Il futuro dell’arrampicata

Il futuro dell’arrampicata
Che aspetto potrebbe avere nel 2050?
di Ian Parnell
(già pubblicato su Climb n. 135, http://www.climbmagazine.com)
Traduzione © Luca Calvi

La storia
Proviamo a immaginare una serata d’estate, verso la fine degli anni ’70. Due scalatori sono seduti in cima al Gogarth, all’epoca il centro della sete inestinguibile di vie nuove dell’arrampicata britannica. Mentre il sole inizia a immergersi nel Mar d’Irlanda, gli scalatori Pat Littlejohn e Ron Fawcett si scambiano pareri e pensieri sullo stato dell’arrampicata al momento. Attorno a loro ettari ed ettari di roccia vergine, da scalare. La loro discussione verte attorno alle recenti innovazioni tecnologiche, come i friend. Le mani di Ron sono tutte piene di magnesite da ginnasti, da lui usata per migliorare la presa, pratica contro la quale Pat continua a resistere imperterrito. Ron cita allora la sua recente prima ascensione di The Cad (E6), fatta con l’uso di due spit e ne vien fuori una forte polemica: per nessuno dei due è del tutto chiaro quale sarà nel futuro il ruolo delle protezioni piazzate con il trapano.

Ian Parnell
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Il passo successivo sembra ovvio: scalate del tipo di The Cad senza alcuno spit e magari anche senza riposarsi a metà via. Cosa però ci sia dopo, oltre a quello, resta difficile da immaginare. Predire il futuro è un gioco divertente, ma problematico. Verso la fine degli anni ’70 per Ron Fawcett e Pat Littlejohn sarebbe stato possibile immaginare in qualche modo la versione moderna dell’arrampicata, quella che si godono adesso, a sessant’anni, oppure i materiali che la rendono possibile? Probabilmente no.

I livelli di punta di adesso, nel 2016, cioè E12 e 9b+, a quell’epoca sarebbero stati al di là anche della più fervida delle immaginazioni, così come lo sarebbe stato anche il fatto che la parete sulla cui cima si trovavano allora, la Gogarth, sarebbe arrivata ad essere così piena di vie da lasciare ben poco spazio sul quale tracciare nuove linee di pregio.

L’enorme quantità di scalatori sicuramente li avrebbe sorpresi e ancor più sorprendente per loro sarebbe stato il fatto che in molti preferiscono andare a scalare al coperto in palestre con pareti artificiali predisposte ad arte piuttosto che scalare su falesie, all’aperto.

Se l’arrampicata si è evoluta così tanto nelle ultime tre decadi e mezzo, quale aspetto potrà assumere nello stesso periodo di tempo a partire da adesso?? Vediamo di provare a vedere come sarà l’arrampicata nel 2050 assieme a tre degli scalatori britannici di punta.

L’arrampicata sportiva nel 2050 (di Steve McClure)
“Non c’è dubbio che nel corso degli anni l’arrampicata su roccia abbia subito massicci cambiamenti, ma a ciò si potrebbe obiettare che il cambiamento più grande ha avuto luogo grazie all’introduzione degli spit. Anche per qualcuno tale utilizzo lascia dubbi, per altri ha aperto la porta a un mondo intero. Pareti improteggibili e fortemente strapiombanti sono diventate percorribili, ma ciò che veramente ha cambiato le regole del gioco è stata la capacità di “lavorarsi” le vie e salire in redpoint spingendo al massimo il nostro potenziale fisico. Non c’è stato un inizio vero e proprio, ma nel Regno Unito a segnare l’avvio è stato Ben Moon con la sua Statement of Youth (8a), seguita dall’8c+ di Hubble nel 1990 e dalla mia Overshadow, 9a+ nel 2007. All’estero possiamo ora trovare alcune vie di 9b+ che segnano un passo avanti chiaramente immenso per gli standard. Come per tutti gli altri sport, però, i passi in avanti stanno rallentando. C’è voluto del tempo per passare dal 9a+ al 9b+.

Steve McClure
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Cosa ci riserva il futuro? Potremo continuare a spingere in avanti gli standard? Fisicamente abbiamo ancora molta strada da fare: in termini di pura forza delle dita e della loro resistenza, magari, non abbiamo molto spazio per miglioramenti, ma se parliamo di pura forza atletica di tutto il corpo stiamo solo iniziando a capire di cosa stiamo parlando, con gli arrampicatori di punta che sono ormai atleti professionisti rispetto a quegli scalatori che fanno trazioni sulla punta delle dita usando una trave di legno. C’è spazio anche dal punto di vista mentale, anche se stili di vita a ritmo veloce stanno cambiando il modo di vivere: sono sempre meno quelli di noi disposti a passare cento giorni su un progetto e di certo non sono molti quelli che vivono nei capannoni di Stoney Middleton.

Arrampicare sul 9b+ e oltre, comunque, richiederà sempre una devozione da Olimpiadi e questo nonostante tutti i progressi fatti nel campo dell’allenamento. Altro spazio per lo sviluppo dell’arrampicata sportiva arriva da un punto di vista geografico, da parecchi Paesi, soprattutto di quelli a economia emergente, come Brasile, Cina ed India.

Questo, però, potrebbe rivelarsi un punto critico, in quanto in alcune aree è già stato scalato praticamente tutto. La natura delle rocce e come le stesse si formano stanno a indicare che per gli esseri umani è possibile andare ad arrampicare praticamente ovunque. Sì, ci sono ancora spazi vuoti, ma se proviamo a vedere quanto è stato scalato nel mondo rispetto a quanto resti ancora da fare, vedremo che non è rimasto poi molto che sia di facile accesso. In Inghilterra e Galles, per esempio, sono ben poche le linee dure che rimangono da salire. Quando più andiamo verso il limite, inoltre, la linea tra il possibile e l’impossibile diventa sempre più sottile, fino al punto in cui una parete vergine non potrà essere salita in libera, in quanto per arrampicarsi su un qualsiasi posto occorre avere sempre e comunque un certo numero di appigli.

Per dare una spinta in avanti agli standard il problema sarà quello di mettere tutto questo insieme e trovare qualcuno tanto bravo da potersi dedicare a passare del tempo su una via naturale nel posto giusto. Arriveremo di sicuro al 9c e al 9c+, ma ci vorrà parecchio tempo prima che questi gradi possano consolidarsi, e oltre a questo sarà difficile trovare vie naturali su roccia e queste saranno comunque salite con forze specifiche affinate al coperto. Il primo 10a potrebbe trovarsi in mezzo al nulla, oppure potrebbe essere dato dal concatenamento di dieci altre vie, oppure ancora potrebbe essere possibile solo per un gigante da due metri e tredici con ditini che riescono a tenere il monodito chiave dopo un dyno da tre metri.

Per il 2050 non vedo la presenza di tantissime vie naturali indipendenti di 9c o più come grado, ma ci saranno concatenamenti e moltissime altre persone in grado di scalare a questi livelli.

Dove andremo a trovare il nostro 10a e oltre, invece, è indoor. Senza le limitazioni imposte dal sito, dal tempo e dalle formazioni naturali, lì potremo creare il limite dell’umanamente possibile”.

COME potremmo arrampicare nel 2050
I progressi della tecnologia sono sempre stati associati a molti passi in avanti dell’arrampicata. Le corde dinamiche hanno permesso agli scalatori di cadere senza farsi male, le punte anteriori dei ramponi hanno dimezzato i tempi di salita per le scalate su ghiaccio e le scarpette di gomma aderente hanno fornito a chiunque le abbia usate un notevole vantaggio. Grazie a queste innovazioni, oggi come oggi gli scalatori medi del XXI secolo salgono vie che per la generazione precedente erano veri e propri banchi di prova. Nel 2050 vedremo così nuove attrezzature che, unite a un nuovo approccio, permetteranno agli appassionati di scalata del 2050 di scaldarsi sugli E5 e sul IX grado.

Immagine da un evento di Coppa del Mondo a Chamonix, la porta d’accesso alla catena del Monte Bianco e luogo che per tutta la storia dell’arrampicata è sempre stato una fucina di idee. Attualmente i giovani scalatori si trovano spalla a spalla con chi fa base jumping, sci estremo, parapendio e corsa in montagna. Nel futuro da questo incontro tra talenti avremo nuove, inimmaginabili forme di arrampicata, ma saranno espresse sulla resina, al di sopra della folla oppure tra les Aiguilles con l’orizzonte come sfondo? Foto: Lukasz Warzecha
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L’alpinismo, come branca della scalata che maggiormente fa affidamento sull’attrezzatura, sarà probabilmente quello che vedrà i maggiori passi in avanti. Siamo già in presenza di abiti con riscaldamento incorporato, ma il mondo in rapido sviluppo della fibrotronica, nel quale le fibre dispongono di capacità elettroniche, potrà magari arrivare a vedere l’integrazione senza cuciture di un riscaldamento ad elettricità inserito all’interno di un indumento in materiale leggero di aspetto normalissimo. Quello stesso indumento potrà poi incorporare anche un’illuminazione propria e connettività digitale per fornire feedback relativi alla temperatura corporea o al battito cardiaco, oltre ad altre funzioni come navigazione e localizzazione, il tutto alimentato dalla possibilità di utilizzo dell’energia solare da parte del tessuto. Come massimo dell’avanguardia ci si può immaginare una tuta da arrampicata ultraleggera che potrà essere utilizzata anche come tuta di sopravvivenza, il che vorrà dire che gli Ueli Steck o le Ines Papert del futuro non avranno bisogno di sacchi a pelo per le loro ascensioni. Per la maggioranza l’alpinismo diventerà un’esperienza sicura e ben più comoda, dove problemi come i congelamenti saranno solo un ricordo del passato e la navigazione o la localizzazione per il soccorso un processo molto più semplice.

I vantaggi offerti dalle nuove tecnologie presenteranno invece nuove sfide etiche per l’arrampicata, allo stesso modo in cui Littlejohn era restio all’uso della magnesite 35 anni fa. Modifiche anche minime delle attrezzature usate per il nostro gioco possono andare a inficiare le regole. Come vedremmo i guanti in gomma adesiva, già ampiamente venduti per facilitare l’arrampicata in fessura, sviluppati nel futuro in modo tale da poter coprire tutta la mano, che magari arrivano a far sì che svasi del peggiore gritstone diventino una delle opzioni percorribili dallo scalatore medio? Con l’aderenza sui polpastrelli guanti di quel tipo potrebbero estremizzare le scalate in fessura: provate ad immaginare dynos, slanci dinamici tra un incastro e l’altro, oppure di riuscire a collegare monoditi su microrugosità appena percettibili.

Magari portando ulteriormente all’estremo il limite di quanto viene considerato “barare” potrebbe essere lo sviluppo di nuove protezioni “trad” con l’utilizzo di tecnologia sotto vuoto. I miracoli della produzione tedesca hanno già portato al “Gekkomat” 2016, che permette agli esseri umani di scalare i palazzi stile “Mission Impossible” e che riesce a sostenere fino a 250 kg. Una volta riusciti a fare il passo successivo, che consiste nell’affinare questi dispositivi per farli funzionare su superfici rocciose irregolari più la questioncina relativa a diminuire gli attuali trenta chilogrammi circa di peso, allora un fenomeno del runout di ultima generazione potrebbe riuscire a trasformare una via gallese da E9 come The Indian Face in un E5 di puro divertimento.

Ovviamente non va sottovalutato l’influsso umano sul futuro dell’arrampicata. I cambiamenti della demografia di chi partecipa alle scalate potrebbero avere un effetto significativo nello stesso modo in cui le corse su lunga distanza sono state trasformate dai corridori provenienti dall’Africa orientale, geneticamente dotati e altamente motivati a guadagnarsi i premi messi in palio per le corse in Europa Occidentale. Allo stesso modo, dunque, in aree come il Nepal o il Peru, potrebbero arrivare ad essere fissati nuovi standard per le prestazioni ad alta quota. L’eccezionale salita in velocità dell’Everest in 16 ore e 56 minuti da parte di Babu Chiri Sherpa che ha poi trascorso 21 ore sulla vetta senza ossigeno supplementare (il che rimane un record) ha indicato la via da seguire per l’alpinismo del futuro degli scalatori locali.

La diffusione di pareti da arrampicata in tutto il globo, assieme all’inclusione dell’arrampicata nelle Olimpiadi di Tokyo del 2020 basta a suggerirci che molti dei migliori scalatori al mondo nel 2050 non saranno prevalentemente bianchi di sesso maschile. Le migliori prestazioni ci arriveranno da scalatori sempre più giovani: il caso di Ashima Shiraishi che ha scalato un 9a+ e risolto boulder da 8c due anni prima di quanto abbia fatto Adam Ondra nella sua carriera di scalatore, ci porta a pensare che per il 2050 l’arrampicata possa essere uno dei primi sport per il quale i livelli di punta femminili saranno pari o forse anche superiori a quelli maschili.

DOVE potremmo scalare nel 2050
Alla fine degli anni ’80 nel Regno Unito c’erano soltanto poco più di quaranta pareti da arrampicata registrate presso il BMC. Queste erano l’evoluzione dei mattoni dei corridoi universitari degli anni ’70, ma fu soltanto il successo delle prime strutture commerciali per l’arrampicata al coperto, il Vertical World di Seattle, aperto nel 1987, e la Mile End gym di Londra, aperta nel 1989, a far partire la vera rivoluzione delle pareti da arrampicata. Nel 1996 il numero di pareti da arrampicata nel Regno Unito era quadruplicato e ad oggi si contano più di quattrocento strutture registrate presso il BMC. L’esperienza indoor rappresenta ormai una parte fondamentale dell’arrampicata per parecchie persone e questo processo è destinato a continuare nel futuro.

Entro il 2050 l’arrampicata all’aperto godrà probabilmente di interesse minore tra quelli che si considereranno “scalatori”. Nelle principali città del mondo, come Londra o New York, è già probabilmente così. L’arrampicata indoor, in particolare nelle grandi aree urbane, viene ormai vista come una prestigiosa attività fisica per tenersi in forma. Del bouldering indoor è stato detto che è “il nuovo squash”.

Nina Caprez su Orbayu (8c max, 500 m) nei Picos de Europa, Spagna. Gli enormi cambiamenti sociali nell’uguaglianza di generi, fino dagli anni ’70, sono stati riflessi anche nella posizione delle donne che arrampicano. Il numero di queste, da qui al 2050, aumenterà ancora: e il loro limite potrà uguagliare se non superare quello degli uomini. Foto: Sam Bie/Petzl
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Oggi come oggi le principali città capoluogo del Regno Unito come Bristol, Manchester e Sheffield hanno da una a quattro pareti mentre Londra ne ha una ventina. La maggior parte della clientela di questi posti ha iniziato a scalare su pareti artificiali e non si è mai avventurata all’esterno. Come spiega Paul Tworney della Climbing Academy “Direi che almeno il 90% dei nostri membri della TCA non farà mai il passo successivo e non andrà mai a scalare in ambiente. Per molti è soltanto un sostitutivo di un altro tipo esercizio regolare come potrebbero essere la piscina o la palestra. Per la maggior parte di queste persone l’arrampicata non sarà mai una questione di avventura. Si divertono, però, e traggono beneficio da parecchi altri aspetti positivi, come il movimento, l’interazione sociale ed il processo di miglioramento ottenuto attraverso abilità apprese ed una forma fisica aumentata”.

Nel futuro l’arrampicata indoor andrà prendendo sempre più le distanze da uno stile che mima le falesie all’aperto e andrà sviluppando un genere proprio. Possiamo già osservare come questo processo stia avvenendo nei problemi ultra-dinamici che utilizzano grandi strutture multiple in voga nelle competizioni di boulder ad alto livello: questo non è un tipo di arrampicata che si può fare all’aperto, in ambiente, per il semplice motivo che la geologia non produce forme di quel tipo.

L’influsso della pratica ginnica del parkour (spesso abbreviato in PK, il parkour è una disciplina metropolitana nata in Francia agli inizi degli anni ‘90. Consiste nell’eseguire un percorso, superando qualsiasi genere di ostacolo vi sia presente, con la maggior efficienza di movimento possibile, adattando il proprio corpo all’ambiente circostante, naturale o urbano, attraverso volteggi, salti, equilibrio, scalate, arrampicate, ecc., NdR, da wikipedia) si è già fatta sentire col risultato che i problemi su appigli piccoli e sfuggenti sono stati abbandonati per le gare di Coppa del Mondo in favore di grandi volumi che richiedono compressione o movimenti dinamici e la maggior parte delle gare finali adesso includono almeno un problema di coordinazione tipo “corsa senza mani”. La maggior parte delle pareti da boulder attuali segue questa tendenza e con la parete Stuntwerk dell’attuale allenatore della squadra tedesca Udo Neumann a Colonia viene spostata sempre più in alto per tutti i suoi utenti l’avanguardistica asticella della tracciatura di problemi in stile parkour.

Il capo-tracciatore Niklas Wiechmann descrive i problemi di boulder come “enigmi di movimento, risolti al meglio con mosse creative e senza usare troppo la forza bruta. Serve fluidità e lasciarsi un po’ andare”.

Questo elemento ludico sposta l’arrampicata distante dal fulcro tradizionale del raggiungere la vetta e si riflette al meglio nelle recenti pareti Clip’n Climb che ricordano più il reparto pasticceria di Willy Wonka che una falesia. Nello stesso modo in cui le moderne strutture delle piscine vanno a prendere divertimenti con navi dei pirati, generatori di onde e toboga, le pareti del futuro non andranno più a fare il verso all’esperienza in ambiente e si creeranno invece i propri mondi verticali con salti collegati, sfide contro ostacoli e strutture semoventi.

Mentre la maggior parte di questa evoluzione sarà rivolta all’utente generico, le pareti potranno comunque crescere in termini di importanza per il progresso del gruppo di punta dell’arrampicata. Visto che le falesie naturali sono sempre più ricoperte dall’intersecarsi di linee, trovare vie nuove, dure e di buona qualità in ambiente sarà presto un proposito ancor più difficile. Per i futuri problemi di boulder da 9A e per le vie di 10a sarà difficile per la natura riuscire a provvedere a tutto ciò che serve per avere la perfetta combinazione di movimenti. Con banchi di prova così vicini ai limiti umani, una delle sfide più grandi per gli aspiranti scalatori sarà trovarsi nelle giuste condizioni per scalarli. Le pareti al coperto saranno in grado di fornire temperatura ottimale e controllo dell’umidità, quindi forse le scalate di ultima generazione nel 2050 saranno creazioni approvate dall’IFSC (Federazione Internazionale di Arrampicata Sportiva) e riprodotte in tutte le più importanti strutture per l’arrampicata al coperto del mondo. Oppure così come oggi gli scalatori vanno in pellegrinaggio a Oliana per andare a cimentarsi contro le leggendarie vie di Chris Sharma, nel 2050 gli scalatori andranno nel Regno Unito per provare il “Caledonian Countdown”, una maratona a testa in giù da cento metri sul soffitto della Ratho Wall, per poi fare un salto a Sheffield a provare “The Wave”, una creazione su resina da sette movimenti che ha resistito per più di un decennio ai migliori al mondo.

A dare il cambio all’evidente nube all’orizzonte dell’arrampicata in ambiente sono i modelli meteorologici prodotti dai cambiamenti climatici. Le proiezioni per la tarda seconda metà del XXI secolo a cura del Programma Impatto Climatico Britannico presso l’Università di Oxford lasciano presagire che le estati e gli autunni nel Regno Unito saranno notevolmente più caldi. Le piogge potrebbero aumentare del 10-20%, ma le nevicate potrebbero diminuire del 60% in Scozia e del 90% nel resto del Regno. Questi cambiamenti potrebbero portare alla scomparsa delle scalate invernali in Inghilterra e in Galles. Gli effetti negativi dei cambiamenti climatici si sono già fatti sentire in aree più distanti, come nella catena del Monte Bianco, dove il ghiacciaio della Mer de Glace si è già ritirato di 500 m in un periodo di osservazione di 14 anni, dove il permafrost su vette come i Dru si sta sciogliendo e intere sezioni della montagna si stanno disintegrando in frequenti e colossali crolli.

I cambiamenti climatici, tuttavia, non avranno effetti lineari. In mezzo al tempo in continua evoluzione alcune aree potrebbero vedere nel futuro quantità maggiori di neve, come è stato osservato nel Karakorum, dove attualmente precipitazioni nevose più copiose stanno favorendo la crescita dei ghiacciai a differenza di altre regioni dell’Asia dove invece stanno riducendosi.

Nel 2050 gli scalatori si dovranno adattare a tali cambiamenti per scegliere dove andare a scalare. Se anche ci potrà essere una qualche nostalgia per le Alpi che andranno a pezzi, o per le falesie della Spagna meridionale insopportabilmente calde, ci saranno nuove aree che verranno scoperte in Norvegia, grazie ad estati più calde e più asciutte. Le guglie di granito della Patagonia, poi, grazie al fatto che i funghi di neve delle cime si saranno completamente sciolti, potrebbero essere le preferite per gli scalatori su roccia in cerca di avventura nel 2050.

Hazel Findlay
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L’arrampicata sportiva nel 2050 (di Hazel Findlay)
Se la situazione globale continuerà ad essere quella di adesso è probabile che le tendenze attuali per l’arrampicata vadano avanti. Queste tendenze comprendono l’utilizzo crescente della tecnologia per le scalate, l’utilizzo sempre maggiore di palestre d’arrampicata, la partecipazione sempre maggiore all’arrampicata sportiva e al bouldering piuttosto che all’arrampicata tradizionale, quantità sempre maggiori di donne che scalano e diversità razziale maggiore tra gli scalatori. Io, tuttavia, sono dell’idea che con il disastro dei cambiamenti climatici sempre più vicino, con le potenziali crisi economiche ed energetiche e con la conseguente possibilità di avere guerre per le risorse, potremmo dover assistere a una storia del tutto differente. Attualmente le persone che vivono nel mondo del benessere, quindi inclusi voi e me, godono della possibilità di avere tempo libero e soldi per andare a scalare. La maggior parte delle persone nel mondo in via di sviluppo non ha questa possibilità, ma magari non dovrà per forza essere sempre così.

Se il mondo del benessere dovesse patire una riduzione significativa degli standard di vita nei prossimi 30 anni l’arrampicata tenderebbe ad andare in declino piuttosto che a crescere, visto che la gente andrebbe a concentrarsi sui propri bisogni primari piuttosto che su attività di svago. Ci sarebbero comunque poche persone che metterebbero comunque le scalate davanti a qualsiasi altra cosa. I produttori di attrezzature per l’arrampicata farebbero fatica a sopravvivere in simili condizioni e quindi sarebbe più difficile riuscire ad avere corde e materiale. Questo vorrebbe dire che la maggior parte delle scalate assumerebbe l’aspetto di scalate in free solo, e magari per buona parte a piedi nudi. Per poter essere sicure le persone che si dedicano alle scalate a tempo pieno andrebbero a formare associazioni e a proteggersi l’un l’altro. Per sfuggire ai pericoli delle città ormai senza più regole questi gruppi di scalatori disertori andrebbero a cercarsi remote aree nascoste e tenterebbero di vivere di ciò che la terra offre. In un mondo così desolato una attività come l’arrampicata, semplice, autogestita e libera, potrebbe diventare un fattore motivazionale potentissimo per la sopravvivenza di base“.

Un climber in gara durante un evento dimostrativo tenutosi ai Giochi Olimpici Invernali di Sochi nel 2014, parte del grande sforzo lobbistico delle autorità dell’arrampicata per poter entrare a far parte delle Olimpiadi. Foto: Lukasz Warzecha
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PERCHE’ potremmo scalare nel 2050
Mi trovo a scrivere questo pezzo quando ancora non si sono assopiti i bagliori di quello straordinario spettacolo di sport, di commercio e di politica delle Olimpiadi di Rio 2016. I prossimi Giochi Olimpici si terranno nel 2020 a Tokyo, in Giappone e comprenderanno tra i sei nuovi sport anche l’arrampicata. Quali siano – sempre che ci siano – gli effetti che avrà l’inclusione all’interno dei Giochi Olimpici per la base degli scalatori non è ancora del tutto chiaro. Ciò che è evidente è che si tratta di un’enorme opportunità di far soldi per aziende ed organizzazioni legate all’arrampicata. Durante le Olimpiadi di Rio il rugby a sette è stato incluso per la prima volta. Il suo successo non è stato misurato soltanto dal risultato, degno del sogno di un narratore, che ha visto le Fiji vincere la loro prima medaglia d’oro alle Olimpiadi, ma dal fatto che l’hashtag “rugby a sette” è stato usato sui social media per ben 550 milioni di volte. In termini di marketing ognuno di quelli è una potenziale opportunità di vendita.

Non sono solo gli affari che andranno a combattere per la fortuna olimpica dell’arrampicata, bensì anche gli enti organizzatori. Come anche Russia e Cina, il governo britannico ha puntato molto sul prestigio del medagliere. A partire dagli ultimi giochi di Londra, per ciascuna delle 67 medaglie vinte a Rio, UK Sport ha investito 4,1 milioni di sterline. A giudicare da come stanno andando le competizioni, almeno per le gare femminili, l’arrampicata potrebbe riservare buone sorprese nella competizione per le medaglie d’oro.

Anche se sono stati negati diretti collegamenti, il cambiamento del nome, proposto di recente, da BMC in Climb Britain rispecchia con quale delle organizzazioni UK Sport abbia piacere di fare affari. Gli enti di rappresentanza internazionali si sono già suddivisi in enti in competizione e per il 2050 ci sono ottime possibilità che gli scalatori britannici si trovino ad avere una possibilità di poter scegliere da chi farsi rappresentare.

Vale la pena, tuttavia, soffermarsi un attimo per considerare i costi di questo processo. L’arrampicata è stata scelta assieme ad altri sport come il surf o lo skate boarding per ampliare gli spazi di mercato per pubblicità remunerative e per i media partner del Comitato Internazionale Olimpico.

Il presidente del CIO, Thomas Bach, ha descritto il ragionamento che è stato fatto su questi nuovi sport in questi termini: “Con tutte le opzioni che hanno di fronte i giovani non ci dobbiamo più aspettare che siano loro a venire da noi automaticamente. Siamo noi a dover andare da loro”.

Nonostante sia una “organizzazione senza fini di lucro” il CIO è un grande business in sé, capace di guadagnare 4 miliardi di dollari dagli introiti provenienti dai Giochi di Rio e come partner commerciale ama far sentire il proprio peso. Di solito gli sport adottati dai Giochi Olimpici sono tenuti ad adeguare il proprio gioco per far sì che sia attraente per il Comitato Olimpico. Anche per l’arrampicata, quindi, le tradizioni non hanno poi chissà qual peso. Ciò significa che a Tokyo 2020 gli scalatori si troveranno a gareggiare in un triathlon di bouldering, lead e speed, una bizzarra combinazione che Chris Sharma ha già definito “una gran vergogna” e con Adam Ondra che si sente sufficientemente forte da lasciar intendere che potrebbe boicottare l’evento su due piedi. Una critica così feroce da parte di due tra i migliori scalatori al mondo non lascia ben sperare per la competizione olimpica.

Per molti aspetti la britannica Shauna Coxsey, campionessa del mondo di bouldering è all’avanguardia nei recenti cambiamenti dell’arrampicata, sia come partecipante alla rivoluzione di genere che come concorrente in gara per essere tra i primi a gareggiare per l’arrampicata alle Olimpiadi nel 2020. Assieme alla sua compagna di allenamento Leah Crane, Shauna ha già fatto sue le competenze, le abilità ginniche ed il pathos dei circensi per i suoi esperimenti motori. Foto: Lukasz Warzecha
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Molti, peraltro, sono quelli che hanno sensazioni più positive, come la campionessa di Coppa del Mondo di Bouldering Shauna Coxsey, che sta valutando l’allenamento extra necessario per le categorie speed e lead. “Se decido di andare a gareggiare ai Giochi Olimpici” – ha detto – “sarà una sfida, ma io amo le sfide. Per le nuove generazioni a venire le Olimpiadi aiuteranno l’arrampicata a raggiungere un pubblico più vasto e a ottenere più sponsorizzazioni”.

Per certi versi i Giochi Olimpici potrebbero avere per l’arrampicata al chiuso lo stesso significato che ha l’Everest per il mondo dell’alpinismo, visto dal grande pubblico come l’apice massimo dello sport, mentre in realtà rimane null’altro che un derivato dell’alpinismo tradizionale, surreale e piuttosto finanziarizzato.

E’ risaputo che per essere i migliori occorre iniziare presto: Adam Ondra scalava sull’8a quando aveva nove anni e seppur abbia iniziato a partecipare a competizioni indoor fin da giovanissimo, la sua leggendaria affinità con la roccia è dovuta per la maggior parte all’enorme quantità di scalate in ambiente da lui iniziate fin da ragazzino. Per la nuova generazione dei giovani aspiranti alle Olimpiadi questo non potrà più essere solo un’opzione: una boulderista di massimo livello come Shauna Coxsey è già al punto di allenarsi 40 ore alla settimana e se a ciò andiamo ad aggiungere l’ulteriore carico di lavoro necessario per eccellere anche nelle altre due discipline risulta oltremodo evidente che chi aspira a partecipare alle Olimpiadi molto semplicemente non avrà tempo per andare ad arrampicare in ambiente.

Ovviamente è già acceso il dibattito se l’inclusione dell’arrampicata tra i Giochi Olimpici possa in futuro far sì che tutti i migliori scalatori al mondo vadano a dedicarsi alla sola arrampicata indoor. Le sovvenzioni che stanno dietro agli ori di Rio erano chiaramente dirette al solo manipolo di atleti di punta, mentre gli atleti non medagliati rimanevano spesso fuori dai programmi. Anche se magari ci potrà essere un qualche effetto di miglioramento a cascata per le strutture di base per l’allenamento e per le conoscenze sui metodi di preparazione, in quei programmi sull’élite viene posta un’attenzione davvero spietata. I finanziamenti che stanno dietro alle 67 medaglie di Rio sono di poco superiori al totale annuo elargito dal governo del Regno Unito per tutti e quindici i nostri Parchi Nazionali e per i loro 175 milioni di visite annuali stimate. Questa può essere un’interessante riflessione su quanto venga valutato maggiormente nella nostra società.

I livelli dell’obesità nel Regno unito durante gli ultimi trent’anni si sono triplicati e le previsioni dicono che entro il 2050 più di metà della popolazione britannica potrebbe essere obesa. Entro il 2050 le epidemie nel regno Unito costringeranno di certo il nostro governo a riconsiderare le proprie priorità, soprattutto in vista del fatto che il valore delle attività all’aperto per il mantenimento di una buona salute fisica e mentale è ampiamente noto e documentato.

Per alcuni versi l’abbandono delle esperienze di attività fisica all’aperto da parte del grande pubblico potrebbe vedere valori che sono stati il fulcro dell’arrampicata per secoli, ovvero libertà di gioco e avventura, valorizzati proprio dalla loro sempre maggiore scarsità.

La straordinaria proliferazione di misure ultraprotettive, dalle direttive su salute e sicurezza degli ultimi decenni fino al movimento in aree sicure all’interno dei campus universitari all’Ovest, rispecchia un mondo sempre più governato dalla paura dell’ignoto. In futuro ci saranno altri tentativi di imporre regole, di strumentalizzare e di tracciare digitalmente o di “esaltare” quanto noi scalatori andiamo facendo. Eppure, allo stesso tempo, la capacità tradizionale dell’arrampicata di fungere da antidoto alle pressioni della società potrebbe nel 2050 essere ancora più potente. Rocce e montagne dove andiamo a divertirci sono parecchio difficili da gestire e da contenere e quel loro carattere essenzialmente selvaggio resterà tale anche fino e ben oltre il XXI secolo. E dato che le sfide che offrano rischio ed assenza di regole e vincoli commerciali sono merce sempre più rara, il valore delle esperienze all’aria aperta nel 2050 potrebbe essere decisamente maggiore di quanto possa esserlo ora.

La natura “controculturale” tipica dell’arrampicata offre anche le possibilità più eccitanti per i passi in avanti del futuro. Passi che avranno luogo, grazie a singoli momenti di particolare luminosità dovuti a individui eccezionali. Potrebbe trattarsi di cani sciolti non irreggimentati dalle norme del nostro sport, come Johnny Dawes, le cui vie visionarie hanno trasformato gli standard dell’arrampicata trad negli anni ’80 e i cui esperimenti con sequenze di movimenti dinamici hanno anticipato molti dei cambiamenti dell’arrampicata moderna. Simili passi in avanti potrebbero però arrivare anche da alcuni atleti eccezionali o da artisti che arrivano all’arrampicata dall’esterno e il cui pensiero libero e privo di condizionamenti permette loro di guardare con occhi nuovi alle sfide che l’arrampicata potrebbe offrire loro. Il campione di corsa in montagna, Kilian Jornet, che ha cercato di stabilire un record di velocità sulla parete nord dell’Everest è dotato di una forma fisica a livello olimpionico, di una sete di esplorazione insaziabile e di nuova tecnologia sotto forma di scarpe da running alle quali è possibile aggiungere strati esterni con l’aumentare della quota. A domande relative al dove, al come e al perché andiamo ad arrampicare, per persone come Kilian Jornet, spettano risposte libere da qualsiasi vincolo imposto da preconcetti relativi a cosa debba essere l’arrampicata. Senza i limiti attuali relativi a ciò che si a possibile o meno, queste “mosche bianche pensatrici” rimodelleranno l’arrampicata in modi che vanno al di là non solo dell’immaginazione di Fawcett e Littlejohn negli anni ’70, ma ben al di là di quella che è la nostra attuale comprensione.

Dan Varian
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Il bouldering nel 2050 (di Dan Varian)
Per il 2050 gli allenamenti avranno raggiunto livelli eccelsi e si saranno specializzati in zone. Stiamo già andando in quella direzione e parte di quelli che adesso sono misteri potranno essere risolti con video esplicativi delle soluzioni per ciascun tipo di problema, così non sarà necessario star lì a spaccarsi troppo la testa (questo sta già avvenendo e molti risparmiano tempo, ma contemporaneamente si privano di un certo senso di appagamento). Non ci saranno nuove strutture rocciose che spunteranno così, dal nulla, quindi ci potranno essere grossi sforzi dedicati a linee che soltanto persone dotate di un certo tipo di fisico potranno scalare. Riesco anche a intravvedere nel futuro una sorta di cultura del “faccio tutto”. Tanto per capirci, quando salire un 8C a Font (Fontainebleau, NdR) non sarà nulla più che un buon risultato, sarà necessario fare centinaia di 8 in una qualche area per poter riuscire a portare a casa la pagnotta. Un passo avanti potrebbe consistere nel riuscire a chiudere tutte le vie dure della propria area, cosa non ancora avvenuta in Gran Bretagna o all’estero. Ognuno di noi ha la sua bestia nera, una via “nemesi” della quale non riesce a venire a capo. Ecco, dal mio punto di vista il vero progresso futuro per tutti noi consisterà nel riuscire a chiudere proprio quelle vie. In tutto il mondo la roccia è più che sufficiente ad alimentare l’arrampicata ancora per trent’anni o più, ma ciò che resterà da vedere è se per i climber girare il mondo sarà o meno qualcosa di troppo costoso o comunque sostenibile dal punto di vista ambientale“.

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Il futuro dell’arrampicata ultima modifica: 2017-01-19T04:57:25+02:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Il futuro dell’arrampicata”

  1. 5
    Paolo Panzeri says:

    Forse, ma dico forse, il futuro dell’arrampicata è scalare sempre meglio, ma in tanti!
    E quindi è un hasino fra gli appassionati da risolvere fra gli appassionati. 🙂

    Appassionati=quelli che scalano in maniera decente

  2. 4
    a says:

    Il futuro è scendere dalla parete a testa in giù appoggiandosi sulle mani

  3. 3
    Giovanni Massari says:

    Con l’ingresso delle gare nel circuito olimpico è stata definitamente sdoganato un modello di arrampicata prettamente agonistico; di fatto per un giovane ora la massima aspirazione è vincere una medaglia olimpica e quindi tutte le migliori energie sono e saranno spese in quella direzione.
    Se prima le punte di diamante dell’attività erano proiettate verso la ricerca di nuovi confini su roccia naturale ora essa sarà il banco di prova delle varie tipologie di arrampicatori che, a seconda di età e scelte personali, vi troveranno gesto atletico, esplorazione, diporto, introspezione, contatto con la natura quando però le vere sfide saranno altrove (credo ormai sia fuori discussione la superiorità tecnica degli atleti che competono nel circuito agonistico).
    La ricerca dell’estremo su roccia sarà riservata ad atleti lontano dal periodo gara o che avendo finito il loro percorso agonistico metteranno a frutto le competenze atletiche acquisite in performance sempre più strabilianti (sul monitoro, sui blocchi e sulle multipitch) ma che saranno comunque una “seconda scelta” o un modo per mantenere notorietà e sponsor dal momento che una bella linea su roccia assicura comunque una certa “immortalità “.
    Naturalmente ci saranno lodevoli eccezioni di arrampicatori anticonformisti che rivendicando l’arrampicata come “alternativa” si produrranno in irresistibili free solo ed imprese rischiose diventando iconici ma sempre più distanti…
    Per me questo sarà il futuro: lontano dalla “visione” che mi ha spinto verso l’arrampicata ma molto “libero” per chi saprà fare scelte personali non stereotipate.

  4. 2
    GIANDO says:

    Bella Paolo 🙂
    Comunque, diversi anni fa, lessi un articolo in cui si parlava dell’homo ludens. Premesso che Homo ludens è un libro scritto nel lontano 1938 in cui viene analizzato il gioco come parte integrante di ogni cultura, nell’articolo in questione si evidenziava come lo sviluppo della tecnologia avrebbe portato l’essere umano a dare sempre più spazio alle esperienze ludiche trasformando il mondo in un enorme parco giochi (riguardo a ciò ricordo pure una puntata di Star Trek).
    Spesso utilizziamo le parole “parco giochi” con riferimento alle montagne e più in generale all’ambiente naturale, e le utilizziamo dandogli un significato negativo.
    Ora, senza voler fare del moralismo e senza voler dimostrare un’eccessiva apertura verso i cambiamenti, credo sia fondamentale cercare di riempire di contenuti le cose che si fanno. In caso contrario l’appiattimento, soprattutto mentale, è dietro l’angolo.
    In un recente commento ad uno scritto di Motti ho detto o lasciato intendere che la vera grandezza di Gian Piero è stata l’aver fornito dei contenuti ad un movimento che molto probabilmente non voleva nemmeno essere tale. Oggi molti degli “anziani” ricordano con nostalgia il Nuovo Mattino ma forse dimenticano che quest’ultimo è stato in realtà un’invenzione di Gian Piero Motti o, per meglio dire, un’intuizione. Senza di lui ci sarebbero stati dei cambiamenti che, per quanto epocali, sarebbero passati in sordina. Ad un certo punto si sarebbe preso atto che il mondo dell’arrampicata stava andando in una certa direzione e ci si sarebbe adeguati ma nulla più.
    Quello che voglio dire è che il corso degli eventi non può essere fermato, al massimo può essere rallentato e nella storia ci hanno provato in parecchi, scatenando guerre, crisi economiche, imponendo usi e costumi. Inoltre ci ha pensato la natura con terremoti, maremoti, eruzioni vulcaniche, ecc.. Ma nonostante tutto le cose sono andate avanti perché il mondo, o meglio l’universo, è un qualcosa di dinamico in costante movimento.
    Un articolo come quello in oggetto può scatenare diverse reazioni. Gli anziani come me diranno molto probabilmente che si stava meglio prima perchè l’avventura bla bla bla, i giovani che gi anziani non capiscono niente. Da questo punto di vista la storia è un po’ ripetitiva. In realtà il “si stava meglio” o il “si stava peggio” dipende in larga misura dai contenuti che vengono attribuiti a ciò che si fa.
    Tutti siamo più o meno in grado di comprendere il diverso livello dei contenuti, la leggerezza o la profondità degli stessi. Pertanto, se mai esisterà l’homo ludens, la vera sfida per lui sarà quella di riempire di contenuti la sua esistenza perché o prima o poi impariamo tutto ciò che c’è da sapere su chi siamo, dove andiamo e dove stiamo andando, tradotto in parole semplici “cos’è la vita e cos’è la morte”, oppure tutto diventa mero stordimento per riempire un lasso di tempo a cui non riusciamo a dare significato alcuno.

  5. 1
    paolo panzeri says:

    Magari fra 30 anni gli studi sui gravitoni permetteranno a chi arrampica di avere a disposizione una cintura antigravitazionale e quindi si potrà regolare il proprio peso.

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