Il loop di Arne Næss

Il loop di Arne Næss

Nel maggio 2007 ebbi l’onore di presiedere la giuria del 55° TrentoFilmFestival e quindi ebbi la fortuna di vedere un film destinato a rimanere nel mio cuore per sempre. Avrei voluto premiarlo con la Genziana d’Oro, ma dovetti mediare con gli altri componenti: perciò a Loop consegnammo “solo” una delle tre Genziane d’Argento, quella dedicata alla miglior produzione televisiva.

Apparentemente Loop (Ciclo infinito, 78’, regia di Sjur Paulsen) è un’indagine sulla relazione dell’uomo moderno con il nostro tempo, visto attraverso gli occhi di alcune persone dei nostri giorni che hanno scelto l’estremo come stile di vita.

Le tipologie di queste persone sono tre e tutte hanno compiuto, ognuno a suo modo, drastiche scelte riguardo la loro vita.

Arne Næss
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Uno sportivo estremo di quarantuno anni, Kristen Reagan, con l’ambizione di scalare da solo lo Shield, una parete spettacolare a picco su un fiordo norvegese, decide una volta terminata la scalata di difficoltà estrema, di gettarsi con il base-jumping. Terje Larsen e Ronny Dahl, due giovani entusiasti, pescatori e sciatori, si stancano della vita urbana della loro città, Narvik, e decidono di partire per un lungo viaggio sulla loro barca, per praticare uno sci ripido in condizioni proibitive su una delle isole dell’arcipelago delle Lofoten. Per Evensen, volontario d’autoambulanza e vicino all’età pensionabile, da qualche anno passa l’intera estate in una casupola in cima a una torre di avvistamento sperduta in mezzo a una sconfinata foresta, una specie di tenente Drogo del Deserto dei Tartari di buzzatiana memoria, in attesa dell’incendio della sua vita.

Il film racconta con bellissime riprese d’azione questi tre personaggi e le loro vicende-imprese: ma su di loro giganteggia la figura di un anziano signore, già dalle prime scene del film. Uno dei più grandi filosofi del XX secolo, Arne Næss, nel film già novantaquattrenne. Che con la sua vita e i suoi ricordi inanella ogni esperienza, comprese quelle degli altri personaggi.

I due sciatori Larsen e Dahl rappresentano la dimensione giocosa della vita, quasi infantile, agiscono d’impulso, mentono alla mamma, considerano il loro lavoro nulla di più che un sistema per sopravvivere. Li descrive bene una frase pronunciata da uno di loro: “Perché stressarsi tanto? Non è mica necessario!”.

Lo scalatore Reagan è un po’ logorroico e ci ripete a puntino tutti gli stereotipi cui gli scalatori di due secoli ci hanno abituati. Rappresenta la visione aggressiva, colonizzatrice, ottimista: “Se non vuoi rischiare di andare troppo lontano non scoprirai mai quanto lontano tu possa andare” è una frase non sua che però lui ci cita. Meno ottimista è quando, giunto in vetta, sta per lanciarsi nel vuoto e pronuncia: “Non sembra plausibile ora, ma dentro di me so che lo rifarò”, frase che non riesce a nascondere la delusione di chi ha raggiunto una meta a lungo sognata e scopre che non è quello che davvero voleva, perciò già pianifica qualcosa di ancora più impegnativo.

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L’anziana vedetta norvegese, Evensen, è la serena rassegnazione, la matura ricerca dell’isolamento senza azione, senza rinunciare ai propri sogni: “Si crede che non esistano più lavori così: per me è un lavoro, anche se lo stare qui, col tempo, diventa quasi uno stile di vita”… “Qui non c’è nessuna fretta, si può sempre rimandare… Voglio dire, incontrare l’amore della tua vita ti può capitare anche in un ospizio”.

Mi piacerebbe molto poter pubblicare questo film in questo post. Ma ho promesso di non farlo quando me ne è stata gentilmente consegnata una copia. Perciò mi limiterò a raccontarlo, nella speranza che in futuro qualcosa mi permetta di condividerlo.

Ciò che segue è la fedele trascrizione delle parole pronunciate da Arne Næss, che sono il filo conduttore di qualunque scena d’azione dell’intero film, dalle evoluzioni sui pendii ripidi di neve ai problemi di una barca sgangherata, dal caricarsi sulla schiena di un bagaglio spropositato agli equilibri precari sugli sky-hook, dalle solitarie sbinocolate di Evensen alle passeggiate incerte di Arne Næss.

Arne Næss
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Il film inizia con Arne Næss pronto al suo monologo in uno studio di una radio di Oslo:
Diciamo che andiamo “fuori” nella natura, ma io direi che andiamo “nella” natura. Quando vai nella natura selvaggia hai l’opportunità di ascoltare te stesso, di ascoltare la tua anima più profonda: Cosa voglio? Cosa mi piace? Cosa non mi piace? Come può la mia… chiamiamola “qualità della vita” essere mantenuta o migliorata? Non si tratta di beni o di qualità ma di ciò che senti di essere, di come percepisci la vita. Che cosa ci rende felici? E come possiamo averne di più?
Esistono delle forze molto potenti nella società che ci vorrebbero indurre a consumare sempre di più, a scoprire cose di cui pensiamo di aver bisogno.
Si crea uno stile di vita che non potrà mai appartenere a tutti semplicemente perché in tal modo il mondo andrebbe a rotoli.
Invece dovremmo seguire un nostro personale stile di vita in cui cercare di capire di cosa abbiamo veramente bisogno, anziché aspirare a ciò che ci propinano la società o l’economia. Quindi l’essere è molto più importante dell’avere
”.

Si vede solo il volto raggrinzito e sereno di Næss, sul fondo nero dello studio. Solo nella solitudine del suo pensiero.
Poi il film passa ai titoli, con gli attori in qualche scena rapida, e una canzone di Gisli, quella Worries dall’album How about that? che tanto successo ebbe nel 2004:
“If you had a cadillac you’d worry about the gas
if you could tell the future you’d just worry about the past
and if you had a lawyer you’d worry about who to sue
and if you had a penis you’d worry about who to screw

but I guess that’s you with all the worries in the world
I guess that’s you with all the worries in the world

if you married a millionnaire you’d worry about his stock
and if you worked in radio you’d worry about all the rock
and if you had a record out you’d worry will it sell
and though you were in heaven you’d still worry about hell

but I guess that’s you with all the worries in the world
I guess that’s you with all the worries in the world

try to ease your mind try to calm down and relax
if I could solve your problems then I’d send you a fax
I really try to help you out but now I’ve given up
you spend your time worrying and you really need to stop

but I guess thats you with all the worries in the world
I guess that’s you with all the worries in the world
I guess that’s you with all the worries in the world
I guess that’s you with all the worries in the world”

Se tu avessi una cadillac ti preoccuperesti della benzina
se tu conoscessi il futuro ti preoccuperesti del passato
se tu avessi un avvocato ti preoccuperesti di chi citare in giudizio
e se tu avessi un pene ti preoccuperesti di chi scopare

Ma mi sa che cadresti in tutte le preoccupazioni del mondo
mi sa che cadresti in tutte le preoccupazioni del mondo

Se ti sposassi un milionario ti preoccuperesti delle sue azioni
se tu lavorassi in radio ti preoccuperesti del rock
se tu facessi uscire un album ti preoccuperesti che venda
e se tu fossi in paradiso, ancora ti preoccuperesti dell’inferno

Ma mi sa che cadresti in tutte le preoccupazioni del mondo
mi sa che cadresti in tutte le preoccupazioni del mondo

Cerca di sgombrare la mente e di darti una calmata
se posso risolverti i problemi ti mando un fax
Io ci provo ad aiutarti ma ora la pianto lì
perché sei tu che passi il tempo a preoccuparti e dovresti smetterla

Ma mi sa che cadresti in tutte le preoccupazioni del mondo
mi sa che cadresti in tutte le preoccupazioni del mondo
mi sa che cadresti in tutte le preoccupazioni del mondo
mi sa che cadresti in tutte le preoccupazioni del mondo

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La scena ora è in una sperduta zona della montagna norvegese, quell’Ustaoset dove Næss visse molto tempo della sua vita. Ancora un primo piano sul volto del vate (suo malgrado), seduto a una semplice scrivania:
Avevo solo cinque anni quando mi portarono a Ustaoset e vidi l’Hallingskarvet, montagne torreggianti in continuo mutamento.
Già allora pensai: “Non vedo l’ora di salire lassù…”.
Sognavo che, da grande, avrei abitato in cima all’Hallingskarvet. Per fortuna poi ho capito che era un’idea stupida.

Da giovane, il tempo si estende infinito davanti a te. Sembra che ti aspetti, così ti metti in moto e vai. All’età di 20 o 30 anni, la gente di 70, 80 o 90 anni ti sembra senza speranza. I vecchi ti sembrano tutti sciocchi.

Quindi dovevo sbrigarmi. Sentivo di dover concludere qualcosa prima di arrivare a un’età così ridicola.
Per tanti anni credi di avere tempo per tutto, credi di poter raggiungere tutte le tue più agognate mete, ma tale convinzione si rivela essere del tutto falsa.

Quattromila decimali della Pi greca. 3,14159…, e così via in eterno. Esistono le cose più strane. Quante specie di isopodi ci sono? 1600. Nome latino: isopoda.
E’ interessante. Tutti questi sono appunti. Beh, ne avevo di tempo, tempo per fare cose per le quali non hai tempo finché vivi in città.
Questa è la cosa più importante di questo luogo. Dopo cinque giorni passati quassù ti permea un senso di pace… di pace dell’anima.
Peccato che oggi non si veda bene il panorama
”.

E’ una giornata nebbiosa, fredda. Næss si aggira con la sua andatura intabarrata e incerta di ultra-vecchio, su terreno sconnesso, sorridente sotto al berretto di lana:
La maestosità delle montagne è qualcosa di diverso, di più grande e imponente della loro reale grandezza. Forse è quello che qualcuno definisce “divino”. Già da bambino mi colpiva l’idea che stessero lì da milioni di anni.

Queste sono rocce da scalare, grosse. Così nacque l’idea di scalare le montagne, ma certo questo non le rende meno imponenti”.

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Prova ad aggrapparsi al masso, ma si vede che non ha più lo scatto, il nerbo… men che meno l’agilità:
Da qui… ci riprovo… sì, è talmente…
Non posso fare a meno di guardare questa roccia e pensare quanto sarebbe emozionante riuscire a superarla. Ma ora non ne sono capace. Riesco a malapena a stare in piedi
”.

Lui sorride, noi sentiamo un groppo alla gola. Poi, ancora al caldo della sua casa di legno:
Evidentemente la mia vita si sta avviando verso la fine. Quando guardo indietro, beh, forse mi sento in colpa per alcune cose. Ma purtroppo è andata così. Vorrei tanto fare ammenda, ma in pratica è impossibile. Non si può, è andata così. Non ho una grande considerazione di me come essere umano. E’ importante, questo. Apprezzo di più altre persone come umani. Ma il fatto di essere umani, alla fine, è vitale per noi.
Che essere umano sei stato? Mi piacerebbe dare una buona risposta a tale domanda”
.

Ritroviamo Næss in un’altra passeggiata:
Forse qualcuno direbbe: “Ma qui non c’è niente da vedere”. Ma, in un certo senso, qui c’è l’infinito… L’infinito.

Questa strana cascatella, ad esempio… poi tutto cambia in modo che tu veda più in profondità… e allora lì tutto si complica…

Ma qui, in questa direzione… guarda quel ruscello là dietro… quand’ero giovane c’era meno pressione dall’esterno, riguardo ai gusti, alle mode, cosa ti piace sentire o vedere. Dovevi sperimentarlo da solo, capire le tue sensazioni. Allora mi sono reso conto che io appartenevo a Tvergastein, perché questo luogo esige una sensibilità per il paesaggio. E questo era importante per me. Vedere questo come un luogo dove tu realmente dovevi provare a sentire esattamente quello che sentivi, e chiederti: “Cosa sento io?”.

Ad esempio, ho sviluppato un buon feeling per le bufere, quando tutta la casetta di legno inizia a tremare. Ora, ad esempio, ho notato la geometria che c’è qui.

Guarda questi qui, e questi… qui si è sviluppato un sistema che, geometricamente parlando, è piuttosto avanzato.

Inoltre c’è la pressione verso il conformismo. Non si può mantenere quel ricco mondo di stimoli che si aveva da bambini. Iniziano fin troppo presto a tenerti a freno. Apprezzo molto l’impulsività. Se senti un forte impulso dovresti seguirlo, entro limiti ragionevoli”.

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Ora gli sciatori, dopo l’avventurosa traversata in barca, sono approdati alla base della loro montagna e cominciano a salirla, sci sulle spalle. Næss parla ancora:
Quando andiamo fuori, nella natura selvaggia, d’un tratto ci liberiamo delle richieste imposte dalla società. Dobbiamo solo concentrarci sul prossimo passo. E, se siamo su un pendio ripido, sul rischio. Questo rapporto con la natura fa da contrappeso alla fretta, al rumore, ai nostri dubbi riguardo alle cose giuste da fare. Riusciamo meglio a essere noi stessi.

Si dice che il destino degli uomini sia la morte. Qualcuno a vent’anni, come successe quando… Altri invece vivono così maledettamente a lungo come me. Maledettamente a lungo. E poi quando percepisci che la fine è vicina ti assale un sentimento naturale di gratitudine. Gratitudine per essere stato un essere umano.

Arild è morto in un incidente: era il mio figlio minore. Non riesco bene a ricordarmi come era allora: com’era il primo giorno, mese, anno dopo la sua morte. Ma il fatto che stesse andando dalla sua fidanzata mi ha aiutato. E’ romantico. In qualche modo è stata una morte romantica. Se ne è reso conto solo per un attimo, una frazione di secondo. Quindi per lui non è stata una gran cosa. Niente.

“Povero, non è mai riuscito a… “. Non c’era dolore. Zero. Per quanto mi riguarda non sentivo nulla. Forse gli altri lo hanno compianto più a lungo di me. Almeno credo. Hanno sofferto molto più a lungo. Forse perché sono un filosofo, o per il mio carattere, ho deciso di rimuoverlo, di lasciare il mio dolore in qualche angolo buio, per poi inciampare in esso di tanto in tanto.

A Natale, ad esempio, o la sera di Capodanno. Ma non se ne parla che io vada in giro a piangere.

Næss vede una zanzara sul vetro della finestra:
Vediamo un po’… utilizzeremo questo come ventaglio… dai, non voglio ucciderti…
Abbiamo salvato una vita… Ricordatelo, oggi abbiamo salvato una vita”
.

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La passeggiata solitaria prosegue, mille e mille volte Næss lo ha fatto, ne conosce pietra per pietra:
Credo che se ci sarà una vita dopo la morte, andrà bene così. Ma che rimanga meravigliosa anche dopo 500.000 anni… no, grazie.
Non importa quanto bella sia, mezzo milione di anni sono tanti. Nessuno ha mai descritto un paradiso in cui si voglia stare tanto a lungo. La vita eterna è una pura stupidaggine.
Mi manca una parte della mia gioventù e anche della mia infanzia, anche se le pressioni esterne da bambino mi hanno reso infelice.
“No, ormai sei troppo cresciuto per farlo”… Avevo l’impressione che crescere equivaleva a un inevitabile declino. Si cambia in un modo inutile. Anche se diventi più ragionevole, l’essere ragionevoli…
Parlo spesso del buon senso. Il buon senso… ti chiedono:
“Dipingi? Hai talento per farlo?”. Non rispondi: “Certo che ce l’ho!”. Invece dici: “Non saprei… ma vorrei tanto fare il pittore!”.
La razionalizzazione del non-razionalizzabile è una specie di malattia. Ci giustifichiamo per aver girato a sinistra o a destra, invece di ammettere semplicemente che ci andava di fare così”.

Il film volge alla fine, Reagan si è già buttato giù in base-jumping, i due pescatori giocano a pallone spensierati, Evensen è tornato al suo lavoro in auto-ambulanza e sogna di andare un giorno sul Kilimanjaro.

Ritorniamo allo studio radiofonico, dove Næss conclude:
Quindi vi posso solo incoraggiare a prendere sul serio quando sentite dentro di voi: “No, questo non è il mio posto”. In tal caso vi suggerisco di fare tre profondi respiri, molto profondi: “Chi sono io, cosa sono, cosa voglio veramente?”.
E’ l’unica cosa che bisogna davvero capire”.

I titoli finali mostrano Næss che esce dallo studio radiofonico in camicia jeans e si unisce alla folla della strada, eterogenea, anonima ma ognuna con una sua storia da raccontare. Poi gioca con un pronipotino biondo, poi con la seconda moglie, una cinese di quattro decadi più giovane di lui conosciuta quando lei era studentessa e lui aveva 61 anni. Kit Fai lo aiuta a pattinare su rotelle! Lo aiuta anche a rimettersi in piedi, sorridente, dopo una caduta.

E a questo punto, nell’assenza di ulteriori scene, ti rendi conto che Næss è morto solo tre anni dopo.

Arne Næss nel 1950, durante la spedizione al Tirich Mir
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Arne Næss
Il filosofo Arne Dekke Eide Næss è nato a Slemdal (Oslo) il 27 gennaio 1912 ed è morto a Oslo il 12 gennaio 2009, all’età di quasi 97 anni.
Dopo una prima laurea a Oslo, continuò gli studi a Parigi e nella Vienna della psicoanalisi di Sigmund Freud.
Nel 1939, Næss fu il più giovane a essere nominato professore all’Università di Oslo, e l’unico professore di filosofia nella Norvegia di quel tempo.

Esperto alpinista, nel 1950 diresse la spedizione norvegese che fece la prima ascensione del Tirich Mir 7708 m, giungendo lui stesso in vetta il 22 luglio, alle ore 18, assieme ai compagni Per Kvernberg, Henry Berg e Tony Streather. Se si considera che il primo Ottomila, l’Annapurna, era stato conquistato solo qualche mese prima dai francesi, si ha idea di quanto importante fosse la spedizione dei norvegesi al Tirich Mir. Montagna dove egli diresse una seconda spedizione nel 1964. Le montagne sono sempre state al centro della sua visione del mondo e spesso suggeriva di praticare il “must” taoista di “ascoltare con il terzo orecchio” e di “pensare come una montagna”.

Il Tirich Mir da Chitral. Foto: Ishtiaq Ahmed
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La sua opera Erkenntnis und wissenschaftliches Verhalten (1936) anticipava molti temi che divennero più familiari nel periodo post-bellico.

Un suo lavoro più importante è del 1950, Interpretation and Preciseness in edizione inglese (1953). Riguarda la logica del linguaggio, uno strumento logico per dimostrare la vaghezza del linguaggio dovuta a varie cause. In un suo successivo Communication and Argument (1966) compila le sue raccomandazioni per un pubblico dibattito oggettivo:
– evitare irrilevanze tendenziose (attacchi personali, richieste di motivazione dell’interlocutore, ragioni esplicatorie di un argomento);
– evitare giudizi tendenziosi (non dovrebbero esserci giudizi al riguardo del soggetto del dibattito);
– evitare ambiguità tendenziose
– evitare l’uso tendenzioso di argomenti fantoccio;
– evitare di attribuire all’avversario vedute che questi non ha;
– evitare tendenziose dichiarazioni di fatto (mai riportare informazioni incomplete o false);
– evitare un tendenzioso tono di presentazione (ironia, sarcasmo, peggiorativi, esagerazione, minacce aperte o subdole).

Nel 1958 fondò il giornale interdisciplinare di filosofia Inquiry. Nel 1969 Næss lasciò l’università per sviluppare le sue idee di ecologia che, secondo lui, dovevano essere associate all’azione.

Nel 1970, assieme a un gran numero di dimostranti, s’incatenò alle rocce di fronte alla Mardalfossen, una famosa cascata di un fiordo, rifiutandosi di scendere fino a che non ebbe rassicurazione che il progetto di costruzione di una diga fosse abbandonato. Alla fine i dimostranti furono portati via dalla polizia e la diga fu costruita: ma questo segno l’inizio di una fase estremamente attivista dell’ambientalismo norvegese.

Nel 1996 vinse lo Swedish Academy Nordic Prize, il “piccolo Nobel”. Nell’ultima decade di vita s’interessò anche alla politica attiva come esponente del partito verde.

ArneNaess-Arne Dekke Eide Naess Credit Erlend Aas-Scanpix Norway, 2004
Oltre a una quantità sconfinata di articoli e saggi, una trentina sono i suoi libri: tra i più notevoli, di ecologia ed ecosofia, Freedom, Emotion and Self-Subsistence (1975), Ecology, Community and Lifestyle (1989) e Life’s Philosophy: Reason and Feeling in a Deeper World (2002).

Harold Glasser, l’editore di The Selected Works of Arne Næss (2005), lo ha definito “l’equivalente filosofico di un cacciatore-raccoglitore”.

La vita di Næss è fascinosa per il connubio tra i suoi studi e il suo stile. Come Henry David Thoreau, l’esempio della sua vita è istruttivo tanto quanto la sua scrittura.

Il suo rifugio, il Tvergastein hut sulle montagne dell’Hallingskarvet, giocò un ruolo importante nella concezione dell’ecosofia T, dove “T” sta per Tvergastein.

Nel 1973 aveva coniato il termine deep ecology (ecologia del profondo), ma l’ecosofia T, distinta dalla deep ecology, era originariamente il nome della sua filosofia personale, e rifletteva il pensiero di Næss per il quale ciascuno dovrebbe sviluppare la sua propria filosofia, allo scopo di realizzare se stesso.

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Per Næss, ogni essere umano, animale o vegetale ha uguale diritto di vivere e fiorire. Attraverso questa valorizzazione del Sé, Næss sottolinea che non sta parlando dei minuscoli sé individuali, bensì della realizzazione di noi stessi come parte di un tutto ecosferico. In pratica, la realizzazione di sé significa che, se non si abbia piena coscienza di cosa possa comportare ad altri la propria azione, si debba non agire.

La deep ecology insegna che credere in una visione oggettiva e scientifica della natura è credere in un mondo piatto visto dall’alto, senza profondità. Quella visione così fredda e distaccata è un’illusione e la causa primaria della nostra relazione distruttiva con la Terra.

Ovvio che, con questi principi, Næss fu una figura di grande carisma nel movimento ambientalista, da lui arricchito ma anche diviso, volendolo sposare con i gandhiani principi di non-violenza. Famosa la sua frase sull’enorme quantità di esseri viventi “che avevano bisogno di essere protetti dalla distruzione di miliardi di umani”, oppure quella ancora più acuta “Potrei uccidere una zanzara se questa si posa sulla faccia del mio bambino, ma non dirò mai di avere un diritto alla vita maggiore di quello che ha la zanzara”.

Distingueva tra il pensiero ecologico profondo (deep) e quello superficiale (shallow). Sebbene le due idee possano coesistere, sosteneva che solo una trasformazione profonda della società moderna avrebbe potuto fronteggiare la rovina ecologica.

Diceva che un ecologista del profondo avrebbe tenuto pulito un laghetto perché piante e animali meritano un habitat intatto, mentre uno “superficiale” lo avrebbe fatto perché i suoi bambini potessero nuotare in un bel posto.

In contrasto con il prevalente pragmatismo utilitaristico del business e dei governi occidentali, sosteneva che una vera comprensione della natura avrebbe portato alla formazione di un punto di vista per il quale sarebbe stata apprezzata la diversità biologica, nell’ammissione che ciascun essere vivente è dipendente dall’esistenza di altre creature nella complessa rete di interrelazioni che è il mondo naturale.

Monitorando la continua distruzione dell’ambiente, Næss era pessimista sul XXI secolo, mentre era ottimista sul XXII! Per allora, diceva, il controllo delle nascite avrebbe dato risultati,la tecnologia non sarebbe più stata invasiva e i bambini sarebbero cresciuti in un ambiente naturale. A quel punto, “saremo diritti in direzione del paradiso”.

Un ritratto del filosofo norvegese Arne Næss e del movimento della deep ecology (50’54”, 1997), con la presenza di Bill Devall, Vandana Shiva, George Sessions, Helena Norberg-Hodge e Harold Glasser

L’ecologia del profondo di Arne Næss
Il movimento ecologista che più mette in discussione l’attuale sistema di vita è quello dell’Ecologia del profondo. Il termine è stato coniato dal filosofo norvegese Arne Ness in un articolo del 1973; in un successivo, fondamentale saggio del 1976, Ecosofia, Næss ha approfondito il tema, affrontando in modo sistematico i comportamenti e i modelli culturali dominanti nella nostra società, e proponendo una nuova visione globale del mondo fondata non più sulla distinzione e separazione tra uomo e natura ma sul rispetto di tutti gli esseri viventi contemplati nella loro essenziale unità. Il saggio di Næss ha influenzato buona parte dei pensatori ecologisti europei e statunitensi, fondando una vera e propria scuola di pensiero e proponendosi come l’alternativa più radicale al pensiero ecologista tradizionale.
Gli ecologisti del profondo sostengono che la nostra cultura è di tipo tecnico-industriale, votata cioè alla venerazione della tecnica e dei processi produttivi come unico strumento di crescita, benessere, progresso individuali e sociali. Questa mentalità ha portato all’abuso di tutti i contesti naturali e alla profanazione delle condizioni di vita delle generazioni future. “Il progresso – sostiene Næss – è stato finora misurato, in piena buona fede, in base al consumo di energia e all’acquisizione e accumulazione di beni materiali”. La qualità della vita oggi corrisponde al tenore di vita, al numero di beni materiali posseduti. L’ambiente, che contribuisce sensibilmente alla produzione dei beni materiali, è considerato alla stregua di un oggetto, al completo servizio dell’uomo. Il termine usato per classificare questo comportamento è “antropocentrismo”. In quest’ottica, il mondo e l’ambiente dipendono da un unico soggetto, l’uomo; l’ambiente e gli altri esseri viventi sono oggetti, macchine a disposizione dell’uomo che possiede un dominio incontrastato su di essi. Le foreste, la terra, i fiumi, i mari, gli animali, diventano “sistemi di produzione di materie prime”, e anche gli esseri umani finiscono per ridursi a “utenti”, “clienti”, “consumatori”, perché questo modello di pensiero degenera, nel lungo periodo, in un peggioramento delle condizioni di vita degli esseri umani stessi.

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All’antropocentrismo l’Ecologia Profonda oppone l’“ecocentrismo” o “biocentrismo”. Secondo questa visione del mondo, non più tecnica, conseguenza di calcoli prudenziali o utilitaristici, ma empatica, frutto di un’intuizione originaria, l’ambiente (il mondo che ci circonda) deve essere vissuto nella sua infinita unità. Gli organismi sono nodi di una rete di relazioni intrinseche, valide per se stesse, senza alcuna utilità materiale. Ogni nodo è una totalità integrata, unica, indipendente, valida in se stessa. L’antropocentrismo, dicono gli ecologisti del profondo, è dualistico, tende a separare, a opporre; l’ecocentrismo è olistico, unisce, armonizza: il tutto non può essere ridotto a una somma meccanica delle sue parti, perché tutto è in relazione inestricabile con tutto.
Con questa nuova visione infinita del mondo, gli organismi e gli esseri umani non possono più essere isolati dal loro contesto naturale e lo sviluppo, il progresso non sono più concepiti in termini di crescita economica ma in termini di realizzazione profonda, spirituale. Questa realizzazione si fonda su un sistema di valori: i valori universali (rispetto per la vita, non-violenza, solidarietà responsabile, spiritualità) sono indipendenti da ogni relazione di mezzo-fine. La crescita spirituale e il rispetto per la vita non producono alcun vantaggio economico; i valori devono presiedere a ogni decisione e a ogni azione degli esseri umani non perché sono utili, ma perché sono giusti; essi hanno una priorità intrinseca, devono essere perseguiti per se stessi e non come mezzi in vista di altri fini.
Quello che l’Ecologia Profonda propone è dunque un mutamento di mentalità e un cambiamento radicale dello stile di vita: “Il mutamento di mentalità consiste nella transizione a un atteggiamento più egualitario verso la vita e le forme di vita sulla terra”, sottolinea Næss. “In generale, la gente non si interroga abbastanza profondamente da spiegare ed esprimere un progetto complessivo. Se lo facesse, i più sarebbero d’accordo a salvare il pianeta dalla distruzione in corso. Una visione globale, come quella dell’ecologia profonda, può fornire una motivazione forte e unica per tutte le attività e i movimenti finalizzati alla salvezza del pianeta dallo sfruttamento e dalla supremazia dell’uomo”.
È un errore in cui continua a incorrere anche l’ambientalismo istituzionale. Il modo comune di intendere l’ecologia è infatti limitato perché del tutto assimilato al modello culturale dominante: la difesa dell’ambiente si risolve nell’osservazione di cause ed effetti e nel tentativo di porre rimedio agli effetti non voluti. È, ancora, una visione essenzialmente oppositiva del mondo, in cui l’ambiente rimane un oggetto che l’uomo può distruggere o salvaguardare, e in cui viene postulato un diritto che in natura l’uomo non possiede.
L’unico diritto che gli ecologisti del profondo accettano è il diritto alla vita di tutti gli esseri viventi, un diritto universale che non può essere quantificato. “Quando uso il termine ‘avere il diritto’ – precisa Næss nel suo saggio – non pretendo che abbia un significato formulabile in modo preciso: è solo la migliore espressione che sono riuscito finora a trovare di un’intuizione che in tutta coscienza non riesco a negare”.
Quando gli ecologisti del profondo affermano che nessun essere vivente ha un diritto superiore agli altri non intendono sostenere, è bene precisarlo, che tutti gli esseri sono uguali. Al contrario, dichiarano con fermezza che tutti sono diversi. Ma è proprio questa diversità, questa unicità cosmica che deve essere a tutti i costi rispettata. L’Homo sapiens è unico così come tutti gli altri esseri viventi sono unici. “L’unicità dell’Homo sapiens, le sue capacità uniche tra milioni di altri esseri viventi, sono state usate come strumento di dominio e abuso di potere. L’ecologia profonda propone di usarle per sviluppare un atteggiamento di responsabilità universale che le altre specie non possono capire né condividere”.
La trasformazione delle nostre idee conduce alla trasformazione del mondo che ci circonda. Il vero messaggio dell’Ecologia Profonda è dunque essenzialmente umanistico: devono essere i valori più profondi a guidare il comportamento umano. Essi indicano la via da seguire, le scelte da compiere. Se è vero, come sosteneva Gregory Bateson, che “i problemi principali del mondo sono il risultato della differenza tra il modo in cui la natura opera e il modo in cui l’uomo pensa”, è necessario, oggi più che mai, invertire la rotta, ricondurre il pensiero alla sua dimora originaria, l’intuizione profonda di appartenere a un progetto immenso, dove “il più piccolo granello di polvere è intimamente connesso con l’intero sistema solare” e dove “tutti gli esseri viventi si aggrappano alla stessa formidabile spinta. L’animale trova il suo punto d’appoggio nella pianta, l’uomo cavalca sull’animalità, e l’umanità intera, nello spazio e nel tempo, è un’immensa armata che galoppa al fianco di ciascuno di noi, avanti e indietro a noi, in una carica irresistibile, capace di rovesciare ogni barriera, e di superare un’infinità di ostacoli: forse, la stessa morte” (Henri Bergson).

Gli otto punti dell’ecologia del profondo
1. Il benessere e la prosperità della vita umana e non umana sulla Terra hanno valore per se stesse. Questi valori sono indipendenti dall’utilità che il mondo non umano può avere per l’uomo.
2. La ricchezza e la diversità delle forme di vita contribuiscono alla realizzazione di questi valori e sono inoltre valori in sé.
3. Gli uomini non hanno alcun diritto di impoverire questa ricchezza e diversità a meno che non debbano soddisfare esigenze vitali.
4. La prosperità della vita e delle culture umane è compatibile con una sostanziale diminuzione della popolazione umana: la prosperità della vita non umana esige tale diminuzione.
5. L’attuale interferenza dell’uomo nel mondo non umano è eccessiva e la situazione sta peggiorando progressivamente.
6. Di conseguenza le scelte collettive devono essere cambiate. Queste scelte influenzano le strutture ideologiche, tecnologiche ed economiche fondamentali. Lo stato delle cose che ne risulterà sarà profondamente diverso da quello attuale.
7. Il mutamento ideologico consiste principalmente nell’apprezzamento della qualità della vita come valore intrinseco piuttosto che nell’adesione a un tenore di vita sempre più alto. Dovrà essere chiara la differenza tra ciò che è grande qualitativamente e ciò che lo è quantitativamente.
8. Chi condivide i punti precedenti è obbligato, direttamente o indirettamente, a tentare di attuare i cambiamenti necessari.
(Tratto da Bill Devall, George Sessions, Ecologia Profonda. Vivere come se la natura fosse importante, Edizioni Gruppo Abele, 1989)

Per altri approfondimenti sull’ecologia del profondo, vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Ecologia_profonda

 

Addio ad Arne Næss: l’intervista al padre dell’ecosofia
di Simone Bedetti
(da ecologiaprofonda.com)

Per commemorare la scomparsa di Arne Næss, riproponiamo una nostra intervista al grande filosofo scomparso.

Arne Næss aveva 61 quando anni coniò il termine Deep Ecology, Ecologia del profondo, e 64 quando scrisse Okology, samfunn og livsstill (Ecosofia, pubblicato in Italia dalla Red Edizioni), il saggio che pose le basi teoriche del Deep Ecology Movement. Dopo venticinque anni spesi nella lotta per affermare un “riordinamento radicale della nostra civiltà”, continua a lottare, instancabilmente. Arne Næss, incarnazione di un’utopia urgente, ha tutta l’aria di essere un guerriero. Lo abbiamo incontrato a Rimini in occasione del convegno L’orizzonte di Hermes, la XXIV edizione delle giornate internazionali di studio promosse dal Centro Ricerche Pio Manzù.

Professor Næss, qual è il nuovo tipo di relazione che secondo lei dobbiamo definire con la natura?
Oggi abbiamo una sufficiente conoscenza fisica e biologica della realtà, ma non abbiamo una saggezza. Per agire insieme alla realtà abbiamo bisogno di conoscere la natura profonda delle interrelazioni che avvengono tra l’essere umano e la natura. Abbiamo una responsabilità cosmica, un ruolo cosmico da svolgere, e cioè quello di non disturbare le condizioni di vita di questo pianeta, o quantomeno, di non disturbarle oltre il necessario, il che significa che dobbiamo proteggere la ricchezza e la diversità della vita. Dobbiamo pensare alla vita come a una vita che ha un suo valore intrinseco. In secondo luogo abbiamo l’opportunità e la possibilità di combinare il nostro amore per la natura con il nostro amore per gli esseri umani. Uno dei miei slogan è che dobbiamo estendere il nostro amore ai non umani e questo vuol dire approfondire un po’ il nostro amore per gli esseri umani.

Che cosa intende per saggezza?
Intendo dire che non si può definire l’uomo se non attraverso la biosfera, e che l’opposizione tra l’uomo e la biosfera non regge in alcun modo. Non si può parlare dell’uomo, non lo si può scindere dal concetto e dal discorso della biosfera; essi sono strettamente collegati attraverso una relazione interna. Interna, non esterna. La definizione di “uomo” può essere solo quella di “uomo nella biosfera”, perché ogni organismo è un’interazione.

Lei dice anche che questa saggezza nasce da un’intuizione. Ma qual è la natura di questa intuizione?
Nella catena logica dei ragionamenti, delle premesse e delle conclusioni, a un certo punto non posso che fermarmi. Io cerco di dare delle spiegazioni, delle ragioni per qualcosa, ma alla fine so che quelle spiegazioni, quelle ragioni non sono buone. Alla base di tutto c’è allora l’intuizione, c’è questo valore intrinseco di ogni essere umano che è l’intuizione. Possiamo anche andare un passo più indietro e parlare della religione. “L’essere umano è creato da dio”: è un valore intrinseco anche questo. Si può quindi andare sempre più in profondità, sempre più indietro. C’è il livello più profondo che io chiamo “livello uno filosofico-religioso”. Poi, da qui, da quel primo livello, sono discesi gli altri otto punti che ho steso nel 1984. C’è quindi in alto il divino, la religione o la filosofia; da lì si scende fino ad arrivare alle decisioni concrete. Ma da quel primo livello al livello dell’agire concreto c’è una lunga strada da fare. Abbiamo bisogno di tante informazioni; dopodiché, dopo aver avuto tutte queste informazioni si prende una decisione: si agisce. Quindi c’è un legame diretto tra quello che è il livello più alto e quella che è la vita concreta.

Con la seconda moglie Kit Fai, un nipote e un pronipote
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L’etica, in sostanza, ha un fondamento metafisico?
È senza dubbio così. La base essenziale dell’etica deve essere metafisica, religiosa o filosofica, come diceva Whitehead. L’etica che dà soltanto la descrizione della società attraverso delle norme e delle regole non è niente. Non posso accettare che l’etica sia solo un insieme di norme! Come faccio altrimenti a spiegare, a dare ragioni di essere per esempio contro la tortura? Il motivo che mi spinge a essere contro la tortura deriva da cose ben più profonde, e si ritorna sempre all’intuizione.

Il problema ecologico sta diventando sempre più urgente, anche da un punto di vista politico. Ma l’ecologia del profondo non pone esigenze troppo radicali, impossibili da realizzare concretamente, nel caos degli interessi contrastanti e inconciliabili della politica?
Il problema ecologico è un problema politico. L’ecologia oggi è un problema politico. Se si pensa di vivere in una democrazia allora alla fine si hanno i politici che ci si merita. Questo significa che dobbiamo smetterla di lamentarci dei politici perché al tempo stesso diciamo di vivere in una democrazia. La maggior parte di noi detesta la politica o partecipare alla vita politica. Io penso che si possa dare anche supporto e aiutare coloro che hanno l’inclinazione al lavoro in politica. La frontiera è molto lunga. Dobbiamo fare molto e dobbiamo farlo a lungo perché questa frontiera è molto lunga. Noi tutti possiamo dunque fare qualcosa lungo questa frontiera. Tutti hanno il loro ruolo da svolgere.

Molti sono i critici dell’ecologia del profondo, e molti l’accusano di vedere nella natura un ordine che in realtà non esiste, che è solo una costruzione umana. Vuole rispondere?
Sì, sì, sono tanti i critici. C’è addirittura un intero libro di polemiche tutte contro Arne Næss! (Ride). Bisogna anche dire che molte idee sono difficili da capire per molta gente. Si sforzano di capire che ci sono tutti questi livelli ma non lo capiscono subito, e allora bisogna ripeterglielo, ripeterglielo, e ancora ripeterglielo. Vede, io cerco di difendere i bambini, il centro sono sempre i bambini. La maturità dei sentimenti, la maturità emotiva, è molto scarsa malgrado gli studi che si possono essere fatti. Io ero già maturo a ventisette anni, avevo già alte responsabilità, potevo già decidere se andare a insegnare in California in un posto di grossa responsabilità. Ma da un punto di vista della maturità emotiva, della maturità sentimentale ero un bambino. E questo è tipico della nostra civiltà.

Nel 1984 lei stese insieme a George Sessions gli otto punti dell’ecologia del profondo. Oggi quegli otto punti sembrano essersi realizzati, ma al contrario.
No, non è vero, le cose lentamente stanno cambiando. Io non ho grande fiducia per il prossimo secolo, ma ho fiducia nel XXII secolo. Il livello di squilibrio che c’è oggi continuerà anche nel XXI secolo, ma è destinato a ridursi e a fermarsi nel XXII secolo. Noi dobbiamo pensare alle generazioni future, e lavorare per loro, affinché loro possano raccogliere la nostra fatica e il nostro impegno, il nostro sforzo di cambiamento.

 

ArneNaess_1995-interview
E’ la trascrizione integrale di un’intervista (in lingua inglese) ad Arne Næss, fatta in occasione del fil documentario The Call of the Mountain. L’intervista si è svolta in più di cinque giorni nel giugno 1995 e fu registrata fuori e dentro il Tvergastein hut, 1505 m al di sopra del livello del mare sulle montagne della Norvegia. L’intervista è condotta da Jan van Boeckel.

 

 

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Il loop di Arne Næss ultima modifica: 2015-11-18T05:53:59+01:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Il loop di Arne Næss”

  1. 2
    Claudio de Grazia says:

    Lo scopo dell’ecofilosofia è quello di raggiungere una visione totale, completa, della nostra condizione, sia come genere umano che come singolo individuo.
    La completezza comprende l’intero contesto globale, con noi in esso, noi che condividiamo un mondo di diverse culture e di diversi esseri viventi.
    Ci muoviamo verso una visione totale ponendoci domande profonde – sempre chiedendoci perché – verso norme e condizioni supreme, anche attraverso la formulazione (o l’applicazione) di politiche e azioni.
    Claudio de Grazia, da facebook 18 novembre 2015 alle ore 13.41

  2. 1

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