Il controsenso degli spit in montagna

Il controsenso degli spit in montagna
(già pubblicato su Scandere 1990-1992)

Lettura: spessore-weight***, impegno-effort***, disimpegno-entertainment**

Dunque, alle soglie del terzo millennio e dopo più di due secoli di storia, andiamo a occuparci di un’ennesima discussione alpinistica: è giusto accettare – e se sì, fino a che limite – l’uso degli spit in montagna?

Discussioni, polemiche e diatribe molto accese e prolungate ci sono sempre state. Tanto per citarne qualcuna, l’uso o meno dei chiodi all’inizio del ‘900, le manovre di corda e il tecnicismo nell’epoca d’oro del sesto grado, il rifiuto dell’artificiale spinta e delle superdirettissime fiorito alla fine degli anni ’60. E poi ancora le corde fisse, lo “stile spedizione”, ecc.

Jean-Michel Cambon

Presi dalla stessa passione, magari punti nel vivo da qualche riferimento a se stessi, gli alpinisti si sono sempre gettati con accanimento a difendere le proprie posizioni e, in questo, tutto è il mondo è stato paese, dall’Europa all’America. Ognuno cercava di dimostrare, con i migliori argomenti a sua disposizione, che si aveva diritto a fare questo e quest’altro, che si aveva torto a fare questo e quest’altro. Qualcuno assumeva posizioni intermedie, altri ci facevano sopra dell’ironia.

L’arrampicata sportiva, i cui contorni hanno cominciato a delinearsi con precisione dopo la breve stagione del free climbing, più o meno all’inizio degli anni ’80, non si è rivelata sostanzialmente diversa: anche qui infatti le discussioni non sono mancate e non mancano, anche se l’etica di comportamento non vuol più essere misurata in un confronto con la montagna, bensì in un confronto tra atleti.

Ciò che voglio dire è che, se Paul Preuss, Enzo Cozzolino o Reinhold Messner avevano a cuore l’integrità e la nobiltà della montagna, che quindi andava tutelata dalle aggressioni del materiale ferroso nella rigida difesa di un territorio che doveva rimanere “impossibile”, le discussioni in arrampicata sportiva tendono soprattutto a definire un comportamento che dev’essere uguale per tutti: la parete, la roccia hanno perso la loro qualifica di interlocutori, e la libertà diminuisce.

Lo si è visto molto bene nelle recentissime discussioni sul fatto che fosse lecito o meno bucare la roccia per scavare appiglietti artificiali: si contrapponevano coloro che davano tutto per valido a quelli che invece sostenevano che così le difficoltà ottenute erano troppo “morfologiche”, cioè fatte su misura di chi ha

“lavorato” la via. Altri hanno predicato che occorreva lasciare spazio integro per gli arrampicatori futuri. Poche voci nel deserto sono state quelle che avevano a cuore l’integrità della roccia, così semplicemente per una questione di rispetto e di amore.

A tutta questa confusione occorre aggiungere che, se alla fine degli anni ’60 si condannava l’uso delle corde fisse sulle Alpi, se a metà anni ‘70 lo stesso fenomeno ha cominciato a vedersi anche in Himalaya, con il prevalere morale e sportivo di spedizioni sempre più leggere, oggi la condanna di queste forme di attività si è arricchita di una nuova aggravante: le corde fisse inquinano e deturpano un ambiente che si vorrebbe lasciare integro. Chi usa corde fisse non solo fa un’impresa sportiva meno eclatante: rischia pure la condanna morale per aver modificato un ambiente.

Gérard Fiaschi

Una considerazione che viene spontanea è dunque: quanto un’attrezzatura a spit deturpa una montagna? La questione investe la protezione e la regolamentazione di un territorio, ma investe anche la sensibilità di ciascuno su questo punto. Ciò che di seguito dirò dovrebbe essere sentito come qualcosa che fa fatica a estraniarsi completamente da uno dei punti sopracitati. Perché esistono due componenti essenziali: proteggere e aggredire. E si tratta di cose che spesso facciamo assieme, ed è proprio la sensibilità del singolo che dà la misura di ciò che effettivamente abbiamo fatto.

Vorrei prima di tutto dare per scontate due osservazioni base:
1) l’attrezzatura a spit è e vuole essere “permanente”;
2) la presenza dello spit snatura sostanzialmente il nostro salire su terreno verticale, perché non può essere ignorata.

Infatti è proprio sul concetto di “modifica permanente” che si accentra l’accusa allo spit. Quando Ettore Costantini salì sulla parete sud del Pilastro di Rozes, alle prese con i due tetti certamente piantò dei chiodi e modificò con le martellate l’ambiente roccioso immediatamente circostante. Non sono al corrente se in seguito quei chiodi siano stati tolti e rimpiazzati dai ripetitori o se invece siano rimasti là per decenni. In ogni caso la funzione di quei chiodi era soprattutto di permettere il passaggio a quegli alpinisti e non a chi sarebbe venuto dopo; se i chiodi rimanevano lassù non era certo per facilitare gli alpinisti venturi, bensì semplicemente non si aveva voglia, tempo o possibilità di recuperarli. In ogni caso eravamo di fronte a un’attrezzatura “provvisoria”, che poneva a chi stava per usarla la fatidica domanda: secondo te, ti puoi fidare o no? Guardami bene perché, se ti sbagli, possono essere dolori!

In secondo luogo l’occhieggiare di uno spit lucente non può essere ignorato. La classica frase “se vuoi, puoi anche non usarlo!” non ha alcun senso, ed è come dire che salire con le pelli di foca accanto a uno skilift non sia a dir poco ridicolo (mi scusino gli appassionati di quest’attività, oggi la vedo tutt’altro che ridicola, NdA).

Dal punto di vista della “permanenza”, una via attrezzata interamente a spit non è assolutamente diversa da una via ferrata. Molti fanno differenza se una via con uno spit ogni due metri e mezzo è stata attrezzata salendo dal basso o scendendo dall’alto: per me è come far differenza se una via ferrata è stata costruita dal basso o dall’alto!

Michel Piola

Il proliferare epidemico delle vie ferrate dovrebbe far riflettere sulla natura altrettanto epidemica della chiodatura integrale a spit. Il verificarsi dei tanti incidenti sulle vie ferrate la dice lunga sull’inutile speranza che una via a spit in montagna sia più sicura di un itinerario tradizionale. Gli spit in posto richiamano sempre più arrampicatori e sempre più probabilità di incidente; l’assenza totale degli spit favorisce un’accurata valutazione delle proprie capacità psicofisiche al momento della scelta di quell’itinerario.

Personalmente odio le vie ferrate, perché le ritengo diseducative, falsificanti la vera esperienza della montagna, tipiche di una situazione di civiltà dei consumi dove tutto dev’essere confezionato per poter essere venduto e usato. Meglio salire su una montagna per una placida via normale piuttosto che aggrapparsi a dei pezzi di ferro che ti illudono di fare chissà cosa, nell’emozione a poco prezzo di un vuoto sempre più improbabile per un turista delle montagne. E questo mio sentire non può non trasferirsi pari pari alle vie chiodate a spit. Certo, possiamo fare distinzione tra quelle a chiodatura integrale (vedi le vie chiodate da Jean-Michel Cambon, Gérard Fiaschi e compagni), e tra quelle a chiodatura parziale (vedi Michel Piola, Martin Scheel, Manlio Motto, Heinz Mariacher, Jürg von Känel, ecc.).

lo sento comunque che questo modo di agire è assai pericoloso per l’integrità della montagna. Nello stesso tempo sento che non abbiamo alcun diritto, e neppure la possibilità, di proibirlo.

Ho ripetuto parecchie vie di tutti e due i generi, e la mia impressione è che la chiodatura a spit integrale sia da evitare. Dove può alloggiare un nut, secondo me non dev’essere piazzato alcuno spit. Il piacere fisico di sistemarsi da soli una buona protezione dev’essere concesso a tutti, e si potrebbe preferire alla rozza fornitura di piacere senza il minimo sforzo. A me hanno insegnato che non c’è piacere senza fatica e senza ricerca: non voglio che questo mi sia reso impossibile.

Martin Scheel

Nelle due estati del ’90 e del ’91 sono stato a visitare delle bellissime regioni montuose in Turchia e in Norvegia. Là ho potuto sfogarmi, dedicarmi alla ricerca più bella, quella di itinerari da affrontare con poco ferro e soprattutto su terreno completamente vergine o comunque non alterato. Potrei starmene tranquillo, magari tornarci e disinteressarmi di ciò che avviene sulle nostre straconosciute e strapercorse Alpi. Credo che sia invece veramente il caso di spendere due parole sul pericolo di estraniarci completamente dalla nostra esperienza storica. I veri e grandi maestri hanno sempre insegnato che l’esperienza dei nostri padri o predecessori non doveva essere abbandonata così, semplicemente. Nel Vangelo gnostico di Tommaso, Gesù dice: «Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me». Per andare avanti, progredire, trovarsi la propria strada, occorre a un certo punto dividerla da quella dei propri genitori, staccarsi dal cordone ombelicale delle certezze precostituite, esplorare terreno nuovo. Ma rinunciare alla memoria di quanto già fatto, credendo di battere magari chissà quali strade nuove, è da sciocchi. E così son maestri finti quelli che predicano la fine di un’era per poter essere i profeti di quella nuova: credo che non abbiamo bisogno di nessuno che c’insegni, abbiamo solo bisogno di guardare avanti e indietro contemporaneamente, con i classici quattro occhi.

L’arrampicata sportiva si è già appropriata delle falesie più vicine e più comode e le ha riempite di spit. Per trovarne di integre, per poter fare un po’ di free climbing, è necessario camminare, porre distanza tra noi stessi e il mondo dei trapani. Pazienza, l’abbiamo accettato, anche perché è bello usare gli spit quando vogliamo divertirci serenamente. Quante volte, e da anni ormai, non mi sfiora neppure l’idea di andare ad arrampicare il sabato e la domenica in posti non attrezzati. Voglio divertirmi, passare delle ore in compagnia, giocare: ritorno quasi sempre soddisfatto, appagato, sereno.

Nello stesso tempo però mi accorgo che quelle giornate sono tutte uguali, o si assomigliano troppo. Non ricordo neppure i nomi delle vie, perché si tratta di esperienze superficiali. A volte mi urge dentro la voglia di trovarmi ancora da solo con la roccia, scoprire nuovi itinerari o percorrere vecchi itinerari in disuso oppure storicamente famosi. E non credo di essere il solo a volere queste cose!

Manlio Motto

E così arrivo a un’altra proposta: non si dovrebbero riattrezzare le vie storiche. Lasciamo che un’opera d’arte viva nel tempo, che la si possa ritrovare quando si vuole. Tanto più se si è dell’opinione che l’alpinismo è “morto”. Se è morto, infatti, conserviamone almeno la memoria. Occorre essere molto avanti nella conoscenza delle umane cose per aver realmente compreso che occorre bruciare tutto, che di un corpo non devono rimanere neppure le ceneri. Lasciamo questa verità a chi l’ha veramente capita, e lasciamo invece le spoglie mortali di una via aperta sessant’anni fa a chi le vuol vedere e toccare. Se qualcuno di noi vuol vedere la periodica liquefazione del sangue di San Gennaro, anche se così facendo dimostriamo una fede piccina, preferisco questo allo scatenamento di una schiera di fanatici devastatori.

Ci sono già strade e funivie e raccorciare e rimpicciolire una vera esperienza umana in montagna; ci sono materiali sempre più efficienti, tecniche sempre più raffinate, allenamenti sempre più mirati; ci sono previsioni meteorologiche che raramente sbagliano e riducono ancora gli spazi dell’avventura; tra poco sarà normale portarsi in parete il cellulare; le tecniche di soccorso si sono radicalmente evolute. Di fronte a tutti questi fatti, cercare ancora l’avventura sulle vie più celebrate è come avere gli occhi foderati di prosciutto. Per evitare la folla, è necessario informarsi, scegliere luoghi più lontani e meno noti. Bisogna far lo sforzo di sapere almeno cosa succede, se non quello che è sempre successo. Non ci si può aspettare una bella via quando si vuol salire la Cassin alle Grandes Jorasses e si parla normalmente una lingua diversa da quegli alpinisti che l’hanno salita in precedenza. “Bello” per loro aveva il significato di avventuroso, stupendamente avventuroso ed estetico. E lo dice anche la guida Vallot. Ma se per bello si intende avere a che fare con roccia sempre sana, temperatura sempre mite, allora si è sbagliato gita.

Non credo che la Cassin, attrezzata a spit, possa diventare più “bella” di quanto già lo sia. Perciò mi auguro che venga lasciata in pace dai trapanatori. Per parte mia le vecchie vie dovrebbero essere lasciate come si trovano.

Jürg von Känel

Sul concetto di “divertimento” e quindi di “bello ai fini del divertimento” ho da aggiungere che a mio parere dev’essere trattato anch’esso come relativo. Così come non sempre ho voglia di divertirmi e, al contrario, desidero andare nei posti più sperduti e pericolosi, mi si deve dare la possibilità di vivere questa precisa esperienza: in quell’ottica per me sarà più bello ciò che mi permette quell’esperienza.

Non ho paura di affermare che vorrei conservata una certa area in cui il pericolo la faccia da padrone, conseguenza di un territorio roccioso che sia assolutamente non alterato: e questo perché ho bisogno del pericolo per la mia formazione, per un me stesso che evolve. E dove c’è pericolo lo dirò, che lo sappiano anche gli altri. Voglio difendere il mio diritto di sondare i miei confini, di esperire l’inesperibile ed esprimermi con azioni che vivano nel rischio ragionato.

Sono sufficientemente maturo per non parlare superficialmente. Di lutti e sciagure ne ho avuti e visti a sufficienza anch’io per saper quanto è amaro perdere amici e parenti. Ciò nonostante non ho mai odiato la trucida montagna che mi ha dato questi dolori, né ho pensato che cambiarla, trasformarla e portarla a Maometto possa renderla meno pericolosa e più mansueta. Ho pensato, al contrario, che essa fosse solo uno specchio dei nostri maggiori o minori equilibri interiori. Maometto deve andare alla montagna con umiltà. Se si porta il trapano, è perché ancora non conosce metodi più raffinati: la sua umiltà gli permetterà di usare il trapano esattamente come Hans Dülfer o Angelo Dibona usarono i loro pochi chiodi. Ma se il trapano lo userà per permettere a schiere di “fedeli” di salire sulla montagna e facilitare e snaturare il loro cammino, tutto questo sarà un aborto logico.

Continuo a domandarmi perché occorra spianare e snaturare la strada agli altri.

E qui affronto un ultimo discorso sulle finalità e sul senso della professione di guida alpina.
La guida fatica a trovare lavoro, fatica a trovare clienti. In genere il lavoro di guida in notevole percentuale si riduce ad accompagnare i clienti alle vie ferrate o all’eliski. C’è qualche guida che pensa che chiodare tutti gli itinerari a spit, mettere catene alle soste e fare un lavoro di disgaggio su tutte le vie più frequentate sia il suo avvenire e sia un’opera benemerita.

lo credo invece che l’uomo, e quindi anche il cliente, abbia sempre più bisogno di vivere delle vere avventure, di vivere delle vere esperienze, guidato ovviamente da chi può accompagnarlo con criterio e autorità. Perciò non seguirà la guida su questo terreno di sicurezza ad ogni costo, di tranquillità in tutto e per tutto: sicurezza e tranquillità che comunque ritengo del tutto apparenti.

Heinz Mariacher in vetta al Pelmo

La guida ha già perso la partita delle escursioni naturalistiche, ha già visto affermarsi la figura dell’accompagnatore escursionistico; i trekking vedono a loro capo dei funzionari d’agenzia o dei dilettanti che s’accontentano del biglietto aereo gratuito. Cosa rimane alla guida, se non il proprio preciso territorio, quello che è sempre stato suo fin dai tempi di Jacques Balmat, di Tita Piaz, di Alexander Burgener, di Guido Rey?

Chi più della guida dovrebbe difendere l’integrità delle pareti selvagge, dei luoghi difficilmente raggiungibili e superabili? Perché invece qualcuno tenta di abbattere questo mito (e per fortuna non c’è ancora riuscito)?

Dopo tutto questo ragionare, dovrei concludere. Non mi sento però di farlo, alla luce di tutte le discussioni che ho fatto e sentito fare. Alla fine di tutte le roventi diatribe, ciò che si è affermato nella storia non è stato l’intervento di maggior buon senso, e neppure quello più violento o quello più ricco di approccio scientifico o di speculazione filosofica.

Alla fine si crea una realtà che non è esattamente quella che ciascuno avrebbe voluto ma che comunque tutti accettano perché non ce n’è un’altra: alla fine vince la vita. In seguito possiamo ancora giocare a scoprire chi c’era andato più vicino.

Saremo tutti pronti ad alzare le soglie di tolleranza, come è stato fatto per l’atrazina. Ciò che è stata la mia esperienza non sarà mai e non potrà mai essere quella di mia figlia: lei vedrà come naturale ciò che invece io vedrò corrotto. E gli spit saranno soltanto l’ultimo anello di una catena lunghissima.  

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Il controsenso degli spit in montagna ultima modifica: 2018-01-27T05:37:26+01:00 da GognaBlog

67 pensieri su “Il controsenso degli spit in montagna”

  1. 67
    Alberto Benassi says:

    In nome di chi devo rischiare di morire su una via gia aperta e vissuta?

    Già aperta si, ma  vissuta…??

    Se questa via non l’hai ancora salita come fai a dire che l’hai vissuta?

    Vanità, orgoglio, stupidità?

    Paolo ti sei dimenticato: opportunismo, egoismo, consumismo.

  2. 66
    Paolo Panzeri says:

    Allora VOGLIO la LETTENBAUER SOLLEDER in Civetta tutta spittata!

    Dai, non diciamo sciocchezze: se uno non capisce l’alpinismo, perché vuole praticarlo?
    Non si rende conto che non può esserne capace?
    Vanità, orgoglio, stupidità?
    E’ come un cieco che vuole tirare con l’arco!

  3. 65
    Alberto Benassi says:

    anche se ci sono gli spit, li posso benissimo saltare 2 o 3.

    di tutto quello che è stato scritto in questo testo, questa è senza dubbio la riflessione più profonda.

  4. 64
    Alessio says:

    Io arrampico in falesia e montagna, con spittatura plaisir e non( mi piace arrampicare e non misurare la distanza dei chiodi)… certo che se ho la capacità di superare un passaggio senza dover rinviare ogni 50 cm, anche se ci sono gli spit, li posso benissimo saltare 2 o 3. Nessuno obbliga ad usarli se siete “eticamente perfetti”. Parere mio, l’etica di una via è di chi l’ha aperta o liberata per primo, con i suoi mezzi( spit-friend-chiodi-cordini ecc) quindi sarebbe etico ripeterla con i suoi stessi mezzi. Andate a fare una via di Cassin, o Bonatti, con i loro mezzi se ricercate l’etica… penso che nessuno di noi di questa generazione si cimenta su una parete con cunei di legno e chiodi forgiati in cantina. La prestigiosità, la fama, la gloria, la fatica, l’avventura vera, solo gli apritori l’hanno vissuta a pieno, noi che la ripetiamo ripercorriamo quella avventura, come per rivivere i momenti e movimenti di chi l’ha affrontata per primo. Ma una cosa ci diversifica, chi l’ha aperta era per se stesso con la consapevolezza di non riuscire e morirci, ma per se stesso. Io perchè devo rischiare? In nome di chi devo rischiare di morire su una via gia aperta e vissuta? In nome dell’etica? Io la vorrei ripercorrere come se andassi in un museo ad ammirare un’opera d’arte, essere in parete e dire: “cavolo! Certo che è stato coraggioso e geniale Cassin nel superare questo passaggio solo con un cuneo di legno in questa fessura, dove adesso io sono al sicuro attaccato ad uno spit! Wow !!!! “

    Ma a me basta riviverla così, tornando da mio figlio e raccontargli l’esperienza vissuta.

    Magari un giorno, vedró una linea su una parete e qualcosa in me scatterá, avró l’ambizione e l’ardimento  di Bonatti e vivró anche io la mia avventura da scoprire 20cm  alla volta ficcando protezioni removibili senza trapano..  o magari scatterà in mio figlio, ascoltando le mie esperienze sulle vie classiche e non, spittate e non…

    Per concludere, per me è giusto lo spit dove serve per sicura, senza abbondare, ma è giusto. Per chi vuole la sua gloria in nome di nessuno o per l’etica, di se stesso, è libero di farsi una classica moderna o d’altri tempi riattrezzata con spit,senza usarne manco uno.

    Un caro saluto a tutti voi

  5. 63

    Ultimo intervento, giuro. Giusto perché mi ero perso qualcosa..

    Mi pare che qualcuno non voglia capire alcuni pensieri, continuando a girare la frittata, addirittura autoproclamandosi psicologi e facendo analisi approfondite tendenzialmente atte a sminuire e a confondere la questione. Forse non l’ho detto, ma non sono contrario all’arrampicata sportiva, e chi lo è…? E’ comunque un mondo a parte, anch’esso pieno di caos ed anarchia, che a sporcato e stravolto le idee e l’ambiente, e non mi dilungo, perché  qualcuno ha già toccato il problema facendoci capire che, anche se a tanti non fa comodo, una certa etica ci vuole. Lo steso vale anche per il terreno dell’alpinismo; la bella modalità in cui si sale usando le protezioni removibili dove è concesso ( che poi non si sa se tengano, magari la fessura è un po’ svasa e il nut viene fuori…) e poi sulla placca dove non entra niente mettiamo lo spit, mi pare ambigua. Anche perché su quella placca magari qualcuno trova un buchetto e riesce a piazzare un tricam o un chiodino che a lui pare tenere, altri non si fidano, qualcuno va anche per più metri senza mettere niente. Non si può fare un etica così… Ad essere coerenti io metterei i fix anche sotto e finita che sia… Ed è a questo che arriveremo! Anzi ci siamo già arrivati! Per quanto riguarda la mia visione di evoluzione pulita, l’esempio delle vie trad in Gran Bretagna, anche se estremo, era per valorizzare un approccio che hanno con l’ambiente, corteggiando una banale parete di pochi metri per mesi, a volte per anni, prima di venirne a capo. Diversamente da noi che vogliamo invadere subito ogni metro di roccia, e non è questione di rifiuti e sporcizia, ma di egoismo. La mia riflessione sulle solitarie, che forse non si è capita, o non si vuol capire, è strettamente collegata con un aumento della capacità psicofisica che permette poi di fare quei famosi metri in placca senza mettere niente…è vero che utilizziamo le vie in falesia conosciute a memoria per portare la prestazione in free su gradi alti, ma poi a vista vi assicuro si possono fare delle cose egregie e con sicurezza…( vedi Gianpaolo Galiazzo su Alpinismi.com ). Non si è degli atleti mediocri su tutto per fare queste cose, ci sono triatleti che sul loro terreno danno filo da torcere alla medaglia d’oro di maratona anche se si prepara appositamente per questo, conosco arrampicatori che fanno l’8c in palestra e che in montagna hanno dei grossi limiti. Per finire, se avessi voluto cercare consensi, invece di perpetrare le mie stupide convinzioni, non sarei tornato indietro da una decina di vie tentate, lasciandole ai posteri, ma avrei messo mano al trapano, magari progredendo un po’ in artificiale come fanno tutti, per poi tornare a liberarla, e chissà magari che bei gradi…allora si che avrei trovato consenso!

  6. 62
    paolo panzeri says:

    Cozzolino al Mangart (alcune soste), Carlesso alla Valgrande (tolto), Divine Provvidance e Pesce per dirne qualcuna….. che forse tanto male non facciano?

    E le fettucce che le guide mettono nei chiodi per permettere ai clienti di salire più agevolmente le vie famose (c’è un bel filmato in Lavaredo)……. a proposito 648 quest’anno sulla cima dell’Everest.

    Bisogna lavorare, si deve guadagnare per vivere….. ma ci si dovrebbe chiedere spesso il come si fanno le cose.

  7. 61
    Giacomo G says:

    Giandomenico ha colto nel segno. A me pare che l’etica moderna di riferimento ( che ovviamente non e’ necessariamente sposata da tutti, tante teste… ) per APRIRE nuove vie corrisponda esattamente alla sua scaletta: protezioni mobili dove entrano, chiodi dove si può’, spit da piazzare in ascensione dove non c’e’ altra scelta.  Puo’ non piacere, ma e’ questione come già’ detto più’ di tradizione che di tirare una linea sul grado di ecologismo. 
    Pretendere che “si lascino degli ambienti dove questo non avvenga” e’ del tutto arbitrario. A meno di non equiparare i tradizionalisti all’avifauna da proteggere…

    La richiodatura delle vie esistenti e’ tutt’altra questione. Dino ha sollevato con onesta’ degli ottimi punti a mio parere.  Ci sara’ chi si indignerà’ ma ci deve spiegare come si suppone debba invecchiare una classica . Si lascia tutto così? Beh allora nulla da stupirsi che via via verranno abbandonate. Tanto e’ chiaro che ci saranno quelli che diranno “meglio così’”, “non ve l’ha ordinato il dottore”, le solite cose. 
    E comunque sia, nei 20 e passa anni di quest’articolo, quali classiche sono state deturpate dagli spit? Qualche esempio?
     

  8. 60
    Dino says:

    Considerato il numero e la qualità degli interventi mi permetto di puntualizzare il mio pensiero:

    Falesie: qui nel nord est/carnia/slovenia non vedo falesie stravolte. Ultimamente più nessuno scava, la base delle vie viene resa pulita e sicura e la spittatura segue grosso modo (da qualche parte di più da qualche parte meno) le regole dettate inizialmente dalla Cosiroc, dal Cai e ultimamente dalle Guide. Tutta la gran mole di lavoro viene svolta gratuitamente da volontari che qualche volta sbagliano ma certamente chi fa qualche volta sbaglia. Non vedo particolari imbrattature però devo ammettere che preferisco una piccola scritta in vernice sotto la via piuttosto che le placchette di alluminio con numero o nome.

    In montagna esistono le vie “plasir” con spittatura più o meno ravvicinata, solitamente aperte già con quel tipo di ingaggio psicologico e metodologia, dove anche se si vola non ci si fa male. Di solito gli apritori di queste vie hanno tracciato vie nuove senza interferire con quelle vecchie.Queste vie ultimamente sono in assoluto le più frequentate e a mio avviso sono un’ottima cosa.

    Io credo che nessuno, seriamente, pensi di rendere “plasir” gli itinerari classici. Tuttavia in maniera molto pratica sia per vetustà che per quantità e qualità del materiale presente in parete, un po’ di pulizia e aggiornamento del materiale presente, a mio avviso, non farebbe male.

    Considerato che soste con dispositivi mobili (friend, dadi o altro) sono in generale da sconsigliare (salvo ovvio casi molto particolari) non vedrei nulla di male nel sostituire chiodi vecchi o martellati decine di volte con due piastrine.

    Sui chiodi intermedi già presenti, non ho un’opinione; in generale tuttavia su moltissime vie storiche il materiale è veramente corroso  “stramartellato”e a mio avviso pericoloso.

    Su alcune vie “superclassiche” e frequentatissime, ci sarebbe da ragionare. Spesso nelle fessure ci sono parecchi chiodi che si sono “accumulati”con tempo e passaggi. La qualità della roccia poi è notevolmente peggiorata, unta e a tratti veramente pericolosa.

    Io personalmente non ho le capacità tecniche per affrontare lavori di questo tipo ne dare giudizi specifici, ma mi sembra che chi fa questo tipo di interventi con misura ed educazione sia da ringraziare.

  9. 59
    Beppe Guzzeloni says:

    ….che ne pensa Gogna di tutto questo bel confronto? Di questa vivacità e passione?

  10. 58
    Giandomenico Foresti says:

    Certo Alberto, ancora meglio.

  11. 57
    Alberto Benassi says:

    “Posto che non tutta l’immondizia può essere differenziata, la discarica è meglio della strada, l’inceneritore è meglio della discarica e la differenziazione è meglio dell’inceneritore.”

    ce ne è anche un’altra di possibilità. Che non viene presa in considerazione: quella di produrre meno rifiuti.

  12. 56
    paolo panzeri says:

    Lo stato per funzionare bene deve essere normato molto e se si entra negli uffici statali si capisce bene. In una azienda creativa invece non devono quasi esserci norme.

    La differenza fra le due realtà si vede sia nel modo di lavorare che nelle persone che vi lavorano.

    Quando le cose si mischiano e uno statale vuole fare il creativo o un creativo vuole fare lo statale di solito ne escono dei bei pastrocchi.

    Le due culture spit e no-spit un po’ assomigliano a quanto ho detto, ma nella vita le eccezioni ci sono sempre, anche eccezionali.

    Sempre mie opinioni cazzeggianti su una attività “inutile” come lo scalare, ma per me bellissima.

  13. 55
    Alberto Benassi says:

    “per quanto meritevoli d’attenzione, sono assolutamente opinabili e in certi casi dettati, a mio avviso, anche da un certo astio derivante da non si sa bene cosa.”

    Giandomenico, anche questo ribadito “astio e disprezzo” sono opinabili e possono essere ribaltabili.

    Chi di nascosto spitta itinerari di altri, dove prima non c’era nulla  ti mette di frontre ad un fatto compiuto in modo unilaterale,  non dimostra astio e disprezzo?

    Quanto alla spittatura selvaggia delle palestre sono completamente d’accordo con te. Anche perchè bisognerebbe avere rispetto della roccia e del luogo dove si scala. Invece non solo si pianta ferro senza ritegno, ma si scrive, si scavano appigli, si vernicia, si fa scempio di piante.

  14. 54
    Giandomenico Foresti says:

    Domandina facile facile. In un’ottica di rispetto ambientale è meglio che l’immondizia:

    a) finisca in strada;

    b) finisca in discarica;

    c) finisca in un inceneritore;

    d) venga differenziata?

    Posto che non tutta l’immondizia può essere differenziata, la discarica è meglio della strada, l’inceneritore è meglio della discarica e la differenziazione è meglio dell’inceneritore.

    Sempre nella stessa ottica è meglio:

    a) piantare degli spit;

    b) piantare dei chiodi tradizionali;

    c) usare delle protezioni removibili?

    Ci siamo già dati la risposta.

    Tutto il resto non c’entra nulla.

    Andare a scomodare Preuss, che non usava nessuna protezione (anche se nelle linee guida da lui dettate definiva il chiodo da roccia un rimedio di emergenza), significa tirarsi la zappa sui piedi perchè a questo punto anche la protezione removibile non sarebbe etica (non certo per motivi ambientali).

    Disquisire sulle capacità altrui, evidenziare l’involuzione alpinistica causata dallo spit (non tanto a livello tecnico bensì di contenuti, con conseguente scarsità d’idee realizzative), sottolineare l’accettazione di un rischio elevato come strumento di crescita personale o come metro di giudizio del valore di una persona, strombazzare il rispetto per chi verrà dopo quando non abbiamo la minima idea di chi verrà e cosa vorrà (potrebbe desiderare un terreno vergine come potrebbe desiderare una via preconfezionata), ecc. ecc., per quanto meritevoli d’attenzione, sono assolutamente opinabili e in certi casi dettati, a mio avviso, anche da un certo astio derivante da non si sa bene cosa.

    Fra l’altro ho parlato di ottica di rispetto ambientale perchè in un’ottica di rispetto dell’incolumità della persona i punti a), b) e c) andrebbero ribaltati. Solo che in questo caso si andrebbe incontro a una facile risposta “guarda che fare alpinismo mica te l’ha consigliato il dottore”.

    La realtà evidenzia purtroppo che coloro i quali professano una certa purezza di stile, salvo forse casi rarissimi, vanno ad allenarsi in falesia su vie spittate. Ma la spittatura selvaggia delle falesie, ormai è chiaro ed evidente (raramente emerge nei commenti), viene considerata normale per la causa arrampicatoria.

    Siamo a livello del bue che da del cornuto all’asino e, pertanto, ancora una volta ha ragione Cominetti quando dice che alla fine siamo tutti uguali.

  15. 53

    Questo articolo, se fosse uscito su un blog di vacanze estive, si sarebbe potuto intitolare: Il controsenso del topless sulle spiagge.

  16. 52
    paolo panzeri says:

    Rispetto reciproco Sì, ma la convivenza penso sia impossibile, son due pianeti molto diversi per assunzione di rischio: in uno c’è ed è profonda, nell’altro viene quasi evitata.

    Ma il rispetto reciproco viene mancato sempre da chi “scavalca”.

  17. 51

    Ma la convivenza no?

  18. 50
    Riva Guido says:

    L’alpinista e l’alpinismo non sono cose astratte perchè la montagna è la continuazione della pianura. Un conto è salire con chiodi e martello, un altro con il trapano e gli spit. La differenza è abissale. Chi buca in montagna buca anche giù in città. Chi buca la pietra buca anche la persona. Chi non accetta i propri limiti, magari del momento, ricorre a ogni mezzo pur di arrivare. Chi buca preclude ad altri di arrivare senza bucare. Se non arrivi non farai mai parlare di te, se non in senso negativo. Di questi tempi va così.

  19. 49
    paolo panzeri says:

    No spit perché non si deve mai rinunciare a imparare, a impegnarsi, ad ammettere di non essere capaci per poi riprovare o fallire e per far questo bisogna capire che si deve rischiare se stessi.

    Se non si insegna questo e lo si persegue, si resta nel mondo dei mediocri, quelli che vivono con le garanzie date dagli altri e rimangono sempre insoddisfatti.

    Questa per me è una regola di vita avventurosa e di conoscenza.

    Però qui in Italia grazie agli spit il livello alpinistico medio di chi va in montagna è uno dei più alti al mondo, ma l’alto livello alpinistico nelle realizzazioni è indietro di quasi 20 anni rispetto alle salite che vengono effettuate dagli alpinisti al top nel mondo…… una conseguenza ?!?!?!

  20. 48
    Giacomo G says:

    Rileggiti numerosi interventi ( forse non i tuoi ) e dimmi se non sono volti a sminuire ( o a sostenere che dietro c’e’ solo incapacita’ o paura )

  21. 47
    Giandomenico Foresti says:

    Concordo con Marcello (analisi spietata ma veritiera) e con Giacomo che cerca continuamente di riportare l’attenzione su casi concreti.

    L’idea che mi sono fatto è la seguente.

    C’è chi ci crede per ragioni effettivamente etiche, sebbene si tratti di un’etica un po’ aggiustata.

    Parliamoci chiaro, se tralasciamo l’alpinismo e guardiamo alle falesie, possiamo facilmente renderci conto che in diversi casi c’è stato un proliferare di spit a dir poco indecente e a me, come forse a molti altri (anche non arrampicatori) ma comunque amanti della natura, possono girare i coglioni a vedere delle pareti rocciose, magari inserite in un contesto di un certo valore paesaggistico, piene di ferraglia luccicante al sole.

    Pertanto, voto contro lo spit usato in maniera indiscriminata per dar vita a monotiri distanti, a volte, un metro dall’altro. A parte ciò tutto il resto è assolutamente relativo.

    E’ stato citato Preuss (viene sempre citato Preuss), tanto di cappello, ma l’austriaco, pur avendo lasciato ai posteri delle linee guida ineccepibili (che praticamente nessuno segue), è morto cadendo da una parete.

    Potremmo citare Bachar, che non mi pare abbia lasciato linee guida particolari, avvezzo a scalare senza protezione alcuna (anche lui morto e non nel proprio letto).

    In ogni caso, non vi è alcun dubbio che il modo più onesto di confrontarsi con la roccia sarebbe quello di procedere slegati e.. Di scendere anche slegati (come diceva e faceva Preuss). Questo però avrebbe comportato, già al tempo dell’austriaco, un’impossibilità di alzare il livello oltre certi limiti, perchè da un IV-V magari si scende pure, oltre la vedo dura.. Sempre slegati eh, capiamoci.

    Oggi c’è gente che fa l’8c slegato, sì certo, dopo aver provato la via un tot di volte e ben protetti. In ogni caso chi fa 8a, 8b, 8c free solo ci riesce proprio grazie agli spit, perchè è solo grazie a quest’attrezzo che si è cominciato a viaggiare su certi livelli.

    Chi arrampica su gradi come quelli citati si è quasi sempre (più sempre che quasi) fatto il culo su vie spittate in falesia e solo grazie all’allenamento e alla tecnica sopraffina così sviluppata è poi stato in grado di ripetere movimenti ormai imparati a memoria e di procedere slegato. Chiaramente ci vuole sempre sangue freddo e forse anche un pizzico di follia.

    Per quanto concerne i britannici tanto di cappello con riguardo a un certo modo di fare alpinismo però ricordo anche di aver letto articoli di pentiti riguardo ad un’etica così rigorosa ma anche così rischiosa. Ricordo che nel 1986 un tale liberò una via dove volutamente aveva piazzato il primo chiodo (spit o meno non lo so) a 12 metri d’altezza e dopo il passaggio chiave, che comportava un difficile movimento su prese arrotondate, riuscitogli nelle prove in top rope solo una volta su cinque. Se questo è il modo di arrampicare f’an culo l’arrampicata (scusate ma quando ci vuole ci vuole).

    Non è vero che tutte le vie spittate si fanno anche senza spit. Non è vero! E’ inutile girarci intorno. Ci sono vie che si possono fare senza uso di spit e con protezioni removibili ma altre no. Le vie di Manolo in Totoga le facciamo senza spit? Ma per favore.

    Arrampico su granito, procedo in fessura, la protezione removibile ci sta’. Arrampico su una placca liscia di calcare, difficoltà 8c. Ohibò! Dove cacchio lo metto il removibile? Poi per carità, ho letto di resoconti allucinanti di gente che faceva l’artificiale sul Capitan piazzando dei cliffhanger e rendendoli più stabili (si fa per dire) con del nastro adesivo. Ma va bene così, le vie del Signore sono infinite.

    Tornando a noi, c’è chi ci crede, la roccia va rispettata. Anch’io ci credo e non vi è dubbio che una protezione removibile o anche un normale chiodo piantato in fessura deturpino meno di una placchetta.

    Ma allora diciamolo, non inventiamoci etiche inesistenti, non parliamo di scarsa evoluzione tecnica, d’insicurezza, di chi vuole dimostrare di averlo più lungo con protesi meccaniche, ecc. ecc..

    A fronte di chi ci crede, e la motivazione può essere solo quella citata, ho la netta sensazione che vi siano alpinisti/arrampicatori che si trincerano dietro al volerci credere ma ai quali in realtà sta’ sui beneamati coglioni vedere altri che si fanno belli o diventano noti perchè semplicemente sono più forti dal punto di vista tecnico. Dove c’è protezione pressochè sicura conta solo la tecnica e nient’altro. Dove invece esiste precarietà te la puoi giocare in un altro modo.

    Ci sono dei triatheti che partecipano all’Iron man alle Hawaii (4 km. di nuoto, 180 in bicicletta, 42, 195 di corsa, tutto d’un fiato) ma che in realtà hanno dei tempi scarsi in tutte e tre le prove.

    Partecipare ad un Iron man però fa figo. Anche uno sfigato che ha un tempo indecente nella maratona (cioè un tempo non competitivo) quando torna in patria può fare il fenomeno buttandola sullo sforzo, sulla fatica, sulla forza di volontà, sull’essere arrivato in fondo, bla bl bla. In realtà sono atleti mediocri che mettono a rischio la propria salute per dimostrare di esistere.

    Allo stesso modo c’è una pletora di alpinisti/arrampicatori che, come dice Marcello hanno dei problemi di ben altra natura, i quali sfogano nella loro attività preferita le proprie frustrazioni. Come tanti cercano consensi, e se non riescono ad ottenerli per meriti puramente tecnici s’inventano etiche inesistenti ammantate di un’alone di misticismo.

    Ribadisco, esiste una sola etica che è quella di non lasciare traccia del proprio passaggio. Se qualcuno mi dice “ho lasciato meno tracce di altri” mi dispiace ma non ci siamo. O si crede in Preuss fino in fondo oppure no, non si può stare con un piede in due staffe. Ma credere e seguire Preuss, oltre a rischiare la buccia, significa fare un salto indietro di quasi cento anni nell’evoluzione tecnica.

    Chi se la sente di fare un balzo indietro nel passato? Nessuno! E allora di cosa parliamo? E’ più etico piazzare un chiodo tradizionale piuttosto che uno spit? Assolutamente no! O si va di removibile o si lascia perdere ma se si decide di andare di removibile certe vie ce le possiamo sognare. Non mi sembra così difficile da capire.

  22. 46
    Giacomo G says:

     
    Alberto non e’ questione di processo. L’articolo vuole sensibilizzare, cioè’ il suo scopo e’ di promuovere un’etica. Ma se non si capisce in cosa consiste a che serve?  Solo per dire “quello che faccio io e’ giusto, il resto e’ sbagliato”?

  23. 45
    Alberto Benassi says:

    “A quel punto l’atteggiamento no spit e’ essenzialmente di disprezzo/svilimento del modo di operare altrui ( qualche volta arriva anche dall’altra parte ), ed e’ essenzialmente contro questo che io scrivo i miei interventi. “

    DISPREZZO??

    se c’è qualcuno che  disprezzo sono i pedofili o comunque  coloro che usano violenza sui più deboli.

    Per quanto mi riguarda, se hai letto,  ho scritto che non sono del tutto contrario allo spit. Perchè non sono un votato alla morte e magari non ho abbastanza coglioni.

     

    Quanto alla tradizione è importante. Non ci vedo nulla di male nel rispettarla. Ad esempio la storia alpinistica di una parete. E se uno ci va ad aprire credo la debba rispettare. Poi ognuno è libero di fare quello che crede.

    Ma non confondiamo la critica con il disprezzo.

  24. 44
    Francesco says:

    “ed è impossibile trovare trovare un punto d’incontro, è di sentire uno “pro spit” che mi dica: ok quella montagna la lasciamo stare. Noi per forza imposta ve le abbiamo concesse tutte.”

    Quindi voi che appoggiate questa riflessione, sareste anche d’accordo nel dire:

    Voi, popolino che prima delle vacanze lowcost ai Caraibi, andavate alla Pensione Maria di Riccione non venite ad intasare le nostre belle spiagge esclusive che abbiamo raggiunto con i nostri yacht od i nostri jet privati. Restatevene sulla riviera romagnola, noi ricchi vogliamo l’esclusività della spiaggia più bella dell’acqua più cristallina.

    Vogliamo forse negare che la costa Smeralda in Italia o certe spiagge dei Caraibi non fossero più pulite quando ci andata solo l’élite dei ricchi? Vogliamo negare che il popolo, la becera massa del ceto medio e del popolo non distrugga quei magnifici posti sporcandoli, costruendo mostri di cemento, invadendoli con urla e schiamazzi?

  25. 43
    Alberto Benassi says:

    “Mai nessuno dice come funziona la sua progressione, cosa usa, cosa lascia eccetera. “

    E che mi vuoi fare l’interogatorio? il processo?

    Ho espresso un mio concetto. Non pretendo certo di essere applaudito. Come già ho detto e scritto non sono contrario in toto agli spit. Anche perchè non sono votato alla morte. Però se lo spit deve essere l’asso nella manica che fa la differenza e sposta l’ago della bilancia, allora dico NO allo spit.

     

    Quanto alle vie di Cambon, Piolà e Motto , avendone ripetute alcune, posso dire che:

    1) alcune sono dei capolavori

    2) altre non mi ci provo altrimenti mi spacco

    3) altre sono delle forzature.

     

    “Ah, poi non dimenticatevi che Friends e ferri mobili di ultima generazione sono un chiaro aiuto tecnologico… Quando si insegue la coerenza…”

    Si è vero, sono un grande aiuto tecnologico. Però c’è una grande differenza e,  mi sembra strano tu non la colga: per usare un fr. un dado, ci vuole una fessura. Che se non sbaglio è una conformazione naturale della roccia.

     

    “ed è impossibile trovare trovare un punto d’incontro, è di sentire uno “pro spit” che mi dica: ok quella montagna la lasciamo stare. Noi per forza imposta ve le abbiamo concesse tutte.”

    Qui Pier a proprio ragione!

     

  26. 42
    Matteo says:

    In realtà probabilmente in montagna mi accontenterei di “niente trapano”, che gli spit sarebbero pochi pochi e solo dove c’è un vero bisogno (chi ha provato a piantare uno spit a mano lo sa!).

    Purtroppo i trapani si vendono dovunque e basta un “valorizzatore”, magari foraggiato “per la sicurezza” da una APT, per tappezzare una via classica snaturandola.

  27. 41
    Giacomo G says:

    Pierangelo io credo che il punto di incontro sia difficile da trovare anche perché’ non lo si cerca. Io ho chiesto varie volte quali fossero i principi, le motivazioni e le conseguenti ‘regole’ dell’etica no spit. Ce ne fosse uno che le abbia presentate chiare e senza contraddizioni, applicate al proprio operato!  A quel punto l’atteggiamento no spit e’ essenzialmente di disprezzo/svilimento del modo di operare altrui ( qualche volta arriva anche dall’altra parte ), ed e’ essenzialmente contro questo che io scrivo i miei interventi. 
     
    Certo che ci sono vie classiche protette a chiodi, che in libera arrivano al 7c e oltre… Ma si riescono a salire senza l’abbondanza di chiodi in loco? Secondo me no. E allora, per me siamo di nuovo da capo, ammettiamo i chiodi “perché’ si potrebbero togliere” , ma poi li lasciamo li’. Questa etica e’ davvero ecologista? Per me e’ aver giurato di essere fedeli alla tradizione e basta. 

  28. 40

    Inverosimilmente siamo in tanti ad essere contrari all’uso dello spit in montagna, ma purtroppo sempre meno di quelli pro. Il problema è, che anche volendo essere più elastici, gli amanti del “ossigeno facile” non concederebbero neanche una cima da salire esclusivamente senza bombole. Culturalmente, i giovani vengono educati nei templi dell’arrampicata sportiva (e non solo purtroppo) a non conoscere la differenza la differenza fra “boulder” e alpinismo. Ricordo di un maestro, che rimproverava un allievo perché in montagna non era riuscito a fare un VII, quando in palestra faceva il 6c…. Io personalmente pratico l’arrampicata sportiva in falesia per diletto e per prepararmi all’alpinismo, e nonostante qualcuno abbia alluso, che i “bastian contrari” come me non vanno a fare certe vie spittate perché sono troppo dure ( che stronzata!), mi sono sempre auto imposto a rispettare delle regole. Ed è più facile di quel che si pensa, ci sono moltissime vie a chiodi, anche classiche e protette anche abbastanza bene che raggiungono difficoltà fino al 7c e anche oltre… ma quelle vie purtroppo  la maggior parte dei nuovi arrampicatori non sanno neanche che esistono. Questo solo a titolo informativo. Quello che vorrei, alla fine visto che visto che ognuno si arrampica sui propri specchi, ed è impossibile trovare trovare un punto d’incontro, è di sentire uno “pro spit” che mi dica: ok quella montagna la lasciamo stare. Noi per forza imposta ve le abbiamo concesse tutte.

  29. 39
    Giacomo G says:

    Più’ leggo interventi contro gli spit e meno mi sembra che il filo conduttore sia l’etica. Si continuano a leggere le stesse cose, si accusa di ricercare la sicurezza, l’aiuto dalla tecnologia… Mai nessuno dice come funziona la sua progressione, cosa usa, cosa lascia eccetera.  Il motivo potrebbe essere che in definitiva, come qualcuno ha ricordato, la coerenza costa cara. Quindi – per se’ stessi – e’ facile ammettere delle deroghe, soprattuto se semplicemente ci si attiene alla tradizione. Ognuno fa riferimento ad un ambito, nel quale scala. Se quando inizi a scalare ti dicono che lo spit e’ barare non te lo levi più’. E del resto, nei terreni in cui normalmente quell’ambito ‘opera’, dello spit c’e’ un bisogno relativo.  E’ quando aumenti le difficoltà’ che in generale comincia a venirti voglia di mettere gli spit. Quando il volo e’ un evento frequente, e non un incidente. Poi su certi terreni non hai proprio scelta.  

    Credo che abbia ragione Cominetti, parrebbe che alcuni non vogliano capire di cosa si sta parlando. La sicurezza puo’ centrare nei casi di richiodatura a spit di itinerari vecchi. Su questo c’e’ un mondo intero da discutere, per me non e’ così’ netta la ragione, ma propendo per il non toccare i vecchi itinerari. Invece per le vie tipo quelle di Motto non ci vedo nulla di sbagliato. 

    Pierangelo sostiene che si scala fino all’8b in trad – certamente –  sarebbe bello avere dettagli sull’apertura e sul terreno per poter giudicare nel merito.  Comunque non vedo un fiorire di imprese di questo tipo. Per restare nel nostrano, il livello tutt’ora di riferimento qual’e’ ? Siamo andati molto oltre Tempi Moderni, roba anni 80 ( 7a ? ). Gli esperti ci dicano. 
    Invece per me riferirsi alle solitarie e’ del tutto fuori di luogo.  Sono esperienze personali e irripetibili, e come tali non valutabili. Non sono indice di dove si può’ arrivare, e ne’ di che cosa può’ essere desiderabile per l’alpinismo. A meno di non voler creare una comunità’ di aspiranti suicidi.
    Ci si spacca con gli spit? Dove voli di più’, ti spacchi anche di più’…
    Ah, poi non dimenticatevi che Friends e ferri mobili di ultima generazione sono un chiaro aiuto tecnologico… Quando si insegue la coerenza…

  30. 38
    paolo panzeri says:

    La massa deve giustificare e coltivare la propria incapacità e ignoranza. Non deve parlare di quelli veramente bravi e deve fare in modo che vengano ignorati. In questo la politica insegna.

    Verri, la mediocrità è la regola urlata e lodata. La mediocrità vince perchè si vende bene, è facile da raggiungere, richiede molto poco impegno ed è una immagine molto comprensibile e facilmente divulgabile.

    Come dici qualcuno “diverso” c’è e qualche giovane che capisce c’è, ma son visti come sfortune per molti.

  31. 37

    Della serie: anch’io dico la mia stronzata
    –Ma per fortuna che esiste una rivista come “Gogna Blog” che da voce ad una cultura che molti vorrebbero nel dimenticatoio, le altre testate che vedo in giro, sia on line che cartaceo, blasonano quasi esclusivamente vie a spit, creando come unici eroi degli assatanati che stanno sforacchiando l’intero pianeta roccia.

    –Penso che l’unico paragone con l’alpinismo in quota siano le bombole di ossigeno, per il resto ben vengano i materiali innovativi: tute isolanti, scarponi, micro friend super elaborati etc… Il trapano esiste già da mò…

    –Io non ho mai forzato mia figlia ad arrampicare, sarei uno sprovveduto, é venuta da se, ed io gli ho insegnato che l’arrampicata sia in falesia che in montagna è un attività pericolosissima. Per praticarla bisogna vivere per essa, metterci la testa 24 ore al giorno, e ancora non basta…

    — Conosco più gente che si è spaccata su vie a spit che su vie a chiodi…

    –Non è assolutamente vero che alcuni capolavori non sarebbero stati aperti senza l’uso di spit… Alcuni arrampicatori in Gran Bretagna in stile “trad” hanno aperto delle vie con difficoltà 8a/8b, con protezioni removibili distanti chilometri. Più di qualcuno in falesia da noi si fa vie di 7b/7c anche 8a senza corda. Poi anche in montagna mi sembra si sia arrivati attorno al IX grado… eccola l’evoluzione di Preuss…

  32. 36
    Francesco says:

    Ho cannato nel citare il tuo post:

    Credo che quando l’ausilio, l’aiuto tecnologico è talmente superiore alla parte umana, questa non può essere definita un’impresa.

    Volevo riferirmi alla tua frase.

    Sorry

  33. 35
    Francesco says:

    @Alberto

    Qui si sta arrivando ad una discussione filosofico-religiosa. Per quanto Preuss fosse un dio dell’arrampicata, tutto evolve, nel bene e nel male.

    Cosa pensi avrebbe detto dell’8c? Una roba fantascientifica possibile solo grazie alle scarpe, al magnesio, corde leggere ed imbrago? (anche lui si allenava come i climber di oggi, mi fare facesse trazioni su due bicchieri in bilico su un armadio)?

    Credo che quando l’ausilio, l’aiuto tecnologico è talmente superiore alla parte umana, questa  non può essere definita un’impresa.

    Non condivido chi “mette in sicurezza” la Preuss la Basso, come dice la guida Ferruccio Vidi. Sono andato al Brentei come turista nel 2016, ho visto di ritorno dalle pareti un’infinitesima parte delle cordate che ogni domenica negli anni 80 mi obbligavano a dormire per terra. Quindi si vuole mettere in sicurezza cosa se non ci va più nessuno?

    Resto più dantesco nelle mie riflessioni, come disse a proposito dei vili: 

    « Fama di loro il mondo esser non lassa;misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa. »

  34. 34
    Alberto Benassi says:

    @Francesco

    credo di essere una persona tollerante e  rispettosa. Quando non mi sono sentito in grado di andare a ripetere una via di altri rispettandone lo stile, la concezione, ho rinunciato. Riconoscendo i miei limiti. Mica me lo ordina il dottore.

    Ognuno è libero di fare come meglio crede. In montagna si deve essere liberi. Però credo di avere il diritto di esprimere il mio dissenso, e per questo, se non offendo nessuno,  non credo di poter essere accusato di intolleranza.

    L’ unica volta in cui sono stato intollerante, è quando ad una certa iniziativa , non abbiamo porto l’altra guancia, ma abbiamo risposto occhio per occhio.  Certamente non ne siamo stati fieri, ma credo sia stata  la giusta risposta davanti ad un fatto compiuto.

    Quanto all’esempio “fantascentifico” che fai. Credo che quando l’ausilio, l’aiuto tecnologico è talmente superiore alla parte umana, questa  non può essere definita un’impresa.

  35. 33
    paolo panzeri says:

    Preuss, per citare uno scalatore, qualcosa ha fatto e ciò che ha fatto è sicuramente più significativo di ciò che ora fa la maggioranza di quelli che scalano.

    Altri hanno di sicuro superato “dopo” e “con tutti i mezzi possibili” dei gradi di difficoltà molto più alti di quelli che aveva superato lui.

    Però pochi ancora oggi sanno salire dove lui era salito e come lui era salito.

    Qualsiasi uomo può sempre essere confrontato con gli altri uomini e così si può sempre creare una scaletta del valore umano……. tantissimi “fortissimi nei media” non sono tali se confrontati con quello antichissimo di nome Preuss, ma nemmeno con Piaz o Dulfer o Lettenbauer o Haupt….. eppure si pensa che ora si sia tutti superiori………forse siamo molto più ignoranti, non solo incapaci e ci nascondiamo dietro il bisogno di più sicurezza…… forse.

  36. 32
    Francesco says:

    @Benassi

    In ogni attività umana c’è evoluzione ed involuzione, quello che manca è il rispetto e la riflessione.

    Oggi c’è chi critica Moro perché fa le sue invernali himalaiane con il satellitare nello zaino e gli elicotteri che lo portano al campo base in Karakorum. Non è più o meno simile il problema?

    Facciamo un esempio assurdo, fantascientifico. Se fra cento anni ci sarà ancora l’alpinismo, e potremo andare a -50 con una tutina simile al preservativo che usano quelli della discesa libera, una pastiglietta ci darà l’energia e le calorie per un’intera giornata. Quindi il nostro zaino, peserà meno di 3 kili. Diremo che la nuova invernale dello spigolo Nord-Sud-Est-Ovest all’Everest non sarà una vera impresa perché Mallory aveva le scarpe chiodate?

    Come disse un mio amico psicanalista: Bisogna essere intollerati all’intolleranza.

  37. 31
    Beppe Guzzeloni says:

    Vero. Purtroppo ( o meno male) è il rischio della libertà. Mia e altrui. L’importante è gestire la propria libertà e quindi il rischio. Senza certezze. Questo è per me alpinismo e l’andare in montagna.

  38. 30
    Alberto Benassi says:

    “Comunque è sempre bello, interessante e istruttivo un confronto come questo. Vuol dire che tutti, a proprio modo, hanno a cuore l’alpinismo. E mi auguro anche dell’ambiente montano.”

    Condivido.

    Ma di solito chi è a favore delle spittatture in toto trova palloso e retorico parlarne.

    “A mio parere, una sola regola dovrebbe esserci: Se uno è passato per primo senza sppit, lasciate la via senza spit. Se uno l’ha aperta con, e non avete voglia di farla, andate da un’altra parte.”

    Condivido, ma anche qui, le vie nate senza vengono sempre di più aggredite dagli spit, all’insegna delle sicurezza e della riqualificazione.

    “Pensate se avete un figlio che scala e vi dice di essere disposto a rischiare il tutto per tutto pur di non piantare uno spit e andasse a scalare tutti i giorni. Cosa pensereste?”

    Sarei MOLTO preoccupato. Ma sarei preoccupato anche per il solo fatto che mio figlio ha deciso di arrampicare, di fare alpinismo. A prescindere dallo spit, sapendo i rischi che si corrono in motagna. Anche se ci andasse accompagnato da me o da una guida.

  39. 29
    Beppe Guzzeloni says:

    Comunque è sempre bello, interessante e istruttivo un confronto come questo. Vuol dire che tutti, a proprio modo, hanno a cuore l’alpinismo. E mi auguro anche dell’ambiente montano.

     

  40. 28
    Francesco says:

    Minchia cheppalle con ‘sti spit!

    Ho smesso di arrampicare 25 anni e 20 kili fa e passando su questo blog ritrovo le solite storie che già circolavano all’epoca.

    A mio parere, una sola regola dovrebbe esserci: Se uno è passato per primo senza sppit, lasciate la via senza spit. Se uno l’ha aperta con, e non avete voglia di farla, andate da un’altra parte.

    Arrampicavo in Adamello, all’epoca d’oro della Val Salarno. Le vie dei Roversi erano un mito di difficoltà e di purezza. Chiodature inesistenti e difficoltà elevate. Le vie di Damioli-Cavalli erano un sinonimo di divertimento in sicurezza. Qualche spit e “la classe media” del mondo arrampiacatorio era contenta e si divertiva.

    Vogliamo lasciare un po’ di democratizzazione della parete o vogliamo fare come nelle micro isole dei Caraibi dove solo il jetset può metterci piede?

    Il popolino vada a Cuba, che i ricchi magnati della finanza non vogliono mischiarsi ai poveri sulla loro bella isola di St. Barthelemy. Allo stesso modo in parete, gli sfigati che non sono capaci di fare l’11c slegati, bendati e con una mano sola, vadano sui sentieri dell’Appennino. A farsi un bicchiere di rosso ed un panino con il salame.

     

  41. 27

    Se vogliamo ridere ricordo che i dieci comandamenti dell’alpinismo erano stati redatti dagli alpinisti gardenesi e pubblicati su Alp.
    Ovviamente erano totalmente anti spit ma, io che vivo sul lato opposto del Sella, ho sempre visto molti di quegli stessi talebani (lo dico scherzando, ovviamente) della roccia, salire su vie a spit con aria divertita. Alcuni di loro sono degli alpinisti di prima categoria che però soffrono di enormi insicurezze a livello sociale nella loro (bella) valle e quindi devono atteggiarsi a talebani per conservare quell’aura di perfezione (tipica dei popoli di queste valli) e purezza che in realtà non hanno affatto.
    Inoltre molti di loro sono guide alpine e spesso salgono con i loro clienti (li ho visti con i miei occhi) vie a spit su pareti alpine delle Dolomiti. Quel decalogo ha solamente avuto l’effetto di coprire di ridicolo gli alpinisti della Val Gardena agli occhi della maggior parte della comunità alpinistica. Una figuraccia patetica che maggiore equilibrio e ampiezza di vedute avrebbe evitato.
    Vista la mia maturità alpinistica e cronologica (sic) personalmente mi faccio scivolare addosso l’aspetto etico di tutto ciò e li giustifico pensando che alla fine siamo tutti uguali. E’ bello e da prestigio mostrare di avere un’etica ferrea ma poi non è mai reale e quelli che per molti sono cadaveri nell’armadio (e ce ne sono a milioni), io credo siano -entro certi limiti- manifestazioni dell’umana condizione.
    Christoph Heinz, Heinz Mariacher, Massimo Da Pozzo, solo per citarne dei conosciuti, hanno tutti iniziato con propositi eticamente eccelsi, perché da giovani è facile averne, e poi hanno messo gli spit anche loro. Magari li hanno messi belli lontani, ma li hanno messi per fortuna perché in molti casi hanno creato dei capolavori che di certo non sarebbero stati saliti con protezioni tradizionali o ancor meno mobili. A volte leggendo e sentendo discorsi anti spit in favore di uso di protezioni mobili, mi viene da pensare che chi li sostiene ha un livello tecnico confuso oppure non ha mai provato a scalare su certe difficoltà su cui il senso di morte prevale decisamente su quello del divertimento.
    Pensate se avete un figlio che scala e vi dice di essere disposto a rischiare il tutto per tutto pur di non piantare uno spit e andasse a scalare tutti i giorni. Cosa pensereste? Vorreste avere un figlio eticamente (poi quest’etica che ognuno si fa a modo suo e impone a tutti gli altri m’ha rotto davvero i coglioni) corretto e probabilmente destinato alla bara?
    Ci preoccupiamo tanto di un forellino nella roccia e poi usiamo l’auto, prendiamo l’aereo, mangiamo la carne, ecc….
    Non dimentichiamoci che se possiamo cazzeggiare su argomenti tanto futili è perché siamo vivi e stiamo bene.

  42. 26
    Alberto Benassi says:

    “spegnere la rabbiosa e vuota retorica del “vade retro spit”.”

    Qui mi viene proprio da ridere.

  43. 25
    Pietro says:

    Sottoscrivo pienamente la risposta di Cominetti, specialmente le ultime righe, spero basti a spegnere la rabbiosa e vuota retorica del “vade retro spit”. L’alpinismo ha regole auto-definite dagli alpinisti stessi, le quali si trasformano, nel tempo, sotto la forza e il peso di innumerevoli aperture e ripetizioni fatte in stili diversi, che via via si affermano e diffondono. Non esistono (per fortuna) le tavole della legge e i dieci comandamenti.

     

  44. 24

    Che casino. La ferrata Costantini alla Moiazza non è la Via Costantini Apollonio alla Tofana di Rozes. Su quest’ultima erano stati messi alcuni spit (3 sui passaggi più duri + 2 di sosta) negli anni ’90 da Gigi Mario durante un corso Guide Nazionale in cui facevo l’istruttore. Due giorni dopo gli spit sono stati divelti da Aldo Leviti mentre faceva l’istruttore con gli allievi del Trentino. Nell’unico giorno in cui su questa via non accadde nulla, la salimmo con il mio gruppo durante il corso Guide appunto e ricordo precisamente come i passaggi dei due tetti e della “schiena di mulo”, protetti dagli spit, risultarono semplicissimi.
    Si tratta di una via che ho ripetuto decine di volte in tutte le stagioni e gli stessi passaggi con gli spit erano di estrema banalità! Nonostante conosca ogni appiglio e la sua forma, non ho più salito quei passaggi con la stessa facilità.
    Dimenticavo di dire che la maggior parte delle cordate che ripete la via credo che la salga in libera, visto che il grado massimo si aggira sul 6b/6b+.
    Ai tempi della spittatura venne interpellato uno dei primi salitori Ettore Costantini il quale si dichiarò favorevole, se quei chiodi “moderni” avrebbero potuto evitare a qualcuno di rompersi la testa. In effetti i tiri più difficili sono untissimi e si rischia di cadere per questo motivo.
    Non voglio entrare nell’eterna diatriba spit si e spit no perché sono abbastanza maturo alpinisticamente per fottermene alla grande, ma va detto che la purezza della roccia trovata dai primi salitori su questa e altre vie analoghe, oggi non esiste più perché la roccia è logora e scivolosa. Quindi tutte le parole che le riguardano sono secondo me sprecate.

    Infine, avendo ripetuto diverse vie di Piola, Motto e Cambon (e ci metto anche Massimo Da Pozzo che è uno dei più bravi, se parliamo di Dolomiti) protette a spit, mi sembra che su certe di loro l’avventura l’abbia provata eccome!
    Come ha scritto qui qualcuno, l’avventura è in relazione con il grado di preparazione e/o il livello di allenamento. Lo stesso terreno può essere banale per alcuni ed estremo per altri. E l’avventura, ovvero l’incognita, è lì che sta.

  45. 23
    Alberto Benassi says:

    “Oppure semplicemente non si va in quei terreni?  ”

    questa sarebbe la cosa più nobile da fare. Lasciare alla montagna la possibilità di vincere. L’alpinismo è un gioco e quando  gioca, si può vincere e si può perdere.
    Ma siamo uomini e come tali, abbiamo l’ambizione di mettere sotto i nostri piedi la natura, di domarla. E siccome abbiamo l’intelligenza e l’astuzia di inventare dei giochini tecnici che ci permettono di ingigantire le notre umane possibilità. Li usiamo ed è fatta. E’ chiaro che non tutti, nonostante questi aiuti, sono capaci di fare certe cose.

    Io, come già ho scritto, non sono contrario del tutto allo spit. Ma sono del tutto consapevole, che è un pò come avere l’asso della manica.

    Poi posso avere tutte le briscole. Ma se non sono capace di giocare, la partita non la vinco ugualmente.

  46. 22
    Alberto Benassi says:

    “Fare una Costantini non è un’avventura?”

    Ognuno di noi ha il proprio metro di misura, i propri limiti, le proprie paure, e via così.

    Ma la ferrata Costantini, dove un cavo d’acciaio ti guida come un cordone ombelicale, un filo d’arianna dall’inizio alla fine. Non credo possa essere definita un’avventura.

    E’ chiaro che anche sulla ferrata Costantini si possano vivere delle emozioni, si possa provare paura, ci si possa fare male, ect.

    Ma l’avventura è un’altra cosa. Quel cavo che ti guida, assieme  a tutte le altre attrezzature fisse, la cancella.

  47. 21
    Giacomo G says:

     
    Costantini Ferrata  alla Moiazza di cui parla Valerio non e’ la Costantini-Apollonio via ( con tratti di artificiale ) alla Tofana di Rozes. Dubito che qualcuno voglia spittare una ferrata . Invece qualche spit la via mi pare ce l’abbia!

  48. 20
    paolo panzeri says:

    Un’analisi che non mi piace. Oggi un prof. ctu e altro, freudiano, mentre gli raccontavo un po’ la storia della sicurezza per scalare, degli spit degli ego che vogliono esprimersi e restare immortali, mi ha invitato a fare un ragionamento. Mi ha detto che l’uomo di solito usa la violenza per nascondere la propria impotenza.

    Mi ha detto di provare a “vedere”, in qualche modo o forma, come “impotenti” tutte le persone che giustificano a spada tratta la violenza sulla natura (così l’ha chiamata) in nome della propria “salvezza” o sicurezza che dir si voglia. Secondo lui queste persone fondamentalmente non riescono ad accettare se stessi e i propri limiti, anzi se ne fanno un complesso che ribaltano sugli altri. E la società tutta ne sta soffrendo.

    Secondo me esagera, però …..

  49. 19
    Matteo says:

    “Fare una Costantini non è un’avventura? Certo, per una guida alpina o per un alpinista di grido che fa spedizioni in capo al mando sarà come fare due passi in via Montenapoleone ma per chi ha passato magari una settimana davanti al video anche una ferrata o un senitero alpinsitico di 1° 2° grado può costituire un’avventura.”

    Credo che sia proprio questo il problema, o almeno lo è per me, che di primati e prestazioni non me ne frega nulla.

    Se mi spitti a 2 m tutta la Costantini, non sarà più la Costantini per cui io magari mi sono allenato per mesi e sono partito con le gambe che tremavano.

    Se mi riempi di bolli tutte le normali, mi impedisci di cercarmele Berti alla mano e magari di perdermi; cioé mi togli l’avventura.

    Questo è l’inquinamento di cui si parla, credo, non certo qualche chilo di ferro o resina o qualche buco nella roccia: che l’azione di qualcuno (magari anche per ottimi motivi) renda indisponibile un bene così com’è a tutti gli altri

     

  50. 18
    Giacomo G says:

    “Pubblicare” un articolo ha lo scopo di invitare alla riflessione e alla discussione. Poi in pratica ognuno la prende come gli viene meglio. C’e’ chi interviene per ragionare e capire, e chi si limita a esprimere il proprio sentimento ( mi piace, non mi piace, io faccio questo, non faccio quello ecc ). 
    In genere se si propone un problema di etica, e’ perche’ si vuole sensibilizzare gli altri al riguardo. Questo e’ tutt’altra cosa che dire “ognuno faccia cio’ che vuole, purché’ non ci si pestino i piedi” . Sarebbe come dire: butta pure la spazzatura per la strada, purché non davanti a casa mia. L’articolo parla chiaro: “non dovreste usare gli spit, perché’ rovinano la roccia”.  Bene, allora sforzatevi di promuoverla con le parole questa etica! I chiodi li usate? Li lasciate in parete? Su che terreno? Si passa con le sole protezioni mobili?   
    Le vie di Cambon , di Piola, di Motto, sono fattibili in questo stile? Dipende da cosa e chi ovviamente – ma in concreto, nella maggior parte dei casi, io credo di NO. Opinioni al riguardo? Non bisognava aprirle, e aspettare un fantomatico arrampicatore del futuro disposto a rischi altissimi pur di passare “in purezza”? Oppure semplicemente non si va in quei terreni?  
     
    Le domande son sempre quelle, le risposte ( infastidite ) sono pure sempre le stesse, ma quasi mai vanno nel merito (eccezione quella di Marco Rinaldi).

  51. 17
    Simone Di Natale says:

    spit si, spit no..parliamone…spero che tutti siano però concordi sul fatto che “fare dei distingui” non sia accettabile..neanche citando l’erudito Merlo.

  52. 16
    Valerio Rimondi says:

    Bisogna fare dei distingui, Alberto. Distingui che negli articoli postati normalmente non vengono fatti e che si fanno poi giustamente, ma non sempre, nei successivi commenti.

    Ci sono vie che in effetti non necessiterebbero degli spit ma altre che senza spit non si fanno e non si faranno mai a meno che non venga inventato qualche altro aggeggio tecnologico che sarà comunque demonizzato da qualcuno.

    Ragione o torto credo abbia detto una cosa sacrosanta Lorenzo Merlo quando in un intervento relativo ad altro analogo articolo ha parlato di “senso di sostituzione”. Ci ho riflettutto e credo sia una buona chiave di lettura.

  53. 15
    Alberto Benassi says:

    “l’uso degli spit ha consentito di cimentarsi in vie sulle quali non era e non è tuttora possibile piazzare altri tipi di protezioni. Ma queste vie sono accessibili a tutti? Magari!”

     

    Questa affermazione è sempre vera? Siamo veramente certi che TUTTE le vie aperte con gli spit , non potessero essere protette con altri sistemi?

     

    E perchè vie aperte con chiodatura tradizionale si tende a riattrezzarle con spit?

  54. 14
    Alberto Benassi says:

    si Giandomenico si è detto tutto e la storia è anche piuttosto noiosa. Ma nonostante si sia detto tutto è ancora ben presente, come la brace sotto la cenere.  Perchè si continua a non capire che ognuno dovrebbe avere rispetto dell’altro e stare nel proprio orticello. Imponendo il proprio modo di vedere con la scusa della sicurezza che invece nasconde, in gran parte,  il diritto di tutti a fare tutto.

    Io non sono contrario in toto allo spit. Ma sono del tutto contrario a questa mentalità del tutto a tutti, della sicurezza assoluta, della riqualificazione, del restauro e della riattrezzatura  con la scusa delle vie dimenticate.

    Dimenticate da chi?

  55. 13
    Valerio Rimondi says:

    Secondo me bisognerebbe andare a grattare un po’ più a fondo prima di trarre delle facili conclusioni.

    A fronte dei cosiddetti nudi e puri, rinvenibili in qualunque contesto anche non alpinistico, non mi meraviglierei se vi fosse un tot di persone che non hanno accettato lo spit per il semplice motivo che attraverso di esso non sono più state in grado di primeggiare. Come qualcuno ha giustamente scritto in altre occasioni e come fra le righe lascia intuire Giacomo, l’uso degli spit ha consentito di cimentarsi in vie sulle quali non era e non è tuttora possibile piazzare altri tipi di protezioni. Ma queste vie sono accessibili a tutti? Magari!

    Non è che l’utilizzo degli spit renda una via più facile, tecnicamente parlando. Quindi non mi meraviglierei se più di uno si sia visto tutto d’un tratto mancare la terra sotto i piedi. Magari prima era considerato bravo sul tradizionale e poi si è ritrovato a non salire di mezzo metro su vie spittate ma di gran lunga superiori alle sue possibilità.

    Da qui un certo astio nei confronti dell’innovazione, ammantando il tutto di un alone ideologico che riesce a far presa ma che maschera in realtà un’incapacità tecnica. Chiaramente nessuno ammetterà mai tutto questo.

    Rigurado all’avventura ritengo che lo spit non c’entri assolutamente nulla. L’avventura non può essere racchiusa in parametri oggettivi. A che titolo si può sostenere che un’escursione in ferrata non sia un’avventura? Chi lo stabilisce? Fare una Costantini non è un’avventura? Certo, per una guida alpina o per un alpinista di grido che fa spedizioni in capo al mando sarà come fare due passi in via Montenapoleone ma per chi ha passato magari una settimana davanti al video anche una ferrata o un senitero alpinsitico di 1° 2° grado può costituire un’avventura.

  56. 12
    Giandomenico Foresti says:

    Ancora sta’ storia degli spit.. Mi sembrava che ormai si fosse già detto tutto..

  57. 11
    Alberto Benassi says:

    “Io quindi penso, e vi annoio per l’ultima volta, che le nuove tecniche e i nuovi materiali debbano essere usati, “cum grano salis” per non snaturare le vie ma renderle sicure”

    – ma per renderle sicure…. che vuol dire sicure? sicure da cosa? sicure da che?

    Io non voglio essere sicuro. Allora  vado su una via  a spit e la schiodo. Perchè come si ha il diritto di spittare per la  sicurezza , c’è anche il diritto di togliere gli spit nel diritto alla INSICUREZZA.

    Ma se alla mia sicurezza ci volessi pensare da me?

    “Non si parli poi di inquinamento da resina poichè il posizionamento di un semplice paramassi o para valanghe comporta l’uso di decine di chili di resina.

    Qui mi sembra un pò da opportunisti. Giustifico il mio operato in base a quello che fanno gli altri. Lo fanno gli altri, allora lo faccio anchio. Siccome il mare è invaso da milioni di tollate di plastica, allora anchio butto la mia PICCOLA bottiglia di plastica per terra. Che vuoi che sia…un’inezia.

     

  58. 10
    lorenzo merlo says:

    La coerenza è misurabile, quindi maledettamente disumana.

    È lo spirito che fa la differenza.

    È lui che permette di realizzare un percorso piuttosto che un altro.

    Ch epermette certe e non altre consapevolezze.

    Una moltitudine di persone lascerà la montagna con più o meno danni, rifiuti e passaggio si sé stessa in modi direttamentr proporzionale allo spirito di cui dispone, indipendentemente dalla coerenza del comportamento di ogni singolo suo componente.

  59. 9
    paolo panzeri says:

    Secondo me da noi non esiste se non in pochissime persone un “buon discorso etico”. Da noi si prova di tutto e se non si riesce si modificano anche le poche regole che si volevano avere. Però da noi il livello medio è forse il più alto, il livello altissimo è però molto più basso che altrove. Specchio della società? Alpinisti molto mediatizzati partono con friends, nuts e altro, poi non riescono e tornano con chiodi e altro, poi non riescono e bucano, ma all’inizio parlano di purezza, poi di necessità e infine di sicurezza altrimenti impossibile. Bravi, ma come alpinisti non ci sono, sono alpinisti veri solo per la massa più o meno incapace. Insomma, per ottenere qualcosina ci si lascia corrompere troppo facilmente. Magari in futuro cambierà, ora va così, discutiamo di regole, non le vogliamo e continuiamo a cambiare tutte quelle che per un po’ di tempo ci vanno bene. Quasi  nessuno sa più perchè scali? Fra vanità e amore della natura dove si pone?

    Comunque un giorno o l’altro un fix lo pianto, voglio capire quale sia la soddisfazione nel metterlo, ma non so se in una sosta o in un tiro, penso siano sensazioni molto diverse…. magari solo di incapacità o forse di fallimento personali, o solo di ipocrita giustificazione di se stessi … non so, devo provare, ma devo prima comperarlo insieme a ciò che serve per metterlo.

  60. 8
    Dino says:

    Sono assolutamente dell’opinione di Giacomo. Mi sembra davvero eccessivo parlare di inquinamento, modificazione della roccia per un buco da 10mm o annullamento dell’avventura.

    Posso solo aggiungere che mio zio negli anni 30 partiva da casa in bicicletta, dormiva in una casera, usava scarpette di feltro e corda di canapa.

    Vogliamo riportarci li? Io stesso nei primi 20 anni ho usato scarponi a suola rigida, cordoni di 40mt con moschettoni da 200gr l’uno. Per non parlare delle relazioni sulla Berti, uno schizzo e 10 righe di descrizione. Per anni ho utilizzato la sicura a spalla riuscendo a non uccidermi.

    Gli “etici” affrontano le vie nelle stesse condizioni degli apritori?

    Quindi io penso che la “lotta con l’alpe” sia tramontata; e non lo penso solo io considerato che gruppi famosi con decine di vie splendide, un tempo affollate,  risultano ormai totalmente abbandonate.

    Io quindi penso, e vi annoio per l’ultima volta, che le nuove tecniche e i nuovi materiali debbano essere usati, “cum grano salis” per non snaturare le vie ma renderle sicure

    Per quanto riguarda l’inquinamento mi sembra davvero eccessivo pensare che un foro da 10mm possa essere considerato un danneggiamento. Posso poi assicurare che con pochi grammi di resina si ripristina assolutamente lo stato “visivo” iniziale. Non si parli poi di inquinamento da resina poichè il posizionamento di un semplice paramassi o para valanghe comporta l’uso di decine di chili di resina.

    Quindi anche se possibili fantomatici dispositivi dovessero chissà quando consentire chissà cosa, il tutto per quanto riguarda la roccia si risolverebbe con poco.

    Discorso diverso dove il tipo di roccia (es. granito) consenta l’uso di protezioni veloci o anche in montagna dove vi sia  la presenza di clessidre o altri ancoraggi naturali.

    Un grazie alle Guide e a tutti quelli,  che con tanto buon senso, stanno operando in questa direzione.

     

  61. 7

    il gioco lo puoi regolare o no. se lo regoli con regole aleatorie, ti ritrovi la montagna ad immagine dell’italia. un cesso, vale a dire il rigore è morto. la salita è mitica dal basso, senza bucare la roccia, usando le opportunità naturali e tornando indietro se non sei all’altezza (se non essere all’altezza lo impari troppo tardi, ti concedo un satellitare, ma non un trapano). ahahahaah

  62. 6

    In Norvegia nelle montagne vige il divieto di usare protezioni che non siano rimovibili. Qualunque attrezzatura fissa viene immediatamente rimossa. Di ferrate non esistono proprio. Nelle falesie, lo stesso popolo, fa una cosa ancora più interessante. Si dà una regola secondo la quale una parte della falesia non viene chiodata, lasciandola a disposizione di chi fa trad.
    Il fatto che questa cosa sia poco applicabile da noi, visto che la roccia prevalente, il calcare, è poco proteggibile con i mezzi tradizionali, non cambia il mio interesse per questa soluzione. Perché rende evidente che la parola che forse meglio risolverebbe la questione sollevata dall’articolo, è libertà
    Liberi di sperimentare con gli spit, ma lasciando la libertà agli altri di trovare un terreno dove fare il loro gioco che magari prevede l’utilizzo di sole protezioni mobili.
    Insomma tutto ciò che modifica in maniera permanente o quasi il territorio dovrebbe essere usato con enorme parsimonia, mai dovrebbe diventare invasivo e totalizzante.  Secondo me le vie di montagna, e forse anche di falesia, aperte in un certo stile andrebbero conservate nella veste originaria. Qualunque intervento atto a metterle in sicurezza sarebbe una trappola insidiosa.

  63. 5
    lorenzo merlo says:

    A un certo punto ci siamo sorpresi e abbiamo pianto dei liquami chimici che il progresso ha per decenni liberamente riversato nei fiumi, sulla terra, nelle falde, nel cibo, ci siamo chiesti come fosse stato possibile.

    Se, con i dovuti aggiustamenti di paragone, non vogliamo che i nostri figli si pongano e ci rivolgano la medesima domanda, restino parimenti allibiti, qualche riguardo dobbiamo porlo.

    In particolare oggi che la coscienza ambientale è cresciuta e diffusa.

  64. 4
    Giacomo G says:

    Si deve riconoscere che queste pagine sono pubblicate con una certa coerenza editoriale. Raramente si cerca l’ecumenismo, anzi. Grande spazio alle posizioni nette e divisive. Nel caso in questione, l’ostilità’ verso gli spit, ribadita da vari articoli, e’ piuttosto netta.  Ovviamente nulla di male, assolutamente legittimo. Pero’, dal punto di vista di una persona – come me – che a priori non condivide questa ostilità’, le aspettative sono perlomeno di leggere degli interventi con argomenti che stimolino dubbi e riflessioni. Invece non mi e’ chiaro il senso di rispolverare quest’articolo di 25 anni fa, se non quello di cercare l’applauso scontato dei propri sostenitori. 

    Ad ogni modo, si propongono 2 grandi temi:  1. l’arrampicata ( in montagna ) nel rispetto della roccia e 2. l’arrampicata come ricerca di avventura. Secondo la tesi, entrambe sono impossibili con gli spit. La tesi 1. ( che a mio parere ha un senso)  arriva ad equiparare spit e ferrate, come se la questione dell’impatto sulla montagna fosse più’ di principio che di quantità’. La coerenza vorrebbe quindi che l’unica tecnica ammessa per arrampicare fosse quella delle protezioni mobili. Perché’ non parlare di questo allora! Su quali terreni su può’ operare in questo modo? Con quale stile? I chiodi in loco sono utilizzabili? Andrebbero rimossi?  Quali figure di riferimento adottano questa etica in questo momento? Quali sono le loro salite?  E’ possibile evolvere nella difficoltà’ in questo modo?  Questi sono per me i temi su cui sarebbe interessante conoscere idee e opinioni.  

    Il punto sulla ricerca dell’avventura mi scalda molto meno. La definizione di avventura e’ poco definita e molto opinabile. Associarla al rischio a tutti i costi ha un valore? Anche qui si potrebbe discutere, con il supporto di pareri autorevoli.
     

  65. 3

    Il maggiolino vola eccome!

    Quello che non vola, a meno che non cada da un dirupo, è quello della Volkswagen.

  66. 2
    Marco Bernini says:

    L’uomo però sta distruggendo il pianeta, la scimmia rimane integrata nell’ecosistema. Amen.

  67. 1
    paolo panzeri says:

    Le scimmie hanno inventato la clava e la usano ancora adesso.

    L’uomo però è andato anche sulla luna.

    Quando l’uomo ora fa la scimmia, secondo me, regredisce.

    Faccio due osservazioni.

    Sì, vince la vita, ma il maggiolino non si evolve da qualche decina di milioni di anni ed è un esempio di negazione della impossibilità di volare.

    Sì, le esperienze sono diverse fra le generazioni vicine, ma le esperienze in ambiente consumistico sono regressive.

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