Il Forquin di Paolo

Il 31 agosto 1969 Paolo Armando tracciava con due compagni una nuova via sul Forquin de Bioula, nel gruppo del Gran Paradiso. Prendendo spunto da quella salita, presentiamo un breve profilo di un alpinista lontano da qualsiasi schema.

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Il Forquin di Paolo
di Ugo Manera
(già pubblicato su Scandere, 1988)

«Montagna singolarissima perché sita dentro una valle»: così scriveva del Forquin de Bioula Renato Chabod nell’edizione del 1963 della guida del Gran Paradiso. E proseguiva, descrivendo questa curiosa montagna della Valsavarenche: «Prendendo le mosse dal costone orientale del Passo di Lorquibet si stende da ovest a est con tre ardite punte: Ovest, Centrale ed Est; una parete sud particolarmente splendida in corrispondenza della Punta Centrale ed una elegante cresta est dal dislivello complessivo di quasi 1000 metri… La parete sud è ancora da fare e darà filo da torcere anche con le moderne diavolerie se affrontata direttamente sotto la Punta Centrale». Le moderne diavolerie vennero messe in atto da Paolo Armando, Fredino Marengo e Ilio Pivano il 31 agosto del 1969, in occasione della prima ascensione della parete sud della Punta Centrale. La via sul Forquin acquistò subito una notevole fama: si diceva fosse una salita molto impegnativa. Ad alimentare questa convinzione contribuirono, oltre ai significativi silenzi di Paolo Armando, una quotazione netta di VI grado (allora dalle nostre parti il VI veniva usato nelle relazioni con grande parsimonia), e alcune frasi del più loquace Pivano circa un passo in artificiale con staffa appoggiata su una piccola sporgenza della roccia.

Il Forquin de Bioula (Valsavarenche), con l’evidente parete sud della Cima Centrale

Dei tre protagonisti dell’ascensione il personaggio di maggior spicco era Paolo Armando. Autore in rapida successione di una serie di salite famose, tra le quali la prima invernale della Nord-est del Pizzo Badile, Paolo si stava avviando a diventare uomo di punta dell’alpinismo italiano quando, a meno di un anno dall’impresa del Forquin, cadde sulla tetra parete nord del Greuvetta (o Mont Gruetta), nel tentativo di aprirvi una nuova via. I due compagni di Paolo hanno lasciato da tempo l’ambiente alpinistico torinese, e non credo compiano ancora salite difficili in montagna. Fredino Marengo, grande e grosso, era dotato di una forza eccezionale. Amava molto scherzare e prendere in giro la gente. Una volta, in occasione di una rumorosa festicciola al Monte dei Cappuccini per brindare all’ammissione nell’Accademico di Gian Piero Motti, Giancarlo Grassi e mia, Fredino con il famigerato e altrettanto forzuto Carlo Carena detto “Carlaccio”, scaraventò verso il basso una delle pesantissime panche di pietra della sede estiva del CAI.

Paolo aveva una curiosa teoria sull’arrampicata: secondo lui era conveniente allenarsi il meno possibile, specialmente in palestra, perché ogni volta che si arrampica si corre il rischio di cadere e di rompersi l’osso del collo.
Era in grado di superare da primo passaggi di grande difficoltà, ma se rompeva o perdeva gli occhiali era finito: gli capitò di dover ridiscendere una via proprio perché avendo rotto gli occhiali non vedeva più gli appigli. Ilio Pivano era un ottimo secondo di cordata, che pur capace di superare in testa notevoli difficoltà, preferiva la posizione di secondo. Calmo, molto preparato nelle manovre, offriva al capocordata la migliore assistenza.
La nuova via di Paolo e soci mi incuriosiva molto, specialmente per quel suo passaggio valutato così seccamente di VI grado. Allora ero però fissato per le salite di grande respiro in alta montagna, e quel piccolo ammasso di rocce che nasceva direttamente dai prati di una valle mi appariva troppo modesto per dedicarvi un fine settimana estivo. Fin quando, nell’agosto del 1973, rimasto senza compagni disposti ad affrontare grosse salite nel gruppo del Bianco, mi diressi alla volta del Forquin con un amico che ritornava ad arrampicare dopo un periodo di inattività. Purtroppo entrò in crisi ancora prima di arrivare alle vere difficoltà della via, per cui dovemmo rinunciare. Mi ripromisi comunque che un giorno sarei tornato da quelle parti, magari in inverno per rendere un po’ più complicata la salita.

La via Armando-Marengo-Pivano è la 385h

Del successivo tentativo, venuto proprio in un inverno di molti anni dopo, ricordo soprattutto l’avvicinamento, una massacrante salita a piedi nella neve. Dopo un bivacco alla base della parete, secondo le migliori tradizioni dell’alpinismo romantico, una precipitosa fuga a valle nella notte, sotto un’abbondante nevicata, concluse il tentativo.

Il Forquin stava diventando un problema da troppo tempo irrisolto, così nel dicembre del 1985 eccomi nuovamente ai suoi piedi con Franco Ribetti, in un periodo con poca neve e tempo bellissimo. Salimmo la parete soleggiata in pedule, circondati da un’atmosfera resa splendida da quei contrasti di colore che solo la luce invernale riesce a creare. Nel raggiungere la vetta con il sole ormai sulla linea del tramonto, il freddo della sera ci riportò nella realtà dell’inverno, dimenticata lungo i rossi e soleggiati strapiombi della parete. La nostra era stata una piccola invernale, impegnativa ma divertente, in un luogo suggestivo e solitario, con quella giusta dose di disagi invernali che pur caratterizzando la salita non la trasformano in un cammino di sofferenza. Trovammo l’arrampicata difficile ma senza nessun passaggio drammatico, tanto che fu possibile salire quasi completamente in libera. Con tutto ciò, ai tempi della prima ascensione, la via di Armando era sicuramente tra le più difficili del Gruppo del Gran Paradiso.

Scendendo nella notte verso Eau Rousses ci capitò di parlare a lungo di Paolo, sfortunato protagonista dell’alpinismo occidentale degli anni Sessanta.
Era un biondino dall’aspetto delicato, che a prima vista passava per un tipo tranquillo, persino un po’ timido. In lui si nascondevano in realtà una personalità vivace, un carattere battagliero e uno spirito pungente e polemico. Particolarmente critico, a volte sarcastico, si mostrò nei confronti dell’ambiente alpinistico torinese dell’epoca, con un accanimento che con ogni probabilità trovava ragione nel modo in cui Paolo era approdato tra gli scalatori della città della Mole. La sua famiglia era torinese, e quando lo conobbi scoprii che suo zio era un mio collega di lavoro. Paolo però era vissuto per molti anni a Milano, dove aveva compiuto gli studi e aveva iniziato ad arrampicare.

Quando si trasferì a Torino pensò che fosse sufficiente recarsi al giovedì sera nella sede del CAI per trovare subito nuovi amici con i quali andare in montagna. E invece, con grande delusione, si dovette confrontare con un giro chiuso, che non lo degnò della minima attenzione. Da trent’anni faccio parte del mondo alpinistico torinese e devo ammettere che nel nostro ambiente non è mai stato facile inserirsi. Il torinese, nell’alpinismo come in qualsiasi altra attività, è in genere portato a badare ai fatti propri e si dimostra poco aperto nei confronti di chi, nuovo e sconosciuto, cerca di stabilire dei contatti. Una volta rotto il ghiaccio, diventa tutto facile e nascono amicizie vere, ma spesso è quasi impossibile superare l’impatto con l’iniziale freddezza.
Fu così che Paolo, sentitosi respinto, per reazione assunse un atteggiamento critico e provocatorio. In una delle prime domeniche passate a Torino si recò alla Sbarua, e scorta una cordata impegnata su una breve via in artificiale si fermò sotto a commentare con frasi pungenti la scarsa abilità dei torinesi nel progredire in arrampicata artificiale.

La tetra parete nord del Greuvetta, su cui caddero nell’agosto del 1970 Paolo Armando e il suo compagno Andrea Cenerini

Si era in un periodo in cui l’arrampicata artificiale andava di moda, e superare gli strapiombi con le staffe era indice di bravura. Se non ricordo male, quella cordata era condotta da Antonio Balmamion, e poco mancò che alle battute di Paolo non facesse seguito un incontro di pugilato. Visto che l’elite alpinistica torinese non lo aveva accolto fin dall’inizio a braccia aperte, Paolo legò soprattutto con alcuni giovani all’inizio dell’attività, come Claudio Sant’Unione e Fredino Marengo, con i quali compì molte ascensioni.

Si racconta che a compagni non molto esperti più volte giocò lo scherzo del lucchetto. Questo consisteva nell’usare un lucchetto a scatto, invece del moschettone, per il collegamento della corda di cordata a un chiodo. Quando il secondo arrivava al chiodo non poteva liberare la corda dal lucchetto chiuso, per cui doveva slegarsi, sfilare la corda e rilegarsi. All’epoca fece anche notizia la vicenda della fessura Brown alla Blaitière. Paolo supera la fessura con un compagno, ma misteriosamente non completa la via e ridiscende. Ad Alberto Re (uno dei suoi bersagli preferiti), Giancarlo Grassi e Guido Machetto, a loro volta diretti alla Brown, dichiara che la fessura non è poi così difficile, ed è perfettamente attrezzata con grandi cunei. I tre provano e riprovano senza riuscire a passare. Convinti di essere stati vittime di uno dei soliti scherzi di Paolo, lo accusano di aver tolto in discesa i cunei. La risposta è canzonatoria: il problema non è il numero di cunei, ma la capacità arrampicatoria. Ne nascerà una polemica dagli interminabili strascichi. D’altronde era consuetudine di Paolo lo sminuire esageratamente il valore di una via celebre da lui percorsa.

Così si comportò dopo l’ascensione della Nord del Cervino. Allora quella salita era ancora uno spauracchio, almeno tra gli scalatori italiani, specie dopo la drammatica salita durata quattro giorni di Brignolo, Castelli, Mellano e Perego, che era costata a Peppino Castelli l’amputazione di alcune dite dei piedi quale conseguenza di un grave congelamento. Paolo ritornò affermando che in fondo si trattava di una salita di terzo grado con un po’ di neve sopra. Solo in privata sede confessò a Sant’Unione che aveva trovato ben lungo.

Sede del CAI di Sondrio, 3 gennaio 1968, dopo la 1a invernale della Nord-est del Pizzo Badile. Franco Gugiatti, il padre di Armando (di spalle), Paolo Armando, Alessandro Gogna (di spalle) e Renato Avanzini

In quegli anni stava emergendo la figura di Gian Piero Motti, verso il quale Paolo si dimostrò sempre amico. Ma non per questo Gian Piero si salvò dai suoi sarcasmi. Ripenso alla volta in cui nell’autunno del 1968 ci riuscì con altri due compagni una bella prima sulla parete di Mezzenile, in Val Grande di Lanzo. L’ascensione si rivelò interessante e difficile, densa di emozioni anche nella discesa effettuata di notte. Quando ritornammo tra gli amici a parlare di montagna, eravamo talmente entusiasti che Gian Piero definì quella nuova via come più bella e impegnativa della parete ovest dell’Aiguille Moire de Peutérey. In disparte, il commento che mi rivolse Paolo fu: «Non si fa in sette ore e in prima salita una via più difficile della Ovest della Noire…». Se Paolo amava punzecchiare i torinesi, questi non si facevano pregare nel rispondergli per le rime. Nel giugno del 1966 Peppino Castelli e Alberto Marchionni attaccano lo spigolo ovest del Becco di Valsoera, con l’intenzione di continuare direttamente lungo lo spigolo che dal termine del Perego prosegue fino in vetta al Becco. Dietro di loro sale la cordata di Paolo Armando e Fredino Marengo, che giunta alla fine della via decide di continuare a sua volta per il tratto nuovo. Paolo in un diedro si trova però in difficoltà (odiava le Dülfer) ed è perciò costretto a farsi buttare una corda dall’alto. La notizia di quella defaillance si diffuse in un lampo, e Paolo dovette sorbirsi a lungo una sfilza di battutacce.

È con grande rammarico per la sua scomparsa che ricordo questo simpatico e generoso, anche se spesso scomodo, amico. Superate le iniziali diatribe polemiche, gli eravamo tutti sinceramente affezionati e la sua morte sulla parete nord del Greuvetta provocò nel nostro ambiente un vero trauma. Se fosse vissuto, sarebbe certamente stato di grande stimolo per l’alpinismo torinese.

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Il Forquin di Paolo ultima modifica: 2019-01-30T05:04:54+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Il Forquin di Paolo”

  1. 2
    paolo says:

    A Arco quando si incontra una pianta e si fa passare una corda a destra e una a sinistra.
    Chi segue resta sempre sconcertato.
    Poi si ride bene !

  2. 1
    Alberto Benassi says:

    Si racconta che a compagni non molto esperti più volte giocò lo scherzo del lucchetto. Questo consisteva nell’usare un lucchetto a scatto, invece del moschettone, per il collegamento della corda di cordata a un chiodo. Quando il secondo arrivava al chiodo non poteva liberare la corda dal lucchetto chiuso, per cui doveva slegarsi, sfilare la corda e rilegarsi.

    questo scherzetto ai secondi di cordata sembra lo praticasse anche Mario Piotti, facendo passare direttamente la corda dentro le clessidre della roccia.

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