Il nonno di Messner

Settembre 1987. Sono in autostrada vicino a Bressanone con Reinhold Messner e la sua compagna Sabine: sta guidando lui, con gli occhiali, e siamo diretti in Austria. La Val di Funés e le sue montagne son proprio sopra di noi.

Il nonno di Messner (CcM 002)
(Conversazioni con Messner)
di Alessandro Gogna con Reinhold Messner

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

– Sono nato a Bressanone, non in Val di Funés, perché mia madre è andata in clinica a par­torire: poi sono vissuto sempre in Val di Funés. I primi ricordi sono legati ai campi, alla terra: al nonno specialmente, che conoscevo molto bene. È ben vivo nella mia memoria il padre di mio pa­dre: aveva un “masetto”, nean­che un maso, lui si era comprato un maso con due mucche quando io avevo circa quattro anni. Noi passavamo le estati in questa casa del nonno. Noi significa: mio fratello maggiore, io medesimo e mio fratello mino­re che forse era in culla piccolissimo. Aiutavamo: fa­cevamo il fieno, si andava nella stalla, ho l’immagine nitida di me che a mezzogiorno portavo la colazione sul prato, sai, in una di quelle pentole chiuse… Il nonno ci mandava a prendere l’ acqua ad una fonte e potrei ancora oggi di­segnare quella sorgente, che oggi non c’è più perché le han fatto passare la strada proprio sopra…

I prati di Casnago sovrastati dalla parete nord della Furchetta (Odle)

– Come si chiamava il nonno?

– Joseph, come mio padre. Era grande quasi due metri. A­veva una ventina di arnie e d’estate andava quasi tutti i giorni a vedere come stavano, come lavora­vano, che cosa facevano: prendeva uno di noi dicendo “vieni”. Molte volte sono andato con lui, portavo le mani dietro la schiena come lui, perché lui portava sempre le mani così, sai (sorride)… E mi ricordo che parlavamo a lungo, che volevo diventare contadino anch’io e che una volta avrei avuto un maso più grande del suo. Da lui ho imparato la vita pratica, le cose che servono: come si mette assieme il fieno, sai, con il rastrello, qualcosa sulle api, mi diceva che il coltello non si tiene così, se avevo un coltello e giocavo con del legno, lui mi faceva vedere come si tiene il coltello, come si tiene l’ascia, come si fa questo o quello, ma sempre con un modo… ecco si fa così, semplicemente dicendomi le cose si fanno così. Ci raccontava o mi raccontava tantissimo della caccia, come il padre suo sopravviveva da pastore e cacciatore. Ma il mio bisnonno allora non mi interessava. Più tardi sì, se guardi nel mio castello troverai molte fotografie di quella figura lì, secondo me la più interessante di tutti. Ma l’ho capito solo a vent’anni: il bisnonno aveva un grande maso in Val di Funés, circa una ventina di ettari. Il maso c’è ancora, però ora è diviso. Siccome beveva, dicono che tutte le domeniche si scolava circa dodici litri di vino (era di statura gigantesca, ma queste storie esagerano sempre) ha dovuto vendere il maso perché lavorava, beveva e non concludeva granché. Pare che si sia anche diviso dalla moglie perché lui coi due ragazzi viveva in una grotta: d’estate si prendevano la responsabilità per una malga di pecore e andavano a fare i bracconieri. E lì mio nonno ha imparato molto bene ad andare a caccia e mi raccontava come facevano nelle Odle a prendere i camosci a decine, sai uno che veniva di qua, uno che veniva di là poi li mandavano su per canaloni da dove non potevano uscire. Così già da allora io sapevo parecchio sulle Odle attraverso quei racconti, sapevo che il canalone fra la Fur­chetta e il Sass Rigais è chiuso al di sopra, non si può andare su, né il camoscio né l’ uomo… In seguito ho percorso tutti quei canali e tutti quei luoghi. Ed era come esserci già stato. Non mettevo certo in dubbio la parola del nonno, mi chiedevo solo come si potesse sapere tutto. O, almeno, tutto di quello che era il nostro mondo. Tutto il mondo era lì, non era più grande. Era una scienza a sé. Da lui ho imparato i nomi dei boschi, se tu vai su quella collina là c’è un albero e se passi dietro l’albero vedi un pic­colo prato dove alle quattro di mattina vengono i cervi e i caprioli, oppure c’è un vecchio sentie­ro che adesso non è più usato, ma c’è ancora e si trova di qua e di là, poi si perde. E quando poi a 6 o 7 anni andavo sui prati di Casnago con mio padre, c’ero già stato con la fantasia e arrivavo da solo in alcuni posti di cui il nonno mi aveva parlato. Mia madre mi raccontava le storie della valle piuttosto che i luoghi. Mio padre faceva il maestro e pensava che i figli del maestro non dove­ssero ­fare vita diversa dai figli dei contadini. Già a 5 o 6 anni andavamo nella stalla. Ci faceva lavorare, più che per bisogno reale, per educarci. All’inizio dovevamo accudire i conigli, poi ci fu il pollaio. A dieci anni lavoravo dieci ore al giorno. D’estate però, perché d’inverno si andava a scuola e ognuno aveva solo una responsabilità: per ognuna delle stalle, sai, dovevi portare il mangime o l’acqua. Con mio padre abbiamo rifatto le stalle. Io avrò ucciso die­ci-ventimi­la galline, sai i polli, i maschi che non potevano di­ventare galline che davano uova, venivano uccisi e venivano ven­duti nella Val di Funés agli alberghi e ucciderli e pulirli era il nostro lavoro e ti dico diecimila forse cinquantamila, non so, non li ho contati, potrei fare un calcolo, quanti chilometri ho fatto con la macchina, insomma ho lavorato molto su questi ma­si e a 13 o 14 anni i genitori ci hanno mandato uno di qua e uno di là d’estate su ai masi. Sono stato due stagioni al maso di un nostro parente sul Renon: e lì si faceva il lavoro, mi alzavo alle cinque, si faceva di tutto. E ancora oggi so benissimo come si fa, volendo potrei dire, ecco finisco con tutto questo, ho il terreno, taglio l’erba, compro le mucche e le accudisco e sopravvivo. Mi dà grande sicurezza questo fatto. Allora mi disturbava, perché andavo già ad arrampicare, ma da lì non potevo, ero senza macchina e avevo dei doveri. Non è che l’hanno fatto per allontanarmi dalle montagne: solo per darmi lavoro, perché tutti nella zona facevano così…

– Perché tutti, comunque, dovevano lavorare…

– Forse mi è rimasta questa sensazione, io mi sento molto più tran­quillo se attorno lavorano tutti, se tutti fanno qualcosa. Non è importante che cosa fanno, la gente che sta attorno e non fa niente mi dà fastidio.

– Tuo nonno era una persona felice secondo te?

– Il nonno? Direi serena, vedeva chiaro in quel mondo che era il suo mon­do, per lui era tutto chiaro. Lo dicevano la sua espressione e il suo atteggiamento, il suo ritmo di vita, anche il come vi­veva. Più tardi fino a che morì (e morì a 80 anni circa), sarebbe venuto tutte le domeniche a casa nostra, 3 km più in giù: lui scendeva per andare in chiesa, ci veniva a trovare e poi tornava a casa. Ed è morto forse quando avevo 12 o 13 anni.

– Hai sofferto quando è morto?

– Sì, però sapevo che era logico che morisse, perché era vecchio…

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Il nonno di Messner ultima modifica: 2019-04-20T05:36:56+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Il nonno di Messner”

  1. 3
    Luca Visentini says:

    Io invece mi trovavo a Dartford, nel Kent, e ho detto a Keith: “Amico, lo so che come voce è più dotato Mick, ma butta giù qualcosa di tuo”. Oh, ragazzi, mi ha dato retta ed è venuta fuori Satisfaction!

  2. 2
    Alberto Benassi says:

     

    belle queste storie di altri tempi. Oggi se un ragazzo di dieci anni lo fai lavorare a tagliare il fieno a mungere le mucche , ti denunciano.

    Eppure in quel modo ci si divertiva e si imparava.

  3. 1

    Conversazione scarna e che va dritta alle cose di cui tratta escludendo automaticamente ciò che non serve a sé medesima.
    Si capisce che la conoscenza della montagna dura da bambino gli ha insegnato molto. Sviluppa istinti che difficilmente si riescono a raggiungere in maniera accademica o al corso del Cai.
    Con Reinhold e altri amici abbiamo cantato insieme De André in un bar di El Chaltén (Patagonia Argentina) lo scorso Dicembre. Il tutto finirà in un documentario di una TV austriaca sulla storia dell’alpinismo locale. Reinhold è abbastanza stonato, ma ha una vera passione per De André!
    Davanti a una bottiglia (forse due) di Malbec abbiamo parlato (anche) di montagna ricordando i pantaloni gialli di velluto a coste che aveva durante la solitaria del Philipp-Flamm in Civetta, di Cesare Maestri sul Torre e delle Dolomiti. Il tutto sempre scarnamente e senza ricami inutili.
    Anche a me piace così.
    Ecco, volevo dirlo.

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