Il desiderio di infinito

Il desiderio di infinito

Lettura: spessore-weight***, impegno-effort***, disimpegno-entertainment***

Ci sono e ci sono sempre stati uomini che brillano per la loro grandezza. Questi “grandi” suscitano curiosità attorno alle loro azioni, ai loro scritti, ai ricordi che hanno lasciato in quelli che gli sono stati più vicini. Alcuni di loro sembrano dei libri aperti, non importa se hanno avuto vita esemplare o rocambolesca: sulle gesta di costoro la curiosità non attecchisce più di tanto, perché una normale autobiografia o una giusta sufficienza di immagini o di testimonianze indicano personalità univoche. Su questi riposa un giudizio collettivo che, senza scendere in profondità, si accontenta della visione di un fondale marino sommerso in acque cristalline. Riccardo Cassin, tra gli alpinisti del secolo scorso, è probabilmente l’esempio più chiaro di ciò che qui vorrei dire.

Ci sono invece altri grandi uomini che dietro di sé hanno lasciato grandi azioni, pochi scritti essenziali e nessuna confidenza. Ed è fatale che su di loro, prima o poi, si riversi una legittima curiosità. Conosciamo poco di come l’umano sapere proceda, non c’è ordine nell’avvio delle indagini, e non c’è alcuna scadenza. Nei racconti o film gialli ci sono cold case che vengono riaffrontati solo dopo l’apparizione di un casuale indizio: così si sono risolti casi anche dopo decine d’anni. E’ assai più probabile invece che la realtà ci possa lasciare a bocca asciutta, senza che un giudizio finale possa essere espresso, a dispetto degli sforzi dei detective.

Nel caso di Giusto Gervasutti ci sono voluti trent’anni prima che qualcuno riprendesse in mano il suo caso. Fermi alle onorificenze fasciste e al gelo che è seguito alla sua tragica morte nel 1946, è infatti solo nel 1977 che Gian Piero Motti, nella sua esemplare Storia dell’Alpinismo, riprende le redini di un possibile giudizio storico fino ad allora inespresso e produce, nel famoso capitolo Gervasutti, il Michelangelo dell’alpinismo, un’immagine del grande friulano che ne reinquadra totalmente lo spirito e che gli restituisce quella grandezza che forse solo a Torino non era mai stata dimenticata.

Questa mia piccola introduzione è confermata dall’oggettiva scarsità di fonti storiche su Giusto Gervasutti. In primo luogo abbiamo l’autobiografico Scalate nelle Alpi che, se non fosse per qualche uscita qua e là spiccatamente romantica, potrebbe essere tranquillamente confuso con la letteratura inglese di low profile più spiccato, tendente all’understatement. Sono molte le assonanze, pur accettate le grandi diversità, con Le mie scalate nelle Alpi e nel Caucaso di Albert Frederick Mummery. Anche in Scalate nelle Alpi pochi sono i riferimenti alla vita di tutti i giorni, o al lavoro: meno ancora quelli relativi agli amori o agli affetti. Qui perciò la curiosità trova terreno pochissimo fertile, e allora si corre perfino il rischio di volerlo fertilizzare forzatamente con proiezioni del ricercatore sull’oggetto della ricerca. Proiezioni di questo tipo creano leggenda ma in tal modo ci allontanano irrimediabilmente da quella verità che volevamo ricercare.

Sembra che il capitolo di Motti Gervasutti, il Michelangelo dell’alpinismo corra fortemente questo rischio, anche se a mio parere non supera mai il limite. Si registra l’impressione che Motti abbia esagerato non perché egli dice cose così astruse e inaccettabili, bensì perché annota giudizi e considerazioni che contemporanei di Gervasutti, e amici suoi, non avevano formulato e neppure lontanamente tratteggiato. Mi riferisco agli amici Massimo Mila e Renato Chabod, quelli cioè che ne scrissero a loro modo il necrologio. Mi riferisco anche a ricercatori seri come Pietro Crivellaro e Armando Biancardi o a testimoni di quel tempo come Andrea Filippi o Lucien Devies, oppure ancora a psicologi più recenti come Daniele Ribola.

Passano altri anni e arriviamo (2009) al film di Giorgio Gregorio, Giusto Gervasutti il solitario signore delle pareti. Grazie al lavoro di Luciano Santin, Gregorio compie un grande lavoro, nel quale spiccano per rilevanza umana le testimonianze del cugino, Sergio Gervasutti, e quella di Maria Luisa Balestreri, definita senza mezzi termini la “morosa di Giusto”.

Segue il lavoro accurato e certosino dello scrittore e alpinista torinese Carlo Crovella. Questi nel 2016 ha prodotto un documento informatico di libera consultazione (vedi https://www.gognablog.com/lunico-il-vero-il-solo-fortissimo/) che arricchisce di ulteriori contenuti la massa di “appunti” che costituisce ciò che sappiamo della vita “umana” di Gervasutti. E questo grazie alla figlia di Andrea Filippi, Antonella, che convinta da Crovella apre le porte dell’archivio paterno, con documenti su Gervasutti di cui non si conosceva l’esistenza.

E infine, nel 2017, il libro di Enrico Camanni, Il desiderio d’infinito, Editori Laterza, quello del quale vorremmo parlare oggi.

Non spenderò molte parole sulla leggibilità di questo grande testo. Enrico Camanni è scrittore di grande esperienza, i suoi libri sono letture tanto scorrevoli quanto significative, e non importa qui fare differenza tra il Camanni storico e il Camanni romanziere. Anche questo libro si legge d’un fiato.

Voglio invece partire con alcune citazioni tratte da una recensione a questo libro di Piero Cresto-Dina:
Rendere giustizia a questa dimensione dell’alpinismo come forma di conoscenza e di relazione aiuta a correggere un’immagine di Gervasutti consolidatasi a partire dalla pur encomiabile ricostruzione che ne fece a suo tempo Gian Piero Motti, tutta incentrata sul profilo di un alpinista romanticamente teso alla sfida individuale e ossessionato dalla necessità di proiettare le proprie pulsioni nevrotiche sul piano dell’azione estrema, al limite dell’impossibile…[…] … Va citato tra i meriti del libro di Camanni l’aver composto, sulla scorta di tale valutazione, un ritratto a noi più familiare e insieme più completo dell’alpinista friulano, dove la radice romantica del “desiderio di infinito”, che pure rappresenta un tratto innegabile della sua ricerca, trova il proprio orizzonte nello spazio del vivere comune e degli umani affetti. A questo risultato contribuisce in particolar modo la ricostruzione dell’ambiente alpinistico torinese, la messa a fuoco delle frequentazioni di Gervasutti e delle sue relazioni intellettuali e professionali, la considerazione del suo tiepido coinvolgimento nella retorica, allora pervasiva, del regime fascista”.

Questi brani vorrebbero condensare le conclusioni cui arriva Camanni, che secondo me però sono più sfuggenti e creative. E’ vero infatti che Camanni, nei capitoli finali, tira delle conclusioni. Ma lo fa senza fretta, lasciando ampi spazi di ulteriore interpretazione.

Giusto Gervasutti e il Mont Blanc du Tacul

Il giudizio di Camanni su alcune frasi di Motti non è così definitivo. E’ vero che quest’ultimo si è servito di un artificio, un po’ quello che usò William Shakespeare con il discorso ambiguo di Marco Antonio dopo l’assassinio di Giulio Cesare: Motti dice senza mezzi termini che sarebbe facile ridurre la vita di un grande come Gervasutti a una serie di pulsioni nevrotiche “perfettamente delineate” determinate dal suo vissuto infantile o dal rapporto errato ch’egli ebbe con la madre… sarebbe facile, quindi lo lascia intendere. Motti cita pure la parola “paranoia”. Un vocabolo che ci fa tanta più paura quanto non ne conosciamo il vero significato. In questo, io credo, Motti non è stato compreso fino in fondo.

Se cerchiamo di farlo noi, dobbiamo leggere attentamente quando in seguito Motti entra nel vivo del conflitto del ricercatore, perché “comunque in Gervasutti troveremo sempre una fortissima nostalgia, una profonda melanconia e un desiderio bruciante di qualcosa che trascende il terrestre, di un mondo che non è quello del pianeta, oppure che potrebbe essere quello del pianeta se le contraddizioni potessero essere risolte”.

Il capitolo di Motti prosegue incalzante, fino a che afferma:
Ma Gervasutti è ancora impegnato in una lotta feroce, cercando di vincere e distruggere quella parte di se stesso che egli odia e disprezza, in quanto tanto simile gli pare a quei modelli del piano che egli non ama. E con questa parte di se stesso s’impegna in una lotta titanica che gli richiede tutte le sue energie e che lo porta fatalmente all’appuntamento finale della morte”. Qui il lettore non può non ricordare quanto scrisse Renato Casarotto a proposito del suo ultimo giorno di salita sulla No Return Ridge al Denali. Qui il lettore non può fare a meno di sorprendersi a fare un parallelo con lo stesso destino di Motti. Ma la domanda è: è vero che tutto si riduce al grado di consapevolezza con il quale andiamo incontro alla morte?

Sono queste le domande davvero tormentose nelle quali si agita l’apparentemente tranquilla penna di Camanni: perché anche a lui “la storia di questo dio caduto dal cielo e insoddisfatto di trovarsi uomo interessa in modo particolare (Motti, opera citata)”.

I funerali di Giusto Gervasutti

Le grandi salite di Giusto Gervasutti sono dei capisaldi nella storia dell’alpinismo. A giudizio di Camanni sono quattro, tutte compiute in anni pari, 1936, 1938, 1940, 1942, diluite però in quindici anni. Il 23 e 24 luglio 1936, con Lucien Devies, il Pilier Central sulla Nord dell’Ailefroide Occidentale, quello che venne definito la Walker dell’Oisans; il 17 e 18 agosto 1938, con Gabriele Boccalatte, del pilastro del Pic Gugliermina; il 13 agosto 1940, con Paolo Bollini della Predosa, sul titanico Pilone di Destra del Frêney al Monte Bianco; il 16-17 agosto 1942, con Giuseppe Gagliardone, con il capolavoro della Est delle Grandes Jorasses, che Camanni definisce “un viaggio nella fantascienza”. Sono sette giornate “di sfida totale (dove) il friulano sposta in avanti l’orologio della storia”.

Per conto mio aggiungerei, anche perché questo non rompe la magica consecutio degli anni pari, la fantastica salita alla parete nord-ovest del Pic d’Olan, con Lucien Devies, 23-24 agosto 1934.

Il giudizio “alpinistico” che Camanni dà di Gervasutti è lucido:
Completando il racconto della sua vita mi sembra di cogliere una complessità che lo affranca da molti pregiudizi e lo proietta in un tempo di­latato, pur restando figlio del ventennio. Alpinisticamente è più moderno di molti blasonati alpinisti che vengono dopo di lui, imponendosi a forza di staffe e chiodi, lunghe permanenze in parete e ottimi canali promozionali. Lui muore prima del nylon, dell’alpinismo sponsorizzato e della televisione, ma ha già occhi e cuore per desiderare il futuro sulla Ovest del Petit Dru, la parete degli anni Cinquanta”.

Il giudizio “umano” è più sfumato, più mirato alla solitudine di quell’uomo:
Non credo si sentisse un eroe, e nemmeno un esempio di coraggio. Era fortissimo soltanto in montagna, nell’altra vita era uno come gli altri, forse un po’ più riservato, immagino più solo. Dietro l’affabilità e la misura che tutti gli riconoscevano, na­scondeva il vizio di quella passione che lo faceva bello e diverso, aprendogli frontiere incantate e spingendolo verso l’impossibi­le. In questo era solo”.

Enrico Camanni

Enrico Camanni, scalatore e giornalista, è stato istruttore della Scuola di alpinismo Giusto Gervasutti. A Torino ha fondato e diretto il mensile Alp e la rivista internazionale L’Alpe. Oggi collabora con La Stampa. Ha scritto libri di storia e letteratura dell’alpinismo, trattando le Alpi contemporanee con La nuova vita delle Alpi (BollatiBoringhieri, 2002), Il Cervino è nudo (Liaison, 2008) e Ghiaccio vivo. Storia e antropologia dei ghiacciai alpini (Priuli & Verlucca, 2010). Ha scritto sei romanzi ambientati in diversi periodi storici e ha curato i progetti del Museo delle Alpi al Forte di Bard, del Museo interattivo al Forte di Vinadio e del Museo della Montagna di Torino. È vicepresidente dell’associazione “Dislivelli”. Per Laterza è autore di Di roccia e di ghiaccio. Storia dell’alpinismo in 12 gradi (2013), Il fuoco e il gelo. La Grande Guerra sulle montagne (2014) e Alpi ribelli. Storie di montagna, resistenza e utopia (2016).
Notizie più dettagliate su Enrico Camanni in www.enricocamanni.it/.

Per ulteriore lettura su Giusto Gervasutti:
https://www.gognablog.com/lunico-il-vero-il-solo-fortissimo/
https://www.gognablog.com/giusto-gervasutti-a-settantanni-dalla-scomparsa/

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Il desiderio di infinito ultima modifica: 2017-12-31T05:12:59+01:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Il desiderio di infinito”

  1. 2
    marcello cominetti says:

    Non l’ho letto tutto d’un fiato perché ho voluto soffermarmi su alcuni punti. Ne ho riletto addirittura dei capitoli. Mi é sembrato molto bello e scritto benissimo. Parlo da alpinista-lettore, ovviamente. Sarà che non mi perdo nessuno dei libri di Camanni (a parte i romanzi puri, ai quali non sono interessato), ma questo a me ha aperto gli occhi su un personaggio che avevo sempre visto come legato a un provincialismo torinese che mi metteva tristezza. Sono sincero. Leggendo questo libro ho conosciuto meglio una persona interessante. Grazie Enrico

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    Luca Bertollo says:

    Un libro che si legge d’un fiato, come viene ricordato; forse chiude il cerchio sulla conoscenza di un personaggio fondamentale di quell’ alpinismo irripetibile del quale sentiamo una lontana nostalgia.

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