Il gatto della Grigna

Prendendo spunto dalla mostra dedicata a Giovanni Gandin Gandini nell’ambito della quinta edizione di Monti Sorgenti (18-31 maggio 2015), Matteo Manente, Donato Erba e Angelo Faccinetto riscoprono la figura di uno dei pionieri dell’alpinismo lecchese, analizzando la parte più spiccatamente alpinistica della sua vita spesa sempre a favore della montagna in tutti i suoi molteplici aspetti, prima come scalatore e poi come soccorritore e guida alpina.
Da osservare che il cognome Gandini è stato spesso sostituito dal soprannome, el Gandin.

Gandin in Grignetta, con Alberto I, re dei Belgi, sulla Cresta Segantini, primi anni Trenta.

Il gatto della Grigna
(Giovanni Gandin, un pioniere dell’alpinismo lecchese)
di Matteo Manente
(pubblicato sul Notiziario del CAI Lecco, n° 2, 2015)
Dove non diversamente indicato le foto appartengono all’Archivio eredi Gandin.

Un breve profilo alpinistico
Sebbene non fosse originario di Lecco, Giovanni Gandin è stato senza dubbio uno dei pionieri dell’alpinismo lecchese nonché uno dei massimi conoscitori della Grignetta a partire già dalla fine degli anni ‘20. Nato a Zogno, in Val Brembana, il 23 novembre 1904, Gandin si trasferì nel capoluogo manzoniano per esigenze lavorative della famiglia: qui trovò un’occupazione come meccanico, ma ben presto si dedicò alla pratica d’arrampicata e più in generale alla passione per la montagna dimostrando fin da subito le proprie qualità di scalatore forte e tenace. Numerose sono le vie aperte da Gandin tra le pareti e i pinnacoli della Grignetta: un’attività intrapresa senza sosta dal 1926 fino allo scoppio della seconda guerra mondiale per poi riprendere seppur meno intensamente al termine del conflitto. Proprio la passione dimostrata sulle rocce della Grignetta gli valse l’appellativo di ‘Gatto della Grigna’, soprannome che compare a metà degli anni ‘30 in un articolo firmato da una cliente accompagnata per l’occasione da Gandin sull’Ago Teresita. Proseguendo in questo breve profilo alpinistico, tra il 1935 e il 1957 Gandin fu custode del rifugio Pialeral nell’omonima località sopra Pasturo, mansione che portò avanti di pari passo alle azioni di soccorso compiute con il Gruppo Guide e Portatori Giuseppe Cazzaniga. Proprio una di queste operazioni, effettuata nel dicembre 1931 sulla Parete Fasana valse a Gandin diversi riconoscimenti ufficiali, tra cui il brevetto di guida alpina la medaglia di bronzo al Valor Civile e la medaglia d’oro dei CAI Lecco. Conclusa nel 1957 l’esperienza da rifugista in Pialeral condotta in collaborazione con la moglie Beatrice Costadoni di Pasturo, gestisce per alcuni anni un piccolo negozio di vino in piazza XX Settembre nel cuore cittadino di Lecco. Morto improvvisamente il 21 dicembre 1971 all’età di sessantasette anni, Gandin è sepolto nel cimitero di Pasturo. Il 30 novembre 2007 è deceduta anche la signora Beatrice Trezzi Costadoni (conosciuta come signora Bice), vedova di Giovanni.

Apertura dell’articolo originale a resoconto dell’impresa sul Torrione del Cinquantenario. Questo racconto è leggibile qui.

Le prime ascensioni (1926-1929)
Le vie tracciate da Gandin sulle guglie e sulle torri della Grigna sono tuttora valide e fanno testo fra le più classiche”: le parole apparse su un articolo del Notiziario SEL (Società Escursionisti Lecchesi) in occasione della morte di Gandin testimoniano quanto l’alpinista con le sue scalate abbia legato in modo indelebile il proprio nome alla Grignetta. Alcune di queste imprese sono state raccontate dallo stesso Gandin tramite articoli o relazioni sul Notiziario SEL, come nel caso della prima ascensione assoluta dello spigolo nord-est della Civetta realizzata il 20 giugno 1926 insieme a Giuseppe Perego e Rinaldo Ponzini.

La mattina del 20 giugno partiamo dalla Capanna ai Roccoli Resinelli e sebbene il peso dei sacchi ci abbia resa assai dura la salita siamo alla base della punta in meno di due ore. Un breve spuntino e compiamo una minuta indagine in cerca di una possibile via di salita. Dalle pareti nord-ovest e sud-est non c’è nulla da sperare! Meno arcigno, pur essendo verticale e presentando verso la base un grande strapiombo, è lo spigolo nord-est”.

Sempre sul finire degli anni Venti Giovanni Gandin, Pierino Vitali e Giuseppe Riva si resero protagonisti della prima ascensione dal versante nord dell’Ago Teresita raggiunto dal Torrione Clerici e salito il 25 agosto 1929.

Raggiunta la vetta del Clerici per le facili rocce del versante orientale caliamo rapidamente a corda doppia sullo sperone. La velocissima discesa ci porta al minuscolo intaglio dove troviamo numerose tracce di cordate precedenti. Subito abbiamo una viva sensazione delle difficoltà che ci attendono: lo spigolo si drizza audace col suo sistema di pareti d’una levigatezza poco allettante. Gandin, che tenne sempre il posto di capocordata con quella abilità che gli è incontrastata s’appresta a cimentarsi colle prime asperità. Seguiamo il suo avanzare dal movimento della corda e dalla caduta dei sassi che si fa sempre più vicina a noi. Poi un grido ci annuncia la vittoria“.

Le ascensioni continuano
All’inizio degli anni Trenta del Novecento i rocciatori più forti si trovarono a fare i conti con nuovi limiti da superare nello sviluppo dell’alpinismo moderno: tra i tanti protagonisti d quegli anni vi fu anche Giovanni Gandin.

Il 6 settembre 1931, accompagnato da Renzo Galbiati ed Eros Bonaiti, Gandin compì la prima ascensione del Torrione Magnaghi Centrale, salito lungo la parete sud-Est: da allora, il nuovo itinerario fu denominato Via Eros. La relazione a firma dello stesso Gandin fu pubblicata sul Notiziario SEL del novembre 1931, con una descrizione puntuale e precisa che non tralasciava alcun dettaglio: “L’ascensione è di grado difficile: richiede la praticità di un rocciatore bene agguerrito. Non è necessario mettere altri chiodi per superare l’ascensione. Assolutamente necessaria è la corda di sicurezza con un buon molettone (riteniamo intenda “moschettone”, NdR). E’ bene che la cordata non sia composta di più di tre persone”.

L’anno successivo fu la volta della parete sud del Torrione del Cinquantenario, salita da Gandin il 27 giugno 1932 con Renzo Galbiati e Vittorio Gerli. Nell’ottobre del 1932 l’impresa fu raccontata ancora una volta sulle pagine del Notiziario SEL: “Un tentativo lo facemmo lo scorso anno… avemmo subito la percezione delle difficoltà che ci attendevano… Gandin, scopritore e animatore dell’impresa, attacca con la consueta abilità che tante belle vittorie gli fruttò sulla montagna. Ascensione da porsi tra le più difficili e più faticose della Grigna, sia per le difficoltà tecniche incontrate, sia per la assoluta verticalità ed esposizione della roccia per gran parte della scalata…”.

A queste due salite si aggiunsero anche la prima ascensione assoluta della Punta Lilliana, realizzata il 10 settembre 1932 da Gandin assieme ad Antonio Polari e Leopoldo Guidi, e la Piramide Casati lungo lo spigolo sud-ovest, salito in data 1 ottobre 1933 con Ugo di Vallepiana.

Verso i limiti del possibile
Nel descrivere l’attività alpinistica di Giovanni Gandin una nota a parte meritano le traversate aeree compiute dallo scalatore tra le guglie della Grignetta. La prima risale al 21 giugno 1931, quando Gandin in compagnia di Renzo Galbiati, Pierino Vitali e Tina Galanti, traversò dall’Ago Teresita alla Guglia Angelina: l’impresa fu raccontata da Tina Galanti – colei che soprannominò Gandin ‘Gatto della Grigna’ – in un’appassionata relazione sul Notiziario SEL di agosto-settembre 1931: “Dal Teresita Gandin tenta una, due, tre volte di lanciare all’Angelina il dischetto con la funicella. Il dischetto supera la distanza ma il vento lo sposta. Abbandoniamo l’idea del dischetto e facciamo calare in Val Tesa, dai compagni dell’Angelina, la corda che servirà per l’attraversata aerea. E’ questa un’operazione non tanto facile. Finalmente la corda è arrivata al Teresita. Le ultime manovre per assicurarla e poi la teleferica e pronta. Un saluto, e il primo parte. Gambe incrociate sulla corda e olio alle braccia. Un po’ di trepidazione da ambo le parti. Eureka! E’ arrivato!”.

Poche settimane dopo – era il 5 luglio 1931 – gli stessi rocciatori assieme a Gandin compirono una seconda traversata, dalla Lancia al Fungo: “In breve le due comitive sono in vetta alle rispettive cuspidi (Lancia e Fungo) e con difficili manovre, seguendo il medesimo sistema già adottato per l’attraversata dal Teresita all’Angelina, vengono tirate le corde fra vetta e vetta. Ci sembrava lunghissima la traversata dal Teresita all’Angelina che raggiungeva i ventotto metri, ma questa la supera di non poco! E’ un po’ faticoso volare con la forza dei muscoli, ma e così emozionante!”.

Gandin e il Gruppo Guide e Portatori
Nel 1927, per onorare la memoria del socio Giuseppe Cazzaniga, all’interno della SEL venne fondato il Gruppo Guide e Portatori delle Prealpi Lecchesi ‘Giuseppe Cazzaniga’: l’obiettivo era quello di “addestrare elementi idonei ad accorrere nelle tristi contingenze e per accompagnare gli escursionisti sulle nostre montagne”. Il Gruppo funzionò egregiamente e lo stesso Gandin, a partire dal 25 ottobre 1927, vi fece parte prima come semplice portatore e poi, dal 1930, come guida. Tutti i membri del gruppo “vennero subito muniti di regolare libretto con trascritto regolamento e tariffe, e di apposito distintivo”. La candidatura di Gandin fu accolta poiché “ottimo conoscitore delle Grigne e fra i migliori rocciatori. Le sue pedule sanno tutte le difficili arrampicate delle punte e degli aghi della Grignetta e di lui ricordiamo anzi la prima salita alla Punta Giulia di cui diede relazione nella Rivista di ottobre”. Anche il giudizio sulla preparazione di Gandin restò sempre lusinghiero: nel 1932 il Notiziario SEL scriveva che “Giovanni Gandin può dirsi, senz’ombra di vanto, il Re della Grignetta, perché attualmente non v’è forse altri che la conosca tanto bene e continuamente s’arrampichi a condur cordate per le tante crode e le molte punte e guglie. Il suo libretto è pieno di lusinghiere attestazioni”.

L’intervento sulla Fasana
Alpinisticamente parlando, il nome di Gandin è senz’altro legato all’azione di soccorso portata a termine sulla Parete Fasana tra gli ultimi giorni del 1931 e i primissimi del 1932; l’operazione vide coinvolti Bruno Cattaneo e Severino Veronelli, due alpinisti soci del CAI di Milano che trovarono la morte durante il primo tentativo di scalata della Fasana in condizioni invernali.

La parete Fasana sul Pizzo della Pieve in veste invernale

Durante la scalata qualcosa andò storto e i due alpinisti precipitarono, rimanendo appesi alla corda e sospesi a metà parete. Per opera del gruppo Guide e Portatori della SEL, di cui faceva parte lo stesso Gandin, scattarono i soccorsi per tentare di recuperare almeno i corpi dei due rocciatori: il maltempo però imperversava e ben presto le condizioni in parete divennero proibitive, consentendo ai soccorritori di piazzare soltanto alcune corde fisse. Dato il perdurare delle avverse condizioni meteo, alcuni amici di Veronelli e Cattaneo chiesero dalla Val d Aosta l’intervento di due guide abituate al rigido clima del Cervino: fu così che in Valsassina arrivarono i fratelli Alberto e Amato Bich, guide alpine di Valtournenche: il loro contributo, assieme a quello di Gandin, fu fondamentale per recuperare finalmente le salme di Cattaneo e Veronelli. A operazione conclusa furono proprio le due guide valdostane a testimoniare l’impegno e il contributo decisivo dimostrato da Gandin in quell’occasione proponendo la sua nomina a guida alpina del CAI: “6 gennaio 1932. I sottoscritti Bich Alberto e Amato formulano la presente per dichiarare che nel recupero delle salme di Bruno Cattaneo e Severino Veronelli, periti sulla parete Fasana del Pizzo della Pieve il 27.12. 1931, il Signor Giovanni Gandin si è dimostrato un eccellente scalatore tanto per prudenza, agilità, prontezza, energia e cortesia. Proponiamo venga nominato Guida del Club Alpino Italiano“.

A seguito dell’intervento sulla Parete Fasana Gandin ricevette altri importanti riconoscimenti, primo fra tutti la medaglia di bronzo al Valor Civile conferitagli dal Podestà di Lecco il 28 ottobre 1933: “Ho il piacere di comunicarle che le è stata concessa da S.N. il Re la medaglia di bronzo al Valore Civile, in ricompenso dell’atto di coraggio da Lei compiuto, per aver concorso al recupero dei corpi esanimi dei due alpinisti Cattaneo Bruno e Veronelli Serafino di Milano, precipitati dalla Parete Fasana sul Monte Grigna. La invito quindi a presentarsi nel mio ufficio il giorno 28 ottobre corrente, alle ore 9.30 per ricevere dalle mie mani in forma solenne la medaglia con relativo brevetto”. Questa invece la motivazione ufficiale di tale riconoscimento: “Affrontando con due compagni difficoltà e pericoli considerevoli, riusciva a raggiungere e a recuperare i corpi esanimi di due alpinisti che nello scalare l’impervia parete Fasana nel monte Grigna erano precipitati da notevole altezza rimanendo con una corda che li univa sospesi nel vuoto ad una sporgenza della roccia”.

Il conte Aldo Bonacossa e Giovanni Gandin. Le calzature di Gandin evidenziano la predilezione per le pedule di manchon, realizzate a quel tempo in laboratorio artigianale, che avevano leggera tomaia in pelle e suola di feltro pressato, tale da aumentare la pressione dei piedi sulla roccia.

Un re alla corte di Gandin
Tra i numerosi clienti accompagnati in Grigna da Gandin nel corso degli anni, il più prestigioso fu senz’altro Re Alberto I del Belgio. Tra il 1930 e il 1934 il sovrano salì più volte in incognito al rifugio Carlo Porta ai Piani Resinelli trattenendosi alcuni giorni per compiere escursioni e arrampicate sulle Grigne.

Stando a un trafiletto pubblicato nel 1965 su un giornale locale, si legge che la scelta di Gandin come guida per il Re del Belgio non fu casuale: “Fu il conte Bonacossa, allora presidente del Cal Milano, a proporlo al sovrano come sua guida personale. All’anziano scalatore (Alberto del Belgio aveva allora una sessantina d’anni) Gandini andò a genio. Insieme compirono imprese, scalate di quarto grado con passaggi di quinto. Memorabili furono le scalate del Sigaro, del Fungo, della Torre Angelina, della Torre del Cinquantenario, della cresta Segantini e tante altre. Re Alberto era un ottimo scalatore. Alto e asciutto, portava sempre al collo un foulard rosso. Parlava bene l’italiano. In parete non

si trovò mai in difficoltà. Oltre al sovrano del Belgio e a Gandin, la strana cordata era formata anche dal conte Aldo Bonacossa: l’intesa fra i tre era ottima, si trattavano in modo decisamente amichevole, ma nonostante gli ottimi rapporti Gandin si rivolgeva a Re Alberto chiamandolo sempre Altezza. A tal proposito, è rimasto celebre l’episodio in cui il monarca si rivolse a Gandin che lo precedeva in parete dicendogli: “Ricordati che oggi l’altezza sei tu per me”.

Da allora, narrano le cronache del tempo, “la fedele guida si rivolse al sovrano chiamandolo sor Aberto. E con il sor Alberto Gandini andò a compiere imprese alpinistiche anche nel gruppo del Brenta”.

Il profondo rapporto di stima e di amicizia instauratosi fra Giovanni Gandin e Re Alberto del Belgio è confermato anche da un telegramma inviato dalla corte belga in occasione della morte del sovrano, nel quale si ringraziava Gandin per le condoglianze espresse e la vicinanza al lutto della famiglia reale: “Palais de Bruxelles, le 7 mars 1934. Le Secrétaire d’État de la Maison du Roi est chargé de remercier Monsieur Giovanni Gandini pour les sentiments de condoléances qu’il a exprimés à Sa Majesté à l’occasion de la mort de Son Auguste Père”.

Un alpinista da riscoprire
Giovanni Gandin è stato un personaggio complesso e importante, sebbene il suo nome non sia conosciuto o ricordato a dovere dal grande pubblico: validissimo rocciatore, guida esperta e prudente, nonché abile soccorritore e infine anche custode del rifugio Pialeral, Gandin e stato un pioniere dell’alpinismo lecchese, uno che ha tracciato e aperto la via a molti di quelli che sono venuti dopo. L’intento della mostra a lui dedicata durante Monti Sorgenti insieme a questi articoli è proprio quello di tener viva la memoria su un personaggio che con le proprie imprese ha contribuito a rendere grande la storia alpinistica della città di Lecco.

Capanatt e skilifista
di Angelo Faccinetto
(pubblicato sul Notiziario del CAI Lecco, n° 2, 2015)

Ero appena un bambino allora, ma ‘il Gandin’ – sempre rigorosamente chiamato così, con l’articolo determinativo – me lo ricordo bene. Per molti anni. anche se da noi ci metteva piede solo per qualche cosa da sbrigare, è stato come uno di casa. Presenza costante nei discorsi di mio padre. E orizzonte fisso delle mie mattinate domenicali, regolarmente santificate in Pialeral dopo una discreta scarpinata che prendeva le mosse dal cortile del bar-osteria della Leri a Balisio, dove si lasciava la macchina. Con qualunque tempo. (Ma se domani piove? Se piove si prende l’ombrello – era il refrain di mio padre).

In quegli anni il Gandin era il custode del Tedeschi e mio padre il comproprietario dello skilift poco distante, impiantato appena al di là della valletta di Parolo. Credo fosse per questo che noi avevamo il “privilegio” di accedere al rifugio dalla porta di servizio, quella che dava sul pollaio, guardava gli Scudi e immetteva direttamente in cucina. Entravamo e il Gandin, per niente alto ma ben piantato, se ne stava ritto dietro la stufa attorno alla quale si affaccendava la moglie. Quella posizione e il fare un po’ burbero gli conferivano un che di severo che mi intimoriva Così, potendo scegliere, preferivo stare vicino al suo aiutante, il Giromin, un omino piccolo e taciturno dall’età indefinita che ricordo spesso intento – tenendone un pezzo per mano – a mangiare pane e cipolla sotto il suo cappello, di un paio di misure più grande perennemente calcato sugli occhi.

Aveva fama di essere in gamba il Gandin come capanatt. Il vecchio Tedeschi (è stato spazzato via da una slavina nel gennaio 1986) era sempre pulito, ben riscaldato dalle grandi stufe di cotto troneggianti nelle due sale da pranzo e – credo grazie alla moglie – ci si mangiava bene. Un piacere starci. E poi lui era più che un semplice custode. Non solo perché era disponibile, a dispetto di una certa spigolosità di carattere. Si sapeva della sua attività di guida, che andava ben oltre le montagne di casa, della sua abilità di rocciatore, delle vie tracciate in Grignetta e Grignone (non per niente quell’appellativo di “Gatto delle Grigne’), della sua minuziosa conoscenza della montagna, della sua perizia e generosità di soccorritore. E lo sapevano gli escursionisti che venivano fin là.

Io ancora non ero in grado di apprezzare queste cose. Ma ero rimasto affascinato da quello che un giorno, salendo, mi aveva raccontato mio padre: “Lo sai che quando era giovane il Gandin era amico del Re del Belgio e rocciava con lui?”. Ci avevo fantasticato molto sul Gandin e il “suo” re, che proprio non riuscivo a figurarmi in veste di rocciatore dovendo portare l’alta uniforme e la corona. E mi chiedevo se anche sulle guglie su e giù per la Grigna si portasse come aiutante il piccolissimo Giromin.

Quando, dopo vent’anni di gestione, decise di lasciare il rifugio e scendere a valle lasciando disorientati i dirigenti della SEM, per i frequentatori del Pialeral era davvero finita un’era.

C’è pero un altro aspetto, forse poco noto, che vorrei ricordare. Non era solo guida alpina, rocciatore, rifugista e soccorritore: il Gandin era anche skilifista.

Al Pialeral, tra Arei e Piazza Cavalli a un passo dal Tedeschi, mio padre e il suo amico Massimo Annovi avevano impiantato un primo skilift. Era lungo poco più di mezzo chilometro, superava un dislivello di 215 metri, era dotato di un motore inglese a benzina da 8 cv, era capace di trasportare 53 persone l’ora e poteva funzionare con un vento laterale alla fune fino a 120 km/h. Ma soprattutto aveva una particolarità: era una sciovia smontabile. In autunno, con un buon numero di giornate di lavoro, venivano impiantati i pali e le stazioni di partenza e di rinvio, veniva tesa la fune: poi in primavera, allo scioglimento delle nevi con altrettante giornate di lavoro veniva smantellato. Per non intralciare il pascolo alle vacche. Così fino al 1958, quando nuovi accordi coi bergamini avevano consentito il passaggio a un più pratico impianto fisso.

Oltre a una consolidata consuetudine, era la sciovia il motivo del legame del Gandin con mio padre.

Perché il Gandin era della partita. Dava il suo contributo nelle fasi di montaggio e smontaggio e quando l’impianto era pronto per l’uso faceva il motorista, cioè l’addetto al funzionamento. Lo ha fatto per diversi anni anche dopo aver lasciato la conduzione del rifugio (era il 1938, quando anche io ero ormai chiamato a dare il mio piccolo contributo all’attività di manutenzione). D’altra parte non era un grande impegno. Lo skilift funzionava solo per qualche ora alla domenica e solo per noi e qualche avventuroso sciatore di passaggio. Era un impianto privato e tale restò fino all’inizio degli anni Settanta quando fu completamente rinnovato e per un decennio venne utilizzato come supporto alle scuole di scialpinismo.

Il Gandin lo ricordo così. In piedi su un piccolo trespolo di assi intento ad agganciare alla fune dello skilift la pinza cui era legato il traino e ad accompagnare con un ampio gesto del braccio lo sciatore in partenza. Quasi una benedizione. Poi sarebbe salito anche lui.

La tessera del CAI

Giovanni Gandin, guida alpina
di Donato Erba
(pubblicato su Il Grinzone n. 22, 2008)

Chi si trovasse a passare sotto la parete nord-est del Pizzo della Pieve, vicino alle rocce dove la neve delle valanghe invernali resiste a lungo anche d’estate formando una piccola macchia di neve, tradizionalmente chiamata “nevaio”, e chi poi abbia voglia di salire la più alta parete delle Grigne lungo la via Fasana-Bramani, incontrerà, proprio all’inizio di questa via, una lapide messa lì a ricordo di due sfortunati alpinisti milanesi, Severino Veronelli e Bruno Cattaneo, caduti nel tentativo di compiere la prima invernale nel mese di dicembre del 1931. Veronelli e Cattaneo dovevano essere due forti, per pensare di affrontare una salita di questo livello durante la stagione invernale: ottocento metri di altezza, con i tratti più impegnativi (IV) in camino e la parete rivolta a nord-est che non prende mai il sole. Nel 1931 non doveva proprio essere una salita banale.

Qualche cosa non ha funzionato. I due cadono e restano appesi a circa metà parete, in bilico, trattenuti dalla corda di manilla. Come sempre in queste tragiche circostanze, scattano le operazioni di soccorso. La SEL (Società Escursionisti Lecchesi) ha un proprio gruppo Guide e Portatori di cui fanno parte Giovanni Gandin, Renzo Galbiati e Pierino Vitali: questi il 31 dicembre compiono un primo tentativo per recuperare almeno le salme. Ma da tre giorni il tempo è pessimo – neve e ghiaccio ricoprono la parete – e rende infruttuoso ogni loro sforzo. Il 1° gennaio un gruppo di accademici del CAI Milano e della SEM (Società Escursionisti Milanesi) effettuano un nuovo tentativo senza fortuna. Tutta la Valsassina è mobilitata e la “Fasana” assume giorno dopo giorno un aspetto truce e fastidioso, di cui si libererà solo dopo molto tempo. 

Gli amici dei due sfortunati non demordono e chiamano due Guide di Valtournanche, i fratelli Alberto e Amato Bich. Fortunatamente e inaspettatamente una temperatura mite, sciroccale, viene in aiuto e in pochi giorni le condizioni della parete migliorano notevolmente. I due Bich e Gandin salgono decisi e a notte fonda rientrano con le salme dei due alpinisti. Non sappiamo se i due Bich abbiano chiesto l’aiuto di Gandin, o se Gandin con la forza del suo carattere abbia chiesto di accompagnarli. Non è importante questo. E’ importante la solidarietà verso i due sfortunati che ha unito lo sforzo delle Guide del Grande Cervino e della Piccola Grigna.

Resta un attestato dei fratelli Bich che dice tutto: “6 Gennaio 1932. I sottoscritti Bich Alberto e Amato formulano la presente per dichiarare che nel recupero delle salme di Bruno Cattaneo e Severino Veronelli, periti sulla parete Fasana del Pizzo della Pieve il 27.12.1931, il Signor Giovanni Gandin si è dimostrato un eccellente scalatore tanto per prudenza, agilità, prontezza, energia e cortesia. Proponiamo venga nominato Guida del Club Alpino Italiano”. (In effetti il 28 ottobre 1933 il Podestà di Lecco consegnava a Giovanni Gandin la medaglia di bronzo al valor civile concessa da Sua Maestà il Re, NdR).

Le principali “prime” di Giovanni Gandin:
– la Punta Giulia, 1a assoluta, D, il 20 giugno 1929 con Giuseppe Perego e Rinaldo Ponzini: ha solo un difetto, la brevità. Una via così pulita, se fosse lunga 300-400 metri sarebbe il sogno di ogni arrampicatore;
– l’Ago Teresita, 1a assoluta per il diedro nord, D, il 25 agosto 1929 con Pierino Vitali e Giuseppe Riva: le pubblicazioni specializzate ancora oggi la valutano max A0/VI- “molto remunerativa -delicata”;
– Torrione Magnaghi Centrale, parete est, D-, il 6 settembre 1931 con Renzo Galbiati ed Eros Bonaiti, oggi valutata max A0/V+ “bellissima via classica”;
– Piramide Casati, spigolo sud-ovest, D-, il 1° ottobre 1933 con Ugo di Vallepiana), una via dove si ”impara” ad arrampicare, max IV+;
– Punta Lilliana, 1a assoluta, III, il 10 settembre 1932 con Antonio Polari e Leopoldo Guidi, una prima alla ricerca del “nuovo” in Grignetta, forse mai ripetuta;
– Torrione del Cinquantenario, parete sud, TD-, il 27 giugno 1932 con Renzo Galbiati e Vittorio Gerli, ancora oggi una delle più belle vie della Grignetta: “fantastica arrampicata molto elegante”, ri-creata con passi di VI+ e VII- in libera da Alessandro Gogna).

Una nota a parte meritano le traversate aeree compiute da Gandin tra le Guglie della Grignetta: il 20 giugno 1931 con Renzo Galbiati, Pierino Vitali e Tina Galanti, raggiunge la Guglia Angelina dall’Ago Teresita e il 5 Luglio dello stesso anno raggiunge il Fungo direttamente dalla Lancia sempre con gli stessi compagni. Cose Dolomitiche!

Il rione di S. Stefano di Lecco è dominato a nord dalla Parete Rossa del San Martino. Nella Caverna che si trova al centro, chiamata anche “ Occhio del ciclope”, in alto e proprio nel mezzo, qualche metro sopra il bordo strapiombante, c’erano e ci saranno ancora, credo, alcuni vecchi chiodi arrugginiti e due moschettoni altrettanto vetusti, messi in una posizione incredibile sopra un vuoto stancante, tra rocce gialle e nere bruciate dal sole. Il giorno dopo la frana disastrosa che precipitò da quella parete il 23 febbraio 1969, cancellando via Stelvio e distruggendo la Casa del Sole e molte vite, incontrai Gandin in Santo Stefano. Li avevo visti quei chiodi e quei moschettoni, alcuni mesi prima, durante un tentativo di via nuova un po’ più sulla destra. Gliene parlai, ma, testa bassa e mani in tasca, in dialetto mi disse sottovoce: “E’ meglio lasciarli dove sono quei chiodi…”.

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Il gatto della Grigna ultima modifica: 2020-06-27T05:22:00+02:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Il gatto della Grigna”

  1. 5
    steiner says:

    La Gandini al cinquantenario sotto una leggera nevicata  tardo autunnale..  e noi ad osservarla dal basso,  un obiettivo epico  e maestoso per quegli anni fine 70 ed ora  la storia del – ul gandin.. bravi bravi.. l’articolo è stata una sospensione temporale  nell’apprenderlo..ancora  bravi

  2. 4
    Carlo Crovella says:

    Molto bello, complimenti per averlo pubblicato

  3. 3
    Esse says:

    Punta Giulia fu salita il 20 giugno 1926. In quell’occasione Gandini  salì da secondo…

  4. 2
    Paolo Gallese says:

    Come conchiglie, antiche,
    arrossano, piagano, storcono
    col mutare della pietra
    e diventano monte
    e raccontano onde. 

  5. 1

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