Il consumo della felicità

Il consumo della felicità
di Lorenzo Mascia
(pubblicato da ariannaeditrice.it il 1° maggio 2019)

Spessore 4, Impegno 2 , Disimpegno 1

Nella nostra epoca non è più la politica il motore del cambiamento, bensì il mercato, che non ha regole ma impone le sue regole. La politica, intesa come spazio in cui l’uomo prende delle decisioni che riguardano il suo presente e il suo destino, non è più il vero luogo della scelta.

Se prendiamo quella che è la definizione di politica del vocabolario, ossia “scienza e tecnica, come teoria e prassi, che ha per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello stato e la direzione della vita pubblica” (vocabolario Treccani) e confrontiamo tale specificità con la nostra epoca e il nostro modo di fare politica, possiamo affermare che questi aspetti che la determinano e ne delimitano – per così dire – il raggio d’azione, sono passati in mano al mercato. Il mercato stabilisce come lo stato e la vita pubblica vadano organizzati ed amministrati. Lo stato deve tener presente le leggi che governano il mercato globale e le sue richieste: esso infatti è ciò che ha contribuito in modo preponderante alla globalizzazione. L’Occidente per mantenere stabile il livello di benessere che ha creato è costretto a mantenere il sistema economico capitalistico, dunque consumistico. Questo non perché non vi siano altri modelli economici, ma semplicemente perché orami il mercato finanziario stabilisce le sorti di uno stato, la sua ricchezza e il suo benessere. Se non ci si conforma a tale sistema, si rischia di rompere un intricato equilibrio globale e di non poter più disporre delle materie prime e secondarie che garantiscono il benessere raggiunto ad oggi.

Ogni reale potere legislativo, esecutivo e giudiziario sta passando silenziosamente in mano al mercato, che decreta le regole di convivenza tra gli uomini e le loro organizzazioni in base alle sue necessità. In tutto ciò la politica non può che mascherare il suo agire per il bene del mercato sotto il nome di bene pubblico. Le sue leggi sono le leggi che vuole il mercato, e non quelle di cui la comunità necessita veramente. Si attuano riforme solo laddove il sistema economico ha bisogno di essere aggiornato, come se la crescita economica fosse separata da quella culturale e sociale di un paese. Ciò di cui uno stato necessita veramente viene tagliato fuori dal dibattito pubblico, silenziato o depistato; le leggi, in poche parole, non hanno più un valore umano.

La burocrazia è l’altra faccia della medaglia, che rappresenta nelle sue direttive tutta la complessità del sistema capitalistico-finanziario. Questa ostacola la libertà dell’uomo nel prendere le decisioni fondamentali (e soprattutto nel prenderle in tempo), sottoponendole al vaglio del mercato e al suo controllo. Il potere ha perso la sua rappresentatività, il suo referente umano, il suo lato umano. Ora, se l’uomo non è più il detentore del potere politico su se stesso e sul suo destino e non è nemmeno libero di desiderare e perseguire in autonomia ciò che crede lo renda felice, la storia, ovvero il contesto all’interno del quale l’uomo ha costituito e costruito se stesso nel tempo, viene espropriata del suo stesso artefice. L’uomo contemporaneo diviene così un uomo astorico, perché tagliato fuori dall’ambito delle decisioni sul suo stesso presente e futuro. È il mercato a decidere quali guerre si devono combattere, quali sono gli stili di vita da adottare; questo perché esso ha più potere della politica nello stabilire cosa debba essere o non essere fatto. Se prima l’uomo faceva la storia e la storia faceva l’uomo, oggi è il mercato ad essere il protagonista, un soggetto che però non è soggetto alla storia che produce.

Tutto ciò non fa del mercato un’entità immutabile, come se, in se stesso e solo in sé, esso avesse il suo fine e il suo centro. Il mercato è dipendente dall’uomo, nel senso che quest’ultimo è la sua condizione di esistenza. L’essere umano, infatti, è capace di volere e ha dei bisogni. Questo volere e questi bisogni possono in qualche modo essere controllati mediante stratagemmi psicologici. L’esempio più evidente di ciò si può riscontrare nel vasto mondo della pubblicità, dove si fa leva sulle emozioni del consumatore in modo tale da spingerlo a voler consumare anche prodotti di cui in realtà potrebbe benissimo fare a meno. Così possiamo vendere un’auto qualsiasi evocando attraverso di essa dei bisogni, delle idee che in qualche modo catturano la nostra attenzione e il nostro desiderio. “Quest’auto è il simbolo della libertà, con essa potrai attraversare e superare ogni ostacolo, che siano deserti o fiumi”. Sembrano banalità, ma funzionano. Questi messaggi che le pubblicità evocano colpiscono inconsciamente le persone, e quando si viene continuamente bombardati di pubblicità, in ogni momento, in ogni luogo, le persone finiscono per cedervi, si aspettano davvero da un’auto che garantisca loro la libertà o che li faccia sentire sicuri, importanti, distinti, unici. Le strutture che sorreggono il mercato del consumo sfrenato sono il frutto di tanti saperi accumulati dall’uomo nel corso della storia. Ovviamente il mercato conosce molto bene l’essere umano e sa bene quali vantaggi trarne. Tra questi saperi possiamo citare la psicologia, l’economia, la finanza, la biologia, l’arte, l’antropologia, la sociologia, il marketing, ecc. Attraverso l’informatica si sviluppano ogni giorno elaborati algoritmi che servono per combinare i dati disponibili di ciascun consumatore e produrre pubblicità ah hoc per ognuno di noi. Internet ha permesso la rivoluzione del mercato e attraverso i social network, che dispongono dei nostri dati personali, si può sapere sempre quali sono i nostri interessi maggiori e quali le mode del momento. Il mercato ha in qualche modo messo in atto un’alienazione dei nostri desideri. Conoscendo i nostri interessi, le nostre attività, le nostre passioni – che noi stessi rendiamo visibili attraverso le diverse piattaforme online – si opera una grande raccolta di dati che permette al mercato di produrre nuovi bisogni superflui che diventano “nostri”. Si sta assistendo ad una stimolazione di desideri sempre diversi che finiamo per sentire necessari ai fini del nostro stile di vita e alle nostre credenze più radicate.

L’uomo di oggi non può più dirsi completamente libero di desiderare e di volere. Nel passato poteva esserlo nella prospettiva in cui, attraverso la politica, realizzava la sua volontà. Dunque i suoi bisogni erano liberi, nel senso che gli appartenevano. Oggi assistiamo non solo ad una perdita di identità dell’individuo, intesa come la capacità di autodeterminarsi secondo la propria volontà, ma anche alla perdita del suo carattere più umano: il desiderio. Il bisogno metafisico dell’uomo di trovare delle risposte esistenziali è stato annichilito dal mercato. Anche i più reconditi desideri dell’uomo vengono influenzati e diretti : il mercato crea dei bisogni superflui e li spaccia per felicità. E se essa coincide con il libero perseguimento della propria volontà, con la capacità di realizzare le proprie possibilità, quella di oggi è una promessa di felicità illusoria che non dipende da noi, ma viene fatta dipendere da degli oggetti, e non tanto dal loro possedimento, ma dal loro consumo morboso. In questo meccanismo la felicità viene da subito presentata (e “presentificata”) nell’attività feticista stessa di consumare un oggetto come si consuma un pasto, in modo tale che una volta saziatisi si possa subito ripetere il processo, non appena una merce non ci soddisfa più. Allora si è subito portati a rifornirsi di oggetti dal “gusto” diverso, potenziato: questo avviene con ogni bene, dalle auto agli smartphone, dagli abiti alla musica.

Il mercato poi non ammette che ci sia una verità, e tantomeno che questa dipenda dall’uomo libero, ma ne ammette infinite e le oggettiva nelle sue merci. Si assiste ad una mercificazione della verità. Per questo le cosiddette “fake news” esistono, per oscurare le verità raggiunte dall’uomo, per farlo naufrago nella realtà, di modo che di tanto in tanto possa trovare “terra ferma” solo nel consumo e non nell’istituzione e nella ricerca di un senso comunque attraverso valori umani. Non c’è un sapere che non venga falsificato, distorto gratuitamente, da quello scientifico a quello politico a quello artistico. Le grandi produzioni di significato dell’uomo sono costantemente attaccate, perché è meglio per il mercato che l’uomo non possieda punti di riferimento.

Non è un caso che le chiese siano vuote e i supermercati pieni anche la domenica. Il consumo è l’oppio dei popoli d’oggi.

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Il consumo della felicità ultima modifica: 2019-07-12T04:39:30+01:00 da Totem&Tabù

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