Il senso dell’alpinista per la morte

Il senso dell’alpinista per la morte
di Enzo Cordonatti
(pubblicato su tracceffimere. altervista.org l’8 ottobre 2014)

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti
.
(Cesare Pavese)

Affrontare il tema della morte in questa società e in questi tempi non è certo esercizio comune, anzi, la continua ricerca della sicurezza ad ogni costo, il desiderio di certezze e la speranza di vivere più a lungo e nel modo migliore possibile permea ormai il nostro quotidiano.
La morte viene esorcizzata, ignorata, si è persa la consapevolezza che il nostro percorso ha una fine e a questa fine ci si arriva sempre impreparati, ma soprattutto ci colpisce con violenza e ci lascia storditi, annichiliti e senza risposte.
Se ormai è difficile la ricerca personale del senso della vita, impensabile è la ricerca del senso della morte.

Lo ha capito bene la religione cattolica che indica proprio nella morte il senso della vita… valà… fine della ricerca: viviamo per morire, perché la morte ci permette la vita eterna che è il senso del nostro vivere.
Affascinante, ma poco convincente, seppur consolante.
Da sempre l’alpinismo ha portato chi lo pratica, in modo più o meno forte in base alle epoche storiche, a farsi delle domande sulla vita e sulla morte.
I “conquistatori dell’inutile” devono dare un senso a quello che fanno, improduttivo, pericoloso e a volte costoso per la società e allora si interrogano sul senso della vita, lo ricercano forse a giustificazione di questa loro inutile attività, ma mentre ci si interroga si è sfiorati più o meno direttamente dalla morte: l’amico, il compagno di cordata, il famigliare. Democraticamente la morte non fa distinzione di bravura, patacche o altro, dal sentiero facile e rassicurante vicino a casa alla repulsiva parete himalayana nessun luogo è totalmente sicuro per chi cammina, scala, scia.

Certo in questi ultimi anni la sportivizzazione dell’arrampicata ha reso tutto più rassicurante e praticabile a basso rischio, ma questo è un altro sport, anzi è uno sport e a noi poco interessa in questa discussione. Quando io, per chiarire, uso il termine “scalare” mi riferisco all’ascesa, al filosofico sentimento della vetta o della meta, fate voi.

Cesare Pavese

Quasi tutti i grandi alpinisti hanno fatto i conti con la morte, dall’esperienza quasi mistica di Reinhold Messner al Nanga Parbat con la morte del fratello Günther durante la discesa del versante ovest a Walter Bonatti nel 1956 sullo sperone della Brenva con la morte di Jean Vincendon e François Henry, per arrivare al Pilone Centrale nel 1961 di cui tutti ben conosciamo la storia.

Nella corposa letteratura di montagna c’è sempre infilato qua e là, più o meno evidente, più o meno voluto questo confronto tra una ricerca interiore verso il senso della vita e gli interrogativi che la morte propone.
Si potrebbe paradossalmente affermare che l’alpinismo cui ci si affida per cercare il senso della vita ci porta invece a interrogarci sul senso della morte.
Umberto Galimberti esprime questo concetto: le domande sul senso della vita uno se le fa quando gli capitano le disgrazie, perché quando gli capita la felicità se la mette in tasca e non si chiede il senso della felicità. A tal proposito vi rimando a questa interessante intervista: https://www.riflessioni.it/senso-della-vita/umberto-galimberti.htm (SOSTITUIRE CON LINK a TOTEM e TABU) che trovate nel post odierno di Totem&Tabù.

Anche in questo l’alpinismo ha una sua unicità: la scalata è ricerca della felicità, di quella felicità che non ci mettiamo solo in tasca, ma che ci fa interrogare sul senso stesso di questa nostra felicità e del perché non ci è sufficiente. Nessuno ci obbliga a faticare, svegliarci prestissimo, prendere freddo, rischiare eppure lo si fa e basta e in genere non si smette mai: di scalare o di cercare?
Io non sono un filosofo, né un grande alpinista, ma in questi ultimi anni ho conosciuto il dolore e la perdita di troppi amici alpinisti e non posso, mio malgrado, non farmi domande a cui fatico dare risposte…

In due valli diverse, in due Stati diversi, due valanghe tragicamente simili strappavano dalla parete e dalla vita tre uomini che tra loro non si conoscevano, due di questi legati dallo stesso appuntamento con la morte.
Uomini maturi e di esperienza, giovani con i conti da pagare alla vita, alle speranze, ai sogni.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Quali occhi per Mario, Fabrizio, Daniele?
Gli occhi della passione, quella stessa comune passione che li conduce al loro appuntamento con il destino. Una passione che è vita, gioia, fatica ricerca. Una passione totale cui ci si dedica con quell’ardore che non ha età, non ha sesso, non ha confini.
La passione si vive, a volte si trasforma in ossessione, prevarica il senso del quotidiano, del normale, dell’accettabile.
Diventa la nostra fuga da Alcatraz, da tutto quello che ci sta stretto, che ci costringe e con cui non riusciamo a convivere.

Viverla accettandone i rischi, che non vuol dire ricerca dei limiti, ci conduce in percorsi interiori diversi per ognuno di noi.
Non mi permetto di descrivere quali erano i percorsi di Mario, Fabrizio e Daniele, non conosco ancora i miei, ma sicuramente erano legati da quella sensibilità, da quella inquietudine propria degli uomini e delle donne curiosi. La curiosità che porta all’inquietudine della ricerca, al non fermarsi mai, alle domande cui non si può dare risposta… e allora si continua a cercare.
In una parete, in fondo ad un canale, nel gesto estetico, nel puro godere di momenti in cui ci sente liberi.

Liberi di avere paura, di faticare e sudare senza un guadagno, un tornaconto personale, liberi anche di esprimere il proprio egoismo, il proprio narcisismo, liberi di tornare indietro o continuare.
Liberi anche di sbagliare e di pagare in prima persona.
Pour vivre il faut risquer

Nessuno degli amici persi in questi anni ricercava il limite della vita con la propria attività in montagna, ognuno aveva un percorso diverso, unico, che a volte si poteva sfiorare, trovando quella sensibilità comune che porta a una grande amicizia o anche solo a una tacita condivisione di progetti.
Ma credo che tutti avessero chiaro il rischio che comporta vivere intensamente una passione come lo scialpinismo.

Accettare il rischio per vivere intensamente la passione: il sale della vita?
Sicurezze, certezze, quotidianità… programmazione della vita senza rischi.
Ognuno è libero di scegliere, di vivere come meglio crede.
Mario, Fabrizio, Daniele e tutti gli altri avevano scelto.
Scelto di vivere intensamente, ogni minuto possibile e libero.

Io dico che c’era un tempo sognato che bisognava sognare.
Il tempo, per molti di noi il tempo reale, è quello che dedichiamo alla nostra passione, condivisa o solitaria. Il tempo negato, distante, c’è sempre il tempo per partire.

Umberto Galimberti

La morte nega il tempo, lo annulla, lascia il rimpianto in chi rimane per quelle parole non dette, per i viaggi non fatti, per tutte le fotografie che non potremo più fare, per quelle tracce, quelle visioni su pareti e canali che non potremo più condividere, per gli affetti troncati.

Posso solo sperare che i nostri amici ne abbiano avuto a sufficienza di tempo per rendere realtà i sogni, ma quel tempo non è mai abbastanza e la speranza non consola.
Il tempo, la morte, i sogni, una passione che per noi è diventata malinconicamente triste.
Mario, Fabrizio, Daniele, Federico, Massimo, Marco, Walter, Filippo, Riccardo, Remy… In memoria.

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Il senso dell’alpinista per la morte ultima modifica: 2020-05-30T05:30:26+02:00 da GognaBlog

26 pensieri su “Il senso dell’alpinista per la morte”

  1. 26
    steiner says:

    L’UOMO è un portatore sano di  una malattia mortale che è  la vita ….fai  ogni giorno  ogni cosa come se  fosse l’ultima..due pensieri il primo  di un medico la seconda dal Hagakure..in mezzo  ci  siamo noi…non  si  scappa. nell’alpinismo  vi è  la  possibilità dell’affrontare  i massimi pericoli con la massima prudenza  e preparazione.Quando  lavoravo  anni fa in medicina intensiva  la  morte era di casa e li , più che  con l’alpinismo ci  si  rende   conto  della  labilità  dell’essere.

  2. 25
    Alberto Benassi says:

    Guido, quando a dicembre 1990 ho raccolto quello che rimaneva del mio amico e del suo compagno di cordata alla base del pilastro dei Carrarini alla Pania della Croce, la morte mi ha fatto paura. 
    Sicuramente è anche come ci si arriva che fa la differenza. 
    Comunque per me la morte è un passaggio. 

  3. 24
    Paolo Gallese says:

    Può esserci chi, nella vita, non ha più interesse. Ne ha perduto la voglia, il senso. Lo ritrova solo tra il silenzio delle rocce, nella lontananza delle cime. Un oblio che è come un filo, una corda logorata. E si è soli, in attesa di cadere. O di lasciarsi andare al sonno, il più bel sonno del mondo, nel gelo.
    Se si parla della morte, in montagna, c’è anche questo. 

  4. 23
    Ettore Ghedina says:

    Il commento n.16 è un classico esempio di arrampicata sugli specchi. Una nuova specialità alpinistica? In Veneto si dice “el tacòn xe peso del buso”.

  5. 22
    Riva Guido says:

    @ Alberto al 20. Perché la morte deve farti paura? Magari quel giorno lì che ti capita stai trombando a manetta. Oppure, stai scendendo da una montagna dopo aver aperto la via più difficile e pericolosa del mondo, che nessuno oserà ripetere. Chi non vorrebbe morire così? A me invece che preoccupa in lento crescendo è il come arriverò conciato a quel momento. Mi auguro di poter scegliere dignitosamente. I miei genitori sono stati molto fortunati.

  6. 21
    Carlo Crovella says:

    No no nessuna correlazione fra argomento e mancanza di saluti. Semplicemente non mi sono venuti e non li ho messi. Chissà perché, boh, forse perché ho inconsciamente recepito che vi concentrate su questi risvolti collaterali (se saluto o meno) di nessuna importanza e questo vi distrae dal senso principale dei ragionamenti. Peraltro vedo che non sono l’unico che, in questo come un altri dibattiti, a volte conclude con un buona giornata o buona notte. L’educazione dovrebbe portarci tutti a fare così in modo genuino. Proprio per l’educazione che ho ricevuto io li faccio sempre (salutare): in montagna saluto sempre chi incontro anche se sono degli sconosciuti. Qui anziché gradire un interlocutore educato, avete addirittura insinuato che i miei saluti sono espressione ipocrita (“piemontese falso e cortese”). Di conseguenza si vede che non sento più il piacere di essere educato fino in fondo. Tutto qui.

  7. 20
    Alberto Benassi says:

    Il pensiero della morte mi fa paura.  Ma sono portato a pensare che la morte sia un passaggio. Dico portato a pensare perchè la certezza non c’è, la  mia è solo  una sensazione che non e legata a motivi religiosi. Però e una forte sensazione.
    Per ritornare alla passione e un po come Ugo Manera che spiega la sua voglia delle pareti nord del Delfinato. Avvicinamenti estenunti, roccia mediocre, fatica, pericoli. Ecco sensa passine queste cose non le fai.

  8. 19
    paolo says:

    Analisi interessante.
    La morte per l’alpinista mi sembra sia generalmente vissuta come un imbarazzante e ingombrante dettaglio, di cui non parlare mai.
    La via religiosa (non solo cattolica, religiosa) di approccio al tema viene liquidata come “valà…….poco convincente”. Superficiale dai, che manco Ratman…. la storia mostra il contrario. Meglio non accennare a determinati argomenti se poi devono essere liquidati in questo modo. 

  9. 18
    Riva Guido says:

    @ 17. “Il letto è il posto più pericoloso al mondo: vi muore l’80% della gente” di M. T.

  10. 17
    Vittorio Lega says:

    Scusate il pippone ma ho tre citazioni bomba che mi hanno sempre accompagnato nelle mie meditazioni sulla morte, che sono frequenti avendo la convinzione che  – aldilà del fatalismo – andare in montagna sia una attività molto più rischiosa che restare a casa. Siamo tutti un po’ come Socrate condannato a morte quando diceva ai discepoli “Io vado a morire, voi a vivere. Solo un dio può sapere quale sia la sorte migliore”. E del resto i greci ci andavano giù pesanti: “Non essere mai nati è la cosa migliore e la seconda, una volta venuti al mondo, tornare lì donde si è giunti”. Sono parole di Sofocle e NON sono il lamento di un depresso o un’invocazione al suicidio. Sono la migliore attestazione di una “fratellanza” con la morte spesso censurata ma che “carsicamente” torna spesso nella migliore letteratura (S. Francesco) ed è il tratto distintivo del migliore alpinismo.  Ma penso che le parole più belle sull’alpinismo e la morte le abbia scritte Shaftesbury nel lontano ‘700, quando i filosofi cominciavano a subire il fascino della natura selvaggia, osservatorio privilegiato sia sul pericolo incombente sia sul destino cosmico di rovina universale: “(Gli uomini) vedono lo sfacelo delle rocce a precipizio, dove alberi cadenti, appesi alle radici capovolte, sembrano chiamare ulteriore rovina su di loro. Qui persino gli uomini più insensibili, rapiti dalla novità di questi fenomeni, si aprono alla meditazione e riflettono di buon grado sui mutamenti incessanti della superficie terrestre. Essi vedono, in un unico istante, le rivoluzioni delle età passate, la precarietà delle cose, e persino la decadenza del nostro pianeta. Mentre ne contemplano la giovinezza e la prima formazione, l’evidente distruzione e il logorio inesorabile della montagna deserta mostrano loro che il mondo stesso non è che una rovina, per quanto nobile, e li fa riflettere sul compimento che si avvicina” (I moralisti, III,1).
     

  11. 16

    Ghedina commento 8, mi spiace rattristarti ma proprio nella profondità di un argomento mi interessa cogliere ogni dettaglio. Siccome prendo sempre seriamente le parole di Crovella, mi incuriosisce se costui rinuncia per una volta al suo consueto costume dell’educazione sabauda e tutte quelle cose lì. Mi fa chiedere: come mai? È il tipo di argomento? È l’umore del momento? Se il mancato saluto è correlato all’argomento vorrei conoscerne il motivo per capire meglio l’argomento stesso. Diversamente, non sono interessato. Altro che polemica!

  12. 15
    grazia says:

    Grazie per questi pensieri.
     
    La morte è parte integrante di questa vita, ne fa parte come la nascita. Se celebriamo l’una non possiamo non benedire la seconda.
    Uno degli aspetti più sorprendenti è che può accadere ovunque e in qualunque momento.
    Ma sorprendentemente ci ostiniamo a dare per scontato che possa arrivare di più se ci allontaniamo da casa o se ci troviamo in Natura.
     
    Personalmente sono più preoccupata quando guido in autostrada che quando visito i crateri attivi del Vulcano e con tutto il mio camminare, correre e saltellare :), le ultime storte serie me le sono procurate in ambiente cittadino. 
     
    Ho perso un fratello e diversi amici cari e non posso in alcun modo dire che il pensiero della loro partenza mi abbia accompagnata solo il giorno dei funerali. Al contrario, da quei giorni in poi non mi ha più abbandonata. 
    Con questo non significa che viva angosciata al pensiero di una possibile dipartita e neppure che la mia vita sia più spericolata di prima. Di sicuro da allora il mio percorso è più denso, è più concentrato sul qui e ora, è più vicino alla Natura, è più propenso alla vita.
     
    Bonne nuit.

  13. 14
    Enri says:

    Il senso del limite, la conservazione della vita rispetto alla morte ha a che fare, anche in montagna, con il proprio egoismo. Siamo appassionati, prudenti e saggi in montagna finche’ non diventiamo egoisti ed avidi. Quello e’ il limite di ognuno di noi. A noi tutti la lucidita’ per vederlo. E comunque e’ un limite sempre in movimento.

  14. 13
    Enri says:

    Sono d’accordo con Alberto. E’ la passione che crea la possibilita’. Da li’ segue il resto. E segue anche la necessita’ di essere intelligenti, saggi, prudenti. Ma senza la spinta prima della passione non avrei fatto una delle vie che ho fatto. Quanto alla morte, il rischio va calcolato e ridotto al minimo. Con senso di responsabilita’ nei confronti di noi stessi e di chi ci vuol bene. Saremmo d’accordo con nostro figlio, o fratello, sapendo che parte in modo imprudente per una meta’ a lui inaccessibile? No. Partiamo dalla passione, proseguiamo unendo la prudenza, l’intelligenza, la voglia di tornare a casa sani e salvi avendo dunque la possibilita’ di provarci ancora.
    buona serata

  15. 12
    loremzo merlo says:

    Non che il 10 non funzioni ma mi riferivo al 9. 

  16. 11
    lorenzo merlo says:

    Ci siamo. 

  17. 10
    Alberto Benassi says:

    Io invece dico che la PASSIONE ci vuole e ce ne vuole tanta, è fondamentale. È bello essere appassionati  fare una determinata cosa con tanta passione fino ad emozionarsi. Metterci tutto per riuscire e se anche non ci riesci,  poter dire che ho dato tutto quello che potevo dare e  non devo rimproverarmi nulla. 
    Certo questo non vuol dire essere ciechi, fanatici o votati al sacrificio estremo. Esiste l’istinto della sopravvivenza, esiste l’esperienza, il fiuto del pericolo, l’amore per la vita, la modestia di riconoscere che non è il momento, che non è il caso di insistere.
    Ma senza passione non ha senso, non c’è poesia. 
     

  18. 9
    Alberto Benassi says:

    E se invece la monte non troncasse nulla, ma fosse solo un passaggio…?

  19. 8
    Ettore Ghedina says:

    Che tristezza però. Anche davanti a interrogativi così profondi Cominetti trova il tempo per sterili polemiche con Crovella. Forse crede di prenderlo in giro o di essere spiritoso ma si dimostra solo un piccolo uomo.

  20. 7

    Io direi semplicemente che quando ci si muove nella Natura occorre avere molta attenzione. Il sasso che cade, la valanga e l’onda, tanto per fare degli esempi, non sono interessati a noi, ma fanno i fatti loro dettati da leggi che solo in parte possiamo conoscere. Quindi non distinguono tra l’esperto, il prudente, il folle, l’entusiasmo o l’appassionato. Solo il rendersi conto che tali forze sono, rispetto a noi, molto superiori, può salvarci la pelle. Tali sistemi si possono chiamare con mille nomi, ma alla Natura non importa, deve importare soltanto a noi.
    E non sarà mai abbastanza.
    Crovella, scusami, ma come mai che in questi tuoi interventi, non saluti alla fine?

  21. 6
    Carlo Crovella says:

    Temo ci sia un qui pro quo. Non ho esaltato l’entusiasmo-passione, anzi, io critico fortemente chi lo fa. Fin dagli anni ’80 ero aspro critico della pubblicità Sector No Limits (orologi, ricordate?). Mi infastidisce il concetto del voler rifiutare i limiti a prescindere. Limiti strutturali ma anche limiti della giornata. Occorre sempre calmierare la passione di cuore, se non di pancia, con la lucidità della testa. Cio’ che ci consente di ottenere l’equilibrio fra le due cose è l’intelligenza, come giustamente sottolineato. A me piace nell’andare in montagna l’esaltazione dell’intelligenza, non della passione-entusiasmo senza limiti. L’intelligenza è quella che ti fa tornare indietro o addirittura non partire perché ti permette di capire che non ci sono le condizioni oggettive e/o soggettive ideali. Il saper rinunciare, oggi tanto soleggiato dal modello edonistico-consumistico-egoistico.

  22. 5
    roberto antonel says:

    Nella nostra società capitalista,individualista e neoliberista permeata dai valori di “riuscita” cristiana inculcati dal cattolicesimo di Santa Romana Chiesa, la vita viene esaltata fino allo spasmo: bisogna riuscire sempre,in tutto,essere sempre primi,i più furbi,i più intelligenti,i migliori ovunque, in ogni campo: in fabbrica,in ufficio,a scuola, all’università.La morte non viene considerata,viene bypassata, accantonata: emerge solo quando muore un parente,un amico,un vicino di casa,un compagno,ma anche allora ci si pensa per un attimo,per il tempo del funerale e poi basta.L’alpinista non sfugge a questo trend: chi scala, chi arrampica,chi va per sentieri esposti,chi scia sa che la morte è ovunque ma perchè pensarci,guai a pensarci non ce n’è il tempo.Eppure vi sono almeno 4 considerazioni da fare: la prima è che l’istinto naturale di conservazione in genere prevale ed impedisce di raggiungere la soglia limite; la seconda è che per una sorta di autopresunzione si pensa sempre di essere in grado di farcela,di avere le capacità per farcela,come in una sfida personale in cui ci si mette in gioco con sè stessi; la terza è che il rischio è conosciuto ed accettato e d’altra parte “boia chi molla”,chi rinuncia è visto come un codardo,come un vigliacco e non come un saggio prudente; la quarta è che in ognuno di Noi c’è una dose più o meno intensa di follia o meglio c’è chi ha un bisogno psicofisico di scalare per lenire la propria ansia ,le frustrazioni,lo stress,le sconfitte,le delusioni ed allora invece di imbottirsi di psicofarmaci è molto meglio ritrovarsi abbarbicati ad un cespuglio,ad un sasso con il vuoto sotto: serve a ristabilire l’equilibrio psichico e del resto è una delle migliori terapie suggerite dagli psichiatri ai cosiddetti “squilibrati”.

  23. 4
    Riva Guido says:

    Se entusiasmo e lucidità non si utilizzano quotidianamente prima giù in città perchè l’intelligenza è quella che è, hai voglia poi. Entusiasmo e lucidità sono fra i tanti frutti dell’intelligenza. Chi non usa l’intelligenza che ha non può dirsi intelligente. L’uso dell’intelligenza implica sacrifici e rinunce. Se non la usi e non li accetti prima o poi finisci male. Ognuno si crea il suo destino, la sua morte. Alcuni destini richiedono una manciata di minuti, altri l’intera vita.

  24. 3
    Davide Pivi says:

    Non posso accettare una logica che prevede di mettere l’alpinista a giocare a carte con la morte .La Nostra Sorella che ci accompagna anche lontano dalle pareti va tenuta a debita distanza conoscendo e rispettando i nostri limiti e quelli del terreno di sfida .L’entusiasmo che Crovella esalta e giustamente il pane che ricerchiamo , sia su un 8c che su un M8, ma anche costeggiando un torrente o sulle pelli di foca, e non può prescindere dalla consapevolezza esaltante di un momento ,che pur essendo transitorio , ci fa sentire più vivi , senza però spingerci a chiedere oltre in un tentativo di risoluzione delle nostre angosce o tanto meno di rispondere ai nostri dubbi esistenziali .

  25. 2
    Carlo Crovella says:

    Per me la “legge” della montagna si riassume nella sintesi di Rebuffat: “Entusiasmo e lucidita’”. Il solo entusiasmo, quello che ai tempi attuali si definisce con il termine “passione”, è fuorviante, è addirittura un elemento negativo. L’alpinista maturo è quello che sa far connvivere la lucidità con la passione, non quello che esprime la sola passione a scapito della lucidita’. Se andiamo ad analizzare gli incidenti in montagna, molto spesso sono dovuti al fatto che, almeno in quell’occasione, quell’alpinista ha messo da parte la lucidità. La sola passione, quando emargina la lucidita’, è un fattore negativo. Altro che esaltarlo! Occorre invece educare il mondo degli alpinisti a saper tenere sotto controllo la passione, calibrandola con un’equa entità di lucidita’.

  26. 1
    lorenzo merlo says:

    Il timore della morte è anche legato al senso d’importanza personale.
    Questo è un – se non, il – pilastro della nostra cultura fondata sul possesso, la separazioni di noi dagli altri e dal resto del mondo e, appunto, sull’io.
    In altre parti del mondo la via del non attaccamento corrisponde alla consapevolezza che l’io non è che una brutta bestia che vive della nostra energia.
    È possibile liberarsene prendendo coscienza che l’io è solo una infrastruttura culturale, che idenficarsi con esso è all’origine di tutti i mali.
    Anche della paura della morte.

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