Il film “In Time”

Il film In Time
di Simone Torresani
(pubblicato su giornaledelribelle.com il 18 novembre 2018)

L’altra sera sono stato ad un cineforum di un collettivo anarchico, incuriosito da alcuni manifesti sul muro dell’edificio. Il film in questione era “In Time”, di Andrew Niccol, di cui consiglio a tutti quanti la visione (lo si trova in Rete o in streaming) e soprattutto una profonda riflessione: è un monito della società distopica di domani, che manifesta i suoi primi passi già oggi. La pellicola tratta di una società prossima ventura in cui gli individui sono geneticamente programmati sino a 25 anni di età: raggiunto tale limite, lo sviluppo fisico si ferma e resta un “bonus” vitale di un anno, scandito da un orologio digitale sul polso. Questo bonus non viene incrementato dal denaro, ma dal “tempo fatto denaro”, che è la vera valuta corrente di questo futuro distopico e alienante. Salari, movimenti dei Mercati, della Borsa, pagamenti sono effettuati in Tempo, il quale è stato incapsulato in appositi macchinari e può fungere da pagamento e da trasferimento anche tra individuo e individuo. Vuoi una bottiglia d’acqua? Paghi con 4 minuti di vita, e via dicendo. Ne consegue che la società è rigidamente stratificata, coi ricchi che vivono in quartieri lussuosi e possono permettersi l’immortalità e i poveri sempre in affanno, nel “ghetto”, sempre di corsa, perché i salari sono bassi, i prezzi alti e l’inflazione galoppante. Nel ghetto non esiste solidarietà, solo competizione, rapine ed egoismo. La società stessa non è solo squilibrata ma disumanizzata, ogni limite travalicato. Esemplare la scena in cui un ricco, ormai schiacciato dal peso di “un corpo sempre giovane ma una mente logora da 116 anni di vita”, ormai incapace di reggere una vita senza fine si suicida volontariamente donando tutto il suo tempo a poveri disgraziati. Esemplare l’episodio di un magnate della Finanza che ha accumulato un milione di anni e, sempre più ingordo, si rifiuta di pagare una quota di mille anni al rapitore di sua figlia.

Non è mio compito spiegarvi il finale e tutta la trama, anche perché vi rovinerei l’interesse della visione. Nonostante il vizio di fondo del cinema americano, ossia le troppe scene d’azione, In Time è film degno di essere visto in quanto metafora della nostra epoca e di ciò a cui rischiamo di andare incontro. Certamente i progressi di una tecnologia sempre più fuori controllo e disumanizzante forse non arriveranno mai a “incapsulare” il tempo in apposite macchinette, ma la società orripilante quivi descritta è ormai alle porte. Anzi, per molti versi la stiamo vivendo e manco ce ne accorgiamo. Il progressivo impoverimento di vasti ceti della popolazione anziché generare solidarietà reciproca ha fatto nascere competizione assurda, egoismo, guerre inutili tra gli ultimi a tutto vantaggio dei primi, secondo il detto “divide et impera”. Il Tempo del film è il denaro unito al consumismo odierno e una vita per troppi fatta di debiti, lavoro straordinario, frenesia, alienazione e nevrosi che ci fa essere sempre di corsa, tralasciando ciò che conta: gli affetti, la famiglia, le nostre passioni.I processi di espulsione dei bassi ceti popolari dai centri storici verso le periferie, chiamati “gentrizzazione”, sono ormai realtà di città piene di telecamere e trasformate in assurde vetrine d’immagine per un turismo beota che neppure sa apprezzare quel che vede, di ristoranti che sfruttano ragazzi a basso costo. Il darwinismo sociale che funge da filo conduttore di tutta la pellicola lo si ritrova benissimo nel momento storico in cui viviamo, una legge della giungla in cui solo i più forti vincono e gli altri perdono, l’accumulo ingordo di pochi magnati delle élites, il controllo ossessivo tecnologico, sono tutte cose che non si possono di certo negare. Fa molto riflettere financo il fatto che la polizia di In Time, severissima, abbia salari “temporali” molto bassi e nonostante i bistrattamenti delle alte sfere continui ad essere fedele all’élite anziché unirsi alla causa del popolo. Forse il “tengo famiglia” è un motto che travalica i confini italici, una classica scusa per scansare la consapevolezza e la coscienza delegando tutto a qualcuno più in alto di noi.

Lucido, visionario ma non troppo, a tratti spietato, altamente critico verso le sperequazioni raggiunte con le frodi e gli inganni a spese dei deboli (“non si ruba a rubare una cosa che ci hanno rubato”, dice una frase esplicativa), In Time ci lancia un allarme su quello che potrebbe riservarci un futuro non troppo lontano dove anche il concetto di famiglia – l’ultimo baluardo da abbattere – è stravolto. E ci riporta al senso del limite. È una accusa contro la mania di una eterna giovinezza, dello spostare sempre in avanti l’orologio biologico nella ricerca demenziale del mito dell’immortalità, che porta solo infelicità e squilibri mentali. In Time è un atto di accusa a tutto questo e un inno positivo ad accettare la Vita così come è, coi suoi cicli, la nascita e la Morte. In Time ci dà inoltre un messaggio di speranza, perché se ci crediamo, se ci crediamo davvero, un mondo più a misura d’uomo è possibile. Guardarlo sono due ore di certo non perse. Diffonderlo tra amici e parenti e conoscenti, perché ciascuno rifletta con attenzione, è un gesto da vero Ribelle.

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Il film “In Time” ultima modifica: 2020-01-09T04:25:04+01:00 da Totem&Tabù

11 pensieri su “Il film “In Time””

  1. 11
    Antonio Arioti says:

    Dai Lorenzo non giochiamo con le parole 🙂

  2. 10
    lorenzo merlo says:

    Una è relativa alle pretese e all’avere, l’altra al qui ed ora e all’essere.

  3. 9
    Antonio Arioti says:

    Non vedo differenza.

  4. 8
    lorenzo merlo says:

    Non è la realizzazione è la via.

  5. 7
    Antonio Arioti says:

    @lorenzo
    Sì, l’hanno già detto in molti da millenni ma ho la netta sensazione che quei molti abbiano soltanto ripetuto quello che solo in pochi, per non dire pochissimi, hanno realizzato.

  6. 6
    Antonio Arioti says:

    Hai ragione Roberto, l’ho pensato subito dopo aver postato.

  7. 5
    Roberto Pasini says:

    Antonio un distopic ottimista non lo guarderebbe nessuno, nemmeno le suore. È come le storie buone o i personaggi buoni, tirano di più le storie negative e i cattivi. Guarda anche quello che succede su questo blog. Le storie buone degli orsetti o dei trenini svizzeri non se le fila nessuno. Così funziona. Non c’è niente da fare,

  8. 4
    lorenzo merlo says:

    Gli stessi sentimenti, le stesse emozioni, muovono la carne e giudicano il mondo da sempre.
    Quei sentimenti e quelle emozioni hanno generato la storia e seguiteranno a farlo in  una diversa copia del passato.
    Chiunque prenda le distanze dalla propria importanza personale e riconosca quindi l’autorefenzialità di valori e certezze ha a che fare con un altro mondo.
    Molto capace di rappresentare quello a cui ognuno aspira.
    Sentimenti ed emozioni transitano in noi come prima ma non più infiammati dall’orgoglio, dal sentirsi altro dal prossimo e dal divino.
    Liberi da noi stessi e dal conosciuto generiamo un’altra realtà, un’altra storia.
    La dimensione naturale e completamente recuperata, quella intellettualistica non è più dominante.
    L’hanno già detto in molti, da millenni.
    Emanciparsi da se stssi è lo scoglio, ma è anche il solo progresso.

  9. 3
    Antonio Arioti says:

    Più d’un regista e di uno scrittore ha provato a immaginare il futuro. Qualcuno è riuscito a immaginare degli eventi, come Verne con riguardo alla Luna.
    Non ricordo però nessuno che abbia ipotizzato lo sviluppo dei computer, di internet e degli smartphone e quand’anche l’avesse ipotizzato non mi pare gli abbia dato il peso che questi mezzi hanno oggi nella nostra società.
    Quando poi si va sul sociale i flop si contano a mani basse.
    Ma poi c’è mai stato un periodo storico, almeno a partire dalla Mesopotamia di qualche millennio avanti Cristo, che si ritiene essere stata la culla della civiltà per come la conosciamo, in cui i ricchi non abbiano vessato i poveri? In cui i potenti non abbiano ricercato l’immortalità? Alla fine il futuro che anche i più talentuosi visionari s’immaginano non è altro che una diversa copia del passato e forse proprio in questo sta’ il limite di noi esseri umani.
    Forse, come ha già scritto qualcuno su questo blog, non si potrebbe provare a cambiare il modo di vedere le cose?

  10. 2
    paolo says:

    Ma non è già così?
    Solo l’età non è stata ancora decisa dappertutto, in qualche stato nordico sì, io se fossi là non sarei già più ospedalizzato e curato a basso costo.

  11. 1
    Matteo says:

    La sola descrizione fa rabbrividire…

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