Il lastrico di Milano

Il lastrico di Milano
(scritto nel 1995)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

La Valtellina era stata da poco scossa dalla rivolta dei cattoli­ci al dominio protestante dei Grigioni. Un eccidio che Cesare Cantù chiamò sarcasticamente “Sacro Macello”. Nel conflitto dei grandi interessi europei in tutta l’Europa del secolo XVII, un’ennesima guerra, questa volta tra i mercenari al soldo della Francia e di Venezia e l’esercito dei regolari ispano-pontifici, devastò ancora una volta le terre vicino ai grandi valichi alpi­ni. Il 21 settembre 1625 le truppe si affrontarono nella batta­glia di Verceia, sulle rive del Lago di Mezzola. Le cose non si stavano mettendo bene per il condottiero tedesco Gottfried Heinrich von Pappenheim, capo delle milizie spagnole. L’attacco al campo trin­cerato di Verceia non prometteva affatto la vittoria. Ma ecco che l’idea di mandare un gruppo di picapréda (scalpellini) a rendere agibile il passaggio dalla Val Codera alla Valle dei Ratti per la Fòrcola di Frasnedo si rivelò vincente. 700 moschettieri spagnoli poterono così salire alla fòrcola, sorprendere i mercenari veneti di guardia e scendere verso Frasnedo. Grazie ad un sentiero cono­sciuto solo ad un altro montanaro del luogo, riuscirono anche ad aggirare le altre postazioni e a sorprendere di spalle il campo di Verceia.

San Fedelino in Val Chiavenna

L’episodio dei picapréda in aiuto agli spagnoli non è solo una curiosità isolata. In realtà lo sviluppo delle vicende storiche ha sempre condizionato lo sfruttamento del granito che i locali estraevano per le loro piccole necessità già dall’XI secolo. Dopo le vicende turbinose della prima metà del ‘600, i superstiti di guerre e pestilenze erano tornati al piano: Novate riprese la sua vita di pesca e di agricoltura. Il trattato di Vienna del 1738 aveva scorporato dallo Stato di Milano l’intera provincia di No­vara, a favore del Regno di Sardegna. Milano fu così privata del granito proveniente dalle cave di Baveno. Nel 1777 fu costruito il canale artificiale di Paderno, una via navigabile a collega­mento del Naviglio della Martesana con l’Adda e quindi con l’Alto Lario e il Lago di Mezzola. Diventava così disponibile l’immenso serbatoio di quel granito che in seguito fu chiamato di san Fedelino. Questo emerge prepotente sulla sponda orientale della Val­chiavenna, tra Motta dei Corvi e Novate Mezzola, per poi incu­nearsi in Val Codera. Lenti di granito affiorano anche sull’altra riva del lago, a monte della chiesetta di san Fedelino, alle sel­vagge pendici del Monte Berlinghera. Nell’ultimo ventennio del ‘700 Milano decise di adottare le guide nelle strade con selciato (le cosiddette trottatoie) ed i marciapiedi raso terra. Purtroppo non si poteva accedere al granito del lato orientale, nel territorio delle Tre Leghe grigionesi: occorreva accontentarsi dei pochi banchi di granito immersi nella gran massa di gneiss della sponda comasca del lago di Mezzola, proprio vicino a san Fedelino, un luogo accessibile solo in barca. Le guerre napoleoniche e la Re­pubblica Cisalpina che ne nacque abolirono il confine durato tre secoli. Ed ecco che gli scalpellini poterono mettere le mani sui ricchi affioramenti fino ad allora preclusi. La prima strada di Milano ad essere trasformata con trottatoie e marciapiedi raso terra fu Corso di Porta Romana.

I picapréda

Il san Fedelino non deluse le aspettative perché è assai resi­stente all’usura e alla compressione e perché si taglia facilmen­te in lastre. L’ingegnere Pietro Rebuschini l’aveva scritto: “La qualità di tal granito… è fra le migliori, essendo di grana mi­nuta e di color quasi bianco, abbondandovi il quarzo ed il fel­dspato, con poca mica. Questo resiste allo scalpello più che non quello detto mearolo… non è, come quello, suscettibile di un lucido pulimento, ma colla martellina si riduce di una superficie quasi affatto liscia“. Napoleone ne incrementò l’estrazione e grazie al trasporto su barconi (che durò per tutto l’800) molte città della pianura padana se ne servirono per le loro pavimenta­zioni. Presto lo si usò anche per soglie, gradini, stipiti, ar­chitravi e davanzali. Fino a che, quasi a cavallo del nuovo seco­lo, le strade non dovettero essere di nuovo trasformate per so­stenere il peso dei tram. Tutta la sede stradale fu coperta con masselli rettangolari. Per proteggere i pedoni, a lato della via si posarono nuovi manufatti lunghi e stretti, i cordoni, per so­stenere i marciapiedi rialzati. Fu calcolato che solo nei cinque anni precedenti il primo conflitto mondiale oltre 82.000 tonnel­late di granito furono estratte per essere spedite in tutta la pianura padana. La forte richiesta di materiale spinse i novatesi ad aprire cave su tutta la loro cerchia di montagne: ciò fu favo­rito dalla ferrovia, giunta a salvare l’industria estrattiva da un grande pericolo. Il Torrente Mera infatti insabbiava gli ap­prodi, rendendo difficile il trasporto via barca. La rete ferro­viaria inoltre avvicinava nuovi mercati. Dopo il conflitto mon­diale le cave ebbero il periodo di maggior fortuna, con operai da ogni parte d’Italia: si calcola che almeno 700 fossero gli scal­pellini che vi lavoravano.

Milano, Naviglio Grande

Nella categoria generica dei picapréda si comprendevano diverse professionalità. I bòcia erano ovviamente al gradino più basso, facevano un tirocinio fino ai quattordici anni, poi imparavano a lavorar di scalpello e mazzuolo. I caradùu (carradori) trasporta­vano con i carri i manufatti o i blocchi da lavorare. Il ferée (fabbro) provvedeva a tutte le necessità di attrezzi per una ca­va. I fatüràant (fatturanti) rifinivano i semilavorati dei taiòr (tagliatori). Questi avevano il delicato compito di tagliare il blocco grezzo secondo le misure richieste e mirando ad un minor scarto possibile. Ma in cima alla piramide erano i minòr (minato­ri) cui spettava il lavoro più pericoloso, quello di calarsi sul­le pareti rocciose, praticare i fori e far brillare le mine.

Alla fine degli anni ’60 l’industria novatese era al culmine del­la crisi. Tra le ragioni della decadenza c’è un mercato cambiato, leggi di protezione ambientale più rigide ma, soprattutto, l’as­senza di quella povertà che spingeva la popolazione maschile ad uno dei lavori più ingrati e pericolosi. Oggi sono due le cave in funzione, con una quindicina di addetti. Tradizione, lavoro, sopportazione, ingegno, a volte eroismo, sono valori che in passato hanno sorretto l’estrazione e tanto hanno dato allo sviluppo delle civiltà cittadine. Ma le ferite degli scavi, le cicatrici degli assaggi, le teleferiche in disuso ri­cordano il Sacro Macello: la pietra martire per una nobile causa.

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Il lastrico di Milano ultima modifica: 2019-12-25T05:50:55+01:00 da GognaBlog

1 commento su “Il lastrico di Milano”

  1. 1
    daniele brunelli says:

    bello e interessante, proprio
    un bel presente natalizio.
    grazie

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