ovviamente la definizione di “protesi” è imprescindibile per farlo rientrare nel cai, dato che per articolo primo c’è il rispetto e la protezione dell’ambiente montano non si può dire ai propri soci di andare per divertirsi e distruggere sentieri e mulattiere, e nemmeno che essere iscritti al cai voglia dire fare solo allemanenti senza scopi “alpinistici” come raggiungere una vetta o compiere una traversata. Ecco il perché anche del non contemplare bloccaggio che con l’azione erosiva dell’acqua rovina i sentieri.

    Queste persone (tra cui l’autore Marco Lavezzo) non hanno certo iniziato tre anni fa a preoccuparsene, ma ormai forse più di 20 anni fa… Che senso ha ridurre il discorso all’avvento delle e bike?

    Tra l’altro immagino che tu non abbia mai frequentato sentieri né in moto né con una e bike perché altrimenti non le potresti paragonare!

    Mi dispiace che qualcuno riduca ad un commento ironico e con qualche presa in giro un argomento così importante per cui molte persone hanno dedicato tanti sacrifici e tanti anni di lavoro!

  17. 14
    Alberto Benassi says:

    Nicola, l’uomo per sua natura tende a trasformare tutto quello che lo circonda nel suo Luna Park.

    La natura che riprende possesso di quello che prima gli era stato tolto fa il suo dovere.

  18. 13
    Alberto Benassi says:

    Nicola

     

    non ho nulla contro le biciclette. Ho la mia compagna appassionata di bicicletta anche se le fa cicloturismi e si fa dei giri immani!

    Il problema è che si inizia sempre con una mosca e poi arriva bello, bello l’elefante.

    L’uomo per sua natura è ingordo. Cosa vuoi che sia una bici, cosa che vuoi che sia il sentiero ripulito, cosa vuoi che sia mettere in sicurezza il sentiero…mi sembra giusto vista la frequentazione, cosa voi che sia un punto di appoggio e poi dopo vista la frequentazione il punto di appoggio ha bisogno di essere ingrandito, magari una stradello, magari una teleferica che poi piano piano ….magia, magia…si trasforma in seggiovia.

    E poi se ci vai con la bici perchè non ci posso andare io con la moto? Che sono un cittadino di serie B?

    Stessa cosa che dici Te quando fai il paragone per ripulire una sentiero per la falesia.

    Insomma, siamo capaci di porci dei LIMITI   nell’aggredire l’ambiente,  per  soddisfare i nostri egoistici bisogni?

    per me NO!

    Da qui il mio scetticismo che non vale solamente per le bici.

  19. 12
    Emilio Previtali says:

    Per giungere alla conclusione strampalata che una bici non è una bici ma una “protesi tecnica come le racchette da neve, gli scarponi o gli sci” sono serviti al CAI trentacinque anni di riflessioni e studio. Con un ragionamento così contorto da essere ai limiti del marzullesco si teorizza ora la mtb come strumento: “Se il fine è la bicicletta, inevitabilmente la montagna diventa un mezzo da usare, da sfruttare per raggiungere il proprio scopo: la si trasforma in un luna-park”. Se non ci fosse da piangere e battere delle testate contro il muro dalla disperazione si potrebbe ridere del fatto che mentre i saggi del CAI sviluppavano teoremi fantasiosi come questo o mettevano a punto la rivoluzione copernicana della della “rinuncia al salto e del bloccaggio delle ruote” che più che tecniche di guida paiono un voto di castità ciclistica, le Alpi e gli Appennini si riempivano (solo per rimanere agli ultimi tre anni) di ebike ovunque, in salita e in discesa, guidate da uomini, donne e bambini senza nessuna regola e senza nessuna esperienza, riproponendo e moltiplicando nella sostanza il problema delle moto sui sentieri. Intanto che le stazioni sciistiche invernali trasformavano drasticamente il proprio territorio, la propria economia, la frequentazione, la fruizione e in definitiva il modo di impiegare i propri spazi con la costruzione degli snowpark permanenti, trasformando le piste da bene comune a risorsa da capitalizzare, gli esperti del CAI pensavano questa roba qui, che sembra pensata nel 1700. Per me è gente che vive sulla luna.
    “La bici costituisce il fine quando è divertimento fine a se stesso, tecnicismo o atletismo narcisistico o agonistico”. Le vie sulla sud della Marmolada – mi chiedevo, tanto per fare un esempio – i nostri esperti, cosa dicono? Non avendo una utilità ed essendo andarle a fare un divertimento fine a se stesso bisogna schiodarle tutte e accontentarsi di salire dall’altra parte?

  20. 11
    Nicola Pech says:

    Le moto sconvolgono un bosco: per il rumore e per il numero di giri che grazie a un motore possono fare. Le biciclette no, a meno che non si usino gli impianti di risalita. In molte zone i ciclisti hanno riportato alla luce e mantenute vive tracce di vecchi sentieri abbandonati da anni. Dove sta il male? Dove sta la differenza con il pulire un sentiero che porta a una palestra di roccia o all’attacco di una via?

  21. 10
    gug says:

    Se dessero dappertutto e come un tempo la possiblità di andare per sentieri anche alle motociclette, ora mi domando perché non lo facciano, potremmo assistere a delle belle discussioni anche “sul campo”.

    Viva l’ipocrisia dei semplici di mente: saranno i primi!

  22. 9
    Alberto Benassi says:

    Nessun problema, fate pure!

    vedremo in futuro . Poi magari se ne riparla.

  23. 8
    Nicola Pech says:

    Alberto Benassi, esiste una comunità di mountain bikers che recupera, mantiene e modifica vecchi sentieri in disuso o ne crea di nuovi, soprattutto in zone di media montagna, spesso abbandonate all’incuria, con la vegetazione che si ingoia ogni cosa (vecchi terrazzamenti, baite). Alcuni di questi sentieri sono vere opere d’arte e richiedono lavoro di ricerca, studio del tracciato, manutenzione. Si utilizza la pala, il piccone e pochi altri attrezzi, si ri-utilizza materiale trovato nel bosco: sassi, tronchi,alberi caduti. Dove sta il problema?

  24. 7
    Alberto Benassi says:

    adesso ci manca anche di costruire appositi sentieri per i ciclisti.  Poi magari ci mettiamo anche le colonnine per ricaricare le batterie.

     

    Poveri monti…!!!

  25. 6
    paolo says:

    Da quello che ho visto in questi anni, da poco tempo ho visto gente ai rifugi in coda o litigare per caricare oltre i telefoni anche le bici motorizzate, mi sembra che il cai stia cavalcando l’ennesima ondata consumistica e edonistica di massa, regolandola come il resto, solo a parole e a poltrone di “prestigio”: il vizietto di voler far di tutto per mettersi in mostra, con il risultato che ora non riesce più a combinare nulla di interessante, lo dico per me.

  26. 5
    Nicola Pech says:

    Il problema è l’uso promiscuo (pedoni-ciclisti) dei sentieri. A meno che si tratti di strade bianche poco pendenti, l’impatto delle bici è indiscutibile. Invece di proporre corsi di ciclo escursionismo sui sentieri, il CAI dovrebbe fare corsi di manutenzione e tracciatura di nuovi sentieri seguendo le regole IMBA. I sentieri per le bici devono essere tracciati con criteri ben precisi: devono durare e devono avere un ritmo, pendenze giuste, canaline di scolo dell’acqua, curve. 

  27. 4
    Daniele Piccini says:

    In Appennino la mountain bike sta cancellando i sentieri, è inutile girarci intorno, il fondo dei sentieri Appenninici non è roccioso pertanto il passaggio di mezzi meccanici su sentieri terrosi e stretti che obbligano i ciclo escursionisti a passare sempre nello stesso punto scavano piccoli solchi che con il dilavamento, su pendenze accentuate, in poco tempo si approfondiscono fino a diventare   impraticabili per il cammino. Basta girare un po per rendersene conto, nell’ultimo decennio la situazione e drammaticamente peggiorata e gran parte della sentieristica dell’appennino centrale presenta queste ferite che purtroppo sono inguaribili considerata la scarsità dei fondi a disposizione per il recupero e soprattutto la sensibilità degli amministratori per i quali il problema non sussiste perchè ormai dalle nostre parti i ciclisti sono più degli escursionisti e i politici sono molto sensibili al numero. Le piste dedicate e adatte al ciclo escursionismo nel nostro territorio si contano sulle dita di una mano e comunque non sono “divertenti” per gli appassionati. Apprezzo l’impegno del CAI di regolamentare questa attività ma sono pochi quelli che seguono le giuste regole che quando risultano troppo limitative vengono semplicemente bypassate cambiando associazione, ce ne sono centinaia, dove la bicicletta la prestazione e l’agonismo sono il fine, conosco gente che al ritorno dalle cicloescursioni non sa nemmeno quali territori ha attraversato, tutti in fila dietro quello che conosce la strada ed alla fine tutti a controllare la lunghezza, il dislivello, il tempo e le calorie bruciate. Non parlo naturalmente dei mezzi motorizzati che percorrono qualsiasi sentiero e non, senza che nessuno e sottolineo nessuno ponga rimedio a questa devastazione nonostante vi siano leggi che vietano tale pratica. Sono un Accompagnatore di Escursionismo del CAI da quasi trent’anni, di sentieri ne ho percorsi molti, quello che ho esposto è quello che incontro, che osservo e che non mi piace.

  28. 3
    Matteo says:

    Sarò pessimista, ma considerando che se nelle frasi:

    “Se il fine è la bicicletta, inevitabilmente la montagna diventa un mezzo da usare, da sfruttare … La bici costituisce il fine quando è divertimento fine a se stesso, tecnicismo o atletismo narcisistico o agonistico. Se l’attenzione è tutta per la bicicletta, rischia di venir meno l’attenzione per l’ambiente.”

    si sostituisce la parola “bici” con (a scelta) “arrampicata” o
    “sci” il senso non cambia, credo che sia una pia illusione l’affermazione:

    “La soluzione è apparentemente semplice: servono regole. Ma le regole da sole non bastano, se non sono conosciute e condivise da tutti”

    Abbiamo già visto come va a finire. Purtroppo!

  29. 2
    Carlo Crovella says:

    Non sono un appassionato di MTB (mi limito a qualche giretto annuo…), ma comprendo con facilità quanto possa risultare affascinante e stimolante per chi la pratica. In quanto possibilità in più per frequentare la montagna, ha poi tutto il mio sostengo.

    I problemi nascono dal fatto che purtroppo non tutti i “ciclisti” hanno adeguata preparazione etica, culturale ed educazionale. Fenomeni quali urla di “pista!!!!” sui sentieri, rischi di investimento di escursionisti, fastidi di diversa natura sono purtroppo abbastanza frequenti.

    Mi è chiarissimo che bastano due “maleducati” per rovinare la nomea dell’inter mondo degli appassionati. Parimenti non è solo la MTB a soffrire di questo problema, ma anche le discipline più storiche della montagna (alpinismo e scialpinismo) registrano disturbi analoghi, anzi in numero e intensità perfino maggiore.

    Come per le altre discipline della montagna, io credo che il ruolo dei Cai nel settore del cicloescursionismo sia quello di “educare”, cioè di insegnare e diffondere un modo di comportarsi correttamente verso l’ambiente e verso gli altri fruitori.

  30. 1
    Pietro Ferradini says:

    ottimo articolo… il problema resta sempre quello della “divisa” se non è accompagnata da sensibilità e cultura è sempre un problema… facilmente si supera il rispetto dovuto verso l’altro e l’egoismo di emergere diventa spesso violenza… nessuno sport ne è immune.

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