Il segreto del Campanile – 4

Il segreto del Campanile – 4
(la verità obliqua di Severino Casara) (4-4)

Xe fàssile
Xe fàssile fare i fenoci col culo dei altri è un divertente e sboccato proverbio veneto che provoca, come tanti altri del suo genere, simpatia e aggregazione sociale: è un’enunciazione il cui scopo sembra quello di unire attorno a un’idea comune, da tutti sottesa, ma che in realtà tende a far accettare con umorismo delle verità che in modo diretto non sarebbero mai accolte.

Infatti, ci siamo chiesti che cosa voglia veramente dire questo motto?

Foto eseguita il 16 luglio 1950: si vede il tratto roccioso degli Strapiombi Nord ancora inalterato
Foto eseguita il 16 luglio 1950 dove si vede il tratto roccioso degli Strapiombi Nord ancora inalterato.

Foto eseguita il 17 settembre 1950 dove si vede, al centro e sotto la fessura orizzontale, la traccia lasciata dal grosso blocco di roccia franato. L’evento è dunque avvenuto nei giorni tra il 17 luglio e il 16 settembre 1950. Foto: Severino Casara
Foto eseguita il 17 settembre 1950 dove si vede, al centro e sotto la fessura orizzontale, la traccia lasciata dal grosso blocco di roccia franato. L’evento è dunque avvenuto nei giorni tra il 17 luglio e il 16 settembre 1950. Foto: Severino Casara.

Proviamo a spogliarlo della manifesta “volgarità” o anche soltanto della sapida espressione dialettale. Suonerebbe: “è facile fare gli omosessuali con il corpo degli altri”. Questa espressione può avere due significati, il primo semplicemente avverte dell’eccessiva facilità del parlare di cose che non ci riguardano, il secondo (più cervellotico e quindi probabilmente da scartare) suggerisce papale papale che in un rapporto omosessuale è più “maschile” avere la parte attiva che quella passiva.

Proviamo ora a fare qualche sostituzione, per avere maggiori chiarimenti. Per esempio, proviamo a costruire un «è facile fare la bella donna con il corpo di miss Italia»: direi che qui siamo nel vero, praticamente cadiamo nell’ovvio. Oppure «è facile fare i piloti se si ha l’auto di Schumacher»: qui non si è più nell’ovvio bensì nel falso, perché tutti sappiamo che non basta guidare un’auto di Formula Uno per essere bravi piloti. Sembra evidente che la frase originale non fonda la sua “verità” su un procedimento logico, tanto è vero che, se operiamo alcune semplici sostituzioni, il significato diverge a tal punto da sfiorare gli opposti del vero e del falso.

Gino Soldà (a sinistra), Walter Bonatti e Severino Casara, Schio, 18 aprile 1962
Gino Soldà (a sinistra), Walter Bonatti e Severino Casara, Schio, 18 aprile 1962.

Queste due affermazioni non mutano senso se costruiamo gli opposti. Infatti sia «è difficile fare la bella donna se si ha il corpo di una vecchia megera» sia «è difficile fare i bravi piloti se si guida un vecchio catorcio» conservano entrambi i loro significati originari, il primo ovvio, il secondo falso (perché anche con un catorcio si può essere bravi piloti).

Proviamo allora a scrivere ciò che il nostro proverbio originario sicuramente afferma in modo complementare, cioè proviamo a costruirlo con gli opposti: «È difficile essere omosessuali con il nostro corpo». Ovvio? Certo, ma non per tutti. Per esempio, gli omosessuali ci riescono benissimo.

E allora, che vuol dire il nostro proverbio, ricco di cotanta saggezza popolare? Razionalmente, logicamente nulla.

La sua “verità” è espressa per intuizione, quell’intuizione che è alla base di ogni psicologia, individuale o collettiva. Fa parte di quelle verità che non sopportano il sillogismo, che non possono essere costrette nella logica, e che hanno radice nelle nostre profondità. Probabilmente anche la verità che siamo andati cercando con il caso Casara fa parte di questo genere di verità.

Mentre “omosessuale”, “corpo” e “altri” sono tre sostantivi dal significato sufficientemente fisso da non poterlo discutere più di tanto, è sull’aggettivo “facile” (o “difficile”) che non ci siamo concentrati abbastanza.

Severino Casara (a sinistra) con Spiro Dalla Porta Xidias
Casara (a sinistra) con Spiro Dalla Porta Xidias.

In genere il giudizio di facile o difficile lo riserviamo a “cosa che o dobbiamo o desideriamo fare”. Un compito di latino può essere facile o difficile, come un determinato tipo di lavoro. Siamo infatti nella sfera del dovere perché, facile o difficile che sia, ciò che importa è che dobbiamo farlo. Ma, facile o difficile sedurre una donna, facile o difficile compiere un’impresa sportiva, facile o difficile credere in Dio: cosa li accomuna? Il desiderio, la volontà che abbiamo, conscia o inconscia di amare, di agire, di credere.

Ora, siccome possiamo tranquillamente escludere che il nostro proverbio voglia sottendere un qualunque tipo di “dovere”, cosa ci rimane in mano? Probabilmente solo il desiderio.

Sì, il proverbio fonda la sua “verità” dando per scontato che in ciascuno di noi in fondo ci sia un desiderio di omosessualità (in alcuni evidente, in altri represso, in altri ancora del tutto inconscio). Se si accetta l’esistenza di questo desiderio, allora si comprende bene perché in qualche modo siamo portati a deridere l’omosessualità altrui, semplicemente più manifesta della nostra o semplicemente e crudelmente attribuita senza alcun fondamento.

Mauro Corona in posa per salire al primo chiodo Fanton
Mauro Corona sta salendo al primo chiodo Fanton.

Quest’immagine è la rielaborazione fatta da Mario Crespan della foto Marchetti. La didascalia è tratta, con qualche variazione descrittiva da 46° parallelo del dicembre 2002, pag. 50.
Da questa rielaborazione, dopo il confronto con altre foto sulle quali compaiono riferimenti noti di scala, tenuto conto altresì di possibili errori di parallasse dovuti all’angolo di ripresa non perfettamente ortogonale alla parete, si può desumere in via ipotetica, ma con discreta approssimazione, quanto segue:
1) la lunghezza della traversata dal primo chiodo Fanton di sinistra allo Spigolo a Sega è di max 7,00 metri (ma dal grafico sembrerebbero essere 6,30);
2) Dal primo chiodo Fanton (x0) al gruppo chiodi Fanton (x1) risultano max 3,15 metri (ma dal grafico sembrerebbero 2,90) e dal gruppo chiodi Fanton allo Spigolo a Sega risultano max 3,85 metri (ma dal grafico sembrerebbero 3,30);
3) l’altezza rispetto al terrazzo di partenza della fessura di traversata non si può valutare con precisione, ma può ritenersi intorno ai 4 metri (per poterci infilare le mani ed iniziare a traversare a destra, occorre dunque salire coi piedi almeno per un paio di metri, o poco più);
4) la sporgenza x2 fa staccare la corda Fanton poco sopra, e in quello spazio Casara può benissimo aver effettuato il lancio della sua corda (con tutta la pazienza occorrente, beninteso);
5) il blocco è crollato (come è riportato anche nella Guida Berti, Dolomiti Orientali, Vol. II, 1982, pag. 190) ma, probabilmente, non ha modificato le difficoltà del passaggio.
Tali misure configurano un aspetto sottovalutato. A Casara, quando aveva ancora la mano sinistra aggrappata all’estremità della corda Fanton, mancavano solo pochi metri in libera fino allo Spigolo a Sega (2,90-3,00), essendo giunto fin là aggrappato alla corda. Nelle medesime condizioni (ma ovviamente assicurati), anche Paolo Fanton e Franz Schroffenegger si erano spinti fino a sfiorare con la mano lo Spigolo a Sega già nel 1913

Quest’immagine è la rielaborazione fatta da Mario Crespan della foto Marchetti (vedi tav. 43). La didascalia è tratta, con qualche variazione descrittiva da 46° parallelo del dicembre 2002, pag. 50. Da questa rielaborazione, dopo il confronto con altre foto sulle quali compaiono riferimenti noti di scala, tenuto conto altresì di possibili errori di parallasse dovuti all'angolo di ripresa non perfettamente ortogonale alla parete, si può desumere in via ipotetica, ma con discreta approssimazione, quanto segue: 1) la lunghezza della traversata dal primo chiodo Fanton di sinistra allo Spigolo a Sega è di max 7,00 metri (ma dal grafico sembrerebbero essere 6,30); 2) Dal primo chiodo Fanton (x0) al gruppo chiodi Fanton (x1) risultano max 3,15 metri (ma dal grafico sembrerebbero 2,90) e dal gruppo chiodi Fanton allo Spigolo a Sega risultano max 3,85 metri (ma dal grafico sembrerebbero 3,30); 3) l'altezza rispetto al terrazzo di partenza della fessura di traversata non si può valutare con precisione, ma può ritenersi intorno ai 4 metri (per poterci infilare le mani ed iniziare a traversare a destra, occorre dunque salire coi piedi almeno per un paio di metri, o poco più); 4) la sporgenza x2 fa staccare la corda Fanton poco sopra, e in quello spazio Casara può benissimo aver effettuato il lancio della sua corda (con tutta la pazienza occorrente, beninteso); 5) il blocco è crollato (come è riportato anche nella Guida Berti, Dolomiti Orientali, Vol. II, 1982, pag. 190) ma, probabilmente, non ha modificato le difficoltà del passaggio. Tali misure configurano un aspetto sottovalutato. A Casara, quando aveva ancora la mano sinistra aggrappata all'estremità della corda Fanton, mancavano solo pochi metri in libera fino allo Spigolo a Sega (2,90-3,00), essendo giunto fin là aggrappato alla corda. Nelle medesime condizioni (ma ovviamente assicurati), anche Paolo Fanton e Franz Schroffenegger si erano spinti fino a sfiorare con la mano lo Spigolo a Sega già nel 1913.


Conclusione ovvero Liberazione
Una schiamazzante gita di normale comitiva si disgrega nella risalita di un solitario e selvaggio ghiaione: ne emerge una figura superiore, consapevole del fascino misterioso suscitato da anfratti di brulla roccia che circondano un simbolo divino, fuori da regole, gerarchie, orari e logica. Una visione che dapprima si nega, poi ammalia, poi minaccia e terrorizza, con un potere magnetico che va diritto in fondo all’anima.

Il Campanile è un luogo ambiguo, inviolabile ma violabile, dove l’ago magnetico confonde sud e nord, la storia alpinistica si emulsiona con gli impulsi del momento, il fattibile con l’impossibile. In quel momento della cultura si vedono solo le macerie.

L’azione di quel giovedì 3 settembre 1925 è un capolavoro dell’inafferrabile perché è dimostrato che qualunque interpretazione da sola non basta a lacerare il velo di indicibilità dell’accaduto. Nessuno può spiegare come sono andati i fatti, nessuna via di scampo a questo. Ci è data una verità che non accettiamo e ne vorremmo una che non ci è data. È così che l’azione si può riappropriare del suo senso, divorando cultura e sovrapposizioni.

La tensione, l’angoscia di questi lunghi anni che abbiamo raccontato (e che raccontiamo più a lungo e con più dovizia di particolari in La verità obliqua di Severino Casara, di Italo Zandonella Callegher e del sottoscritto, Priuli&Verlucca, 2009) non si sciolgono alla fine come neve al sole, anzi sempre di più ci immergono in quel particolare stato di sogno-realtà che è l’unica isola di salvezza possibile tra Scilla e Cariddi, l’eccessiva razionalità e il minaccioso esoterismo.

MisteroCampanile-laveritaobliqua_ridimensionare
Nel dissolversi d’ogni pretesa e di ogni aspettativa, lo spettatore può scorgere ciò che vuole, desidera o teme.

Quel procedimento retorico che consiste nell’accostare a una parola un’altra di senso contrario, l’ossimoro, è stato colonna portante del nostro racconto, una continua serie di scatti fotografici dell’insanabile frattura romantica tra il nostro io cosciente (cultura, rappresentazione, logica) e la natura (azione e mistero). E non per nostra volontà. Quanto più accettiamo questo dissidio, tanto più veniamo attratti dallo stesso magnetismo che attrasse Casara, quindi avviandoci, almeno parzialmente, alla comprensione delle verità più oblique.

Solo così possiamo liberarci, arricchiti del caso Casara. Dopo aver formulato ipotesi e supposizioni, accumulato dubbi su dubbi, incertezze su incertezze, o prove su prove, arriviamo di fatto a nulla. Anzi, ci accorgiamo che più ci sembra di essere vicini alla soluzione più ne dubitiamo, sia perché il giocattolo ci si romperebbe in mano, sia perché alziamo la soglia di quel concetto che in termini giuridici si definirebbe “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Ricordiamo ancora qui il nostro bisogno di finzione, la nostra insondabile sete d’ignoto, che andiamo a cercare in terre lontane e selvagge ma anche, in mancanza, nei casi della vita che abbiano l’aspetto di enigma, ai confini della logica e quindi senza possibilità di decodificazione.

Qui si vede lo spirito libero. C’è chi sta a suo agio nella civiltà schematica dei preconcetti e delle regole, c’è invece chi ne vuole fuggire e non sa che così facendo porterà nutrimento vitale anche agli altri, a quelli che rimangono.

C’è chi vuole limitare la libertà di spirito in nome di un mondo più ordinato, quindi migliore, e c’è chi si nutre invece d’innocenti ribellioni, perché curioso della natura e insofferente all’ordine costituito.

Il fascino del caso Casara è proprio nell’apparente intenzione del destino di impedire allo spettatore di giungere ad una soluzione logica o prevedibile, indovinando in modo perfetto, come nessuna fantasia umana saprebbe fare, tempi, luoghi, attori. Casara, oggi, con il satellitare (magari anche solo con il cellulare) avrebbe chiamato Berti, o la mamma. Per il futuro potremmo sistemare una live camera sotto tutte le pareti, per vedere cosa vi succede esattamente, come tra le corsie di un supermercato. Ma forse non basterebbe a uccidere l’azione.

Mauro Corona, vestito da scalatore dell’inizio del secolo scorso, sul ballatoio della discesa Piaz del Campanile di Val Montanaia
M. Corona sul ballatoio della discesa PIaz del Campanile di Val MOntanaia

Casara scompare all’improvviso dai monitor. Non è vivo, non è morto, è passato, non è passato sugli Strapiombi Nord. Non si sa, l’orologio si è fermato, il diaframma ottico è rimasto chiuso per una frazione di spazio temporale, a dispetto dell’ordine di scatto.

Per questo il caso Casara è un piccolo gioiello, perché nella nostra dimensione terrena non riusciamo a estirparne l’illusione. In cima è arrivato. Le note della campana saranno state le stesse? O possiamo immaginare una distorsione del suono, come un’eco a rovescio che termina la breve interruzione del tempo? Una nota vibrante che sottolinea de profundis l'”irrealtà” degli Strapiombi Nord saliti e la tragica realtà della discesa ancora da compiere. Fine della ri-creazione.

Già dalle prime evoluzioni di Severino sulla corda Fanton la roccia sembra osservare, scrutare, porsi in agguato, ma senza lasciarsi indagare. C’è una regia maledetta e magnifica che induce il primo attore a suicidarsi e lo spettatore del dopo a salire verso l’alto e ad abbandonarsi alla comune e suadente ipnosi. Ma ci sarebbe ugualmente regia grandiosa se la realtà fosse diversa, con un Severino che sale in cima e medita il grande inganno, magari scende con la sua corda un tratto sugli strapiombi, sì, dall’alto per vedere meglio, per concertare alla perfezione il suo bluff quasi secolare. Casara conosceva i nodi prusik per risalire su una corda fissa? Nulla vieta di pensarlo. E come mai non ha pensato che qualcuno dei suoi compagni di gita, preso da un raptus simile al suo, non avesse rantolando raggiunto infine la Forcella del Campanile? E non stesse magari ad osservarlo con i binocoli? C’era così tanta nebbia? Come si vede, la suspense continua.

Quel giovedì 3 settembre 1925 ha forte intenzione di consegnare alla memoria non tanto un fatto straordinario, sia pur denso di significati, ma un mito vero e proprio, dominato dal sogno, ovvero la fusione tra realtà materiale e spirituale, tra azione e pensiero. Cioè a dire un modello di evento originario, vivente e da vivere al di là del tempo, e scaturito dalla forza primordiale delle Dolomiti. Visto che siamo nel XXI secolo, proviamo a inchinarci?

Da Forcella Montanaia su Croda Cimoliana e Campanile di Montanaia
Da Forcella Montanaia su Croda Cimoliana e Campanile di Montanaia (Dolomiti d'Oltrepiave, PN).

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Il segreto del Campanile – 4 ultima modifica: 2016-04-03T05:15:02+02:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Il segreto del Campanile – 4”

  1. 5
    Pietro Matarazzo says:

    Sto leggendo il libro, molto ben scritto, documentato, ottimo davvero. Se ne venisse fatta ristampa suggerisco di correggere il nome di chi ha rimesso la campana nel 1976: Ezio Migotto (e non Bigotto come nel libro) assieme a Silvano Zucchiatti. Non si legga pignoleria e spocchia, ero amico del compianto Ezio (alpinista, insegnante e grande educatore) e mi è dispiaciuto non vederlo nominato correttamente. Tutto qua. Grazie

  2. 4
    DANILO VILLA says:

    Condivido il commento di Luca.
    Grazie Alessandro, ma va bene così ci lascia con la libertà di questo sogno, cosa sarebbe la vita senza la possibilità di sognare e immaginare o accettare un mistero per quello che è, appunto un mistero, scappando da tutti i paletti e recinti che questa “civiltà” ci pone intorno.
    Non è forse questo uno dei motivi che ci spinge dove l’aria è sottile o in posti dove le tracce sono poche e confuse.

  3. 3
    Marco Furlani says:

    Un lavoro straordinario alla Alessandro Gogna

  4. 2
    massimo ginesi says:

    bellissimo!

  5. 1
    Luca Calvi says:

    Forse uno degli articoli meglio scritti degli ultimi anni.

    Letteratura, non letteratura alpinistica.

    Dopo tanto tempo invece di dire “per fortuna è finito”, arrivato all’ultima riga, ho detto “cazzo perché ti sei fermato qui?”.

    Per quel che può valere da parte di un signor Nessuno come me, chapeau!

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