Il volo dello stornello

Il volo dello stornello
di Marcello Cominetti
(pubblicato su marcellocominetti.blogspot.com il 20 marzo 2020)

Questa storia, mi è stato chiesto di raccontarla così tante volte che mi sono stufato. Quindi la scrivo e la rendo pubblica per non doverla più raccontare a voce. La romanzerò lievemente e la vorrei infarcire di note solo apparentemente fuori tema, ma che secondo me, invece servono a immergersi nell’atmosfera e nel tempo in cui si svolse. Prima di iniziare a raccontarla vorrei sottolineare che non si tratta di nulla di eccezionale e che di cose così, a quei tempi, ne succedevano molte e quasi sempre, e sottolineo il quasi, finivano bene. Come questa.
Ecco, ora che vi ho tolto definitivamente la
suspense, posso iniziare.

Moto Guzzi Stornello 125 Scrambler

Genova 1978.
Il gruppo di amici che frequento, oggi si definirebbe intellettuale. Non che ci fossero dei geni o dei talenti particolari in qualche campo, ma la nostra “compagnia” era quanto mai variegata in quanto a connotazioni sociali, politiche, sportive e artistiche. Le nostre età andavano dai 17 anni dei più giovani ai 22 dei più “anziani” e il nostro agglomerante era il gruppo di Scout al quale appartenevamo: il Genova 1.
Detto gruppo inglobava, a seguito di una recente manovra socio-economica della dirigenza, le zone di San Nicola: quartiere medio-alto borghese della parte a mezzacosta della città, La Maddalena: ricettacolo di popoli del centro storico dalla prostituta all’armatore e Oregina: quartiere operaio con un passato nobile situato in “montagna” rispetto al centro città. Un amalgama siffatto poteva solo generare disparità d’ogni sorta ma allo stesso tempo c’era un gran fermento tra noi. Non stavamo mai fermi, in tutti i sensi e c’erano quelli politicamente impegnati (tutti a sinistra), i tossici, gli artisti, i musicisti, gli atleti e gli appassionati di motori.

Si andava dalle due ruote, fino alle quattro, ovvero dalla Vespa 125 TS alla Lancia Stratos di Sandro Munari che sbancava nel mondiale rally. 

Rally di Montecarlo 1977. Sandro Munari e Silvio Maiga in Lancia Stratos

La Vespa non era un mito allora. Era semplicemente il mezzo più economico che potevi permetterti da giovane, che i tuoi genitori ti potevano comprare o che ti guadagnavi dopo una stagione facendo il cameriere o la hostess alla Fiera del mare. Io avevo una Primavera 125 che avevo cercato di truccare sostituendo praticamente ogni pezzo del motore comprandone usati e montandoli con l’aiuto dei più esperti tra noi. Dal meccanico ci andavano solo gli incapaci e il faidate non esisteva di nome ma era un fatto scontato. Per un pomeriggio andò fortissimo, ma proprio per questo gli “amici” mi fecero uno scherzo versando nel serbatoio una bottiglia di amaro Petrus e infilando uno straccio nella marmitta Pinasco a espansione (pagata una fortuna pure da usata). La bottiglia di Petrus Boonekamp la rubò Maurizio dal negozio di suo padre, lo straccio lo trovarono per strada. Da quel momento funzionò sempre malissimo e io vissi nel ricordo di quel pomeriggio da leoni in cui “volava” e mi bevevo tutte le TS e le GTR, che non tornò più. Chi mi dava del filo da torcere, ma non in discesa perché la Primavera in curva era imbattibile potendosi piegare molto di più delle altre Vespe perché aveva le pedane più alte che non toccavano l’asfalto lateralmente, era la 150 Sprint Veloce di Sandro, una vera scheggia!
Dopo essermi schiantato contro un cassonetto della rumenta (=spazzatura) di quelli di lamiera della ditta Morteo (un nome, un programma) il telaio si piegò tanto che il manubrio toccava la sella. La riallungai con il cric della NSU Prinz di mia madre, ma un giorno, verso i Piani di Praglia, mentre sfrecciavo con dietro la mia fidanzata ben abbracciata, una cunetta ci compresse al punto che il manubrio si riavvicinò di colpo alla sella costringendoci a sopravvivere avventurosamente fino a fermarci miracolosamente senza cadere. La raddrizzai una seconda volta e la usai un po’ per andare a scuola finché un noto teppista mi chiese di vendergliela, così me ne separai senza troppo rimpianto. A quei tempi i mezzi meccanici si amavano come fossero parte della famiglia e mi stupì quasi che la separazione non mi provocò sofferenze di alcun tipo. Il nuovo acquirente morì pochi giorni dopo per overdose di eroina e la mia Vespa passò a un suo fratello maggiore che la usò per delle rapine fino a quando lo arrestarono e gli fecero scontare tutto quello che aveva combinato fino ad allora. Credo sia in galera ancora oggi, pace all’anima sua.
I rally li seguivamo da tifosi e andavamo a vedere quelli che passavano nel basso Piemonte, ovviamente in Vespa e al ritorno ci sentivamo così elettrizzati dalla gara che guidavamo come folli nella notte e qualcuno finì vicino a lasciarci le penne. La Stratos era come un dio a motore ma c’erano anche le Alpine Renault, le Fiat 124 e 131 Abarth, le Saab Turbo, le Triumph Dolomite, le Autobianchi A111 e A112, le Porsche Carrera, le Opel Kadett Conrero, le Ford Escort Mexico… macchine di cui sapevamo tutto, dalla meccanica alle fidanzate dei piloti.

Fiat 124 Rally e Marcello, 1979

La moto più bella, fiera e armoniosa che c’era nel nostro gruppo di amici, secondo me, era quella di Dudy. Lui era un sangue misto nordamericano e messicano finito a Genova non ricordo più come e possedeva, prendete fiato e stupitevi: una Moto Guzzi Stornello Scrambler 125 bianca e rossa. Fatto inedito a quel tempo: anche il telaio era rosso. Quel monocilindrico girava come se conoscesse il moto perpetuo e la sua fluidità nel rumore e nell’erogazione della –modestissima- potenza erano un insieme perfetto. Potevi accelerare in qualsiasi marcia che la moto andava avanti come un gozzo spinto da un entrobordo diesel al rientro da una pesca fortunata. La sella corta e larga era per un solo passeggero ma in verità ne ospitava comodamente due e proponeva una posizione di guida da cavallo da tiro. Un mezzo da lavoro sporco, non da dressage come le neonate KTM fighette e costosissime.
Dudy mi aveva in simpatia e ogni tanto mi lasciava il suo Stornello per farmi un giretto di qualche minuto perché mi vedeva tornare ogni volta con un gran sorriso.

Vespa Primavera 125

Le moto più diffuse si dividevano in quelle da strada e quelle da regolarità, specialità fuoristrada simile al motocross. Le Scrambler erano la via di mezzo. La Ducati faceva i suoi tre modelli 250, 350 e 450 che erano dei catorci terribili, dalle vibrazioni esagerate che un giorno si e uno no dovevi stringere tutti i bulloni perché si svitavano. Mi fa ridere che oggi una Ducati Scrambler sia un modello costoso e molto alla moda se penso alla baracca che era a quei tempi.
C’erano poi le Gilera, dei gioielli purtroppo scomparsi. Un discorso a parte lo meritavano le Moto Morini Corsaro, dei mezzi dalla ciclistica raffinatissima e dai motori superlativi che rappresentavano l’incubo delle molto più potenti giapponesi, Kawasaki in testa, che avevano dei telai osceni e dei freni da bicicletta. Recuperarono col tempo, ma anche perché questi marchi nostrani scomparvero vittime di un’estetica troppo classica che non seppe evolversi al momento giusto. Oggi sono dei gingilli da collezione che hanno una personalità introvabile nei mostri nipponici.
Adriano si era diplomato l’anno prima all’Istituto Nautico e aveva trovato subito un imbarco su una petroliera che se lo portò in giro per il mondo come ultimo ufficiale per otto mesi. Al suo ritorno aveva così tanti soldi che poteva permettersi qualsiasi cosa. Intendiamoci. Per qualsiasi cosa, voglio dire, tra quelle che ci piacevano, che non erano di certo troppo lontane da noi stessi. Un paio di jeans Spitfire, un paio di stivali in cuoio Camperos, un paio di occhiali Ray Ban a goccia, un trench blu o beige che si chiamava Scotch e un bell’impianto HI FI per ascoltare The Dark Side of The Moon. Piatto Akai, ampli Marantz, mangiacassette Pioneer e casse JBL erano il sogno di tutti e Adriano li aveva in società col fratello maggiore per dividere la spesa d’acquisto. Anche un’automobile gli avrebbe fatto comodo tra le cose che poteva permettersi ma c’era un problema: non aveva la patente. Non aveva mai preso neppure quella per la moto e io ero… il suo autista.

Genova. La funicolare che sale al Righi.

Non avevo ancora 18 anni per portare un passeggero in sella alla mia Vespa 125 ma Adriano avrebbe pagato qualsiasi multa. E anche se fossimo passati col rosso, se avessimo percorso sensi vietati o se fossimo andati troppo forte. Tu vai, mi diceva, se ci fermano pago io! E fu così che andavamo come pazzi ovunque senza rispettare nessuna regola del codice stradale. Anzi cercando di infrangerne il più possibile. Non ci fermò mai nessuna pattuglia della stradale, dei carabinieri e neppure un vigile urbano, cosa che mi era successa in altre occasioni in cui avevo commesso infrazioni ridicole se paragonate a quelle in cui potevo incorrere quando trasportavo Adriano. Per pagare certe contravvenzioni andavo a lavorare da una mia zia che aveva una pellicceria. Un lavoro che detestavo perché ho sempre amato gli animali, ma le multe andavano pagate e quello era almeno un sistema onesto per fare qualche soldo.
Quel pomeriggio Dudy mi lasciò il suo Stornello e appena partito mi fermai dietro l’angolo per far salire Adriano. Ci dirigemmo verso il Righi, sulle alture di Genova, tirando per bene le marce raggiungendo una discreta velocità. Lo Stornello cantava come un usignolo e, a differenza della Vespa, si guidava anche tenendolo stretto con le gambe, tra le quali rombava quello che per me era il più bel monocilindrico di quegli anni. La Moto Guzzi faceva altri modelli più grandi di cilindrata che si chiamavano Lodola, Galletto, Falcone, Condor… una passione per gli uccelli si direbbe, infatti quel giorno il nostro modesto Stornello volò come un’Aquila!
Ero perfettamente conscio di quello che stavo per fare e pensavo che uno come Adriano sarebbe stato solo d‘accordo perché si trattava di una manovra rischiosissima e sicuramente non consentita dal codice stradale.
Non appena imboccammo la via che porta al Parco del Peralto, vento nei capelli, ingranai orgogliosamente la quinta, che era una marcia che pochissimi mezzi meccanici dell’epoca avevano. Alla fine del primo rettilineo c’è una curva a sinistra e l’asfalto è così granuloso e ruvido che potresti farla a tutta velocità anche se hai sotto delle ruote di legno. Ma noi proseguimmo dritti infilando una ripida rampa di terra che ci sparò in aria come lanciati da una catapulta. La zona di atterraggio era uno spiazzo triangolare piuttosto grande, con tutto lo spazio per frenare ma non avevo tenuto conto che al centro dello spiazzo c’era un grosso albero. O meglio, l’albero non era di certo una sequoia come dimensioni, ma era abbastanza consistente per averlo sulla nostra traiettoria, soprattutto perché ormai eravamo per aria a qualche metro di altezza dal suolo e lanciati a una velocità totalmente inadatta alla situazione. Adriano fece un lungo urlo che dalla gioia passò al terrore per poi finire nella disperazione, perché ormai era chiaro a entrambi che ci saremmo schiantati contro l’albero e saremmo crepati! Vedevo chiaramente la scena di cui eravamo protagonisti come fossi uno spettatore seduto su una delle panche di ferro che corredano ancora quel ritaglio di verde pubblico cittadino, ma invece, nella realtà ero sulla moto.

Genova, primi anni Settanta.

A quel punto tentai goffamente, ma in quel momento non mi sentivo assolutamente goffo, di sterzare inclinando la moto verso destra, ma non successe nulla perché continuavamo a volare. Oltrepassammo l’albero senza colpirlo e questo era già un ottimo risultato, ma il terreno ghiaioso ci aspettava lì sotto e su quello rovinammo con la moto tutta inclinata di lato e la velocità che non era di certo calata. L’urto fu bestiale. Iniziammo a scivolare sui nostri corpi ancora aggrappati allo Stornello che con noi strisciava sulla terra portandoci via pezzi di carne. Finalmente si fermò. Io avevo una gamba sotto la moto e Adriano era già in piedi e roteava in circolo saltando e gridando di dolore, ma si muoveva agilmente. Era una maschera di sangue e aveva i vestiti strappati ma riuscì a sollevare la moto e a farmi rialzare. Stavo in piedi anch’io e mi guardavo le ferite riempite di terra. I dolori erano dappertutto ma gambe e braccia si articolavano e mi muovevo a stento, ma mi muovevo. Davanti a noi c’era un signore dall’aria stravolta che aveva assistito allo spettacolo. Sì, perché vederci arrivare volando come su un cavallo alato, stando a terra, doveva essere stato bellissimo. La seconda parte dello spettacolo si proponeva come drammatica ma il tutto non era ancora finito. Mi avvicinai al signore impietrito e allungando una mano sanguinante gli chiesi per favore lo straccio con cui stava pulendo la sua automobile. Me lo lasciò senza accorgersene e noi ci pulimmo le ferite, mie e sue, dalla terra e dal sangue, intingendo più volte lo straccio nell’acqua putrida del ruscelletto che bordeggiava lo spiazzo. Zoppicanti raddrizzammo le forcelle dello Stornello che ripartì al primo colpo di pedivella e inforcandolo nuovamente andammo a casa mia a medicarci. Mia madre, vedendoci, voleva chiamare un’ambulanza ma ci bastò un po’ di cotone, dell’acqua ossigenata e molti cerotti e bende. Avevamo paura di farci dare dei punti da un medico. Ci cambiammo anche i vestiti e uscimmo dicendo che eravamo caduti dalle scale. Mia madre ancora oggi non sa cosa fosse successo davvero. Riportammo la moto a Dudy che, impegnato in una sfida a calciobalilla, non fece caso a qualche riga in più sul serbatoio, già che lo Stornello ne aveva di precedenti. E poi quelle moto avevano poca o nulla carrozzeria ed erano robustissime.
Non vide neppure fasciature e cerotti perché mi ero vestito in maniera da nasconderli.
Guardando dentro il serbatoio mi disse dove fossi andato per consumare tutta quella benzina. Gli diedi 500 lire, ci salutammo e voltato l’angolo me ne feci dare 250 da Adriano.

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Il volo dello stornello ultima modifica: 2020-05-18T05:39:00+02:00 da GognaBlog

19 pensieri su “Il volo dello stornello”

  1. 19
    Fabio Bertoncelli says:

    Fabio: “Ma, alla fine della fiera, che roba è ‘sto stornello?”.
    Marcello: “😡🤬👹🤘🤘🤘”.

  2. 18
    Ottone Ferro says:

    Icaro, in confronto a Cominetti, era decisamente un dilettante! 

  3. 17
    Luca Mozzati says:

    Il racconto mi è decisamente piaciuto , evoca bene i Settanta e la gioventù, scanzonato senza essere volgare . Aspetto il libro per contribuire a farti guadagnare e vivere altre esperienze per arrivare alla morte. E che cazzo!
    Poi a me Cominetti è simpatico da quando l’ho conosciuto un po’ di anni f su una bella via alla Torre del Lago dove portava una cliente, ovviamente innamorato di lui, che trattava in modo esilarante.
    Forse i teorici della fisica non sanno che le regole della meccanica possono concedere sorprese meravigliose.
    Ciao Marcello , scrivi e facci sognare volando alri sui cespugli della banalità

  4. 16
    Riva Guido says:

    @ Tutti quelli che non credono a Marcello. Ma, secondo voi, perchè quelli della Guzzi han chiamato quella moto stornello? Semplicemente perchè come lo stornello volava. Semplice no!

  5. 15

    Grazie Penotti, sei buono!
    Poi il fatto che persino Borges si sia disturbato dall’aldilà per dare un giudizio autorevole, mi vedrà possibilitato a citarlo in quarta di copertina.Muchisimas gracias Maestro.

  6. 14
    Giuseppe Penotti says:

    Scusate. Di certo Cominetti non fa molto per rendesi simpatico, però state trasformando un racconto, per sua ammissione “lievemente romanzato”, in un trattato di fisica.
    E’ un racconto, non una relazione di una via o un trattato di cinetica.
    Può piacere o meno, ma è un racconto che racconta un breve spezzone della sua vita. Trovo che disquisire se l’albero era un albero o un cespuglio o se la moto era una moto o una motoretta sfiatata mi sembra veramente disquisire del nulla.
    Vi è piaciuto? Bene. Non vi è piaciuto? Bene. 
    Il resto è fuffa.

  7. 13
    Jorge Luis Borges says:

    Sarà un libro di favole per bambini immagino, con elefanti volanti, moto volanti ……

  8. 12

    Grazie Agnese (e poi…?).
    Si tratta di una storia come hai detto tu. Qualcosa che quando ce l’hai dentro da tempo e vuoi metterla fuori, la scrivi e (maledizione) la rendi pubblica, se ti va.
    In realtà sto facendo le prove per il libro che vorrei pubblicare e i risultati sono MOLTO incoraggianti, anche perché provo in diversi ambiti e i pareri negativi sono per lo più squilibrati (basta leggere quelli scritti qui), quindi tutto mi dice che ci siamo. Di racconti, anche peggio di questo, ne ho a decine ed essendo un lettore intensivo e molto critico, mi sembra che posso pubblicare qualcosa anch’io. Ma aspetto di farlo quando tutti i miei studi in merito mi diranno che potrò avere un successo enorme, perché l’unico motivo per cui pubblicherò qualcosa sul serio sarà per farci dei soldi! 
    Ecchecazzo, metto in pubblico gli affari miei per niente? No, lo faccio solo per guadagnarci e potere cos’ fare altre esperienze nella mia vita e arrivare così alla morte. Avendo dato qualcosa a chi credeva fosse qualcosa davvero. 
    Il resto sono solo cazzate.

  9. 11
    Agnese says:

    In ogni caso, è una bella storia, divertente e scritta bene.

  10. 10
    Francesco Siorpaes says:

    Salve, in effetti le perplessità del lettore Eric sono quanto mai giustificate. Con i dati suggeriti da Marceĺlo, usando la legge del moto parabolico, si arriva ad un’altezza di circa 2 metri e se ci mettiamo l’attrito con l’aria anche meno! Quindi più che di un albero doveva trattarsi di un cespuglietto piuttosto basso.

  11. 9
    Giacomo Govi says:

    Bello spaccato, mi pare vita di ragazzi di citta’ e mi ci riconosco in pieno come dinamiche di amicizia, di atteggiamenti e adattamenti continui al mondo esterno. 
    Non vedo dove Geboers abbia trovato i fighetti, forse abbiamo un idea totalmente diversa del fighetto. Negli anni 80 non e’ certo fare le superiori che ti poneva tra i fighetti. Per i fighetti la moto era qualcosa di dovuto senza neppure avere buoni voti, giusto per esistere. Figuriamoci dover mettersi a lavorare per comprarsela…

  12. 8

    Geboers, sorvolo sui tuoi giudizi socio-economici perché ci infileremmo in un ginepraio scomodo per tutti, ma credo che le tue conoscenze motociclistiche siano molto limitate o semplicemente sei un cagasotto.Se inforchi una rampa inclinata a 40 gradi lunga 4 metri a 40 all’ora con una moto di 100 kg e due persone (magre) sedute sopra, hai buone speranze di volare per aria per un bel po’ anche se non vuoi. Ma noi volevamo.E poi puoi sempre provarci. Peace and love invidiosone.

  13. 7
    Enrico Defilippi says:

    Eric, i figli dei petrolieri e degli armatori si permettevano anche ben altri lussi oltre ad un paio di jeans ( tra l’altro prodotti da una famiglia di genovesi del settore) e un paio di stivali spagnoli…costava un poco di più lo ” stereo” che però potevi comprarti poco alla volta. Poi tanto mercato dell’usato. Semplicemente c’era possibilità di lavorare per pagarti queste cose oltre gli studi… Anche per quanto riguarda la montagna, potevi cominciare con le palestre vicine a Genova, con moschettoni ed imbrago di occasione , per poi poter metter via due soldi ed andare con la corriera STAT in Val Veny o in Val di Fassa,  in campeggio .Gli armatori e i petrolieri avevano belle case a Courmayeur, Cortina e in Svizzera, che raggiungevano con le loro belle automobili…se non erano in giro per il mondo.

  14. 6
    Alberto Benassi says:

    Ma volete mette lo Stornello con il Garelli 50 che truccato a dovere andava come una lippa 😂😂

  15. 5
    Eric Geboers says:

    Se uno si vuol bere una storia del genere faccia pure ma chiunque sia andato in moto, anche non a livello agonistico, sa che sono pure fandonie. Lo Stornello 125 aveva 8,5 cavalli (!!!) pesava 100 kg e mai avrebbe portato 2 persone in volo sopra un albero (?!?). Cose del genere non si vedono neanche nelle esibizioni freestyle con rampe vertiginose e motori strapotenti. Dalle foto si ha invece l’impressione di un gruppo di fighetti, figli di papà, che non hanno mai avuto il problema di lavorare seriamente potendo contare sulle finanze di famiglia. In effetti a Genova tra armatori e petrolieri c’era un sacco di gente veramente piena di soldi.

  16. 4
    Enrico Defilippi says:

    “Un paio di jeans Spitfire, un paio di stivali in cuoio Camperos, un paio di occhiali Ray Ban a goccia, un trench blu o beige che si chiamava Scotch e un bell’impianto HI FI per ascoltare The Dark Side of The Moon. Piatto Akai, ampli Marantz, mangiacassette Pioneer e casse JBL erano il sogno di tutti”…Vero…e per averli o eri ricco ( ne io ne i miei amici) o lavoravi ( imbarcarsi era il modo piu’ reditizio…ma c’erano anche scaricare cassette al mercato di Corso Sardegna ed altri lavori di fatica…se volevi qualcosa da fare comunque lo trovavi sempre…) o aspettavi …Se avevi la moto avevi anche un gran successo con le ragazze….Tanto mercato dell’usato in tutti i generi di cose….nostalgia di 40 in meno, forse, ma anche di tempi piu’ semplici da vivere di adesso…e non c’entra il virus. Grazie dell’articolo.

  17. 3
    Roberto Bozzo says:

    Bravo Cominetti, bel balzo all’ indietro! Mi ci sono ritrovato in pieno, dalle prime vespe che ho avuto alla ktm che però non era affatto fighetta, alle emozioni che sapevano regalare i rally. Uno lo avevamo vinto, a premiarci nientemeno che Sandro Pertini, erano gli anni ’70.
    Tutto andato, come lo svincolo di piazza Cavour della sopraelevata, rottamato pure lui. 
     
     

  18. 2
    Giorgio Daidola says:

    Che bello! Che tempi! Che lettura piacevole! Una decina di anni prima ( anni sessanta…sono davvero vecchio!) andavo a sciare tutta l’estate al Colle del Someiller 3000 metri, sopra Bardonecchia, con  una vecchia Vespa, di quelle a tre marce con il faro basso (non ricordo il modello, non sono mai stato un appassionato di moto). Partivo da Torino, capelli al vento, i favolosi Dynamic VR 7 da  207 cm legati su di uno dei generosi fianchi della Vespa, gli scarponi sull’altro. Era  normale nelle curve di sterrato toccare lateralmente e ogni tanto cadere…Niente casco ovviamente a quei  tempi, né per andare in moto, né per sciare. Alla testa si faceva però molta più attenzione di adesso. Si provava qualcosa che oggi non si può più assolutamente provare (e che lascio indovinare)  e ci si commuoveva ascoltando  “The long and winding road”, l’ultimo (in assoluto) grande capolavoro dei Beatles. Grazie Marcello per avermi  fatto sognare un po’…

  19. 1
    Andrea Parmeggiani says:

    Spassoso..
    Mi ricorda molto un episodio molto simile ma meno rocambolesco successo a me… Avevo 14/15 anni quando un amico mi prestò la sua Laverda 125, un vero gioiello per quell’epoca. Mi è bastato molto meno che a Marcello: un lungo rettilineo, seguito da una curva con del brecciolino, e la mia poca esperienza di moto: ho usato stupidamente il freno anteriore, e zacchete… Una bella derapata a terra, con conseguenza simili a quello che è successo a Marcello: escoriazioni multiple a tutto il lato sinistro del corpo… Poco pericolose ma dolorosissime, che mi hanno accompagnato per 20 giorni circa… Bei ricordi !!

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