Immaginiamo l’alpinismo del 2000

Immaginiamo l’alpinismo del 2000

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Esattamente trenta anni fa, il 6 maggio 1988, si teneva a Trento, nell’ambito del Film Festival, il convegno Immaginiamo l’alpinismo del 2000, ideato dal direttore Emanuele Cassarà. Con la moderazione di Leonardo Bramanti, presidente generale del CAI, erano relatori Dennis Gray, segretario generale del British Mountaineering Council, ed Enrico Camanni, allora direttore della rivista Alp.

Tra gli interventi del pubblico ci furono quelli di Jim Bridwell, Kurt Diemberger, Spiro Dalla Porta Xydias, Michel Drapier, Bepi De Francesch, Silviane Tavernier, Paola Gigliotti, Bernard Amy, Alessandro Giorgetta, Allen Steck, Royal Robbins, Henri Henrion, Franco Alletto, Andrea Mellano (presidente della FASI, Federazione Arrampicata Sportiva Italiana), Christophe Profit, Michele Dalla Palma, Alessandro Gogna, Bernard Newman (direttore di Mountain), Wanda Rutkiewicz, Hans Marguerettaz e Riccardo Cassin.

Proponiamo qui le due relazioni portanti e i due interventi di Gogna e Newman.

Relazione di Dennis Gray (segretario generale del British Mountaineering Council)
Ringrazio il Presidente del Club Alpino Italiano per la sua introduzione e ringrazio anche gli organizzatori del Festival per avermi invitato. Ho fatto parte della Giuria Internazionale ed è stato molto interessante vedere tutti i film, anche se faticoso – mi sono venuti gli occhi strabici. Io sono profondamente convinto che non vale la pena dire agli arrampicatori – dettare ai giovani arrampicatori – ciò che dovrebbero e ciò che non dovrebbero fare. L’unica cosa che mi permette di parlare oggi è che quando sei stato attivo per un lungo periodo – sei testimone di molte evoluzioni – a volte puoi parlare di più argomenti rispetto a coloro che hanno meno esperienze. Vi prego di accompagnarmi in un viaggio immaginario, come se fossimo seduti qui nell’anno 2001. Come nel film The time machine un anziano scalatore Albert F.  Mummery, che è morto alla fine del secolo scorso mentre affrontava una scalata veramente difficile al Nanga Parbat, è ritornato in vita per essere con noi, ed è arrivato qui oggi. È il 2001. Egli indossa la sua giacca di tweed e i suoi scarponi chiodati. Da uno dei maggiori scalatori attuali viene informato dei progressi fatti nel campo dell’alpinismo dai suoi giorni a oggi. Oggi possiamo salire le pareti nord delle Grandes Jorasses, del Cervino e dell’Eiger in mattinata; nel campo dell’arrampicata pura su roccia raggiungiamo difficoltà impensabili. L’Everest è stato salito lungo la sua cresta nord-ovest in una sola nottata a lume di pila frontale. Impressionante, è la risposta di Mummery. Ma soffermandosi a pensare un attimo pone le domande: ma avete ancora la musica, avete ancora la poesia, vi divertite ancora? Vi divertite ancora a leggere avventure? Amate ancora le Montagne? Perché senza queste cose, ne vale la pena? Le conquiste sono transitorie mentre amicizia, bellezza, amore e verità sono senza tempo.

Chiunque si interessi di alpinismo sarà certo consapevole che, come nel resto della società, si stanno verificando dei cambiamenti fondamentali a un ritmo più rapido di quanto sia mai accaduto prima. L’alpinismo e l’arrampicata su roccia, che ne è parte integrante, non è più una disciplina praticata da un ristretto numero di eccentrici ma è diventata uno sport di massa che coinvolge vasti interessi dei mass-media, i quali a loro volta necessitano di miti ed eroi. Si è trasformato in un grosso affare che muove, come direbbero i nostri cugini americani, «un mucchio di dollari». Oscar Wilde ci aveva avvertito che “ogni uomo uccide la cosa che ama”, ed ora l’alpinismo corre il pericolo di rovinarsi irrimediabilmente a causa di influenze interne ed esterne, e certamente ha già perduto la sua innocenza! Si tratta di un processo avviatosi negli anni ’50 con l’aumento della partecipazione, la quale ha portato all’età del consumismo negli anni ’60, con conseguente inizio dell’arrampicata in velocità e della ricerca del record negli anni ‘70, il che ha prodotto infine quello spirito di aperta competizione proprio degli anni ’80, che si svilupperà fino a farci avere Campionati del Mondo, Campioni e medaglie! Un grido lontano dall’età dell’oro dell’alpinismo, dai poeti della natura che vedevano le montagne come baluardi di valori estetici, da Mummery, Charlet, Comici, Dülfer e Whymper agli spettatori, al pubblico acclamante, ai funzionari, alle norme e alla regolamentazione dell’alpinismo. Proprio come il mio connazionale John Ruskin aveva previsto, gli scalatori sono diventati come scimmie che si arrampicano su alberi della cuccagna, dimentichi spesso della bellezza della storia che li circonda!

Trento, 1988. Da sinistra, Royal Robbins, Jim Bridwell, Jerzy Kukuczka e Allen Steck

Il mondo si sta rapidamente rimpicciolendo ed è quasi sempre possibile raggiungere le vette più alte del pianeta in pochi giorni. Allo stesso modo, i moderni mezzi di comunicazione consentono di seguire praticamente ogni fase delle principali scalate himalayane, sempre che i mass media lo vogliano, per informare il pubblico a casa, non solo nel paese d’origine della spedizione. In alcuni casi questo interesse e le seducenti opportunità finanziarie connesse al successo, nonché la possibilità di fruire di benefici materiali derivanti dall’essere il “conquistatore” di una prima cima importante, hanno indotto alcuni alpinisti ad assumere rischi e a prendere decisioni che non avrebbero né preso né assunto, se avessero dovuto contare solo sui propri mezzi e ragionare esclusivamente in base alla pratica consolidata, che è l’impostazione migliore. È stata stupefacente la crescita dell’arrampicata su roccia, che si è verificata nell’ultimo decennio all’interno della nostra disciplina sportiva. In Gran Bretagna abbiamo sempre praticato l’arrampicata «libera» fin dagli albori di questo sport e ci siamo stupiti della diffusione sul Continente della cosiddetta «arrampicata sportiva». In paesi lontani quali l’Australia, il Kenya, l’Irlanda e gli USA ci sono pareti non attrezzate che sono state affrontate per la prima volta decine di anni fa, e la sfida era quella di arrivare alla base della parete rocciosa e raggiungere la cima senza alcun tipo di aiuto, a vista, usando la corda e l’attrezzatura solo per motivi di sicurezza. I campionati di arrampicata in velocità sono praticati nei paesi del blocco orientale, specialmente in URSS, dall’inizio degli anni ’60, ma finora sono stati un’attività marginale, un qualcosa di caratteristico di quei paesi, alpinisti e modi di arrampicare che sono privi sia delle forze che dei media del capitalismo occidentale.

Dolomiti di Brenta, 1988. Da sinistra, Royal Robbins, Jim Bridwell, Maurizio Giordani, Maurizio Giarolli, Allen Steck, Bruno Detassis, Michael Kennedy

La diffusione della «arrampicata sportiva» nel Continente – e qualcuno potrebbe quasi affermare che si  tratta di una prostituzione dell’arrampicata libera (certo è uno sport diverso) – ha inesorabilmente portato allo sviluppo delle competizioni organizzate di arrampicata. Quest’ultime hanno riscontrato successo e sono state sostenute finché si sono svolte su pareti naturali, tranne quando, nell’Europa continentale, si sono frapposte condizioni atmosferiche sfavorevoli. In Gran Bretagna siamo rimasti costernati nel sapere che vengono tagliati alberi per consentire agli spettatori e al pubblico televisivo di veder meglio, che nelle pareti si scavano appigli per predisporre nuove vie e che perfino intere pendici di montagne vengono trasformate in stadi per i tifosi! È auspicabile un dibattito che coinvolga tutti noi, che ci preoccupiamo del futuro dell’alpinismo, per domandarci dove stiamo andando e riaffermare alcuni dei valori tradizionali del nostro sport: l’umiltà nell’affrontare la montagna, il rispetto per l’ambiente, la comunione di ideali, e la fede nei valori spirituali dell’alpinismo.

Dennis Gray

Ho due figli, uno ha 18 anni, l’altro 15. Arrampicano tutti e due e per questo anch’io so bene che «i tempi stanno cambiando», come dice il vecchio Bob Dylan. Non è possibile ritornare all’epoca delle corde di canapa, dei cunei di legno e delle giacche di tweed. Il progresso continua e dobbiamo vivere nel mondo reale. Tuttavia il 2000 non è più così lontano e se vogliamo conservare i valori basilari che l’alpinismo ha sempre così orgogliosamente coltivato dobbiamo agire subito e assicurarci di salvaguardarne la struttura e i principi fondamentali. Non possiamo permettere che i media, la televisione o gli interessi economici controllino il nostro sport.

Il mio parere personale sulle competizioni di arrampicata è che esse siano ormai inevitabili: ci sono e nonostante tutte le mie riserve, hanno comportato delle conseguenze positive, favorendo l’incontro dei giovani alpinisti, aumentando le capacità tecniche, diffondendo conoscenze sulle adeguate modalità di allenamento e su come evitare incidenti. Hanno persino rappresentato uno sbocco lavorativo per alcuni giovani arrampicatori meno fortunati, non ancora stabilmente occupati in altre attività professionali.

Credo sia inaccettabile che le gare abbiano luogo all’aperto, su pareti naturali. In paesi come il mio, le tirannie del tempo rendono altamente improbabile che la televisione o altri mass media investano ingenti somme di denaro per sponsorizzare gare che potrebbero essere sospese a causa della pioggia (o della neve)! Per questo ritengo che un buon compromesso sarebbe quello di concordare che tali gare siano tenute solo all’interno, su pareti costruite appositamente, come nelle recenti competizioni di Bercy in Francia. Continuare a organizzare e incrementare ulteriormente le competizioni all’aperto creerà inevitabili disaccordi fra i vecchi e i giovani alpinisti, ma soprattutto porterà prima o poi a uno scontro fra gli scalatori e i movimenti ambientalisti: le associazioni per la protezione degli uccelli, Greenpeace, il Movimento per la Protezione delle Montagne e gli Amici della Terra. Sicuramente, al di là di ogni altra considerazione, gli scalatori devono essere amici della terra!

Vorrei infine terminare con alcune previsioni per l’anno 2000. Ci saranno più scalatori, più problemi di inquinamento e di erosione, comunicazioni ancora migliori, una produzione maggiore di attrezzature specifiche per l’alpinismo, un più alto numero di riviste alpinistiche, maggiormente diversificate. Ci saranno alpinisti milionari, arricchiti da questo sport. Ci saranno campioni e campionesse mondiali di arrampicata, medaglie d’oro e tutto quanto è inerente a uno sport organizzato. Voglio sperare che nonostante tutto sia possibile salvaguardare la natura fondamentale del nostro sport, coinvolgendo gli alpinisti e assicurandoci che essi continuino ad essere i “padroni” dell’alpinismo, e non acconsentano che influenze esterne prendano il sopravvento. Ciò significa che gli scalatori devono occuparsi anche degli aspetti politici e burocratici dell’alpinismo, ma soprattutto che il nostro sport deve essere gestito dai nostri “picchiatelli” e non dai “grigi” uomini dello Stato, della televisione e delle grosse imprese.

Quale sarà la cartina tornasole dei nostri successi nell’anno 2000?

Credo che se i giovani dei sobborghi delle grandi metropoli come Londra, Parigi, New York, Monaco, Zurigo, Tokyo o Milano (dove, entro la fine di quel decennio, vivrà la maggior parte di loro), potranno ancora andare in montagna in autostop, trovare amici, avventura e nuove emozioni sotto le stelle e nella bufera e divertirsi arrampicando, solo per il piacere che ne deriva… Allora, in risposta all’eterna domanda di François Villon “Où sont les neiges d’antan?” saremo tutti felici di poter rispondere: stanno ancora “cadendo”, o meglio “arrampicando”!

Relazione di Enrico Camanni (direttore di Alp)
Parlerò dell’alpinismo di punta e dell’altro alpinismo. L’altro, ovviamente tra virgolette, cioè dell’alpinismo che non aspira ai vertici, che è poi l’alpinismo della maggior parte delle persone. Quando con Cassarà si parlava di questo argomento e dell’impostazione di questa relazione ci siamo posti l’interrogativo se non si potesse centrarla sul concetto di professionismo e dilettantismo, dato che è una conclusione abbastanza immediata di questi tempi. Ma credo che, tutto sommato, si tratti di una conclusione troppo immediata e troppo discutibile. Discutibile perché si confonde ancora troppo spesso professionalità e professionismo, come se un introito più o meno assicurato fosse garanzia di autentica professionalità, e perché si rischia di ridurre il discorso al piano morale e moralistico: il campione che mantiene un certo distacco dal denaro è un vero campione, mentre il professionista è qualche cosa di impuro, di corrotto, di non confrontabile. Credo che queste siano conclusioni ancora abbastanza diffuse a livello psicologico, magari non dichiarate, ma comunque diffuse. Questa visione tende a sottovalutare la prospettiva storica, perché quel professionismo che in una società come la nostra, basata praticamente sul terziario, è una vita totalmente praticabile, certo non lo era altrettanto dieci o vent’anni fa. Sarebbe un po’ come paragonare l’undicesimo grado di oggi con il settimo grado degli anni Settanta senza il filtro illuminante della dinamica storica.

Trento 1988. In primo piano Royal Robbins, Jim Bridwell e Michael Kennedy

Quindi, sgombrato il campo da queste valutazioni, che potrebbero essere fuorvianti, possiamo tentare un raffronto tra l’alpinismo del campione e l’alpinismo, per così dire, dell’uomo della strada. Credo ancora, questa dovrebbe essere una premessa quasi d’obbligo in tutti questi convegni, che occorre distinguere, e spero che lo faranno anche i relatori che mi seguiranno, tra alpinismo e arrampicata perché altrimenti facciamo di nuovo di tutta un’erba un fascio e arriviamo a conclusioni difficilmente verificabili. Una premessa sportiva è d’obbligo, e sono sufficienti un paio di esempi. Quest’anno, cioè nel 1988, un arrampicatore di punta che aspiri ai vertici sogna l’8c (gradazione francese) cioè qualcosa intorno all’undicesimo grado della classica scala UIAA; un arrampicatore “della domenica”, cioè un soggetto che disponga soltanto dei week-end e di una buona preparazione atletica, può ambire al 6b o al massimo al 6c, cioè a due gradi posti tra il settimo e l’ottavo grado della vecchia scala. In montagna il divario non è meno eclatante: un Christophe Profit, che è qui presente, in poco più di due ore è in grado di ripetere la diretta americana integrale al Petit Dru, mentre penso che un alpinista di buon livello possa ritenersi soddisfatto se in tutto il giorno sale e scende la «diretta» soltanto fino al “bloc coincé”. Questa la situazione alla fine del nostro straordinario decennio alpinistico, che ha sepolto la vecchia retorica del coraggio e ha introdotto la nuova religione della difficoltà. Ma se si va indietro appena una decina d’anni, se cioè si rivisita la situazione dei mitici anni Settanta, mitici proprio perché sono stati il momento di queste grandi trasformazioni, la valutazione è radicalmente diversa: il settimo grado, cioè quella frontiera oggi afferrabile da qualunque arrampicatore dotato, era stato raggiunto e superato soltanto da pochi fuoriclasse che neppure osavano dichiararlo, mentre i primi concatenamenti in alta montagna registravano tempi oggi concepibili da un dilettante di alto livello. Se un confronto tra quelle imprese e le nostre risulta miope e ingeneroso, è invece lecito misurare il divario tra i fuoriclasse e i bravi alpinisti del tempo passato e confrontarlo con il divario odierno. Si può verificare che l’intera storia dell’alpinismo conserva uno scarto relativo per quasi due secoli (uno scarto relativo in quanto credo che la marcia in più del fuoriclasse fosse soprattutto uno strumento psicologico e caratteriale fino agli anni Settanta), mentre lo scarto si amplifica in misura esponenziale nell’ultimo decennio. Vent’anni fa ci si poteva addormentare promesse e svegliarsi campioni; oggi la classe va comunque sempre convalidata da una preparazione atletica ai limiti della sperimentazione scientifica. In fondo si tratta di un processo simile a tanti altri sport: nessun centometrista di alto livello si sogna di scendere sotto i dieci secondi da un mese all’altro, e il divario tra un appassionato di “footing” e un Carl Lewis risulta irrimediabilmente incolmabile. Soltanto che l’alpinismo e l’arrampicata sono cresciuti come sport anomali, dove la motivazione e la personalità dell’individuo sono sempre valse molto di più dei suoi muscoli e della sua preparazione atletica. Credo che l’inaccessibilità dell’ambiente della montagna (sia naturale che culturale) sia un motivo più che esauriente per giustificare questa specificità e anche le inibizioni sportive che ne sono per lungo tempo derivate. Quindi da un punto di vista puramente sportivo, il divario tra i fuoriclasse e gli altri alpinisti è destinato via via ad ampliarsi (seppure credo in modo sempre più lento in quanto il grande divario, il grande boom è stato quello di questi anni). Comunque è destinato ad ampliarsi come una forbice che vede allontanarsi senza speranza le sue due punte. Ma se si esclude la variabile quantitativa, cioè questa variabile misurabile, siamo certi che il rapporto si assottigli rispetto a quello di un tempo? Personalmente credo di no.

Trento 1988. Leonardo Bramanti, presidente generale del CAI

Sono convinto invece che un Mariacher, un Giordani, o un Edlinger siano ben più vicini ai loro ammiratori di quanto non fossero un Comici, un Bonatti o un Messner. Anzi credo che quella forbice che li separa sempre più, nelle prestazioni, dai comuni alpinisti e arrampicatori sia inversamente proporzionale a quel processo psicologico e culturale che invece li unisce al pubblico.

Pensate ai grandi alpinisti delle epoche passate, o perlomeno ai grandi del nostro secolo, per non andare troppo lontano. Si tratta di personaggi mitici, perché il pubblico si è identificato in loro come in un sogno o in una proiezione straordinaria. I campioni dell’alpinismo tra le due guerre, fino agli anni Cinquanta e Sessanta, volavano alti sui comuni mortali, nel senso che le loro imprese acquistavano presto i caratteri della leggenda e la loro dimensione umana veniva facilmente trasfigurata dalla letteratura e dal racconto. In tutte le epoche precedenti alla nostra, questi eroi incarnavano il desiderio delle masse di innalzarsi al di sopra della propria quotidianità.

Basta pensare ai falsi miti che la storia dell’alpinismo ci ha tramandato, e penso alla fedeltà della cordata, alla generosità dell’uomo di montagna, al suo distacco dal danaro (falsi miti in quanto non è che queste qualità non esistessero, ma non erano certo generalizzabili), per rendersi conto di quanto fosse fondamentale questo processo di sublimazione. Cos’era in fondo che teneva lontani questi uomini (dico uomini perché erano effettivamente tutti maschi) dalla piatta realtà dei loro ammiratori? Era il fatto che essi vivevano ai margini delle consuetudini sociali e, in montagna, esibivano tutti gli atteggiamenti trasgressivi in grado di appassionare e intimorire l’uomo della strada. Un Paul Preuss si faceva beffe dei mezzi tecnici utili a rassicurare l’arrampicatore, e come un eroe solitario sfidava le leggi della gravità fino alla morte. Un Bonatti, sempre solo contro la montagna e contro gli uomini, realizzava le sue imprese più grandi proprio quando le leggi della società cosiddetta “civile” cercavano di imprigionarlo in una ridda di accuse e di compromessi. Il Messner a mio parere più bello esibiva il proprio anarchico foulard sulla cima di un ottomila, negli anni in cui l’eco delle grandi spedizioni nazionalistiche era tutt’altro che sopito. Fino a Renato Casarotto, un alpinista già fuori del suo tempo, a mio parere capace di soffrire e di affermare la propria classe ai margini del mercato dell’avventura che si era già ampiamente diffuso. Oggi che le regole sociali hanno fatto propri i modelli dell’alpinismo e dell’arrampicata, oggi che la trasgressione non è più di moda e probabilmente si rivelerà in altre direzioni, i campioni e i loro emuli sono uniti dal disimpegno. La montagna – vissuta come professione, come affermazione sportiva, come momento estetico, come divertimento o come luogo di incontro, di socializzazione – è comunque diventata un universo come gli altri, capace di accogliere allo stesso modo i forti e i meno forti. Scremata quella componente filosofica che attribuiva doti superiori a uomini superiori, si è giunti ad un confronto molto più umano, fatto di numeri, trazioni e scariche di adrenalina. A parte la pura capacità atletica e quell’intelligenza intuitiva che li rende dei fuoriclasse, i big e i campioni del nostro tempo pensano, scrivono, vivono come tutti gli altri e non si sforzano di apparire troppo diversi.

Trento 1988. Emanuele Cassarà, direttore del Festival

Grazie a queste correlazioni, il senso di emulazione è molto più sviluppato di un tempo. Anzi, è talmente sviluppato che spesso si stenta a distinguere il campione in base ai suoi atteggiamenti esteriori. Per un Edlinger con i capelli lunghi e la magnesite alla cintura, ci sono cento, mille aspiranti Edlinger. Per un Glowacz con i capelli ordinati e i pantacollant, sono nati cento, mille Glowacz. Per una Destivelle simbolo di grazia e potenza verticale, cento ragazze europee si sono avvicinate all’arrampicata. In questo processo di uniformazione, che coinvolge anche gli alpinisti e l’alta montagna (pensate al look degli arrampicatori su ghiaccio, o a quello degli sciatori estremi), i “media”, cioè i giornali e la televisione, hanno giocato un ruolo determinante. Le imprese e le prestazioni sportive oggi vengono divulgate, amplificate, e soprattutto direi stereotipate molto spesso dai mezzi di informazione, i quali – a loro volta – rispondono ad un bisogno conscio o inconscio del pubblico. Ma direi che questa emulazione non si limita al look e allo spirito collettivo. Essa raggiunge le stesse dinamiche dell’alpinismo e dell’arrampicata. Bernard Amy per esempio ha riassunto il significato dell’arrampicata moderna, quella attività che si pratica in falesia e su alcune pareti di montagna con il termine “arrampicata sintetica”.

Credo che dica bene Amy quando sostiene che l’arrampicata sportiva, cioè quella praticata con largo uso di spit e magnesite, non è l’unica forma di arrampicata possibile, anche se effettivamente può essere la più universalizzabile. Però, le prestazioni e le scelte dei fuoriclasse hanno talmente formalizzato quest’espressione dell’arrampicata, che molti oggi ignorano che ne possano esistere delle altre. Un altro esempio: le vie di Michel Piola al Monte Bianco. Credo che Michel abbia intuito e portato avanti una splendida avventura personale, aprendo nuovi itinerari (fatti di spit e di etica severa) dove sembrava ormai impossibile continuare l’esplorazione. Però per un ripetitore di queste vie non dovrebbe esistere una gran differenza tra gli itinerari di Piola e gli altri magnifici itinerari aperti in precedenza nel gruppo del Monte Bianco. Ebbene, ancora una volta, provate a ripetere una via di Michel Piola: farete quasi certamente la coda, mentre probabilmente su qualche parete a poche decine di metri potreste vivere la solitudine della montagna. Ecco, credo che questa spiccatissima emulazione porti con sé dei lati positivi e dei lati negativi. Non mi sembra il caso di demonizzarla, in ogni caso. I rischi di appiattimento e di standardizzazione sono evidenti e direi che la strada è quella, pericolosa, della fantasia all’ammasso. Ma va anche sottolineato come questa specializzazione, questo esempio che ci viene dai grandi nomi dell’alpinismo e dell’arrampicata porti con sé un insieme di possibilità del tutto nuove nella storia dell’alpinismo (se sapremo beneficiarne); inoltre, come il concetto di sicurezza sia più presente, decisamente più presente che in passato e infine come il livello tecnico degli arrampicatori medi abbia fatto passi da gigante grazie al cammino delle avanguardie. I rapidi tempi di trasmissione delle metodologie di allenamento, per fare un esempio, fanno sì che la base, cioè l’alpinismo della massa, comunque degli appassionati non professionisti, possa facilmente usufruire dell’esperienza degli specialisti, dei test-men: è un esempio, ce ne sono tanti altri.

A questo punto la conclusione potrebbe essere: avanti sereni all’ombra dei campioni. Ma sarebbe una conclusione acritica, che non tiene conto del passato dell’alpinismo e del passato degli altri sport. Credo che questa inevitabile specializzazione dei campioni porti con sé tutti quegli elementi coercitivi che sorreggono il record: un’applicazione esasperata, una rapida usura fisica e psichica, e uno stress da spettacolo, aggiungerei. Inoltre nel campo dell’arrampicata si registra una dogmatizzazione dell’etica ai limiti della coercizione: cioè regole ferree e un’unica rigidissima unità di misura. È ovvio che sia così, specialmente se ci riferiamo alle competizioni. Ma l’alpinista che abbiamo affettuosamente definito “della domenica” non ha nessun bisogno di correre questi rischi, come non ha bisogno di scivolare nel tunnel della specializzazione a senso unico. Credo che in virtù della sua preparazione tecnica, questa preparazione acquisita (decisamente incrementata negli ultimi anni) e della sua informazione culturale, che è andata di pari passo, l’alpinista dilettante degli anni Novanta sia perfettamente in grado di guardarsi intorno per recuperare molte sensazioni perdute, per riviverle alla luce delle esperienze acquisite. Dato che il record, ormai, è sempre al di fuori della nostra portata, possiamo tranquillamente fermarci a gustare il rinascimento dell’alpinismo classico. E, se avremo fantasia e senso della storia, potremo divertirci più di un vecchio sognatore delle vette e di un giovane guerriero della roccia.

Trento 1988. Andrea Mellano, presidente della FASI

Intervento di Alessandro Gogna
Cercherò di essere anch’io breve anche perché siamo tutti forse un po’ stanchi e desiderosi di meditare un po’ su tutte le cose interessanti che abbiamo sentito. Però sono anche aiutato in questo mio essere breve dal fatto che tante cose che volevo dire sono già state dette. Vorrei fare un brevissimo riassunto di come la vedo proprio citando le persone che hanno parlato prima di me, quelle che mi hanno colpito di più.

Non sono per esempio d’accordo con Franco Alletto il quale per me si è dimostrato un po’ troppo ottimista, anzi direi molto ottimista, sulle possibilità di un buon esempio che le istituzioni possono dare in questo momento ai giovani e ai meno giovani, sul modo di condurre la propria passione, le proprie attività alpinistiche. Io penso al contrario che i giovani abbiano sempre saputo trovare una propria via anarchica per fare delle cose nuove. Certo, come diceva Silviane Tavernier, i giovani sono sempre stati legati, come degli anelli, a ciò che li ha preceduti, ma questo per forza sia che lo volessero, sia che non lo volessero. Ma ciò che riguarda il presente e cioè le istituzioni del presente, non li ha mai interessati più di tanto, questo proprio a giudicare da questioni che potrebbero essere dimostrate (basta solo guardare alla storia di noi stessi, come abbiamo agito, più o meno coscientemente, nei confronti di quanto era stabilito, di quanto era accettato in quel momento); per i giovani bisogna sempre fare qualche cosa di diverso e i giovani hanno sempre saputo trovare la loro strada e in questo sono anch’io un po’ ottimista nel dire che probabilmente anche nel 2000 ci sarà chi saprà trovare la propria strada.

Non sono d’accordo neppure (e ripeto, la cosa riguarda solo quanto ho sentito oggi e niente altro) con quanto ha detto per esempio Christophe Profit. Io rispetto tantissimo le sue salite, le sue imprese che ho ammirato, che ho seguito, che ho proprio vissuto non da vicino ma con molta attenzione; conosco anche le pareti dove lui ha fatto questa famosa Trilogia, ma conosco anche soprattutto tutto il resto della sua attività. Mi stupisco che un uomo come Profit possa dire che oggi un rifugio non è pericoloso (perché no al rifugio?). Io penso che sia arrivato il momento di dire no al rifugio, no agli elicotteri. Non condanno l’elicottero di Profit della trilogia, è stato un caso, non è importante; come ovviamente l’elicottero è necessario usarlo per i soccorsi, per tutto quello che è l’organizzazione del soccorso; e anche, perché no, per un film, per un’impresa. Però se diventa generalizzato, come qualcuno prima di me ha detto (forse Diemberger), immaginiamoci se tutti quanti si mettessero a fare trilogie con gli elicotteri, sarebbe inaccettabile. Quindi io mi domando se l’elicottero, il rifugio, le vie ferrate, i bivacchi, tutte queste cose, quanto siano utili. Io non dico di non costituire un bivacco in qualche alpe sperduta, non so dove, non è quello il punto, il punto è quello di non costruirne più dove veramente non servono; e quando non servono? Quando c’è già qualche cosa non bisogna raddoppiare, triplicare la capacità alberghiera di un rifugio, questo per me è importante.

Non capisco perché Profit questo non lo senta, mi spiace molto. Sono invece d’accordissimo con altri interventi, prima di tutto con Spiro Dalla Porta Xydias che ha detto e affermato con violenza, con forza, che l’uomo non è soltanto muscoli ma è anche spirito e a questo proposito vorrei farti una correzione, Spiro, un piccolo appunto: secondo me la roccia, la pietra, il ghiaccio non sono morte, anzi vivono una vita minerale che non è la nostra vita animale, non è neppure la vita vegetale ma è una vita minerale che noi dobbiamo cominciare a rispettare perché la vita minerale se la distruggiamo non rinasce più. Quando c’è una cava di roccia questa cava distrugge completamente la montagna e non si può più rifare, mentre invece se si ammazza un camoscio bene o male ci sarà domani un altro camoscio. Ecco, il rispetto per la vita minerale forse nel 2000 potrà essere un nuovo fatto culturale. E qui andiamo nell’intervento di Alessandro Giorgetta il quale per primo ha nominato la parola cultura o per secondo che vogliamo un alpinismo diverso. Benissimo, bisogna che questo alpinismo diventi culturale, diventi un fatto di cultura e per cominciare vedrei che la roccia possa essere considerata viva e non morta, mi sembra un fatto di non poco conto. Un altro intervento che ho apprezzato tantissimo è stato quello di Bernard Amy, il quale ha saputo dire con molta pacatezza e molta bravura (come al solito) che le profezie si sono sempre sbagliate, non ci sono mai state profezie azzeccate e io sono pienamente d’accordo e vado anche oltre nel dire che non solo le profezie sono state sbagliate, ma addirittura le immaginazioni sono state sbagliate oppure addirittura non ci sono state. Basti pensare alle epoche storiche che ci hanno preceduti. Quando io penso a Horace-Bénédict De Saussure sono sicuro che lui mai avrebbe pensato a uno sviluppo dell’alpinismo come c’è stato. Ai tempi di Whymper il Cervino era tutto, l’alpinismo finiva con il Cervino, era l’ultima grande montagna, l’ultimo grande problema delle Alpi, e quante volte abbiamo sentito questa parola: ultimo grande problema delle Alpi, e mai è stato veramente l’ultimo.

Trento 1988. Da sinistra, Wanda Rutkiewicz, Paola Gigliotti e Christophe Profit

La prima volta la parola VII grado è stata nominata nel 1931 da un austriaco che si chiamava Karl Poppinger; ebbene, questi ha immaginato un VII grado, ed era poi sei anni dopo della via Solleder al Civetta, quindi già il VI era stato accettato, era stato “fatto”. VII grado per la prima volta è venuto in mente a questo signore che era fra l’altro un ottimo alpinista, ma prima che il VII grado venisse accettato veramente (non dico che venisse fatto, perché quello è tutto da discutere) è stato poi molti, molti anni dopo, direi praticamente ai primi degli anni Settanta, insomma più o meno negli anni Settanta. Questa quindi è stata veramente un’immaginazione, questo Poppinger era andato molto oltre, fin troppo. Quindi ci si sbaglia, ci si può sbagliare per anticipo o per posticipo, ci si sbaglia in tutte le maniere, è questo che volevo dire. Pensiamo alle paure di Preuss, per una montagna piena di chiodi, di gente che non sapeva più arrampicare ma che saliva con l’uso dei mezzi artificiali. Questo si è verificato, ma molti anni dopo, perché possiamo dire che si è verificato con diverse condizioni soltanto negli anni Cinquanta, o nei primi anni Sessanta, non certo quando c’era Solleder o quando c’era Comici: i chiodi che usavano queste persone erano veramente pochi rispetto alle grandi salite artificiali degli anni Sessanta. Non solo, ma chi poteva prevedere che sarebbe immediatamente nato un movimento contrario e parlo di Messner, e parlo di Cozzolino, e di tutti coloro che tra gli anni ’60 e ’70 con articoli e con i fatti hanno fatto capire che se si procedeva in quella strada non si sarebbe andato molto avanti? Nessuno poteva prevederlo. Chi poteva prevedere che in Europa, grande terra di alpinisti, patria dell’alpinismo, sarebbe arrivata la ventata innovativa addirittura dalla California? All’inizio degli anni Settanta non si faceva altro che parlare di alpinismo californiano e tantissimi di noi sono andati a vedere che cosa era questo alpinismo californiano, e allora si è parlato di free-climbing, ed è nata una nuova speranza perché questo free-climbing sembrava la salvezza di tutto e il free-climbing in realtà non esiste qui in Italia, e nemmeno in Francia, forse perché non abbiamo le strutture adatte, non abbiamo tante vie di granito, non lo so, però il fatto che il free-climbing non esista, perché si è tramutato immediatamente in arrampicata sportiva e quindi in qualche cosa che usa i mezzi artificiali non toccandoli (per carità, sembra che abbiano la scossa elettrica), però usandoli perché di fatto i mezzi artificiali sono presenti non solo addosso agli arrampicatori ma anche sulla via stessa; ci sono  delle file intere di spit che sono, diciamo, protezioni fisse in loco, quindi alterazioni a quello che è la naturalità della roccia, dell’ambiente e quindi anche dell’arrampicata. Quindi parlare di arrampicata libera è falso; è libera da che cosa? Non è libera da niente. Questa non è una condanna, assolutamente, io stesso pratico l’arrampicata sportiva (nel limite delle mie capacità) non è questo il punto, il punto è che qui di previsioni non si è mai riusciti ad azzeccarne neppure una e proprio l’ultima è questa qui, della quantità di ferro che è presente. Si diceva il ferro non deve esserci più, ebbene il ferro c’è più di prima anche se non lo si tocca con le mani. Detto della nostra incapacità di fare delle profezie e di fare delle previsioni sull’alpinismo nell’anno 2000, ci resta però da dire che è nostro compito preciso cercare di immaginare dove faremo questo alpinismo nell’anno 2000, in che ambiente, un ambiente amato dalla maggioranza degli alpinisti, da tutti gli alpinisti, insomma, da tutti quelli che vogliono vedere nella natura qualche cosa che per loro è estremamente importante, che è un grande amore. È significativo che nel novembre scorso per la prima volta si siano riuniti a Biella tanti alpinisti, più o meno famosi, e tutti quanti abbiano concordato che nel futuro bisogna interessarsi soprattutto a questo problema. Che poi si sia fondata un’associazione permanente che si chiama Mountain Wilderness, che poi questa Mountain Wilderness funzioni o meno, che poi questo sia tutta una questione affidata a quelli che se ne occupano è altra cosa. Il fatto che la cosa sia nata, che si sia avvertita finalmente la sua necessità, trovo che sia molto importante. Pensate, dopo tanti anni che si parla di inquinamento delle montagne questo movimento è nato soltanto nel novembre 1987. In nessuna parte del mondo si era mai pensato di fare qualche cosa del genere.

Bernard Newman

Intervento di Bernard Newman (direttore di Mountain)
Vorrei fare solo alcuni brevi appunti finali per riportarci al soggetto: arrampicare nell’anno 2000. La cosa più importante che sembra accadere in questo momento è l’avvento delle gare d’arrampicata e io penso che questa sia l’ultima opportunità per ognuno di parlare dell’arrampicata (della vera arrampicata) prima che l’arrampicata sia cambiata per sempre. La relazione di Enrico Camanni non ci ha portati nell’anno 2000 ma – almeno per quanto mi riguarda – nell’anno 1984, come descritto da Georges Orwell, dove le menti delle persone sono rigidamente regolate e ciò mi spaventa molto. Il secondo punto è la competizione. Questa rompe ciò che è l’arrampicata amichevole (ciò che è la fratellanza in arrampicata). C’è sempre stato un idillio – questo idillio si è evoluto naturalmente con lo sport – ma la competizione creerà un idillio artificiale solo per i giornalisti e perversione commerciale. Un altro punto. Prima delle competizioni, l’arrampicata stava diventando uno sport meno sciovinistico, stava per diventare uno sport internazionale dove persone di diverse nazionalità si trovavano per fare delle spedizioni insieme ed arrampicavano oltre le nazionalità perché volevano proprio questo. Quindi c’erano solo scalatori, non c’erano né uomini né donne. Era solo una lotta di persone con l’arrampicata sulla montagna. Ma le competizioni hanno introdotto una categoria maschile e una categoria femminile. E questo è sicuramente uno stato di regressione a livello di parità dei sessi. Ed infine – se posso sottolineare ancora un punto – l’arrampicata è stata sempre cambiata dal suo interno, dai giovani. Oggi corriamo il grande pericolo di veder sconvolgere l’intero mondo dell’arrampicata e tutto ciò che conosciamo al riguardo non da noi stessi, non dagli arrampicatori, ma da persone estranee all’arrampicata. Persone con interessi commerciali, gente che vuole fare soldi usandoci e io penso che se non facciamo niente finiremo per sottostare a queste persone. Quindi se entro l’anno 2000 ci saranno dei cambiamenti essi dovranno venire da noi, dovranno essere dettati dagli arrampicatori e dagli alpinisti.

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Immaginiamo l’alpinismo del 2000 ultima modifica: 2018-05-06T05:48:18+02:00 da GognaBlog

1 commento su “Immaginiamo l’alpinismo del 2000”

  1. 1
    paolo panzeri says:

    Che visioni precise del futuro avevano certe persone straniere!

    Ora dopo aver letto queste parole ho finalmente compreso il perchè di tante nostre cose dell’andar per monti di questi decenni e ho capito che la maggioranza degli italiani, comprese le  istituzioni, aveva già allora “perso il treno”.

    Spero che i giovani riescano a riprenderlo… ma il treno mondiale è andato avanti per 30 anni 🙂 e quello nostro piccolino sta viaggiando su altri binari, che non sembrano portare a nessuna meta.

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