Il corso di arrampicata moderna di Ansia Kammerlander

Il corso di arrampicata moderna di Ansia Kammerlander
di Marina Morpurgo
(pubblicato su marinamorpurgo.weebly.com)

Marina Morpurgo con l’amato Blasco

Molti credono che l’arrampicata sia solo tecnica o forza bruta. Il metodo Kammerlander è fieramente contrario a questo approccio e punta molto di più sull’aspetto psicologico dell’arrampicata.
Molti scalatori si rovinano la vita perché non riescono a superare un passaggio o a vincere una parete; si sentono in dovere di intensificare gli allenamenti, si ritengono inadeguati, incapaci.
No! Diciamo basta a questi atteggiamenti perdenti.
Per il metodo Kammerlander non esistono cattivi scalatori, esistono solo rocce malfatte e stupide. Tenetelo a mente: se non superate un passaggio, la colpa è SUA. Si tratta chiaramente di un passaggio brutto e nato male.

Ma vediamo nel concreto come operare. Nell’avvicinarvi alla parete individuatene i punti critici. Quando sarete a una ventina di metri di distanza cominciate a criticarla bonariamente: “Certo che sei proprio bruttina, eh, cara?”
Raccomandiamo di mantenere un tono di superiorità calmo e fermo. Non trascendete nell’ira e nel disprezzo. Accompagnatevi con gesti eloquenti: in caso di strapiombo date dei colpetti alla roccia sporgente, sussurrando benevolmente “dovresti dimagrire, è per la tua salute”. Se il diedro è obliquo, chiedetegli con premura se si è fatto vedere da un ortopedico. Se la parete è liscia, fatele presente che è molto volgare.
Ricordatevi: voi siete perfettamente a posto.
Affrontate dunque il passaggio con animo sgombro. Se vi riuscirà, fatelo molto pesare. Se non vi riuscirà ritiratevi nel bar più vicino rassicurando la roccia che non lo ha fatto apposta e che non deve vergognarsi per questa sua bruttezza. Direte queste cose scuotendo vigorosamente la testa in modo da far capire a quella schifezza di passaggio del cazzo che invece deve proprio vergognarsi e non approfittare della vostra magnanimità.
Con il metodo Kammerlander l’arrampicata ne trarrà giovamento, e anche la vostra autostima in generale.

Come affrontare strapiombi e pareti di elevata difficoltà (la tecnica del tonno morto)
Il modo più elegante per superare strapiombi e pareti verticalissime e/o poco appigliate (non c’è limite purtroppo al sadismo della natura) è starne lontani – tenetelo a mente. Tuttavia vi proponiamo qui una tecnica di emergenza di grande efficacia, che ne compensa gli evidenti limiti estetici.
Per cominciare dovrete procurarvi delle scarpette da arrampicata di almeno un paio di numeri più grandi rispetto alla vostra scarpa abituale. Indossatele possibilmente con dei calzettoni di lana spessa, meglio se con le trecce e fatti a mano. Il vostro capocordata vi guarderà certamente schifato, chiedendovi perché vi siate portati delle pinne che sbattono flaccidamente sulla roccia. Lui non lo sa, ma voi sì. Cominciate pure ad arrampicare, fino al momento doloroso e inevitabile in cui la forza di gravità avrà la meglio su di voi e voi non riuscirete più schiodarvi nemmeno di un centimetro dall’appiglio al quale siete abbarbicati in modo disperato. È il momento del Tonno Morto. Cominciate ad agitare le vostre pinnette. Sia chiaro: non devono essere le pinneggiate sane e vigorose di un tonno gagliardo e nel pieno delle sue facoltà, ma i fremiti dell’agonia di una creatura che sta per tirare a breve le cuoia. Assumete un colorito grigio e squamoso (non dovrebbe risultarvi difficile, data la situazione) e sbarrate l’occhio con l’espressione caratteristica da banco del mercato ittico. Lasciatevi scivolare delicatamente, fino a spenzolare inerti. A questo punto cominceranno a chiamarvi, e a strattonare la corda. Non fiatate. Restate immobili. Ripetete dentro di voi: sono un tonno e sono morto, sono un tonno e sono morto. È matematicamente certo che nel giro di una decina di minuti cominceranno a giungervi improperi che nel giro di un’altra decina di minuti saranno seguiti da un gradevole tintinnio di ferraglia e da uno strattone che vi solleverà deliziosamente di un mezzo metro. Vi stanno pescando con un paranco! L’operazione verrà ripetuta finché non vi troverete finalmente in sosta, dove avrete cura di continuare a fissare con occhio spento e un po’ sporgente il vostro capocordata, che non avrà cuore di infierire su un povero pesce morto. (Si ringrazia per la collaborazione Gianluca Piras).

Marina Morpurgo

Tecnica Kammerlander di arrampicata in traverso
Come abbiamo avuto modo di affrontare nel glossario, l’arrampicata in traverso è una pratica esecrabile che andrebbe il più possibile evitata. Tuttavia sfortunatamente a volte capita che ciò non sia possibile, e pertanto bisogna essere pronti a questa dolorosa evenienza di dover attraversare una parete in orizzontale o dionescampi in discesa, con una corda che penzola misera al nostro fianco, anziché darci quegli allegri, salubri e vigorosi strattoni che tanto amiamo e che sembrano dirci “Orsù, vieni, non hai nulla da temere”.

Per affrontare in sicurezza un traverso l’arrampicatrice sagace avrà sempre appresso, oltre alla normale dotazione alpinistica, le seguenti cose:
– uno o più rinvii a fettuccia lunga;
– un set di ciglia finte extralong;
– un piccolo goniometro;
– un taccuino e un pennarello rosso.

In ogni caso, la parola chiave della tecnica di arrampicata in traverso è “No”.

Ricordatelo, e non abbiate cedimenti, perché una volta che avrete fatto un traverso in maniera tradizionale, e non con il più sicuro e ormai rodato metodo Kammerlander, lo pretenderanno da voi sempre.

Vediamo dunque come procedere in caso di arrampicata in traverso, tenendo bene a mente che la prevenzione è fondamentale. Quindi cercate sempre di partire con una cordata a tre.

Quando il vostro capocordata è giunto in sosta, non appena in prossimità del traverso dite forte e chiaro al compagno rimasto con voi – se potete sceglietelo bello pesante come un obelisco e al bar insistete perché faccia una colazione abbondante e greve – che non si muova assolutamente. Se oppone resistenza, tirate fuori il taccuino e il pennarello rosso, e con calma e fermezza tracciate uno schizzo della parete con la traiettoria che il vostro povero corpo inerme compirebbe in caso di caduta – vi raccomandiamo di abbondare con il rosso, per un effetto maggiore. Se ancora non capisce, non esitate a ricorrere alle minacce. Sapete dove abita e che scuola frequentano i suoi figli.

A questo punto il vostro compagno sarà immobile. Voi tirate fuori il rinvio e agganciatelo alla sua corda, poi partite. Avvertirete una piacevole tensione all’imbrago, quasi sessuale. Quando il traverso accenna a salire, la progressione diventerà più difficoltosa perché il rinvio tenderà a impedirvi di muovervi. Benissimo! Tirate fuori il goniometro, e misurate l’angolo che fa la corda. Se è superiore ai 45 gradi, togliete il rinvio perché il traverso è finito, o sarete costretti a bivaccare. Imparate a eseguire queste manovre velocemente e con naturalezza noncurante.

Più delicato è il caso in cui la cordata sia composta solo da voi e dal capocordata. Vi suggeriamo pertanto di partire con già addosso le ciglia finte.

In prossimità del traverso rallentate finché non vedrete sbucare dietro di voi un’altra cordata di maschi. A questo punto sbattete vigorosamente le ciglia, con piccoli ammicchi significativi al capocordata sconosciuto, e non sforzatevi di dissimulare il terrore. Sussurrategli che il vostro compagno di arrampicata è un bruto insensibile, un mezzo scemo, e che voi lo detestate. Poi tra le lacrime chiedete allo sconosciuto di legarvi a lui con un cordino o con una mezza corda: difficilmente resisterà. A questo punto avrete una corda davanti e una dietro, e se saranno ben tese voi resterete sospese come un faretto Ikea sui suoi cavetti metallici, e non avrete nulla da temere.

Stimolate dunque la competizione tra maschi, in modo che entrambi tirino energicamente senza cedimenti. Mettetela come una questione di virilità: di solito funziona, e la guerra è guerra. A questo punto incamminatevi attraverso la parete in tutta serenità, ricordandovi di girare la testa qua e là per sorridere a entrambi con un sorriso tremulo e molto femminile. Chiameremo questa tecnica “La tecnica della donna contesa”.

Il metodo di traverso Kammerlander come avete visto è semplice e sicuro.

Attenzione attenzione – disclaimer – possibili reazioni avverse alla tecnica della donna contesa
Ci viene segnalata una deprecabile possibile complicanza della tecnica della donna contesa. Essa può rivelarsi estremamente pericolosa e financo degenerare in femminicidio qualora esageriate con le ciglia finte, o disgraziatamente sia il vostro capocordata sia quello della cordata successiva siano maschi di grande ostinazione e/o uno dei due sia un istruttore CAI. Ripetiamo: trattasi di situazione assai pericolosa, e alcune scalatrici risultano disperse da anni, imprigionate tra le rocce e le loro urla sovrumane nelle notti senza vento echeggiano tra i monti, terrorizzando le popolazioni locali.
Qualora si verificassero queste condizioni, rifiutatevi categoricamente di legarvi ad alcunché, e quando entrambi guardano da un’altra parte, allertate a bassa voce il 112. La tecnica della donna contesa può dare reazioni particolarmente avverse quando i capicordata non vi vedono e non vi sentono, quindi evitate di perdere il controllo sulle azioni di quei bruti.
In data 1 novembre 2015 si è verificato un incidente significativo. La vittima, partita dalla sosta, è riuscita ad avanzare di qualche metro in direzione di quello che chiameremo il capocordata A, nonostante la strenua opposizione del capocordata B, che tentava di impedirle la progressione tirando dalla sua parte. Giunta faticosamente al secondo rinvio con le reni spezzate, al momento di levare la corda A infilando al suo posto la corda B, la vittima ha subito lo scatto di orgoglio del capocordata A, che con un vigoroso strattone ha sradicato la poveretta dal rinvio, impedendole di smoschettonare. A questo punto la vittima si è trovata semisdraiata con entrambe le corde che tiravano in direzione opposta a quella dove l’aspettava la salvezza. Ogni suo grido di pulzella in difficoltà è stato erroneamente e pavlovianamente interpretato da A e da B come una richiesta di tirare la corda, e l’hanno assecondata con zelo da energumeni, del tutto insensibili alle suppliche piangenti e al crescere della nota isterica nella voce della vittima che invano si aggrappava agli appigli per non essere trascinata via e finire intrappolata per l’eternità su uno scoglio schiaffeggiato dai venti autunnali.
Per evitare questi incidenti assai pericolosi suggeriamo pertanto di far firmare un accordo prima di lasciare la sosta.

Il necessario set di rinvii lunghi

Tecnica di traverso con suicidio assistito (livello avanzato)
Questa che vi andiamo a presentare è una tecnica di traverso estremamente elegante e subdola, che vi permetterà di uscire con classe da situazioni disdicevoli. È tuttavia una tecnica che richiede notevoli competenze e prontezza di esecuzione, e pertanto la raccomandiamo solo a soggetti già esperti.

Immaginiamo di trovarci in prossimità di un traverso verso sinistra. Il nostro scopo è quello di portarci il più rapidamente possibile con la corda in verticale, facendo finta di nulla: voi vi troverete  sulla perpendicolare NON perché avete una paura fottuta di spendolare e state maledicendo il capocordata fino ai suoi trisavoli, ma perché di là la roccia vi appare assai più invitante. La vostra è una scelta estetica (non dimenticatelo neppure nel malaugurato caso che andaste a sbattere con malgarbo).

Giunti all’inizio del traverso acchiappate con mano fermissima il rinvio sulla destra e non mollatelo prima di aver abbassato velocemente i piedi verso sinistra. Continuate a scendere con passettini nervosi e piccoli, obliquando delicatamente verso sinistra, finché una gradevole, anzi DELIZIOSA tensione pelvica non vi farà capire che siete usciti dalla perniciosa fase del pendolo mortale per entrare in quella del pendolo sgradevole. Siete pronti per il suicidio assistito propriamente detto.

Ciglia finte

A questo punto lasciatevi pure andare, avendo cura di lanciare esclamazioni carine o di canticchiare per coprire i tonfi che il vostro corpo provocherà andando a sbattere contro la parete per i metri rimanenti. A questo punto vi troverete con la corda perfettamente in verticale. È fatta! L’unico problema è quello di risalire, sperando caldamente che non sia un 7a o peggio. Lanciate gridolini gioiosi: “Qui è bellissimo!”, oppure “È pieno di appigli, ho fatto bene a venire da questa parte”. Tanto il vostro compagno/a sarà costretto a tirarvi su in qualche modo, se non vuole bivaccare in parete, e comunque sono cazzi suoi, la via l’ha scelta lui/lei. Ricordatevi di sorridere molto amabilmente, e di avere un’aria divertita, anche se in quel momento preferireste non essere mai nati.

Goniometro

Tecnica di arrampicata in camino
Dicesi camino un pertugio nella roccia di dimensioni e lunghezza variabili. Nelle scuole di alpinismo tradizionali vi diranno subito di tentare di stare il più possibile esterni al camino, onde non incastrarvi. Non ascoltateli. Essi mentono. Essi vi vogliono fare del male.

Il metodo Ansia Kammerlander è molto più sicuro e naturale e primigenio. Non appena vedete un camino, cercate di conficcarvici dentro il più profondamente possibile. Lasciate che la madre roccia vi avvolga nel suo abbraccio uterino, assumete una posizione fetale e chiudete gli occhi. A questo punto sarete perfettamente incastrati nella parete e non correrete alcun rischio di cadere.

Dopo una ventina di minuti questo stato di nirvana verrà probabilmente disturbato dal nervosismo del capocordata, che cercherà di estrarvi dalle viscere della roccia con degli strattoni di corda. Ignorate queste sollecitazioni e casomai allargate ginocchia e gomiti in modo da opporre resistenza e non essere strappati dal vostro nido.

Fate capire chiaramente che non intendete uscire, perché la parete lì fuori è pericolosa, aperta e inospitale, e voi soffrite di una solitudine esistenziale. Da dentro il camino pertanto gridate con voce forte e chiara “Certo che oggi è proprio una bellissima giornata e qui si sta molto bene” oppure “Che sensazione stupenda il granito sulla guancia”. Per variare potrete anche fingervi interessati all’aspetto geologico e urlare in tono pensoso: “Non avevo mai visto una calcarenite di questo colore”.

Vi verranno a riprendere sulla strada del ritorno. A questo punto raddrizzate signorilmente braccia e gambe, aprite gli occhi e lasciatevi condurre via, forti di questa tecnica che vi farà amare una conformazione rocciosa di solito ingiustamente temuta.

Pennarello rosso

Tecnica di arrampicata nei diedri
I diedri sono un’imbarazzante conformazione geologica della parete. Si presentano come un libro più o meno aperto e possono essere più o meno ripidi.

Si dice diedro divertente il diedro docilmente appoggiato con gradini grossi come un pianerottolo e appigli marcati come ringhiere.

Si dice diedro atletico e faticoso il disdicevole diedro tendente al verticale. Si dice quel cazzo di diedro maledetto l’orrido diedro strapiombante, nella speranza di non doverlo mai chiamare, se non da molto lontano.

Il diedro presenta la sgradevole caratteristica di essere di solito più facilmente salibile tenendo le gambe in spaccata o comunque con un piede su una pagina del libro e l’altro sulla pagina accanto. Questo fa sì che, costretti a guardare in basso, in mezzo alle gambe si veda l’abisso sotto la parete, per non parlare delle sgradevoli correnti d’aria di solito gelida che si infilano sotto le mutande.

Per il problema della corrente d’aria non c’è nulla da fare, mentre contro la visione del baratro ci viene i soccorso la tecnica di strabuzzamento di Ansia K. Essa consiste nello strabuzzare gli occhi e poi incrociarli con strabismo autoindotto, prima di guardare gli appoggi. In questo modo la visione si offusca e la parete diventa un grigiume indistinto. Badate di non farvi vedere dai compagni di cordata, per non suscitare un ingiustificato allarme sulle vostre condizione sanitarie.

Taccuino

Le tecnica di progressione nel diedro è piuttosto lenta. Dopo un paio d’ore è probabile che le cordate dietro comincino a pronunciare ad alta voce commenti salaci e critiche alle dimensioni delle vostre natiche; fingete di non udirle, tanto non sarete nelle condizioni di reagire. Purtroppo la gente è maleducata.

Un modo elegante per non fare brutta figura è quello di esclamare in modo che tutti vi sentano “Bellissimo questo diedro, peccato che sia morfologico”. In questo modo farete capire che voi sareste capaci di salire quel diedro con agio e classe, ma purtroppo per quel passaggio biricchino siete troppo alti /bassi /grassi /magri /muscolosi /cachettici /ginocchio valgo / ginocchio varo / piede piatto/ piede arcuato.

Ricordate! Le parole magiche sono “bellissimo” e “morfologico”. Non mettetevi dunque a urlare scompostamente “maledetto cazzo di diedro del cazzo”, neppure in presenza del temuto diedro strapiombante. E quanto ai dettagli della morfologia state sul vago, per evitare che arrivi il solito pignolo a dire che suo cugino Pippetto è passato di lì nel 1975, eppure era molto più alto / basso / grasso / magro etc etc di voi.

Nei diedri viene comoda la cosiddetta sostituzione – una tecnica che prevede di abbassare una mano su una faccia del diedro, con il palmo all’ingiù, e di spingerla verso il basso, approfittando di quel momento per alzare il piede corrispondente.
Vi descriviamo qui due tipi di sostituzione, la sostituzione inversa e la sostituzione perfetta.

Vediamo per prima la semplicissima sostituzione inversa, che consiste nell’assumere un’espressione corrucciata e malmostosa, dichiarare che quel diedro non vi piace, ripetere ossessivamente e lamentosamente “ma non sto su” e altre piacevolezze all’indirizzo del capocordata, che irritato organizzerà un paranco pur di farvi tacere e non vedere più i vostri occhi torvi e vendicativi.

La sostituzione perfetta è assai più progredita e richiede un occhio allenato. Prima di tutto dovete studiare la parete e leggerla. Presenta tratti in diedro di elevata difficoltà? Se la risposta è sì, mentre il vostro compagno sale il primo tiro guardatevi attentamente attorno e cercate un soggetto adatto – l’importante è che sia ingenuo e ben disposto. Chiamatelo a bassa voce e passategli con noncuranza il capo libero della corda. Quando lui/lei ve ne chiederà il perché, abbozzate e poi con tono perentorio ditegli: “Lo sai fare il bulino ripassato? Fai un po’ vedere!” Il soggetto, intimidito, si legherà a quel capo di corda e a questo punto con gesto rapidissimo e furtivo agganciategli il vostro secchiello all’anello di servizio, gridate “Tienilo, altrimenti cade” e fuggite alla massima velocità possibile verso il bar/rifugio/ristorante più vicino. La tecnica della sostituzione perfetta è di grande sicurezza e di enorme soddisfazione.

Marina Morpurgo

Marina Morpurgo
Milanese, di lavoro scrive libri di narrativa e saggistica e testi per la scuola e traduce romanzi dall’inglese (un tempo faceva la giornalista, ma poi ha smesso) e la montagna è sempre stata la sua passione e il suo terreno di libertà prediletto, fin dall’infanzia e in tutte le stagioni. Le piace fare scialpinismo, scalare su difficoltà modeste, camminare e guardare il panorama. Quando faceva la giornalista ha collaborato con Meridiani Montagne e scritto per Alp.

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Il corso di arrampicata moderna di Ansia Kammerlander ultima modifica: 2020-03-29T05:08:34+02:00 da GognaBlog

17 pensieri su “Il corso di arrampicata moderna di Ansia Kammerlander”

  1. 17
    Paolo Gallese says:

    Alberto, una storia lunga… 😉 

  2. 16
    Alberto Benassi says:

    Su un traverso feci il peggior pendolo della mia vita. E smisi di arrampicare. Ma è bello sorridere

    Paolo,  i traversi sempre meglio farli da primi. Conta i tiri

  3. 15
    Paolo Gallese says:

    Su un traverso feci il peggior pendolo della mia vita. E smisi di arrampicare. 
    Ma è bello sorridere 🙂 

  4. 14
    Salvatore Bragantini says:

    Marina alias Ansia, ironica e divertente. Speriamo in ulteriori contributi al Blog

  5. 13
    daniele piccini says:

    Divertente, acuto e rilassante ma se qualcuno/a preferisce il gatto e/o la brevità va bene ugualmente, però le critiche un pò stizzose sono sempre antipatiche, ora a maggior ragione. 

  6. 12
    Matteo says:

    Umorismo, sarcasmo, ironia e ancor di più autoironia. Saper guardare i propri comportamenti, limiti ed errori e riderci sopra.
    Puoi saperlo fare oppure no. Marina lo sa fare.
    A proposito della tecnica del tonno morto: mi pare l’evoluzione di una tua tecnica precedente, vista sul campo qualche anno fa a Machaby, quella del Gerbillo impanicato.
    Trattasi, su placca alquanto liscia, dell’agitarsi compulsivamente e in modo piuttosto scomposto, per lo più a caso e sperando di azzeccare una sequenza tale da scaricare per alcuni istanti la tensione della corda per consentire al compagno (totalmente contrario a qualsivoglia paranco, forse a causa della sua totale ignoranza in merito. E se cerca di gabellarvi elevati motivi etici, non credetegli) di consentire, dicevo, il recupero di alcuni -di solito pochi- centimetri di corda senza subire danni permanenti all’apparato scheleto-muscolare.
    Però ci eravamo divertiti!

  7. 11
    Grazia says:

    …pardon, dimanche silencieux…il ritiro mi fa male….

  8. 10
    Grazia says:

    Sullo spostare l’attenzione siamo d’accordo, ma non alimentando rabbia e comportamenti negativi! 😅
    Quando gareggiavo e sentivo la fatica, concentravo la mia attenzione rilassando ogni parte del corpo, oppure considerando il modo buffo di correre di quelli davanti a me, oppure suoi suoni (il mio passo, il mio respiro, il mio cuore, il vento, gli animali), oppure cantavo o ricordavo a me stessa che era una mia scelta, o ancora ripetevo dei mantra. 🙂
    Non mi è mai venuto in mente di avercela con il terreno accidentato o i pendii troppo ripidi…ma magari sono io storta…
    Bonne dimanche silencieuse .

  9. 9
    Giuseppe Balsamo says:

    E dai, su. La chiave di lettura di questo articolo è l’autoironia.
    Io ci ho trovato dentro anche comportamenti sperimentati di persona e alcuni passi mi han fatto ridere di gusto, riso prezioso in questi tempi.
    Ci voleva.
    Direi pubblicato con “puntualità balsamica” 🙂

  10. 8
    lorenzo merlo says:

    Penso che dare della cretina alla parete sia un espediente per spostare l’attenzione, in certe occasioni fissata sulla certezza sia difficile, sulla probabilità di cadere, di soffrire, di morire.
    Il punto di attenzione fa la realtà.

  11. 7
    grazia.lamontagna@gmail.com says:

    Rocce malfatte e stupide? Colpe? Critiche alla parete? 
    Tutto ciò che serve per mantenere l’equilibrio e diventare roccia e pareti e traversi e fessure e spigoli è dentro di noi.
    Non ho saputo finire l’articolo…è più divertente giocare con il mio gatto!
    Va bene diversivi al tema principe di questi tempi, però…!!! 🙂 🙂

  12. 6
    antonio massettini says:

    testo carino, ci allieta gli arresti domiciliari

  13. 5

    Poteva durare meno.

  14. 4
    rocco amato says:

    io amo tantissimo i traversi, soprattutto perché non devo sollevare il mio peso verso l’alto.

  15. 3
    lorenzo merlo says:

    Poi il traverso, ha una caratteristica: la lateralità.
    Per quanto la lateralità (il lato corporeo più coordinato; non sempre uniformemente: a volte braccio destro e gamba sinistra, ecc, lateralità incrociata) si faccia sempre sentire nelle nostre scelte motorie e forse non solo, nel traverso (ma anche in dulfer e diedro) si evidenzia più che in altre situazioni di scalata.
    Oltre a quella dei segmenti corporei, fa testo la lateralità dell’occhio. Un mancino, colui che preferisce il lato sinistro del corpo, è tendenzialmente predisposto a movimenti in traverso verso destra. Viceversa per chi preferisce il lato opposto.
    Allenare il lato o i segmenti corporei svantaggiati è un affascinante percorso estetico. Comporta mettersi in ascolto del corpo e scoprire il suo mondo e insieme al suo, il nostro.

  16. 2
    Alberto Benassi says:

    Non sono d’accordo nel definire il traverso esecrebile , ds evitare.
    Anzi , il traverso è il modo di adattarsi di non forzare la parete , di firmsre con lei in accordo: ti lascio passare ma di li o di la.

  17. 1
    lorenzo merlo says:

    L’autoironia ci salverà?
    Brava Marina.

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