Il grado non è tutto

È considerato l’unità di misura della complessità in montagna, ma non è sempre così: difficoltà ambientali, condizioni della parete, affaticamento soggettivo e molto altro ancora possono compromettere le capacità dell’uomo di superare certe prove.

Il grado non è tutto
(riflessioni sull’avventura)
di Domenico Sinapi (CAAI)
(pubblicato su Montagne360, gennaio 2019)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

In Italia, negli ultimi anni, parlando di alpinismo la parola più usata e ripetuta è il grado. Non così è per esempio all’estero, in Inghilterra, Spagna, Germania, Francia e USA. Il grado dovrebbe definire la difficoltà tecnica superata, e quindi in soldoni sembrerebbe che più uno supera una difficoltà alta e più è bravo. Tuttavia esistono situazioni dove la capacità di superare un grado tecnico non basta per superare il passaggio. Ad esempio i fattori ambientali – quota, condizioni della parete, fatica, rischio di caduta, ecc. – possono compromettere la capacità puramente tecnica di un alpinista di superare il passaggio e uscire dalle difficoltà. E questo è il succo del discorso, non c’è alpinismo senza rischio, altrimenti chiunque fosse in grado (e già sono in pochissimi) di arrampicare in libera su un 9a potrebbe teoricamente salire qualsiasi parete della Terra ed essere considerato l’alpinista più forte al mondo. La pratica dell’alpinismo ci dice che non è così che funzionano le cose. Un conto è infatti superare un tiro in falesia opportunamente preparato, magari con i rinvii già posizionati, essendo ben riposati e riscaldati, e un altro è superare le stesse difficoltà tecniche in alta montagna magari a 4000 metri di quota e senza spit a proteggere il tiro, anche considerando la roccia pulita, avendo già percorso 500 metri di parete. Sono infatti pochi al mondo in grado di fare queste performances ma, anche nel piccolo, c’è una grande differenza tra superare un tiro di VI, VII, VIII grado UIAA (6a – 6b – 6c – 7a scala francese) in montagna sulla Nord del Badile o sulla Nord del Civetta o sul Monte Bianco, senza protezioni o con poche protezioni, e un altro è fare un tiro di analoghe difficoltà in falesia o su una piccola parete con gli spit distanziati a un metro.

Adam Ondra, seconda salita RP di DawnWall, El Capitan

Avventura o esercizio ginnico?
La mia è ovviamente una provocazione, nel senso che ritengo che ognuno debba e possa scegliere di fare quello che vuole e che preferisce, ma quando si incomincia a definire come prestazione una scalata in libera di un tiro, anche in falesia, sarebbe bene incominciare a considerare anche alcuni fattori, prima di definire quella salita come una prestazione. Infatti magari il tiro riesce dopo un numero di tentativi altissimo, mentre a qualcun altro riesce a vista o dopo pochi “giri”. Spesso mi è capitato di vedere arrampicatori che hanno salito tiri di 8a, non riuscire a salire a vista tiri di 6c, addirittura fare molti resting su tiri di 7a: ma allora qual è realmente il grado tecnico di questi arrampicatori, seppur sportivi? Anche in montagna si vedono cose “strane”: sono definite prestazioni o prime salite in libera scalate dove vengono preventivamente preparate tutte le protezioni e poi addirittura allungate con fettucce, anche di due metri, per poter rinviare e proteggere il passaggio con in mano l’appiglio giusto; saranno anche “prestazioni” per qualcuno, ma personalmente non le ritengo tali, almeno non prestazioni assolute. E di avventura su un tiro preparato a puntino non ce n’è poi molta. Alla fine diventa quasi un esercizio ginnico, provo e riprovo il tiro fino a conoscerlo a memoria, poi dove potrei avere qualche piccolo “brivido” perché il moschettonaggio è impegnativo, allungo a dismisura la fettuccia del chiodo successivo per poterla rinviare “comodamente” da sotto, così elimino anche quel poco di ingaggio che mi poteva dare la chiodatura ‘lunga” ben 2 metri (come in alcune falesie ben protette), e il gioco è fatto: eliminate tutte le possibili cause di paura, il mitico climber-alpinista è adesso pronto per la performance.

Alexander Huber su Eternal Flame alla Torre di Trango

Un pizzico di narcisismo
Finché il nostro climber-alpinista racconta la performance a voce, si finisce per prenderla per buona, come si è sempre fatto sin dai tempi antichi; ma in tempi recenti, con i potenti mezzi informatici a disposizione e un pizzico di narcisismo, per guadagnare un po’ di visibilità, si finisce per farsi filmare o fotografare durante la prestazione, e allora si scoprono gli altarini… Senza nulla togliere a chi ha fatto salite in questo stile, già dire come si è fatta la “prestazione” è un sintomo di onestà verso chi potrebbe poi migliorarla, ovvero passare in libera rinviando i chiodi senza preventiva preparazione, e quindi realizzare la vera prima salita in libera del tiro di corda. In montagna si arrampica praticamente sempre a vista, le protezioni spesso si devono posizionare e anche quando ci sono gli spit i rinvii si devono mettere. Ma il grado non è tutto!

Pensate per esempio alle salite di Mike Fowler: scala con un compagno, con una manciata di chiodi da roccia e da ghiaccio, un paio di piccozze, pareti di migliaia di metri, su cime di 6000-7000 metri in stile alpino, salite che gli sono valse il Piolet d’or, eppure in falesia non è certo uno che scala su gradi “alti”. La differenza, rispetto alla massa di scalatori sia professionisti sia della domenica è la sua capacità di farlo in qualunque condizione. Non solo, la differenza è la sua voglia di mettersi in gioco, affrontando una scalata con poche possibilità di ritorno e con situazioni complicate da decifrare in apertura, e quindi con poche possibilità di riuscita, eppure Mike Fowler riesce spesso a portare a termine i suoi progetti, anche quelli molto ambiziosi. Come mai? Forse perché è bravo come alpinista? Eppure non scala su gradi “alti”. Quindi la chiave del successo di Mike e di altri come lui dove risiede? In che cosa si differenzia dagli alpinisti “normali”? Forse nella preparazione, nel non scendere troppo a compromessi?

Pete Takeda chioda su Sunkist, El Capitan. Foto: Greg Epperson

Quella linea immaginaria
Altri esempi sono la scalata negli ultimi anni della Nord del Badile in pieno inverno, con la neve spalmata sulla parete, un sottile strato di ghiaccio e neve dura che rivestiva la Nord-est, fino a creare una linea non più solo immaginaria che collegava l’attacco con la vetta. Qualcuno, ben preparato, ha visto quella linea e si è ingaggiato sulle placche della Nord-est dove per lunghi tratti, seppur tecnicamente non “difficili”, non riuscivano a proteggersi adeguatamente durante la progressione, ma la decisione, l’esperienza e non ultima la preparazione fisica e mentale, ha consentito loro di scalare la Nord-est trasformando la linea immaginaria in una linea elegante, in poco tempo, grazie sicuramente ai nuovi materiali (piccozze, ramponi e chiodi da ghiaccio), ma soprattutto alla loro “testa”. In falesia ci sono scalatori che, quando non riescono nel passaggio si calano, si riposano, e poi ripartono e rispettano questo rigoroso cliché. Altri scendono da un tiro su cui sono saliti facendo un resting dietro l’altro, su tutti gli spit e li senti dire all’amico: “quasi lo tengo” non avendo la minima idea di cosa voglia dire saper “scalare” un tiro della difficoltà su cui si sono cimentati. Per costoro è più importante poter dire e raccontare che scalano su quel grado. Una volta si definiva una salita a vista, “on sight”, senza averla mai conosciuta prima e mettendo rigorosamente i rinvii: non era considerata valida se i rinvii erano già posizionati. Adesso questa regola si è sfuocata. Lo stesso vale per una salita rotpunkt (punto rosso), ovvero salire il tiro di corda in libera, dopo averlo già provato. Una volta una salita rotpunkt era considerata valida quando si mettevano i rinvii durante la scalata, oggi si danno per salite rotpunkt anche quelle fatte con i rinvii già posizionati. Ora, è evidente che non intendo comparare chi preferisce fare dell’arrampicata sportiva a chi predilige salite alpinistiche, tuttavia mi piace l’idea di sponsorizzare in maniera sfacciata l’alpinismo. E quindi mi piace stimolare il pensiero verso quelle forme di scalate dove la purezza dello stile e la capacità mentale di creare situazioni dove l’avventura è al centro della salita, con anche un’alta possibilità di non riuscita, siano il punto focale del discorso. Ecco quindi che, in realtà, una prestazione in arrampicata o in montagna non è necessariamente basata sul grado tecnico.

David Lama sale in libera la via del Compressore al Cerro Torre

Le false prestazioni
Per entrare più specificatamente nell’argomento, vorrei portare altri esempi di “false” prestazioni e “basso” sapore d’avventura. Ci sono scalatori, anche famosi, che salgono gli Ottomila facendo uso dell’ossigeno: al di là di quella che è e resta una soddisfazione personale, non vedo cosa ci sia di “eccezionale” nella scalata dell’Everest per la via normale utilizzando le bombole d’ossigeno, quando ormai più di quattromila persone lo hanno già scalato con l’ausilio delle bombole, persino ragazzi di 14 anni e anziani di 64 anni, anche persone che non avevano mai scalato prima di allora, mentre senza ossigeno ci sono riusciti in pochi. Eccezionale è scalare un Ottomila in inverno, possibilmente senza usare le corde fisse messe da altri e portando con sé tutto quello che è necessario per una salita pulita, o salirlo senza ossigeno o per una via nuova, mentre passare per la normale utilizzando l’ossigeno non è una “prestazione”. Eppure i giornali, i media, danno grande risonanza ad alcune di queste salite, fatte da alpinisti normali. E deve essere considerato normale un alpinista che scala l’Everest usando ossigeno, corde fisse e tende piazzate da altri. Ma la stampa nazionale spesso fraintende, o semplicemente non capisce, queste semplici ed elementari differenze. Le normali agli Ottomila sono state fatte negli anni Cinquanta, ormai hanno quasi 60 anni e più, considerando anche l’evoluzione dei materiali non ha più senso esaltare una salita a una normale a un Ottomila fatta con l’ossigeno, magari tirando tutte le corde fisse già poste in loco: già Reinhold Messner e Jerzy Kukuczka negli anni Settanta hanno indicato la via, hanno fissato le regole per ingaggiarsi su un Ottomila, prendendo come riferimento lo stile inventato da Hermann Bhul al Broad Peak, cima di 8047 metri raggiunta in prima assoluta il 9 giugno 1957 con Kurt Diemberger (per la verità Kurt è arrivato prima di Hermann sulla vetta), con soli 3 campi tra la base e la vetta, dove è stato coniato per la prima volta il termine “West Alpine Style”, in altre parole leggeri senza ossigeno in stile alpino, portando con sé la propria tenda senza aiuti esterni di sherpa e portatori, battendosi la pista, anche sulle grandi montagne himalayane. Il Broad Peak è l’Ottomila che è stato scalato in prima ascensione con meno campi intermedi e con più alto dislivello tra un campo e l’altro, da un gruppo piccolo di persone (solo quattro alpinisti divisi in due) che si sono portati la loro tenda sulle spalle e tutto l’occorrente per la scalata e, naturalmente, senza usare l’ossigeno.

Le stagioni in quota
Era il 1957. Siamo nel 2018. Sono passati 60 anni, Buhl ci ha indicato, in modo visionario, la strada e, ancora oggi, tanti non capiscono la differenza che passa tra usare l’ossigeno o farne a meno, tra usare le corde fisse posizionate da altri o farne a meno, tra farsi battere la traccia da altri o farsela da soli, tra portare la propria tendina da soli o approfittare di quelle già posizionate ai vari campi ma da altri, e quindi salire con meno peso, ma poi approfittare della fatica che ha fatto qualcun altro. Ha sicuramente senso ascoltare l’entusiasmo di chi ha scalato utilizzando l’ossigeno, perché in questo c’è del romantico e c’è il fascino del racconto e della storia vissuta, ma non è una prestazione. Eppure si sentono anche alpinisti “famosi” sbandierare come imprese la salita di una normale, ma di fatto quando hanno usato l’ossigeno per raggiungere la vetta è come se avessero abbassato la vetta di 2000 metri, quindi una salita all’Everest utilizzando l’ossigeno si ridurrebbe a una salita di un 6000 metri. Altro discorso aperto e da definire, è la salita degli Ottomila in inverno, teoricamente manca solo la prima salita invernale del K2, ma per alcuni himalaysti puristi non è così.

In arrampicata sulla via Bonatti al Grand Capucin. Foto: Guide di Courmayeur

Sulle Alpi è considerata invernale una scalata compiuta nell’inverno segnato dal calendario astronomico, quindi per l’emisfero boreale dal solstizio d’inverno (indicativamente cade il 20 dicembre) all’equinozio di primavera (che cade circa il 21 marzo). Tuttavia la stagione invernale sugli Ottomila, per esperti himalaysti, inizia a dicembre (dal 1° dicembre) e finisce alla fine di febbraio (il 28 febbraio), questo perché, a detta loro, documentato da foto che parlano da sole, a marzo in Himalaya ci sono i prati verdi e iniziano a sbocciare i fiori, e quindi secondo costoro parlare di salita invernale a un Ottomila fatta nel mese di marzo non ha senso e non viene considerata valida, mentre considerano valida una salita fatta all’inizio di dicembre.

Integrità etica
Secondo queste considerazioni, la storia delle prime salite invernali agli Ottomila sarebbe ancora da scrivere; per alcuni Ottomila che sono stati scalati a marzo e precisamente l’Hidden Peak (il 9 marzo) e il Broad Peak (il 5 marzo), e quindi secondo queste regole, le salite effettuate in quelle date non sarebbero valide. Anche la prima salita invernale allo Shisha Pagma verrebbe riassegnata al fuoriclasse francese Jean-Cristophe Lafaille, che è arrivato in cima in solitaria per una difficile via nuova sulla parete sud della montagna, solo qualche giorno prima del solstizio d’inverno nel 2004, in pieno dicembre con le giornate più corte e fredde dell’anno, anziché a Simone Moro, che l’ha fatta il 14 gennaio 2005 salendo per la normale. Un esempio di integrità etica totale in tempi recentissimi è rappresentato da Denis Urubko, che nell’inverno dello scorso anno ha cercato la prima salita invernale del K2, nonostante il brutto tempo in arrivo, quando si stava avvicinando la fine di febbraio e, secondo le sue regole, non aveva senso aspettare un miglioramento del tempo che veniva dato ai primi di marzo. Nonostante il meteo fosse pessimo ha tentato il tutto per tutto, anche contro il parere e il volere dei suoi compagni di spedizione, per scalare il K2 entro il 28 febbraio: oltre per lui non avrebbe avuto senso. Accettando il duro responso che gli ha servito la montagna ha dovuto rinunciare, ma restando fedele alle sue regole, peraltro condivise da molti. Merita sicuramente il massimo rispetto. Quando è partito da solo per un tentativo alla vetta in solitaria il 3 luglio 1953, ricordava il leggendario Hermann Bhul, l’Everest era appena stato scalato il 29 maggio da Hillary e Tenzing, ma con larghi mezzi e uso dell’ossigeno: Buhl è partito contro il parere del capo spedizione e in solitaria, senza ossigeno ha scalato gli ultimi 1400 metri di dislivello su terreno mai calpestato dall’uomo e raggiunto per primo la vetta del Nanga Parbat. Un’impresa che è rimasta indelebile e irraggiungibile e lo sarà per sempre, per etica, un filo di pazzia, determinazione e coraggio; in una sola parola un’impresa leggendaria. Con queste considerazioni non intendo per forza sponsorizzare un alpinismo basato sulla prestazione, bensì intendo sponsorizzare un alpinismo basato sull’avventura: se poi questa avventura sarà una prestazione tanto meglio, ma che lo sia veramente e non un trucco, solo per mettersi in evidenza. C’è chi inopinatamente, anche per motivi legati agli sponsor, si accosta a grandi del passato, ma usando scorciatoie come utilizzare le corde fisse piazzate da altri, o seguendo sempre le vie normali quando altri prima hanno cercato di salire su terreno vergine, o usa l’ossigeno dove chi l’ha preceduto decine di anni prima non lo ha usato.

In arrampicata sulla via Comici-Dimai alla parete nord della Cima Grande di Lavaredo

Meroi e Benet, alpinismo senza compromessi
Un altro esempio di etica che non scende a compromessi è quello degli accademici Nives Meroi e Romano Benet, che hanno scalato tutti gli Ottomila senza ossigeno spesso per vie diverse dalle normali, senza portatori, trasportando la propria tendina sulle spalle, e soprattutto, Nives ha rinunciato a essere la prima donna a scalare tutti gli Ottomila quando il suo compagno di cordata e nella vita ha dovuto rinunciare sul Kangchenjunga, per problemi gravi di salute e lei è scesa assieme a lui. Il discorso è stato chiuso splendidamente quando Romano, dopo alcuni anni, si è ripreso e l’11 maggio 2017 sull’Annapurna, sempre e rigorosamente senza ossigeno, senza portatori e con la tendina sulle spalle, e sempre rigorosamente insieme, sono diventati la prima coppia che ha scalato tutti i quattordici Ottomila.

Per tornare sulle Alpi, mi piace pensare a un amico (Ivo Ferrari), quando un pomeriggio in valle di San Lucano, in campeggio con la moglie, si stava un po’ annoiando e la moglie gli butta lì: «Perché non vai a fare lo spigolo dell’Agner?», almeno così lo racconta lui in un suo scritto pubblico, e lui la prende in parola e lo fa in circa due ore, slegato e di corsa.

Lo spigolo nord dell’Agner (1600 metri di dislivello), è stato salito nel 1932 da Celso Gilberti e Oscar Soravito ed è al massimo VI grado UIAA, ma realizzato così di slancio è molto più romantico ed elegante che non una salita a un Ottomila con l’ossigeno e tirando le corde fisse posizionate dagli sherpa. Sicuramente salito in questo modo è una performance assoluta: nessuno, fino a quel giorno, lo aveva scalato in così breve tempo. L’avventura la vive anche chi lo fa in giornata o con un bivacco, e può a buon diritto raccontarla e farla rivivere ad altri. Dopotutto si tratta di una salita molto lunga, dove il senso della ricerca dell’itinerario supera quello della pura capacità tecnica, dove le possibilità di scendere sono poche e complicate e dove non puoi portarti troppo materiale per salirla: in sostanza, è una salita “alpinistica”. Per farla basta avere un buon sesto senso, ma saper fare il VI grado non basta per salire questo spigolo interminabile. C’è avventura nel cimentarsi su una big wall a El Capitan, nella Yosemite Valley; di sicuro si vivono emozioni per diversi giorni appesi ai chiodi in parete, un’eventuale ritirata è complicata e la fatica di più giorni necessita esperienza e determinazione, tuttavia una prestazione è farla in due ore come Dean Potter.

Sulla via del Sole Nascente al Caporal (Valle dell’Orco)

Imprese leggendarie
Ci sono poi prestazioni che sono così avanti con i tempi in cui vengono compiute che passano inosservate, fino a quando anni dopo, a volte decenni, qualcuno forte e famoso le ripete e scopre il livello reale di quella salita, di esempi in questo senso ce ne sono parecchi, ma per citare casi clamorosi, che ancora oggi non hanno avuto la risonanza che si meritano: sono la salita dello sperone della Great Trango Tower (Grande Torre di Trango), scalato nel 1984 dai norvegesi Hans Christian Doseth e Finn Daehli: partono in quattro, quindi una spedizione leggera, ma quando i viveri sono agli sgoccioli due dei quattro si ritirano, per lasciare qualche chance in un’impresa al limite dell’impossibile alla cordata più forte e determinata. I due “prescelti” tentano il tutto per tutto, e con i pochi viveri rimasti scalano su difficoltà che per l’epoca erano estreme, si parla di 7a, A4, 90° su ghiaccio spalmato sulla roccia su una parete di 1600 metri di dislivello che raggiunge una vetta di 6200 metri di quota. Si tratta probabilmente della prima big wall di grado VII. Durante la discesa i due scompaiono, e la via dei norvegesi al Trango viene chiamata Via del non Ritorno, sicuramente un’impresa di valore assoluto che sposta in alto l’asticella delle difficoltà in parete su una grande montagna. Andando a vedere chi erano questi sconosciuti norvegesi, scopri che sul Trollringen, parete alta fino a 1300 metri (più di El Capitan), spesso umida per le pessime condizioni meteo, avevano aperto con un’etica ferrea spingendo la libera al massimo (fino al 7a), diverse big wall. E siamo agli inizi degli anni Ottanta. Ma in Italia compare giusto un trafiletto di due righe su ALP. Altre imprese del genere ancora irripetute o con una sola ripetizione sono quelle compiute da scalatori leggendari, come fossero i vikinghi delle Alpi, dagli alpinisti sloveni, Francis Knez, Silvo Karo, Janez Jeglič in giro per il mondo: per esempio nell’inverno 1985-1986, in Patagonia, sulla parete est del Cerro Torre aprono la Direttissima dell’Inferno, 1100 m di dislivello VIII+, A4 e 95° su ghiaccio, il nome della via parla da solo di quello che hanno incontrato in parete gli sloveni. Tutte le loro salite sono caratterizzate dalle alte difficoltà in libera e in artificiale, su pareti grandi inviolate, con un uso limitato delle protezioni. Anche questa salita viene liquidata con un trafiletto di poche righe sulle riviste specializzate italiane, ma si tratta di scalatori che negli anni Ottanta già scalavano in falesia sull’8a, e in montagna con un’etica ferrea riuscivano in salite al limite dell’impossibile. Si tratta di imprese leggendarie, prestazioni assolute, dove i protagonisti hanno messo in discussione tutto pur di vivere un’avventura senza compromessi. Per citare un esempio in tempi recenti, una salita con grande sapore di avventura, che ricorda lo stile di alcuni grandi accademici del passato come Walter Bonatti e Carlo Mauri, è la salita di Matteo della Bordella, pure lui accademico del CAI e Ragno di Lecco, che con Silvan Schupbach, fortissimo svizzero, hanno scelto il Cerro Riso Patron, una meta “a la fin del mundo”, come si suole dire in Patagonia, isolata, con avvicinamento attraverso parecchi giorni in canoa prima e a piedi poi, tutti soli in completa balia della montagna e delle bizze del tempo, con poche possibilità di riuscita. Eppure, in una piccola finestra di bel tempo, hanno osato e creduto fino in fondo alla loro idea e sono riusciti ad aprire King Kong, una via in stile pulito e veloce su una parete inviolata. Ma l’avventura la puoi trovare ovunque, basta cercarla con regole chiare, dove lo scalatore si mette in gioco ed è disposto a rischiare qualche cosa, anche la non riuscita. Quando invece si sceglie di salire una parete con tutto preconfezionato, sicuramente ci si diverte, ed è lecito farlo, ma si vive un’avventura un po’ ridimensionata. Di certo ognuno si può scegliere ‘l’avventura” che preferisce, in montagna o in falesia, sugli spit o trad, con ossigeno o senza, ma… ma abbia l’onestà di raccontare com’è andata.

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Il grado non è tutto ultima modifica: 2019-04-04T05:48:14+01:00 da GognaBlog

37 pensieri su “Il grado non è tutto”

  1. 37
    Franco says:

    riporto in calce:

    “C’è avventura nel cimentarsi su una big wall a El Capitan, nella Yosemite Valley; di sicuro si vivono emozioni per diversi giorni appesi ai chiodi in parete, un’eventuale ritirata è complicata e la fatica di più giorni necessita esperienza e determinazione, tuttavia una prestazione è farla in due ore come Dean Potter.”

    Ah ecco….quindi Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson che hanno scalato in libera la Down Wall appesi 19 giorni, con tiri tipo traverso 9A non sarebbe una prestazione all’altezza di quella di Dean Potter?

    Concordo con chi ha notato come minimo una certa “sommarietà” in questo articolo…..

     

  2. 36
    Alessandro says:

    per quanto dici dell’ Arrampicata in falesia non condivido Per alzare il grado massimale bisogna lavorare i tiri scalando sempre e solo a vista non cresci

  3. 35
    Alberto Benassi says:

    roba vecchia

    BELLISSIMO, complimenti!!

  4. 34
    Emanuele says:

    concordo con CCC

    sono istruttore CAI di scialpinismo e non faccio il 6a neanche a staffarmi.

    Fino alla settimana scorsa ho portato in giro i ragazzi del corso SA1, livello basso che mi consente di non sfigurare e, spero, di non far sfigurare la scuola e il sodalizio che rappresento. Spero ti avergli dato le basi per uno scialpinismo consapevole, e spero che qualcuno degli allievi continui in modo autonomo o implementando anche la propria esperienza con corsi di livello superiore (SA2, SA3) sempre con l’obbiettivo di sviluppare le proprie capacità per vivere la montagna innevata in modo consapevole (se e quanto rischiare è a discrezione di ognuno). Ora che il corso è finito continueremo la stagione con gli stessi allievi a fare gite, se lo vorranno.

    Anche io ho iniziato ad andare in montagna con i corsi CAI, cioè da dove i miei genitori non potevano più aiutarmi come avevano fatto fino ad allora con le camminate in montagna. Il CAI mi ha dato tanto, nel mio piccolo cerco di restituire, quando non mi riterranno più all’altezza o ci sarà da lasciare spazio ne sarò ben contento.

     

  5. 33
  6. 32
    emanuele menegardi says:

    Condivido pienamente l’invito alla correttezza ed onestà nel raccontare l’alpinismo e a valorizzare gli aspetti diversi dal semplice grado!

    Per quanto riguarda le scuole cai è meglio non generalizzare, ma potrebbe esser vero che c’è, in genere,  un certo pressapochismo, legato ad una “cultura” diffusa nel cai stesso. In gioventù ho frequentato il cai e le scuole cai, prima come allievo e poi come istruttore, ma dopo un pò mi sono allontanato o meglio sono stato “sfiduciato” e costretto ad allontanarmi,  in quanto le proposte alpinistiche che facevo  sono state considerate non compatibili con lo spirito della scuola.

  7. 31
    Alberto Benassi says:

    Ma in poche giornate non si può formare degli alpinisti; questo deve essere chiaro a tutti

    Formare no, ma dare un indirizzo, stimolare una riflessione si può.

  8. 30
    Paolo Panzeri says:

    Ora chi non passa mette uno spit, poi magari dopo un po’ di prove passa in libera e lo dice trionfalmente dappertutto.
    E prendono le scuse della sicurezza.
    Purtroppo adesso lo si fa anche dove altri erano già passati quasi un secolo prima.

  9. 29
    DinoM says:

    Io però una cosa non l’ho capita. Secondo i “critici” quali sono le persone giuste  e cosa dovrebbero fare e dare gli istruttori del CAI?

    Nella mia  lunga esperienza nella Scuola ho visto che i grandi alpinisti sono difficilmente buoni istruttori, perché non hanno la pazienza e la voglia di impiegare tempo nell’insegnamento; si stufano.

    Nella storia della nostra Scuola è famoso un caro amico Accademico e grande alpinista che al corso di sci alpinismo arrivò a casa prima che i suoi allievi arrivassero in cima.

    E’ ovvio che poi non bisogna passare dall’altro estremo, ovvero una formazione teorica sui libri; c’è una sana e giusta via di mezzo. Ma in poche giornate non si può formare degli alpinisti; questo deve essere chiaro a tutti.

    Noi possiamo solo dare passione e i principali rudimenti tecnici e culturali, sperando di aver “inoculato” la voglia di montagna.  Chi frequenta un corso   autonomamente dovrà sviluppare il suo alpinismo se ne avrà voglia.

    Devo  ammettere che è sempre più difficile.  Molti allievi si iscrivono ai corsi per fare uscite a basso costo piuttosto che per continuare autonomamente. Questo  accade però più o meno da sempre con intensità a fasi alterne.

    Mi rassicura il fatto che molti grandi alpinisti e Guide hanno mosso i primi passi nelle scuole del CAI. Ciò vuol dire che tutto sommato qualcosa di buono lo seminiamo.

    Dino Marini

     

  10. 28
    Luca Visentini says:

    Come se in alpinismo non contasse chi passa. E chi non passa? Zitto! Falliti, diceva Motti. Bulli (celoduristi), dico io.

  11. 27
    Paolo Panzeri says:

    Per dare una risposta a CCC, mi sembra che le scuole del cai che insegnano veramente ancora cosa sia l’alpinismo siano molto poche (me ne vengono in mente solo alcune di pianura, come Piacenza) per due motivi principali: il primo, per la carenza di alpinisti ormai cronica, difatti il cai è riuscito a passare  dagli alpinisti volontari alle sue persone certificate da sue persone già certificate, che in montagna vanno pochissimo a scalare e quindi sono poco più che dei teorici; il secondo, per i problemi attuali di attribuzione di responsabilità varie e di conseguente bisogno di copertura legale, che il cai non garantisce se non alle  sue persone che ha certificato.

    Secondo me la maggioranza delle scuole sono controllate per essere essenzialmente “turistiche”, è così specialmente nelle grandi sezioni e viene fatto per aumentare i soci, questo è l’obiettivo che il cai si era proposto decenni fa e devo ammettere che l’ha raggiunto molto bene

  12. 26
    Fabio Bertoncelli says:

    Scrisse un giorno Carlo Possa sulle pagine del “Cusna” (giornale del CAI di Reggio Emilia):

    «Dove sta andando l’alpinismo? Ma è chiaro: sul Monte Ventasso».

     

    Negli anni Settanta il buon Possa è stato uno dei fondatori della “Pace con l’Alpe”. Il Ventasso invece è un montarozzo erboso di 1727 metri nell’Appennino Reggiano, simbolo dell’escursionismo bucolico a livello locale.

    … … …

    Carlo, se mi leggi batti un colpo!

     

     

  13. 25
    Alberto Benassi says:

    Non giro proprio intorno a nulla.

    La mia opionione è che non si può generalizzare. Ci sono istruttori che hanno certe capacità: tecniche, didattiche, culturali. E queste capacità cercano di trasmetterle. Soprattutto cercano di trasmettere il gusto per l’alpinismo, per l’avventura, il rispetto per la storia, per l’ambiente.   Altri invece che non le hanno. Magari sanno il manuale  a memoria, sanno perfettamente la manovra. Ma alpinisticamente hanno una concezione diversa che non è proprio alpinistica.

    Comunque anche a questi gli va riconosciuto l’impegno e il tempo che sacrificano per gli altri.

    Ripeto non si può generalizzare, non è corretto.

  14. 24
    CCC says:

    certo per uno che dice di non avere  un centesino di esperienza e di preparazione, sei stato molto gentile e garbato . BRAVO!

     

    Nei commenti di questo blog avete uno spiccato gusto per la polemica ad personam. Lasciamo stare quello che io, te e gli altri abbiamo fatto.
    Quello che ho scritto circa le scuole di alpinismo del CAI è vero o non è vero? Senza che ci giriamo tanto attorno.

  15. 23
    Paolo Panzeri says:

    Lo metto anche qui perché mi è piaciuto.
    Oggi il mio amico Rag. (si fa chiamare così ed è assolutamente un non sportivo) mi ha detto: “ormai tutto è come il calcio, ci sono i giocatori e i tifosi; ci sono i pochi che giocano bene con il pallone e i tantissimi che sul pallone discutono, pensano, insegnano, filosofeggiano e non sanno dare un calcio.”

  16. 22
    Alberto Benassi says:

    popolate da istruttori che non salgono un 6a neanche staffando, e che nutrono il proprio ego tramite patacche e titoli vari, il cui valore è pari all’utilità: nullo. Ammesso e non concesso che alcune di queste persone siano animate dalle migliori intenzioni, il risultato è che purtroppo finiscono per impartire ai propri allievi una concezione dell’alpinismo completamente fuori tempo massimo.

    certo per uno che dice di non avere  un centesino di esperienza e di preparazione, sei stato molto gentile e garbato . BRAVO!

  17. 21
    CCC says:

    L’articolo è interessante, anche se in fin dei conti non si capisce del tutto dove voglia andare a parare, e tutto sommato fa un riassunto di cose dette e ridette. Interessanti anche i vari commenti,  a cui mi permetto di aggiungere alcune considerazioni, sebbene io non abbia un centesimo dell’esperienza e della preparazione di chi ha scritto prima di me.

    Forse tutto questo discorso rischia di risultare un po’ anacronistico e datato. Io appartengo ad una generazione di mezzo per molti versi, tra cui anche quello alpinistico. Chi è venuto prima di me chiamava alpinismo l’attività di salire sulle montagne: camminando, con gli sci ai piedi, o arrampicandosi sulla pietra. Immagino che si andasse in cerca di pace, serenità, solitudine, e allo stesso tempo si cercasse di misurarsi con sé stessi e con gli altri. Ci si allenava, chi più chi meno duramente, per poter salire su montagne più alte, o per poterlo fare attraverso itinerari più complessi, magari inesplorati.
    Le generazioni d’oggi hanno invertito questo tipo di approccio. Ora ci si allena sulla plastica, quando non direttamente sui pannelli. Poi magari ci si avvicina all’arrampicata in falesia. Talvolta, ma ormai è più unico che raro, qualche giovane decide di provare a misurarsi anche con le montagne vere e proprie.
    Temo, come già fatto notare da molti altri, che le due cose procedano sempre più in parallelo, ovvero senza punti di contatto.
    Ne consegue che se già prima era molto difficile trovare un metro di misura con cui giudicare salite, itinerari ed alpinisti, ora è quasi impossibile. Qual’è il confine oltre cui una libera in falesia diventa effettivamente rilevante, e quale quello oltre cui lo diventa la ripetizione di una via in montagna? Per non parlare dell’apertura di nuovi itinerari, faccenda in cui entrano in gioco ben altri fattori, sia tecnici che etici.
    Per fare un esempio pratico, qual’è “l’impresa” alpinistica più degna di nota? Ondra che sale il 9c? Larcher che sale una via trad estrema? Nalle Hukkataival che sale un boulder di 9a? Honnold che scala Freerider slegato? Honnold e Caldwell che salgono El Capitan in due ore? Keita Kurakami che sale The Nose in libera da solo? Honnold e Caldwell che fanno il traverso del Fitzroy? Colin Haley che va su e giù di corsa, da solo, per le pareti dell’Alaska? David Lama da solo sul Lunag Ri? Kilian Jornet che fa le ripetute sulll’Everest? Si potrebbe andare avanti per ore, fermandosi alle cose degne di nota successe negli ultimi anni. E’ evidente che trovare un criterio univoco è pressoché impossibile, e che ognuno di noi tenderà a privilegiare salite ed avventure più vicine al proprio modo di sentire ed alle proprie idee dell’alpinismo.
    Allo stesso modo, una serie di considerazioni sull’avventura e sull’esplorazione vanno prese con le pinze. In primis perché i progressi tecnologici hanno modificato enormemente questo aspetto della pratica alpinistica. Ed in secondo luogo perché è sempre in agguato il rischio di mascherare l’incapacità tecnica ed atletica con una non meglio specificata ricerca dell’avventura. Che è quello che ahimè succede in molte scuole di alpinismo del CAI, popolate da istruttori che non salgono un 6a neanche staffando, e che nutrono il proprio ego tramite patacche e titoli vari, il cui valore è pari all’utilità: nullo. Ammesso e non concesso che alcune di queste persone siano animate dalle migliori intenzioni, il risultato è che purtroppo finiscono per impartire ai propri allievi una concezione dell’alpinismo completamente fuori tempo massimo.

     

  18. 20
    Matteo says:

    Più invecchio e più riscopro vera l’antica massima:

    “Si sono divertiti? Che bravi! Non si sono divertiti? Che stronzi!”

    Credo che gli alpinisti più grandi siano quelli che fanno anche salite solo perché sono belle o per essere lì e i climber più forti quelli che in una falesia salgono anche un tiro facile perché ha un bel colore la roccia o perché è strano. E tutti e due qualche volta vanno solo a camminare in un posto dove non sono mai stati.

    Qualcuno ne ho conosciuto, sia climber che alpinisti così. Ma pochi.

  19. 19
    Alberto Benassi says:

    @ Roberto Bianco dice:

    “… Si può vivere l’avventura ed essere felici con poco….”

     

    Alberto Benassi dice:

    “…. Oggi questi piccoli, ma intensi venti metri, sono stati per me, pura AVVENTURA. Lo so, direte voi: “avventura su venti metri ? Ti accontenti di poco!”. Può darsi. Ma a volte basta veramente poco, non bisogna per forza andare in Patagonia o in Himalaya per… alzare l’asticella. L’avventura spesso è dietro l’angolo. Basta avere curiosità, entusiasmo e voglia di mettersi in gioco. Ma soprattutto continuare a sognare.”

    @ Fabio Bertoncelli

    “Al diavolo gradi e sottogradi, al diavolo invidie e rivalità, al diavolo la pazza folla.  Solo tu e il tuo compagno di cordata.”

    Si Fabio, al diavolo le rivalità ma il confronto, lo scambio di opinioni ed esperienze sono un’altra cosa. Altrimenti non avrebbe senso nemmeno questo blog e noi che ci scriviamo. E non avrebbero senso nemmeno i libri sull’alpinismo.

  20. 18
    Roberto Bianco says:

    Bravo Bertoncelli ! La penso proprio come te . L’importante è riuscire a vivere l’avventura.

    A 70 anni, da solo, con qualche problema all’anca, pochi giorni fa  sono salito con gli sci al colle delle Locce dal versante Valsesiano. Non ho incontrato anima viva, solo camosci e stambecchi. Ambiente grandioso , “firn” stupendo, curve da urlo, giornata splendida. Si può vivere l’avventura ed essere felici con poco….

     

  21. 17
    Paolo Panzeri says:

    E “4 gatti” sono anche gli italiani che fanno alpinismo.
    La mia è solo una considerazione leggendo qua e là, ma sopratutto osservando le nostre grandi pareti che vengono sempre meno frequentate dagli italiani: la gente le sale poche volte, ma solo per vie ben protette alla moda.

  22. 16
    Paolo Panzeri says:

    Pierangelo, però, se ben ricordo, tu smentisci il 6c, tu sei uno dei “quattro gatti” al mondo che sono andati fino al 7b (e magari un poco oltre) …. senza cliffettare o dall’alto e con cantieri di più anni.

  23. 15
    Fabio Bertoncelli says:

    Ivan, sono d’accordo.

    … … …

    Il libro di Kurt Diemberger «Tra zero e ottomila», pieno di romanticismo e di spirito d’avventura, letto e riletto ad appena diciassette anni, è stato fondamentale durante la mia adolescenza e ha contribuito a forgiare l’etica di montagna che mi sono portato appresso per tutta la vita.

    Lo stesso mi successe pure con i libri del grande Gastone (Rébuffat).

    Al diavolo gradi e sottogradi, al diavolo invidie e rivalità, al diavolo la pazza folla.  Solo tu e il tuo compagno di cordata.

    A volte solo tu. È il massimo.

  24. 14
    Michele Guerrini says:

    Ho interpretato l’articolo come un richiamo all’importanza, in alpinismo ma anche in arrampicata,di altri valori che non siano solo valutabili con un numero come il grado  ricordando che, a parte qualcuno che lo fa di mestiere e campa con gli sponsor, tutti gli altri lo fanno per se stessi e solo su se stessi dovrebbero fare dei confronti perché ci sarà sempre l’ ONDRA di turno….

    Assisto spesso a gente che scala per il puro orgoglio di dire di aver salito il tal grado, la tal via, dopo magari anni di assedio e senza mai divertirsi perché sembra quasi che siano li per timbrare…

    Ecco che allora il discorso sul grado diventa avvilente, triste e sterile, quando DIETRO non esiste dell’altro.

    Con questo non vuol dire che le nuove generazioni non si divertano scalando solo per la prestazione ma sicuramente CASTRANO l’attività di una parte di piacere dato dalla sfida personale , da un’ etica ferrea e basata su regole sempre esistite ed ora ignorate per rendere più alla propria portata il risultato, o semplicemente da un po’ più di fantasia…..   ( si rincorrono sulle stesse vie che qualche giorno prima aveva fatto tizio e prima ancora caio ed in pochi chiodano nuovi tiri…)

    La classificazione in Alpinismo c’è sempre stata e sempre ci sarà ma è giunta l’ora di dimostrare al mondo ( che sta andando proprio in questa direzione OMOLOGANDO tutto e tutti ) che non è solo attraverso questa che gli Alpinisti trovano dei valori scalando le montagne.

     

  25. 13
    Giacomo Govi says:

    Credo che ogni tanto ci piaccia leggere cose che già’ sappiamo:
    – che fare l’8a in falesia in 20 giri e’ una prestazione di meno valore che farla a vista o in 2 giri
    – che in falesia le protezioni sono più’ vicine
    – che il saper salire una via di un certo grado non significa essere ‘fluent’ in quel grado
    – che fare il 9a in falesia non ti rende ( neppure potenzialmente ) l’ alpinista più’ forte 
    – che senza “aiutini” ( fettucce, rinvii già’ passati ) una salita e’ più’ pulita e ha più’ valore
    – che “rotpunkt”, “flash” e “onsight” sono spesso barati
    – che salite di pari grado abbiano valore diverso a seconda della proteggibilita’, delle condizioni, degli aiuti piu’ o meno leciti
    – che salire l’Everest o altro 8000 con l’ossigeno, con corde fisse, con campi pre-allestiti ha meno valore che senza tutto cio’
    Eccetera. Nulla di nuovo in questo senso, pero’ qualche esempio interessante di cosa e’ una prestazione alpinistica per Sinapi.  Resta per me una confusione, gia’ vista qualche volta, nel trattare nello stesso articolo prestazioni di falesia assieme a prestazioni di alpinismo. Ma che senso ha?

  26. 12
    Scai says:

    Dovevamo attendere il 2019 per sapere che il grado non è tutto. A parte l’accozzaglia di luoghi comuni, gli esempi sui tizii che fanno l’8a ma che in realtà sono delle pippe sul sesto grado “montano”  (classico esempio di celodurismo caiano), gli errori sparsi qua e là (sulle torri il grado era 6b non 7a, nel mondo ci sono centinaia di climber che hanno salito uno o più 9a, se per l’autore sono pochissimi…), cosa rimane? Che un articolo del genere puo aver senso alla cena della sottosezione caiana xy e forse la pubblicazione sulla Rivista aveva proprio questo scopo, null’altro.

    E scusate se non mi allineo alla messe di elogi.

  27. 11
    Ivan says:

    @Fabio – Scusa se non sono stato chiaro. Non volevo sollevare polemica, ne fare una classifica (e il “primi” stava ad indicare la poca importanza che attribuisco a cio’).

    Non c’è nemmeno bisogno di screditare Schmuck. Piuttosto, si puo’ sottolineare l’importanza del gesto di Diemberger quando risalì con Buhl. Ed è anche davanti a queste cose che si capisce l’importanza relativa del “grado” e della “prestazione” stessa (come giustamente specificato da Cosimo Cencetti).

  28. 10
    lorenzo nobile says:

    Molti anni fa accanto alla scala UIAA venne introdotta una nuova scala, in lettere, da PD a EX, che doveva servire ad indicare l’impegno complessivo della via. In Italia fu male usata, accoppiata ai gradi UIAA. Infatti sulla quasi totalità delle guide (non le ho lette tutte) si potevano leggere relazioni di vie di 100 o duecento metri, esposte a sud, con ritorno facilissimo, ma con passaggi di sesto grado o più, classificate ED…quando sarebbe stato opportuno segnalare la presenza di passaggi estremi ma con impegno complessivo pari a PD.

  29. 9
    Cosimo Cencetti says:

    Condivido l’opinione sull’etica e sullo spirito con il quale l’impresa viene fatta, ma non condivido la modalità di valutazione. Penso che l’etica non sia misurabile in alcun modo, se non in via indiretta attraverso le idee (nel caso però in cui la persona che ha fatto l’impresa sia capace o intenzionata a comunicarle) e lo “spessore” della persona che ha compiuto una certa impresa. Questo articolo ripete spesso la parola “prestazione”, già di per sè, io credo, concettualmente sbagliata. E’ proprio questo termine che poi conduce a voler definire regole (e l’autore parla anche di queste) che conducono in definitiva ad un valore riassuntivo unico, il grado. E’ giusto, io credo, non limitarsi ad esso, includere nelle nostre valutazioni anche la storia, la fantasia, l’arte che c’è dentro, lo spirito della cosa. Ma non capisco la soluzione proposta nell’articolo e non capisco neanche la provocazione: scriviamo di fianco al grado anche che temperatura c’era e quanti calzini aveva nello zaino? Se il tiro lo faccio con le ciabatte e ho mangiato una pizza mezz’ora fa? Anche voler definire una stagione invernale in Hymalaia, non ha senso… c’è inverno e inverno. Questo articolo, che apparentemente critica l’insensatezza della valutazione attraverso il grado, non propone secondo me un’alternativa convincente, ma quasi un’esasperazione del problema stesso, suggerendo in fin dei conti (io l’ho letta così) di includere nella valutazione più dati.
    In pratica ripropone le stesse idee alle quali l’arrampicata si ribellava negli anni ’70-’80 e in opposizione alle quali l’arrampicata è addirittura (in parte) nata. Io credo che in questo momento l’arrampicata si stia semplicemente ingrigendo ed incancrenendo (come accade con tutto), su posizioni semplicistiche, per essere compresa dal maggior numero di persone possibili ed essere dunque monetizzabile. Il grado è il numero che serve per vendere ed è utilizzato in questo senso come leva principale da chi è interessato al business arrampicata, ovvero i media e gli sponsor, che cercano di “spiegare” e di tirare dentro più gente possibile, anche producendo film ed articoli che trasmettono idee confuse e, per me, poco interessanti (soprattutto, ma lo dico senza odio, made in USA). Io la vedo in modo molto diverso, e mi augurerei piuttosto che venissero valorizzate altre cose, come le idee, le personalità e la bellezza delle cose.
    Il mettersi alla prova non è un qualcosa di misurabile e non è lo stesso per tutti, così come la bellezza o l’arte. Anche un alpinista senza ossigeno sull’Everest utilizzerà i suoi trucchi. Cosa stiamo cercando di valutare veramente? Dove vogliamo arrivare? Io non mi limiterei al concetto di prestazione, di vedere fin dove l’essere umano può spingere fisicamente, guarderei piuttosto altre cose, più interessanti. Sennò si finisce per applaudire dei genetic freaks che iniziano ad allenarsi a 3 anni perchè hanno i genitori pazzi e tutto diventa poco interessante, superabile, frustrante.

  30. 8
    Michele Guerrini says:

    Quando si conosce  ( un po’ ) la storia dell’arrampicata e dell’alpinismo, si riesce meglio a comprendere il valore di certe imprese ( prestazioni ) ma non sempre l’evoluzione, negli anni,  di certe discipline ha favorito miglioramenti di prestazione se di fondo non ci fosse stata una ETICA personale dei protagonisti.

    Negli ultimi anni vediamo molti esempi dove è stato valorizzato l’aspetto fisico e meno quello mentale che invece OVVIAMENTE è piu’ difficile da sviluppare ( perché una parte è nel nostro DNA  e quindi non è alla portata di tutti ) ma nel salire le montagne rimane fondamentale

    E’ quello che fa la differenza rispetto ad altri sport ( discipline ) ma è anche quello che spinge la maggior parte degli appassionati ( portatori sani di passione ) a coltivare i propri sogni.

  31. 7
    Fabio Bertoncelli says:

    Ragazzi, non perdiamoci in dettagli insignificanti. Sul Broad Peak giunsero in cima tutti e quattro nello stesso giorno.

    Che importanza può avere che due di loro vi arrivarono una o due ore prima?

    Marcus Schmuck in seguito enfatizzò ripetutamente il suo arrivo prima di Buhl. Da ciò si comprende il suo carattere: per me è questo il fatto importante.

  32. 6
    Pierangelo says:

    L’articolo non fa una piega… Restando sul dolomismo e in specifico sull’apertura, negli anni ottanta novanta c’era chi apriva vie in unica soluzione, fra i quali mi ci metto anch’io, e che valutava la via in base alle difficoltà reali che  incontrava tiro per tiro. Quel che ne usciva in libera sui tratti più duri era 7’+ o al massimo qualche passaggio di 8′. Per andare oltre si usava senza vergogna la scala artificiale, anche se si faceva un resting . C’erano altri invece, di cui sono testimone, che anche se arrancavano da chiodo a chiodo, valutavano la via in libera, anche senza preoccuparsi, di tornare a liberarla, dando delle valutazioni da capogiro e godendo degli ingiusti allori, e ce ne sono tanti di questi campioni. Negli ultimi anni mi sono adeguato alla mentalità moderna, e prima di dichiarare un apertura, aimé, visto anche la vecchiaia, vado e torno parecchie volte, provando e riprovando e aggiungendo protezioni, finché mi riesce la libera. L’importante comunque è per me dare un resoconto reale dell’ascensione. La realtà è che in apertura, anche per gli arrampicatori di serie A , eccezion fatta per alcuni casi di cui si sa troppo poco, si è andati poco oltre il 6c….

  33. 5
    DinoM says:

    Vorrei solo segnalare che nelle nostre montagne c’è ancora tanta avventura, basta uscire dalle vie classiche più celebrate e ripetute. Gli Spalti di Toro e Monfalconi, tutte le Marmarole, Sorapiss etc etc ; per non parlare delle Giulie e Carniche.

    In Montanaia ci sono cime dove fino a pochi anni fa era possibile trovare il biglietto di cima dei primi salitori. Su molti itinerari la chiodatura è praticamente inesistente, le tracce di passaggio scarse e il cellulare non prende. Gli avvicinamenti sono lunghi, bellissimi e solitari. Una meraviglia

     

  34. 4
    Ivan says:

    Interessante scritto. Ci sarebbero tanti spunti da approfondire.

    Se ricordo bene, come scritto da Diemberger e Buhl, i “primi” sul Broad Peak furono Wintersteller e Schmuck. Solo per dire che arrivarono su tutti e 4 (Diemberger due volte…).

  35. 3
    Paolo Panzeri says:

    Bravo Mimmo: un po’ di cultura ci vuole anche per scalare, così, magari, si capisce quello che si sta facendo !

  36. 2
    Alberto Benassi says:

    articolo ben fatto e molto condivisibile.

    Spesso e volentieri si misura, ingiustamente, il valore alpinistico di una persona solo dalla sua pura capacità tecnica di superare il grado di difficoltà di un passaggio, magari in falesia.

    Una considerazione  che faccio  in più, rispetto all’articolo,  è sulla valutazione che si da dopo avere aperto una via nel fare la relazione.

    tante volte si  apre anche facendo ricorso all’artificiale, ma molti, quando fanno la relazione, non lo specificano, non mettono sulla  relazione il fatto di avere fatto dell’artif. e  danno la valutazione della difficoltà  in libera che è avvenuta dopo in ripetizione.

    Non trovo giusto questo metodo inquanto non dice la verità di come la via è stata aperta.

  37. 1

    Bellissimo articolo ricco di considerazioni importanti e coraggiose. Dico coraggiose perché è stato pubblicato su Montagne 360, ovvero la rivista del Cai.

    Infatti è solo nell’ambiente Cai che le cronache alpinistiche restano sovente ferme agli anni d’oro e ai soliti pochi eroi. C’è chi crede che Maestri e Egger abbiano salito il Torre nel ’59, tanto per fare un esempio a me… caro.
    Una volta i “soliti noti” erano pochi e quindi sempre gli stessi ma oggi, e già da un bel po’, c’è tantissima gente forte che fa cose straordinarie senza fare neppure troppo baccano, nonostante i mezzi d’informazione siano più potenti.

    Condivido appieno il discorso sul grado ma aggiungerei un’empirica classificazione decrescente del livello di bugia possibile:

    1) Himalaysmo

    2) Alpinismo e andinismo

    3) Arrampicata sportiva

    E nei decenni le “balle” sono sempre circolate, solo che distruggere certi miti a volte è difficile.

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