Il Grand Capucin

Il Grand Capucin (GPM 025)
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Rivista della Montagna, gennaio 1972)

Generalmente ogni montagna, per quanto ardita e slanciata possa essere, ha un versante, uno spigolo o una cresta abbastanza facili o per lo meno non eccessivamente difficili. Sono quindi ben rari i casi in cui la via normale per salire a una cima presenti difficoltà di ordine superiore. Immaginate però una via normale estremamente difficile e subito potrete avere un’idea della montagna e degli itinerari tracciati su di essa: evidentemente deve trattarsi di una guglia straordinaria, di una torre regolare con le pareti assolutamente verticali e strapiombanti, gli spigoli affilati e taglienti. Ma esiste una guglia così eccezionale da rasentare la perfezione?

Ghiacciaio del Gigante, Grand Capucin, Mont Blanc du Tacul e satelliti

Salite un giorno limpido e chiaro con la funivia del Monte Bianco al Rifugio Torino. Poi incamminatevi a piedi sul comodo e pianeggiante ghiacciaio fino al Col des Flambeaux: la marcia non è lunga, un quarto d’ora al massimo. Davanti a voi si aprirà uno degli scenari più grandiosi delle Alpi, tutto il gruppo del Monte Bianco, con i suoi dignitari più famosi, il Mont Maudit e il Mont Blanc du Tacul. Ma tra la selva di guglie e di lame rocciose che il Mont Blanc du Tacul protende verso il ghiacciaio, ve n’è una che subito attrarrà i vostri sguardi: una guglia perfetta, elegantissima, una freccia di rosso granito, completamente isolata dalle altre. È il Grand Capucin.

Più vi avvicinate alla sua base e più la guglia acquista slancio e arditezza, isolandosi dalle splendide torri vicine e dominandole nettamente in bellezza.

Apparentemente è inscalabile da ogni lato: tutte le sue pareti sono levigate, verticali e strapiombanti. Impossibile quindi in arrampicata libera, avvalendosi cioè degli appigli e degli appoggi che la roccia offre all’alpinista. Ha dovuto però cedere all’arrampicata artificiale: infatti anche la prima salita, svoltasi per il versante più breve e più facile, si poté compiere solamente con l’impiego di molti chiodi e con manovre di corda. Siamo quindi davanti a una guglia i cui itinerari sono riservati a una ristretta schiera di arrampicatori molto preparati: tutte le vie aperte sul Grand Capucin sono di estrema difficoltà e di notevolissimo impegno. Pertanto non insisterò molto sul lato puramente tecnico e descrittivo degli itinerari, soffermandomi invece sull’aspetto e soprattutto sulla storia alpinistica di questa montagna; non per nulla una guglia di granito è divenuta così celebre e importante negli annali dell’alpinismo mondiale.

Tenacia e ingegno montanaro
Per comprendere il significato, l’importanza e il valore della prima salita del Grand Capucin bisogna aver ben presente il livello dell’alpinismo occidentale intorno al 1920. Siamo ancora nell’era degli scarponi chiodati, delle grandi salite di misto e di ghiaccio, dei rudimentali mezzi di progressione e di assicurazione. L’uso della corda come strumento di assicurazione e di progressione è ancora molto limitato e per nulla perfezionato; i chiodi sono costituiti da grosse caviglie di ferro del peso di più di un chilo l’una, da infiggere nelle spaccature della roccia e da sfruttare prima come appiglio per le mani e poi come appoggio per i piedi. Moschettoni, staffe, manovre di corda, chiodi, cunei di legno, sono artifizi del tutto sconosciuti. Si cerca di spingere l’ardimento al limite del possibile e quando si incontra il passaggio insuperabile, il mauvais pas, prima di ritirarsi si ricorre a tutti i mezzi che l’ingegno montanaro può suggerire. Questa volta è una pertica di legno issata lungo la parete e poi utilizzata per superare una liscia placca, altre volte è una piramide umana effettuata su esigui terrazzini senza la minima assicurazione, altre volte ancora, esaurite tutte le possibilità, si ricorre all’ago da mina e si fora la roccia infranchissable, si pianta un tondino di ferro e si riesce a progredire.

Così fu al Père Eternel, il sottile ago di roccia che aveva respinto tutti gli assalti, così fu sulla placca liscia e insuperabile della quinta torre della cresta sud dell’Aiguille Noire de Peutérey e così sarà anche al Grand Capucin.

Abbiamo parlato di ingegno montanaro. Le guide di allora, tutti valligiani, appartengono ormai quasi alla leggenda. Figure di uomini un poco rozzi ma robusti e saldi come il bronzo, avvezzi alle intemperie, cresciuti ai piedi delle montagne, abituati al lavoro fisico pesante e alla vita in dure condizioni ambientali. Uomini come Alexander Burgener o come Josef Knubel, come Adolphe Rey o come Evariste Croux, che erano in grado di tagliare con la piccozza centinaia e centinaia di gradini nel ghiaccio senza accusare la fatica, di resistere più giorni su una parete anche con il cattivo tempo e con un’attrezzatura del tutto sommaria.

Adolphe Rey. Foto: Rivista Mensile del CAI

A Courmayeur la dinastia delle guide ha tradizioni e passato gloriosi. Adolphe Rey è uno degli ultimi rampolli della stirpe, ma subito mette in mostra le sue doti eccezionali. Piccolo, non molto tarchiato, non sembrerebbe a vederlo un esempio di robustezza; invece, oltre ad avere una notevole resistenza fisica, è agile come un gatto ed eccelle nell’arrampicata su roccia. Nel 1924 ha già al suo attivo un notevole passato alpinistico: basti citare la prima salita della cresta dell’Innominata al Monte Bianco, una delle più grandi salite dell’epoca. Adolphe Rey diverrà in seguito una delle guide più forti e più attive dell’epoca, legando il suo nome a imprese di eccezionale valore: l’arète des Hirondelles alle Grandes Jorasses, la parete nord dell’Aiguille Noire de Peutérey (non ripetuta a tutt’oggi), il Mont Blanc du Tacul per la Brèche de l’Isolée.

Il Grand Capucin è dunque il problema da risolvere: Adolphe ha già salito per la prima volta il vicino Petit, da cui il Grand appare in tutta la sua grandiosa verticalità. Assolutamente da scartare un assalto frontale, non resta che tentare dal versante ovest, il più breve ma certo non il più facile. Il 18 luglio 1924 Rey, in compagnia del cliente Enrico Augusto, di Henry Rey e di Louis Lanier, decide di tentare la scalata.

La pertica di Adolphe Rey
Ecco come Enrico Augusto descrisse quella prima salita sulla Rivista Mensile del CAI del 1924: «Fu stabilito di tentare la scalata da quel lato non perché la via sembrasse più facile che altrove (il Grand capucin appare da ogni lato impraticabile) ma perché è la più breve. La parete sale dapprima a picco per una ventina di metri circa, mette a una gran gobba che sporge ampiamente a destra (ovest) formando il cappuccio. Il primo tratto è formato precisamente da un camino, che non offre, si può dire, alcuna risorsa, perché è a picco, assai aperto, con le pareti e il fondo assolutamente lisci: tranne, dopo i primi quattro metri, una piccolissima sporgenza alla quale può appoggiarsi la punta di un piede. Le guide battezzarono questa sporgenza “le champignon”.

… Fu utilizzata una pertica lunga una decina di metri, in cui furono innestati a spina di pesce alcuni cavicchi lunghi una decina di centimetri. La pertica fu appoggiata al camino e trattenuta alla meglio, in basso, da uomini che avendo i piedi sulla neve e nessun appiglio a portata di mano, poco potevano fare. Adolfo Rey salì lungo la pertica quanto gli fu possibile e, piantata una caviglia, ne fece scendere una fune. Un uomo salì fino alla caviglia, vi si afferrò saldamente e trattenne la pertica, sollevata ancora più in alto, finché Adolfo Rey riuscì a piantare un’altra caviglia e così di seguito. Superati i primi venti metri, per vincere lo strapiombo la pertica fu issata sul posto… tanto da permettere ad Adolfo di salire un paio di metri, piantare un’altra caviglia e a quella legare strettamente la pertica; il tratto rimanente fu quindi superato con meno rischio… si trovò che la parete ora metteva ad alcune placche assai inclinate, non visibili dal basso, le quali giravano a destra sotto il cappuccio».

Il superamento di questi primi trenta metri era stato compiuto in due giorni, tornando però a dormire in rifugio. Nei successivi tre giorni il tempo fu pessimo e solo il 24 luglio fu possibile concludere la salita superando le ultime placche e la sottile crestina terminale sino in vetta.

La scalata di Adolphe Rey fu dunque essenzialmente artificiale, sebbene i mezzi impiegati fossero piuttosto rudimentali, tanto che i primi salitori consigliarono gli eventuali ripetitori di «sostituire la pertica o con una scala di corda o con altra pertica più solida; quella da noi adoperata faceva parte della chiudenda di un prato e fu allegramente requisita dalle guide mentre salivano al rifugio».

Spigolo nord-est e parete nord del Grand Capucin visti dalla via Gervasutti al Petit Capucin. Foto: Ferruccio Joechler

Vien da sorridere pensando ai mezzi di cui dispone la tecnica moderna. La salita di Rey porta però anche a riflettere: in alcuni tratti assolutamente lisci, Adolphe fu costretto a forare la roccia con un lungo e paziente lavoro per piantarvi dei tondini di ferro in modo da assicurare la pertica (questi tondini sono ancora visibili e del tutto sicuri). Come si vede la storia dei chiodi ad espansione è piuttosto vecchia, e bisogna averla ben presente prima di accusare i giovani di dissacrazione dei valori etici dell’alpinismo. L’impresa di Rey resta fondamentale, appunto per il suo valore storico e per la sua concezione lungimirante.

La seconda ascensione fu effettuata da Aimé Grivel ed Eugène Hurzeler il 18 agosto 1929, utilizzando ancora la vecchia pertica, ma valendosi nel tratto iniziale di qualche cuneo di legno. La terza salita fu effettuata nel 1946 da Giusto Gervasutti e da Giovanni Salomone con sistemi più moderni, ossia con l’uso di chiodi, cunei di legno, doppia corda e staffe. Ancora una ripetizione della grande guida francese Lionel Terray con Tom de Lépiney e poi non risulta che la via di Rey sia stata ancora salita, anche per la successiva apertura di itinerari diversi sulle altre pareti.

Dovranno però trascorrere diversi anni prima che il Grand Capucin torni alla ribalta nel mondo alpinistico. Ed è questa volta la parete est ad attrarre le attenzioni. Siamo ormai nel periodo in cui si cerca la via più difficile su una montagna difficile e la parete est, alta cinquecento metri, verticale, con numerosi tetti e strapiombi, sembra respingere, a un esame superficiale, ogni proposito di salita. Eppure nelle Dolomiti già si sono vinte pareti forse più levigate e più strapiombanti, ricorrendo però alla tecnica artificiale impiegata su vasta scala: decine e decine di chiodi, un gioco complesso di moschettoni, corde e staffe.

Bonatti scopre la parete est
Bisognava dunque trasferire sul granito la tecnica dolomitica applicata al calcare. Ma il granito è più liscio, più avaro di appigli, anche se la sua fessurazione è più netta e delineata e quindi l’arrampicata riserva minori incognite e richiede meno intuito. Citiamo a questo proposito il fortissimo scalatore francese Jean Couzy: «Il concetto di via problematica è evidentemente relativo a un’epoca. In questo campo la conquista della parete ovest del Dru nel 1952, dopo quella della parete est del Grand Capucin nel 1951, ha tolto, per il granito, la stessa ipoteca che era stata tolta per il calcare vent’anni prima sulla Nord della Cima Grande di Lavaredo. Ormai si è affermata l’opinione che non vi sia conformazione granitica, anche estremamente ripida, che non possa essere superata con una tecnica adeguata, a condizione di impiegarvi il tempo e i mezzi necessari. Si debbono sempre trovare fessure chiodabili, quando si abbia una certa abitudine nella scelta dei passaggi…».

Via Bonatti-Ghigo. Sulla terza lunghezza di corda dalla grotta di attacco: il camino di V e il diedro successivo. Foto: T. Pilotti e Gian Piero Motti

Un giorno Walter Bonatti, risalendo la Vallée Bianche in un caldo pomeriggio estivo, scopre il formidabile obelisco e rimane come stregato dalla parete est. L’idea di scalarla lo ossessiona; dapprima il proposito gli pare illogico, non realizzabile, ma poi a poco a poco, mediante uno studio accuratissimo della parete e facendo leva su una grande “carica” psicologica, si convince della possibilità dell’impresa.

Bonatti nel 1950 ha già al suo attivo numerose scalate di prim’ordine in Dolomiti e sulle Alpi Centrali. Nel gruppo del Monte Bianco, con il coetaneo Andrea Oggioni, ha già vinto la parete nord delle Grandes Jorasses, nel 1949. Certo non è ancora il celebre Bonatti del Dru, del K2, delle straordinarie salite solitarie che lo hanno posto all’attenzione di un pubblico, anche non competente, di tutto il mondo.

È uno dei tanti ragazzi cresciuti tra le rocce della Grigna, la nota palestra lecchese; tutte le domeniche si allena sulla Corna di Medale, sul Corno del Nibbio, ai Torrioni Magnaghi; si dedica all’alpinismo con tenace costanza, non si permette distrazioni o diversivi. In questo ambiente Bonatti, con Oggioni, Carlo Mauri e altri, ben presto primeggia e subito dimostra doti non comuni: doti fisiche e anche morali, soprattutto volontà e assoluta determinazione di riuscire. Percorre così di domenica in domenica tutte le vie della Grigna, con una minuziosa ricerca degli itinerari più difficili; apre anche nuove vie di estrema difficoltà, perfezionandosi notevolmente nell’arrampicata artificiale. Si abitua a considerare la difficoltà con criterio rigorosamente analitico, con una freddezza che non si lascia influenzare dalle apparenze: la sua intelligenza gli permette anche di comprendere che la stessa tecnica adottata sul calcare e sulla dolomia può essere vantaggiosamente impiegata anche sul granito, forse più facilmente, seppure con chiodi diversi, più lunghi e più grandi, adatti alla fessura marcata del protogino.

La traversata di V sotto il grande tetto per raggiungere il terrazzino del primo bivacco Bonatti. Foto: T. Pilotti e Gian Piero Motti

Arrampicata artificiale al massimo della sua espressione
Il 24 luglio 1950 con l’amico Barzaghi si porta all’attacco della parete est del Grand Capucin. Attacca al centro, lungo la fessura più logica ed evidente, ma subito si rende conto di quale sarà il suo procedere: ogni metro deve essere vinto con l’aiuto di chiodi, cunei, con un estenuante lavoro di staffe e di corde. Il granito è eccellente, saldissimo, ma la sua compattezza e la verticalità non permettono assolutamente l’arrampicata libera, se non per brevi tratti: pochi appigli, scarsissimi i terrazzini su cui riposare, solo esili fessure in cui infiggere chiodi. Per due giorni procedono con arrampicata dura, faticosa e monotona; poi il maltempo li costringe a ripiegare.

Bonatti non si dà per vinto, ormai è sicuro che la parete si può scalare e ritorna all’attacco il 14 agosto 1950 con il torinese Luciano Ghigo. Attacca ancora al centro, procede per due giorni e giunge a metà parete, sulla prima terrazza degna di tale nome. Ma al di sopra si innalza il passaggio chiave della via: un muro liscio, pauroso, dove non si intravedono fessure, alto più di quaranta metri. Bivaccano sulla terrazza e all’alba Bonatti cerca di innalzarsi sul muro, mentre il tempo si guasta e comincia a nevicare: le difficoltà sono esasperanti, ogni metro deve essere vinto con l’aiuto dei chiodi e per di più alcune fessure sono cieche per cui la tenuta dei chiodi diviene molto precaria. Un giorno intero è necessario per superare quaranta metri di parete: siamo nell’arrampicata artificiale al massimo della sua espressione.

Sul muro di 40 metri della via Bonatti-Ghigo. Foto: T. Pilotti e Gian Piero Motti

I due raggiungono così una grande e comoda terrazza nevosa, posta sul filo dello spigolo nord-est, ma frattanto il tempo si è decisamente guastato, rendendo necessaria una difficile ritirata. Di scendere per la via di salita non se ne parla neppure, dati i numerosi e grandi strapiombi; si calano allora con una serie di difficilissime corde doppie sulla liscia e verticale parete nord e con difficoltà grandissime riescono a raggiungere la base.

Un dedalo di tetti e strapiombi
Dando prova di una tenacia più che notevole, Bonatti e Ghigo il 20 luglio 1951 ritornano all’assalto. Questa volta non attaccano al centro, ma aggirano le placche basali a sinistra, salendo un centinaio di metri per il Couloir des Aiguillettes; poi con un’astuta traversata a destra, prima su terrazze nevose e poi su un difficile lastrone, raggiungono la via precedentemente seguita.

Questa variante consente loro un notevole risparmio di tempo, infatti già alla sera del secondo giorno sono sulla grande terrazza nevosa da dove hanno dovuto ripiegare nel precedente tentativo.

Il tratto terminale che si presenta ai loro occhi non è che un susseguirsi ininterrotto di tetti e strapiombi, ma Bonatti con un intuito eccezionale attraversa a sinistra sulla parete liscia e verticale e scopre dietro uno spigolo affilato una serie di diedri e fessure che si insinuano tra gli enormi tetti.

L’arrampicata è bestiale, non si riesce più a compiere un solo metro in libera: superato un tetto, subito se ne presenta un altro, seguito da un ennesimo strapiombo. L’esposizione è vertiginosa, sono completamente sospesi nel vuoto, attaccati ai chiodi e alle staffe; la roccia però è saldissima e tiene i chiodi ottimamente.

Durissimo è il lavoro di Bonatti, ma quello di Ghigo è altrettanto faticoso e importante: ogni chiodo piantato deve essere recuperato e il lavoro di schiodatura avviene il più delle volte in posizioni estenuanti. La sera li sorprende in piena parete e devono bivaccare su due minuscoli terrazzini, appesi ai chiodi e alle staffe. Il bivacco è molto duro, ma la vetta non è più molto lontana: ancora un tetto, un diedro strapiombante, un liscio muro e dopo un ennesimo strapiombo appare il caratteristico cappuccio terminale. Finalmente delle belle placche ricche di appigli, superabili in arrampicata libera, e alle 14,30 sono in vetta.

Il numero dei chiodi impiegati, circa 170, destò allora molto scalpore: oggi il numero dei chiodi infissi sulla parete è ancora più alto e ciò testimonia il grandissimo valore di Bonatti e Ghigo, che ricorsero alla progressione artificiale solo dove questa era veramente indispensabile. La via di Bonatti e Ghigo resta nella storia dell’alpinismo moderno come un capolavoro di intuito, snodandosi tra un dedalo di tetti e strapiombi, con un percorso sempre logico ed elegante.

Via Bonatti-Ghigo. La serie di strapiombi all’uscita del diedro sinuoso. Foto: T. Pilotti e Gian Piero Motti

Alcuni affermano che la via non sarà mai più ripetuta, ma lo è meno di un mese dopo: sono gli Scoiattoli di Cortina Luigi Ghedina e Lino Lacedelli, specialisti dell’arrampicata artificiale e rocciatori di eccezionale valore, che ne effettuano la prima ripetizione. Il loro giudizio conferma le impressioni generali: è la scalata di roccia più difficile delle Alpi. Ma poi le ripetizioni si fanno sempre più numerose, ecco la prima invernale di Romano Merendi, Luciano Tenderini e Gigi Alippi nel 1959, poi la prima solitaria di Gino Buscaini; ogni cordata lascia dei chiodi sulla parete, con il risultato che la via finisce per essere interamente chiodata e anche recentemente superchiodata. È destino delle vie in artificiale subire una svalutazione molto rapida: solo così ci si può spiegare come dai quattro giorni di Bonatti e Ghigo, occorsi per la prima salita, si possa passare alle sette ore scarse di alcune velocissime cordate. Gli arrampicatori belgi, forse con un po’ di esagerazione, dicono che la via ormai è una “scala per galline”, ma certo la parete non è più quella che trovarono Bonatti e Ghigo nella loro prima salita.

Parete nord: una via non ancora ripetuta
Il 24 luglio 1955 i due preparatissimi alpinisti francesi Lucien Bérardini e Robert Paragot si portano all’attacco della parete nord del Capucin con l’intenzione di aprirvi una nuova via. Bérardini tre anni prima ha vinto la parete ovest del Petit Dru, aprendo una via senz’altro più complessa e difficile della via Bonatti. È stata la risposta dell’alpinismo francese alla Est del Capucin.

La Nord del Grand Capucin è una parete tetra, scura, liscia e verticale, sovente ghiacciata: Bérardini e Paragot si innalzano per due giorni superando diedri strapiombanti e intasati di ghiaccio, lastroni levigatissimi, vincendo difficoltà di ordine decisamente estremo. Non si sa molto di questa salita, i primi salitori non hanno lasciato un racconto dettagliato: si sa che l’arrampicata è prevalentemente in artificiale, ma non mancano lunghi tratti di arrampicata libera quasi estrema, si sa che i chiodi e i cunei impiegati sono più di 80, si sa che i primi salitori giudicarono la via quasi superiore alla stessa via Bonatti. Essa attende ancora i primi ripetitori.

L’ambiziosa ricerca degli itinerari sempre più difficili portò gli alpinisti a posare gli occhi anche sulla parete sud del Capucin: d’altro canto un problema così lampante e una parete così bella non potevano essere ignorati. Alcuni giovani arrampicatori svizzeri, Claude Asper, Marcel Bron, Mario Grossi e Marcel Morel attaccano la parete il 24 luglio 1956.

La via degli Svizzeri e la prima invernale di Gianni Ribaldone
I ginevrini sono molto giovani, ma non mancano certo di grandi capacità e di preparazione: sulla loro palestra del Salève hanno spinto al massimo la tecnica dell’arrampicata libera e artificiale, sono chiodatori espertissimi e all’altezza di ogni difficoltà. La parete sud del Capucin quindi, sebbene si presenti assai problematica, non li impressiona.

Il primo giorno risalgono il lungo e caratteristico diedro che solca tutta la prima parte della parete: l’arrampicata è quasi esclusivamente in libera, la roccia è veramente ideale per saldezza e qualità, ma le difficoltà sono molto forti. Il giorno dopo li attende un grande muro verticale alto 150 metri, liscio, senza il minimo appiglio: solo qualche piccola fessura lascia qualche speranza di salita. È necessario ricorrere all’arrampicata artificiale impiegando la tecnica più raffinata e perfezionata, utilizzando chiodi cortissimi e sottili da infiggere nelle rughe e nelle fessure cieche della roccia; ogni gesto, ogni posizione deve essere calcolata e studiata in modo da non gravare eccessivamente sui chiodi. Anche i punti di sosta non esistono, e dopo quaranta metri il capocordata deve fermarsi appeso ai chiodi e alle staffe per far salire il compagno.

Il muro richiede un giorno intero d’arrampicata, si rende necessario un secondo bivacco ormai nei pressi della cima. Il giorno seguente una magnifica arrampicata libera li porta in vetta. La via, seppur più breve della Bonatti-Ghigo sulla parete est, è giudicata di difficoltà superiore a quest’ultima e questo sarà anche il giudizio dei ripetitori.

Gianni Ribaldone durante la prima ascensione invernale della via degli Svizzeri. Foto Archivio: Gianni Ribaldone

Il 21-22-23 febbraio 1965 i torinesi Gianni Ribaldone e Armando Marchiaro realizzano una brillantissima impresa effettuando la prima salita invernale della via degli Svizzeri. Ribaldone è giovanissimo, ma ha al suo attivo un passato alpinistico di tutto rispetto e non è nuovo alle ascensioni invernali di carattere estremo: nel 1964 è riuscito a salire diverse vie molto importanti in inverno, fra le quali la via Graffer sul Campanile Basso di Brenta. Ha già compiuto due tentativi invernali alla via degli Svizzeri, ma senza successo: una volta, con Alberto Marchionni, dopo essere giunto molto in alto, è stato costretto a una difficile e drammatica ritirata a causa di un repentino cambiamento delle condizioni meteorologiche. La ritirata si è conclusa felicemente grazie alla preparazione e al valore dei due giovani e fortissimi alpinisti torinesi; nella stessa bufera scomparirono per sempre Romano Merendi, Renato Daguin e Guido Bosco, durante un tragico tentativo invernale alla parete nord della Dent d’Hérens.

Ribaldone, come sempre, è preparato e allenatissimo; Armando Marchiaro è sorto dalla nuova leva dell’alpinismo torinese e anch’egli fa parte del Gruppo Alta Montagna, che raccoglie tra le sue fila i migliori alpinisti piemontesi.

È ancora notte fonda quando lasciano il Rifugio Torino: il tempo non è bello, c’è nebbia e nevischia leggermente. Piuttosto delusi e sfiduciati decidono comunque di raggiungere il Col des Flambeaux. Sul versante francese però il tempo è splendido, non indugiano oltre e con rinnovato entusiasmo raggiungono la base e risalgono il canale nevoso che conduce all’attacco.

Le condizioni della parete sono buone, ma la pesante attrezzatura necessaria per le scalate invernali li impaccia notevolmente e ritarda il loro procedere; durante la prima giornata risalgono così tutto il gran diedro e raggiungono la comoda spalla nevosa posta a metà parete, dove decidono di bivaccare. Marchiaro, colpito alla schiena da un sasso, non sta bene e dubita di poter continuare l’impresa; comunque, rimanda la sua decisione all’indomani.

Il bivacco però procede ottimamente e all’alba del 22 decidono di proseguire, tanto più che il tempo si mantiene sempre al bello. Impiegano tutta la giornata per vincere il muro di 150 metri: le ripetizioni della via sono scarsissime per cui vi sono pochissimi chiodi rimasti in parete. Dopo una dura giornata di difficile e faticosa arrampicata artificiale, raggiungono una comoda nicchia che, liberata dal ghiaccio, si presterà ottimamente per ospitare il secondo bivacco.

Anche il giorno successivo si annuncia con un’alba meravigliosa. Ancora poche lunghezze di corda su ruvide e belle placche rossastre e in pieno sole raggiungono la vetta del Capucin, da dove una lenta e difficile discesa li riporterà sul comodo ghiacciaio.

I “Ragni” sulla Direttissima della parete est
Sembra quasi impossibile che, su una guglia così slanciata e sottile com’è il Grand Capucin, vi sia ancora posto per tracciare un itinerario logico e di grande interesse. Eppure al centro della parete est, tra la via Bonatti e la via degli Svizzeri, un largo settore di parete caratterizzato da levigatissimi diedri verticali attira le attenzioni degli alpinisti: vi si può tracciare una vera e propria direttissima dal ghiacciaio alla vetta. La forte guida Giorgio Bertone, con Angelo Pizzocolo e due alpinisti svizzeri, è la prima a interessarsi del problema: i quattro risalgono più di metà parete incontrando fortissime difficoltà in arrampicata artificiale; vincono una levigatissima placca facendo uso di chiodi a espansione, ma poi devono ritirarsi per mancanza di materiale e per le cattive condizioni del tempo.

Anche Angelo Pinciroli porta un deciso tentativo alla parete e raggiunge il limite precedente; discende con la ferma intenzione di ritornare per un assalto decisivo. Per questo abbandona in parete gran parte del materiale, soprattutto chiodi e grossi cunei di legno, indispensabili per superare alcune larghe fessure strapiombanti in arrampicata artificiale. Ma il 29 giugno 1968 i “Ragni di Lecco” Aldo Anghileri, Pino Negri, Guerino Cariboni, Casimiro Ferrari e il celebre Carlo Mauri, attaccano la parete, decisi a concludere la via. Sono arrampicatori fortissimi, ciò nonostante impiegano quasi due giorni per raggiungere il limite dei precedenti tentativi: l’arrampicata, oltre che difficile, è anche estremamente faticosa. Il tratto superiore di parete, non ancora scalato, si presenta assai problematico, ma Anghileri, con intuito eccezionale, si addentra in un sistema di tetti e strapiombi, alternando l’arrampicata libera a quella artificiale, sempre su difficoltà estreme. Riesce così a trovare la chiave del problema e raggiunge alcuni lunghi diedri, sempre lisci e verticali, ma dove i chiodi entrano più facilmente nelle fessure. La vetta è raggiunta in breve.

La via, sicuramente la più bella e difficile del Grand Capucin, resta interamente chiodata. La prima ripetizione sarà effettuata da Claudio Corti con due alpinisti cecoslovacchi (Pavel Pochly e Jìri Zrust, NdR).

Già nel marzo dell’inverno successivo Alessandro Gogna e Leo Cerruti compiono la prima ascensione invernale della via dei Ragni (dai primi salitori battezzata via Lecco, NdR). L’inverno non è stato per nulla favorevole alle salite invernali, la parete quindi non è certo in buone condizioni; ma Gogna e Cerruti, sicuri della loro eccezionale preparazione, decidono comunque di tentare.

Saranno tre giorni di durissima arrampicata, resa ancora più faticosa dal peso dei sacchi contenenti tutta l’attrezzatura invernale. Inoltre il freddo ha agito negativamente sui chiodi infissi nelle fessure: sovente un chiodo non regge il peso dello scalatore e cede improvvisamente. Ogni volta è un volo, per fortuna senza tragiche conseguenze. Il primo giorno un levigatissimo lastrone da superare in arrampicata libera li impegna al limite delle loro possibilità: in buone condizioni la placca è un passaggio di sesto grado, quindi estremamente difficile. Ora è ricoperta da un sottile strato di neve ghiacciata ed è quasi impossibile: più volte il capocordata rischia di volare, ma poi con una serie di delicatissimi movimenti riesce a portarsi su terreno più sicuro. Il secondo giorno è speso tutto in un’arrampicata artificiale veramente bestiale, resa anche snervante dalla precaria tenuta dei chiodi. Il terzo giorno il tempo si guasta, ma non tanto da impedire a Gogna e Cerruti di raggiungere la vetta e di concludere una delle poche e grandi imprese dell’inverno 1969.

L’ultimo problema
Ad Angelo Pinciroli evidentemente il Grand Capucin stava particolarmente a cuore. Sulla direttissima della parete est era stato preceduto, ma era suo desiderio rifarsi con una salita di pari valore. Lo spigolo nord-est del Capucin ne aveva tutte le caratteristiche, la sua salita costituiva veramente l’ultimo problema.

Il luglio 1969 inizia con una serie di giornate eccezionalmente favorevoli alle grandi salite ed è naturale che Pinciroli ed Elio Scarabelli si portino all’attacco del loro spigolo. Visto dalla base è non solo impressionante, ma anche scoraggiante: un susseguirsi di immensi diedri levigati e strapiombanti, chiusi da tetti minacciosi, a volte solcati da larghe fessure. A dire il vero le fessure per procedere sembra che ci siano, ma sono quasi sempre larghe e strapiombanti, e ciò, portato in termini pratici, equivale a un impiego di grossi cunei di legno in quantità più che notevole. Sono comunque provvisti di un vastissimo assortimento di chiodi e cunei di ogni modello e, pur con qualche incognita risolvibile sul terreno, pensano che la via sia realizzabile.

Il primo giorno risalgono una serie di stupendi diedri alternando l’arrampicata libera a quella artificiale: la via si rivela bellissima e meno esasperante del previsto. Un ennesimo diedro muore sotto un tetto gigantesco, il proseguimento sembra precluso, ma un provvidenziale spacco tra la parete e il tetto permette di attraversare a sinistra verso il filo dello spigolo, più ricco di fessure. Ormai è sera e sono costretti a bivaccare in questo curioso e caratteristico spacco, che Pinciroli ha definito “lo scaffale”. Il giorno successivo, sempre con splendida e aerea arrampicata su roccia eccellente, raggiungono la grande terrazza nevosa a metà parete, dove passa anche la via Bonatti, che poi attraversa a sinistra. L’enorme lastrone sovrastante era stato considerato il passaggio chiave, almeno a un esame dal basso: una serie di larghe fessure sembrava promettere un impiego su vasta scala di cunei di legno. Invece l’inclinazione del lastrone, non proprio verticale, e la ruvidezza della roccia permettono una esaltante arrampicata libera, interrotta solo da qualche breve passaggio in artificiale. Ancora quattro lunghezze di corda sul versante nord, rese infide dalla presenza del ghiaccio, ed è la vetta del Grand Capucin. Cosa rimane ancora? Qualche ripetizione, delle prime ascensioni invernali, e poi anche la storia di questo stupendo obelisco potrà dirsi conclusa.

Qui, in pdf, è consultabile la monografia sul Grand Capucin (Parte1 e Parte2) che, a seguire all’articolo storico, Gian Piero Motti pubblicò sullo stesso numero della Rivista della Montagna.

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Il Grand Capucin ultima modifica: 2017-06-24T05:20:24+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Il Grand Capucin”

  1. 3
    Alberto Benassi says:

    .”Cosa rimane ancora? Qualche ripetizione, delle prime ascensioni invernali, e poi anche la storia di questo stupendo obelisco potrà dirsi conclusa.”

    Poi è arrivato Piolà e non solo. E la stroria è continuata.

  2. 2
    Valerio Rimondi says:

    Articolo molto interessante.

  3. 1
    Gianni Lanza says:

    Bellissimo il Capucin, ho avuto la fortuna di far la prima invernale della parete nord, Berardini-Paragot, e della ” O Sole Mio” due avventure bellissime che ricordo con grande piacere a distanza di tanti anni. Il Capucin è una montagna straordinaria, salirci in inverno, quando in giro non c’è nessuno è stata un’ esperienza grandiosa.

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