Il furto del nostro dio

Il furto del nostro dio
di Georg Wilhelm Friedrich Hegel
(da Reisetagebuch Hegels durch die Berner Oberalpen, 1796; edizione italiana: Diario di viaggio sulle Alpi bernesi, prefazione di Remo Bodei, traduzione di Tomaso Cavallo, Ibis, 1990)

Georg Wilhelm Friedrich Hegel
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Il primo posto in cui ci siamo imbattuti fu Hasli im Grund, che si trova in una conca verdeggiante e che è una distesa circolare di prati, da cui, attraverso una stretta apertura tra le rocce prorompe la Aar, che un tempo probabilmente, prima di trovare questa via di uscita, formava qui un lago, defluendo da un luogo più alto. A partire da qui il sentiero s’inerpica costantemente e, in parte, è assai vario. Talora attraversa abetaie, talora attraverso prati passa innanzi a delle baite. In particolare il corso della Aar, che un momento uno ha sulla destra, un altro momento sulla sinistra, offre molte belle vedute. Un’analoga varietà offrono i molti torrentelli che corrono a confluire nella Aar, talora in cascate verticali, talora rumoreggiando, talora su ripidi letti petrosi: molti di essi vanno attraversati, ma come alcune cascate nei pressi di Mairingen, al confronto di quella del Reichenbach, non vengono degnati di alcuna attenzione, o perché già si proviene da più grandiosi spettacoli di tal genere o perché si sta loro andando incontro. Spesso la Aar, che a una paurosa profondità infuria e spumeggia, lascia tra sé e le rocce solo un sentiero esilissimo che viene provvisto di rotonde barriere lignee, ma che può essere percorso da cavalli e bestie da tiro. Non lontano da Hasli im Grund si apre la Val Mühli. Dopo circa tre ore noi giungemmo a Guttannen, l’ultimo villaggio bernese, dove abbiamo pranzato con pane bianco vallese (che era alto solo due dita, a forma di dolce e molto duro), burro, miele e vino italiano. Lasciammo passare la calura maggiore con una nuova partita a l’hombre, ci rimettemmo in viaggio verso le quattro e poiché la condizione dei miei piedi continuava a peggiorare, da qui in avanti io ho fatto il viaggio sempre con scarpe vecchie.

A partire da Guttannen la strada si fa sempre più selvaggia, deserta, monotona. Da entrambi i lati non si hanno che rocce ruvide e tristi. Talora si scorgono vette coperte di neve. Il terreno, che è più piatto e a tratti forma una valle, è interamente disseminato di enormi blocchi di granito. La Aar forma alcune superbe cascate che precipitano con una forza terribile. Su di una di queste si slancia audace un ponte, passando sul quale si è completamente bagnati dall’acqua nebulizzata. Qui uno può scorgere da vicino il possente infuriare delle onde contro le rocce, chiedendosi come possano sostenere una furia simile. Da nessun’altra parte uno può farsi un concetto altrettanto puro della necessità della natura se non osservando l’eterno infuriare, privo di effetti, eppur sempre ripetuto, di un’onda lanciata contro simili rocce! E tuttavia si vede che i loro angoli acuti a poco a poco sono stati arrotondati. Inoltre si vede come la vegetazione subisca sempre più la maledizione di una natura priva di calore e di forza… Non si incontrano più abeti, ma solo cespugli deformi, muschi, un terreno rivestito di un’erba miserevole o addirittura spoglio, pochi tronchi di larici e cembri; nei dintorni crescono molte genziane. Le radici di queste piante vengono raccolte da una famiglia per distillarne liquore.

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Questa famiglia trascorre qui l’estate in completo isolamento dagli uomini ed ha costruito la propria distilleria sotto blocchi turriformi di granito, che la natura ha gettato senza scopo l’uno sull’altro, ma la cui posizione casuale gli uomini hanno saputo sfruttare. Dubito che anche il teologo più credulo oserebbe qui, su questi monti in genere, attribuire alla natura stessa di proporsi lo scopo della utilità per l’uomo, che deve invece rubarle quel poco, quella miseria che può utilizzare, che non è mai sicuro di non essere schiacciato da pietre o da valanghe durante i suoi miseri furti, mentre sottrae una manciata d’erba, o di non aver distrutta in una notte la faticosa opera delle sue mani, la sua povera capanna e la stalla delle mucche. In questi deserti solitari gli uomini colti avrebbero forse inventato tutte le altre scienze e teorie, ma difficilmente quella parte della fisico-teologia che dimostra all’orgoglio dell’uomo come la natura ha preparato ogni cosa per il suo godimento e il suo benessere; un orgoglio che al tempo stesso caratterizza la nostra epoca, in quanto trova il suo appagamento più nella rappresentazione per cui tutto è stato fatto per esso da un’entità estranea che non nella coscienza per cui è propriamente egli stesso che ha attribuito alla natura tutti questi scopi. Pure gli abitanti di questi luoghi vivono nel sentimento della loro dipendenza dalla forza della natura e ciò conferisce loro una quieta rassegnazione rispetto ai suoi scatenamenti distruttivi. Se la loro capanna è distrutta, o sepolta da una slavina, o spazzata via, ne costruiscono un’altra allo stesso posto o nei pressi. Anche se spesso su un sentiero degli uomini sono stati colpiti da una caduta di massi, continuano tranquillamente a percorrerlo, diversamente dagli abitanti delle città che solitamente trovano distrutti i propri scopi solo dalla loro stessa insipienza o dalla cattiva volontà altrui e diventano perciò intolleranti e impazienti anche quando provano infine la forza della natura e quindi hanno bisogno di conforto e lo trovano, ad esempio, nelle chiacchiere che dimostrano loro che anche una sventura può forse riuscir loro vantaggiosa, perché non possono sollevarsi al punto da abbandonare il loro utile. Esigere che rinuncino ad essere in qualche modo risarciti vorrebbe dire derubarli del loro dio.

Le gole dell’Aar nella valle del Mühli. Foto: Andreas Gerth
Switzerland. get natural. Bernese Oberland. The Aare gorge between Meiringen and Innertkirchen. Schweiz. ganz natuerlich. Berner Oberland. Die Aareschlucht zwischen Meiringen und Innertkirchen. 
 Suisse. tout naturellement. Meiringen dans la vallee du Hasli, Oberland bernois. La gorge de l'Aar entre Meiringen et Innertkirchen. Copyright by: Switzerland Tourism - By-Line: swiss-image.ch / Andreas Gerth

Più si prosegue e tanto più la Aar perde di portata. Talora abbiamo guardato l’abisso, coperto di neve, sotto cui prosegue rumoreggiando il suo corso. Una volta abbiamo camminato per oltre duecento passi su un roccione compatto, liscio, non coperto da un filo d’erba né da una zolla di terra, su cui sono state incise delle orme, profonde un dito, per le bestie da soma. E di queste ne abbiamo incontrate parecchie, insieme con i loro conducenti vallesi o italiani. Essi portano riso, vino e acquavite. Al ritorno caricano invece formaggio. Prima che giungessimo a Spital io avevo contato che, a partire da Mairingen, avevamo attraversato la Aar sette volte, negli ultimi tre casi su ponti in pietra, nei casi precedenti su ponti di legno. Quasi al tramonto giungemmo a una casa in pietra, che ha alcune stanze ed è situata in mezzo a una pietraia deserta,

triste e solitaria, selvaggia come l’ambiente che avevamo attraversato da alcune ore. Né l’occhio, né l’immaginazione su questi massi informi trovano un punto su cui quello possa sostare con piacere o quella possa trovare un’occupazione o uno spunto per il suo libero gioco. Solo il mineralogista trova materia per arrischiare avventate congetture circa le rivoluzioni di queste montagne. La ragione nel pensiero della durata di queste montagne, o nel tipo di sublimità che si ascrive loro, non trova nulla che le si imponga e le strappi stupore e meraviglia. La vista di questi massi eternamente morti a me non ha offerto altro che la monotona rappresentazione, alla lunga noiosa, del: è così.

Per note sulla vita, opere e pensiero di Hegel, vedi wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Georg_Wilhelm_Friedrich_Hegel

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Il furto del nostro dio ultima modifica: 2016-10-29T05:53:37+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Il furto del nostro dio”

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    Umberto says:

    La sua dialettica lo ha aiutato poco, se tutto ciò che è ideale deve essere reale, in quanto nulla può esistere se non è incluso in un principio superiore, la conclusione che ne avrà tratto è che può esistere qualcosa di reale che non contiene affatto il proprio contrario, in quanto la successione di blocchi di roccia che vede, e lo lasciano indifferente, non contengono una pianura.

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    Nando Zanchetta says:

    Bell’articolo! Estraggo dal testodi Hegel, quella che credo sia esperienza comune di tutti quelli che vanno in montagna “Dubito che anche il teologo più credulo oserebbe qui, su questi monti in genere, attribuire alla natura stessa di proporsi lo scopo della utilità per l’uomo.”
    Da facebook, 29 ottobre 2016 alle ore 8.55

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