Imparare dal passato

Nei tempi passati non tutto era meglio, molto era diverso. Soprattutto in montagna. Non si parlava molto di sostenibilità come si fa oggi, però la si viveva. Coscientemente o inconsciamente o semplicemente perché esistevano unicamente materiali naturali per l’abbigliamento, l’equipaggiamento o l’imballaggio. Cosa potremmo imparare oggi da allora? Con una guida alpina con più di mezzo secolo di esperienza raccogliamo le tracce delle piccole impronte sostenibili in montagna.

Imparare dal passato
di Alexander Zimmermann
(pubblicato su blog.tirol il 10 marzo 2020)
Foto: Matthias Ziegler e Archivio Horst Fankhauser

Sì, un tempo si andava così in montagna“. Pantaloni alla zuava, calzettoni, stivali di cuoio, camicia di flanella: Horst Fankhauser è disteso sul prato, accanto a lui una corda di canapa. L’immagine potrebbe saltare fuori da un catalogo sportivo di oggi con la didascalia “Vintage-Trend”. Ma la foto è dei primi anni Sessanta. “Eh, sì, noi salivamo così in montagna all‘epoca”, racconta Fankhauser. La sua prima salita in alta montagna la fece insieme a suo padre all’età di nove anni. Seguirono escursioni e salite sull‘Himalaya, nelle Ande, in molte altre montagne del mondo e naturalmente a casa sua, in Tirolo.

Horst Fankhauser oggi…
… e ai tempi passati.

Ci troviamo a Neustift im Stubaital, nella stanza dove sono custoditi i materiali della guida alpina che oggi ha 75 anni ma è tuttora un arrampicatore attivo. Tra colorati moschettoni di alluminio con tintinnio allegro, moderni friend e attrezzi per la sicurezza di ultima generazione, Fankhauser tira fuori alcuni oggetti che sembrano dell’epoca dei dinosauri. Grandi e pesanti moschettoni di ferro. Senza dispositivo di sicurezza privi di levetta o ghiera automatica. Semplicemente con un meccanismo pieghevole. “Quando sono arrivati poi in commercio i primi HMS, moschettoni con una facciata larga e a forma di pera e in alluminio, tutti ci siamo subito attrezzati con quelli“, racconta. Un cambio così, un acquisto di nuove attrezzature è stato per noi una vera singolarità. Vigeva l’atteggiamento: se una cosa è ancora intatta, viene usata. Alla sostituzione si pensava unicamente quando una cosa si rompeva oppure arrivava una novità così funzionale e rivoluzionaria che non si poteva farne a meno. “A parte i moschettoni di alluminio, questo accadeva anche con le corde sintetiche che hanno poi sostituito i modelli di corde di canapa che erano estremamente pesanti, normalmente di 12 millimetri, cicciotte ed estremamente rigide quando gelava. E i ramponi a dodici punte“, ride Fankhauser e mostra i loro predecessori. Una variante di ramponi massiccia fucinata in ferro. Di dieci punte. Una produzione speciale con una chiusura fatta in cinture di cuoio invece dei soliti ramponi con i cinturini classici. La chiusura personalizzata nasce da un’idea di Fankhauser stesso poi messa in pratica nel 1972 in collaborazione con la nota industria di attrezzatura alpina del posto, la Stubaier Werkzeugindustrie, per la sua scalata del Manaslu 8156 m, nel Nepal. “Oggi non ci si pone più la domanda se un’attrezzatura ha senso. Oggi si vuole tutto… Si deve partecipare“, dice Fankhauser. Per 30 anni, fino al 2004, lui gestiva una rifugio alpino nella valle. Parecchi escursionisti arrivavano lì a 2147 metri, con una marea di attrezzatura per altissima montagna. “Come se avessero dovuto scalare altri 6.000 metri di dislivello“. Quando Fankhauser parla di equipaggiamento fa una cosa sola: lancia un appello al buon senso e alla riservatezza.

I ramponi a punte raccontano una storia straordinaria.
Una produzione speciale per Fankhauser…
… con cui ha partecipato nel 1972 alla spedizione del Manaslu.

Materiale per le storie
Uno sguardo nell’archivio fotografico di Fankhauser testimonia: pantaloni alla zuava, camicia e pullover di lana di pecora, calze lavorate a maglia dalla mamma – è così che si partiva alla conquista delle montagne. Prodotti regionali senza lunghe catene di rifornimenti. „Per essere onesti: i pantaloni alla zuava erano un tema di moda già all’epoca“, dice Fankhauser. Ma semplicemente non esistevano ancora materiali come il Gore-Tex e rivestimenti come il Hyvent che da un lato garantiscono una moltitudine di funzioni ma dall’altro possono essere riciclati solo con grandi sforzi e un grande impegno di energia. “Ma i vestiti erano funzionali lo stesso“, dice Fankhauser. Come è stato dimostrato sono poche le stoffe che sono più traspirabili della lana di pecora. Si asciuga molto prima del cotone e ha molto meno odori del materiale sintetico. E se faceva caldo, abbassavamo semplicemente il bordo dei calzettoni fino alla caviglia. Alle mani: guanti di lana cotta, interi senza dita. Per isolarli si metteva semplicemente un secondo guanto di tela di vela sopra. Per camminare indipendentemente sia nel bosco, sul pietrisco o sulla roccia con alto grado di difficoltà o nelle pareti di ghiaccio: ai piedi portavamo sempre le stesse scarpe di cuoio.

No, Fankhauser non è un nostalgico. Vede i progressi dell’equipaggiamento negli ultimi decenni estremamente positivo. Quando gli chiediamo se oggi andrebbe ancora in montagna con le sue vecchie scarpe, i mollettoni di ferro o la pesante piccozza di ferro e legno? “Oh, sì, per divertimento! Lo farei tranquillamente“.

Così si andava in montagna un tempo.
Occhiali per il ghiacciaio, pantaloni alla zuava, stivali di cuoio – gli outfits di un tempo hanno un notevole fattore stilistico.

Ridurre l’immondizia e carsharing
Per molti decenni Fankhauser, che ha preso il brevetto di guida alpina nel 1966, ha accompagnato i più disparati gruppi fino in cima e ritorno. Quali sviluppi vede uno che ha così tanto tempo per osservare la percezione degli uomini verso la montagna e la natura? “Soprattutto molte cose positive“, dice Fankhauser. “Un tempo ogni estate ci si attivava diverse volte per raccogliere l’immondizia attorno al rifugio. Oggi tutto ciò si è ridotto notevolmente“. Un fatto che ha notato come gestore di rifugio per tanti anni. La maggioranza dei visitatori buttava correttamente l’immondizia nei contenitori piazzati lì apposta, “ma poi spettava naturalmente a noi il compito di portarla a valle e lo smaltimento era a carico nostro. Così abbiamo smontato i contenitori“. Il risultato? “La gente produceva meno immondizia e la maggioranza la riportava anche a valle”, dice Fankhauser.

I classici vestiti di lana sono caduti a torto per tanti anni nel dimenticatoio. Per pura necessità spesso in passato l’arrivo in montagna era molto più ecologici di oggi. Non tutti possedevano una macchina, quindi ci si organizzava per i tour in anticipo creando comunità per offrire il passaggio ad altri. In fondo la cordata non comincia solamente in montagna. “Spesso ci siamo mossi anche in treno, semplicemente perché era più semplice o quando era più sensato per il tour prescelto“, racconta Fankhauser. Invece di pianificare gite giornaliere o di pochi giorni, venivano programmati tour più lunghi scegliendo sempre degli ottimi punti di partenza. “Spesso rimanevamo semplicemente una settimana in un rifugio e facevamo salite e escursioni da lì. Non si guardava se il tempo il giorno dopo fosse stato migliore nella vicina Italia per poi correre subito lì“.

Sbirciando in un archivio impressionante.

Panino con affettato avvolto nel giornale – doppio recycling
Barrette e bevande energetiche non c’erano. Quando Fankhauser andava in montagna per mangiare portava con sé semplici panini con affettato o formaggio. Naturalmente senza plastica. “Li avvolgevamo nelle carte che c’erano: giornali, carta del burro, eccetera. E quando dopo la merenda si andava dietro una grande pietra la carta veniva subito riusata“, e ride. “Questo sì che era recycling!“.

La domanda se per andare sui monti la bottiglia deve essere di plastica, di alluminio o di vetro Fankhauser non se la era mai posta. L’acqua non faceva parte delle cose che si portava. Mai. Fiumiciattoli, ruscelli, neve, laghi – si beveva quello che si trovava per strada. Se la bocca era secca e non c’era niente da bere, racconta Fankhauser, c’era un metodo molto semplice: si metteva una piccola pietra pulita in bocca e la si succhiava. “La saliva si riformava e la bocca non era più asciutta“. Qualche volta anche lui aveva portato una bottiglia in montagna – ma non era di plastica ma del materiale che si usava un tempo: una bottiglia di alluminio sottile coperta di feltro. La sua era ancora dei suoi antenati. Solo: non c’era acqua. Lui ci metteva il vino rosso diluito con acqua e un cucchiaino di zucchero.

Il vitto in montagna è cambiato, anche nei rifugi. Fankhauser lo osserva con qualche preoccupazione. “Non è necessario che ogni rifugio offra una carta di menu con trenta piatti diversi“. Ma anche un rifugio che offrisse solo il soggiorno non rispetterebbe più i nostri tempi. L’opinione di Fankhauser è molto netta: l’introduzione su vasta scala di offerte speciali unificate per la mezza pensione potrebbe aiutare i rifugi a risparmiare moltissima energia. Un piatto a base di carne, uno per i vegetariani e per il resto: semplici merende e tisane dal buffet di prima colazione. Questo sarebbe molto meno dispendioso sia per le forniture stesse che per la preparazione dei piatti e infine nel trasporto e il riciclaggio dei rifiuti. “Vedo ancora un grande potenziale nelle forniture ai rifugi“, dice Fankhauser. Come pure nelle fonti energetiche. Dove ha senso dice, si dovrebbe cercare di più di usare l’energia proveniente da centrali idroelettriche invece delle centrali a blocco per i quali viene usato l’olio di colza, che deve prima essere portato su in maniera costosa e complicata.

I materiali, le tecniche, le mode: molto è cambiato negli ultimi decenni. Una cosa è rimasta invariata: Horst Fankhauser ama sempre andare in montagna. Per fare una semplice escursione, d’inverno e d’estate oppure per fare una arrampicata su roccia. Ma adesso con corda sintetica e moschettoni di alluminio di ultima generazione. Solo l’acqua non la porta neanche adesso.

Fankhauser si diverte guardando ai tempi passati.

5 suggerimenti semplici da copiare dai vecchi tempi
– Non seguire ogni moda dell’outdoor e dell’attrezzatura. Comprare vestiti nuovi e materiali nuovi solo se sono necessari o se sono innovazioni e rendono la vita in montagna effettivamente più facile.

– Nei vestiti prestare attenzione ai materiali naturali, scegliere prodotti di lana regionali, almeno per gli strati intermedi.

– Non c’è bisogno che ognuno arrivi con la macchina propria. Mettetevi d’accordo per arrivare insieme e, dov’è possibile, usate anche i mezzi pubblici e il treno.

– La protezione della natura non implica solo portare la propria immondizia a valle e riciclarla correttamente. Prestate attenzione anche nei rifugi e scegliete prodotti locali.

– Usate la carta come imballaggio e non la plastica. Meglio ancora se usate la carta di cera d’api, un imballaggio ecologico tirolese.

Horst Fankhauser

Horst Fankhauser è nato il 16 luglio 1944 a Finkenberg (Zillertal, Tirolo). Dopo aver conseguito nel 1966 il titolo di guida alpina, nel 1972 è membro della tragica spedizione tirolese di Wolfgang Nairz al Manaslu di cui faceva parte anche Reinhold Messner, l’unico che raggiunse la vetta. In quell’occasione, in una notte terribile al campo 4, persero la vita i due compagni Andi Schlick e Franz Jäger. In seguito, ancora con Nairz, Fankhauser scala la vetta del Noshaq 7485 m. Il 18 maggio 1998 lo troviamo in vetta al Cho Oyu, assieme ad Alexander Huber, Barbara Hirschbichler e Georg Simair. Ha avuto tre figli e, dal 1975 al 2006, è stato custode, assieme alla moglie Klara, della Franz-Senn Hütte.

Alexander Zimmermann adora la montagna e appena possibile scappa sui monti indossando scarpe da trekking oppure scarpette da arrampicata. D’inverno adora lo sci alpinismo e lo sci di fondo. Come giornalista e stratega fa il pendolare tra Monaco, Tirolo, Amburgo e Heidelberg.

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Imparare dal passato ultima modifica: 2020-07-15T05:17:00+02:00 da GognaBlog

32 pensieri su “Imparare dal passato”

  1. 32
    Carlo Crovella says:

    Spesso ho l’impressione che numerosi lettori siano disorientati se qualcuno scrive che non è interessato a migliorare le proprie performance e pertanto gli va bene fare la montagna che faceva 10, 20, 30 anni fa e quindi utilizza ancora l’attrezzatura e l’abbigliamento di allora. Sono scelte troppo personali, ognuno è libero di muoversi come meglio crede. Certo, nessuno può imporre i propri gusti agli altri, né in un senso ma neppure nell’altro. Io non mi vergogno se (dalla mia base in montagna) faccio gite con sci di 10-15 anni fa o indossando una giacca degli anni ’80 o con altre cose del genere (tipo i Dolomite Guida estivi). Lo faccio per un mix di componenti: tircheria, pigrizia (di attivarmi per cambiare), abitudini consolidate, nostalgia per i momenti del passato trascorsi con quegli attrezzi (non sempre sono momenti “alpinistici”, a volte sono ricordi di persone o di emozioni non alpinistiche), ecc ecc ecc. Basta non trassare ed evitare di dire che si è migliorati nonostante l’attrezzatura vetusta. Da tempo io faccio una montagna media, senza nessun assillo e non sento l’esigenza di migliorare le performance. Mi diverto così. Mi va benissimo come sono vestito e anzi mi sentirei a disagio con abbigliamento e attrezzi più evoluti. Ma questo vale per me, non mi è mai passato neppure per l’anticamera del cervello di sostenere che va imposto a tutti. Però è bene smitizzare la credenza che tutti siano esclusivamente interessati a migliorare. C’è un sacco di gente che non ha questi assilli.
     
    Discorso diverso è invece quello che riguarda la mia avversione ideologica verso il “doping tecnologico”. Quest’ultimo significa che la maggior “comidita’+facilità+comfort prestazionale” ha aperto l’accesso alle montagne ad un numero molto ampio di individui. Questa conclusione ai miei occhi non è positiva, anzi. Io sono un sostenitore del “più montagna per pochi”. Un tempo l’attrezzatura/abbigliamento erano più spartani e (molto) meno comodi e questo funzionava da barriera d’entrata a danno di chi non ama il disagio. Funzionerebbero ancora oggi in tal senso, ma l’evoluzione tecnologica ha smontato queste barriere d’ingresso. Oggi vale l’equazione: maggior confort=più gente in montagna. Io personalmente preferirei il contrario, ma non si può fermare il treno del progresso citato da Pasini. Ciao!

  2. 31
    Roberto Pasini says:

    Fabio, anni fa, in una località “far away, across the Ocean”, incontrai due anziani hyppie, residui di una famosa comunità locale. Facevano  surf (roba seria, non per famiglie) con un’attrezzatura, un abbigliamento e accessori anni ‘60, perfettamente mantenuti e conservati, come nuovi insomma. Mentre li guardavo chiedendomi se fosse un sogno o la realtà, alcuni ragazzotti giapponesi, attrezzati e vestiti all’ultima moda, iniziarono a fotografarli, con un sottofondo di sciocche risatine ironiche. Uno dei due, uscì’ dall’acqua con la sua vecchia tavola perfettamente conservata, come lui del resto,  scosse i lunghi capelli bianchi, residuo di bionda e folta criniera, e con un meraviglioso, dolce e saggio sorriso (effetti residui della canapa?) disse: “Ragazzi, non è mai troppo tardi per cercare di vivere un’adolescenza felice”. Detto questo, caro amico di blog, ti auguro una gloriosa estate vintage e un ancor più glorioso inverno, alla faccia di Covid 19.

  3. 30
    Fabio Bertoncelli says:

    Insomma, ragazzi, posso salire la parete NO del Gran Paradiso con piccozze Pulsar? o finanche Chacal? o addirittura Terrordactyl? Vanno benissimo pure loro, a meno che – beninteso – non affiori ghiaccio vetroso, il che è raro; in tal caso è preferibile una piccozza piú moderna.
    Posso salire d’inverno la via nornale del Monte Giovo (Appennino Tosco-Emiliano) con un alpenstock? Sí, 99 volte su 100 andrebbe bene pure un glorioso alpenstock lungo due metri. Anzi, adesso che mi è venuta l’idea, quasi quasi lo farò il prossimo inverno: 1ª ascensione invernale del monte Giovo in stile Paccard e Balmat.
    E allora che attrezzatura usare? Come cantava quel tale (o quasi): “Depende. Da che depende? Da dove sali il monte tutto depende…”.
     

  4. 29
    Roberto Pasini says:

    All alone with the memory Of my days in the sun If you touch me, You’ll understand what happiness is….
    Probabilmente qualcuno toccando la vecchia picozza sente la voce meravigliosa che cantava questi versi. Attrezzi e/o emozioni? Difficile distinguere dove finisce l’uno e dove comincia l’altra, anche per le fantascientifiche picozze moderne da cascata dalle forme spaziali. Siamo umani. 

  5. 28
    massimo ginesi says:

    @palms: “Ce ne sono di quelli antichi che sono ottimi ancora oggi, dicono i commenti qui sotto, ed è certamente vero”
     
    non è così vero, prova a fare una cascata anche di media difficoltà con una coppia di pulsar e poi con una di nomic e vedrai che la tua affermazione si smentisce da sola. 
     
    Il che non significa che vi debba sempre e necessariamente esservi la corsa all’ultimo ritrovato ma credo sia indubbio che – almeno per taluni aspetti (scarpe attrezzi e abbigliamento) – il progresso dei materiali e  delle conoscenze tecniche abbia fatto la differenza. 
    poi andrai comunque sul monte bianco anche con un paio di scarponi in cuoi degli anni 80 e una giacca coeva, esattamente come anche oggi puoi andare da roma a torino con una giulia super del 63. 
    sono scelte individuali e intangibili,  purchè non si sostenga  che alla fine la giulia renda lo stesso servizio di un’auto moderna, sotto il profilo della prestazione,  del comfort o  dell’inquinamento.   
     

  6. 27
    palms says:

    Chi lo sapeva, prima che ce lo insegnassero la tecnologia e la pubblicità, che dopo un po’ che ti sei fermato dopo uno sforzo in montagna, al freddo, senti freddo perché sei bagnato e non perché sei poco coperto?
    A giudicare da come vedi alcuni andare vestiti in giro, molti non lo sanno nemmeno oggi.
    Tra quelli che in montagna andavano e vanno  davvero, e con piena consapevolezza e informazione e cultura della montagna, c’erano quelli che sognavano un capo che spingesse il sudore all’esterno, e si asciugasse in fretta. A forza di parlarne, qualcuno l’ha realizzato e poi è diventato lo standard, insegnando a noi poco esperti – parlo per me – che è il bagnato a farti sentire freddo mentre ti raffreddi al freddo, non il freddo per sé (se sei coperto adeguatamente).
    Eccetera eccetera.
    Dunque l’innovazione nell’abbigliamento e nel materiale da montagna nasce dai sogni dei frequentatori più estremi – potessi avere meno peso, potessi stare più caldo, potessi aderire meglio alla roccia, al ghiaccio, potessi avere i piedi leggeri eccetera – che però poi, nelle foto che li immortalano, vengono riconosciuti vent’anni dopo per il materiale che indossano che sembra vintage, ma che loro stessi hanno contribuito a superare perché insoddisfatti di quello stesso vintage che oggi ha un effetto estetico così affascinante – ma spesso più solo estetico.
    Anche Fankhauser qui sopra, dice l’articolo, sebbene abbia un archivio eccezionale, ha contribuito allo sviluppo e al superamento dei materiali che oggi conserva con attenzione.
    Ce ne sono di quelli antichi che sono ottimi ancora oggi, dicono i commenti qui sotto, ed è certamente vero perché la tecnologia innovativa ha sempre fatto ottimi materiali, ma questo non vuol dire che in cinque dieci anni non ci siano sul mercato cose migliori. Decidere se tenere le vecchie, o andare incontro al proprio sogno di essere più leggero, più asciutto, più “comodo” è una scelta individuale.
    L’estetica del rimpianto però non dovebbe avere nulla a che farci. 
    Secondo me.

  7. 26

    Anch’io conservo vecchi attrezzi perché mi ricordano quando e dove li ho usati e non butto mai via niente, o quasi. Lo ritengo però un mio difetto perché preferirei non affezionarmi agli oggetti, perché sono pieno di roba inutile che non riesco a buttare, anche se ogni tanto lo faccio. 
    Gli attrezzi nuovi però servono, a meno che non voglia rimanere a livelli tecnici antichi. Con i ramponi e le piccozze di oggi, per esempio  si salgono cose che prima erano impensabili. Una dozzina di rinvii oggi pesa una sciocchezza e così per le mezzecorde flycatcher, il casco, giacca e soprapantaloni, fornello e zaino, gli scarponi. Si risparmiano kili sulla schiena che, con l’età si apprezza molto il non doversene caricare. Infatti il risultato è che ho tonnellate di roba, pur non essendo di quelli che comprano volentieri ogni novità,  anzi semmai aspetto di sapere come va da quelli fissati  che di ogni cosa dicono che è ottima solo perché gli da la possibili di esercitare il loro consumismo compulsivo. 
    Infine ringrazio Decathlon che vende ottimi attrezzi e abbigliamento a prezzo basso. Un bene per tutti ma soprattutto per quelle famiglie che possono dare la possibilità ai loro figli di fare sport senza dovere essere ricche. Un bell’esempio di democrazia.

  8. 25
    Alberto Benassi says:

    Siete vecchi! Bruciate la vecchia attrezzatura e compratene di nuova. È migliore e più sicura… bruciamo anche la nostalgia!

    Non si tratta di nostalgia ma di ricordi e belli. Perchè dovrei bruciarli dal momento che non mi condizionano in negativo il futuro ma anzi fanno da stimolo a fare cose nuove.

  9. 24
    Carlo Crovella says:

    Ma certo, fai benissimo a preferire attrezzatura nuova, non devi neppure giustificarti, pero’ sottolineo che si tratta, anche nel tuo caso, di scelte individuali e legittime, ma non assolute. Quindi non puoi estenderle tout court a tutti: questo è sbagliato sul piano metodologico. Oltretutto nessuno si è espresso dicendo che bisognerebbe imporre attrezzatura vecchia a tutti. Inoltre  c’è un’altra cosa , ovvero che scattano milioni di variabili che a volte sono troppo soggettive per oggettivizzarle. Per esempio, sul piano finanziario, io devo fronteggiare ben 4 attrezzature (2 genitori e 2 figli) per ogni disciplina che pratichiamo in famiglia: sci pista (anche se andiamo raramente), scialpinismo, escursionismo di varia tipologia, alpinismo classico, arrampicata, MTB e chissà quante altre che ora non ricordo al volo (a ciò si aggiungono poi gli sport non di montagna). Spesso le attrezzature “raddoppiano” perché per comodità teniamo un set su in montagna e uno in città per quando ci muoviamo verso altre valli. Per farmi capire si parla di 8 paia di sci, oppure 8 MTB, oppure 8 paia di scarponi, oppure 8 zaini, 8 imbracature, 8 giacche a vento ecc ecc ecc. Spesso per garantire agli altri familiari di avere l’attrezzatura “giusta” e tecnologicamente evoluta, non riuscendo io a pagare tutti gli anni 8 set completi per ogni disciplina, finisco per “sacrificare” la mia persona e vado in giro con sci relativamente vecchi o con scarponi di 10 anni fa o con la giacca Berghaus degli anni 80 ecc ecc. Tanto per gli obiettivi tecnici che mi pongo, me la cavo benissimo lo stesso. Ho raccontato questo spaccato di vita familiare per dimostrare che, a volte, nelle scelte di un individuo, agiscono variabili che gli altri individui manco immaginano. Per cui chi vuole e può utilizzi pure l’attrezzatura più recente, chi non lo fa, avrà le sue ragioni, ma non per questo è un pippone. A latere di tutto ciò c’è poi il parallelo discorso della mia propensione alla nostalgia e del mio hobby di conservare attrezzatura del passato come cimeli di antiquariato alpinistico. Sono due discorsi paralleli e indipendenti (ma che fatica spiegarti sempre le cose oltre ogni ragionevole dubbio…). Buona notte a tutti.

  10. 23
    Massimo Ginesi says:

    Caro Crovella
    davvero senza alcun astio (che non provo in generale) e per chiarezza. 
    Condivido il sentimento che esprimi, che mi appartiene e che credo sia comune a molti che vanno in montagna (vedi Benassi, anch’io ho tutte le mie picche, da una camp alpamayo del 78, con manico in vetroresina, purtroppo ho perso le prime due con manco in legno) e conservo chiodi di tutte le risme, le corde di canapa di mio padre e i miei vecchi san marco di plastica, il vecchio galibier bianco a cui sono legati infiniti ricordi, così come le san marco berhault gialle e nere tutte bucate di 4o anni fa.
    sono pezzi di vita e hanno indubbiamente il malinconico profumo della madeleine.
    L’articolo, a dispetto dell’età dell’intervistato, è molto giovane e vitale e mi pare che in realtà sottenda un uso consapevole della tecnologia e dei miglioramenti senza alcun richiamo al passato, se non in chiave giocosa (o sentimentale).
    Non era quello l’oggetto della mia critica, ma non ha importanza, non intendo dar luogo a ulteriori contrapposizioni o polemiche, visto che il tema del thread è emozionale e non merita di essere sporcato. 
    tuttavia, per le volte che vado per monti, oggi, preferisco il meglio, e non per ansia da prestazione o per sopperire con gli oggetti a mancanze tecniche o di esperienza, ma solo perché da diversi anni  ho scoperto che si cammina, si scala, si scia  e ci si diverte assai di più con oggetti di qualità e standard attuali, piuttosto che con vecchie glorie, fosse una picca o una scarpa da corsa.
     

  11. 22
    Carlo Crovella says:

    Perché, poi, dovrebbe essere deplorevole provare nostalgia per attrezzi “vecchi”? In genere tali attrezzi, per ciascuno di noi, sono strettamente collegati a personali ricordi alpinistici. È un meccanismo mentale molto proustiano, ovviamente Proust non aveva alcuna esperienza alpinistica, ma raccontava i suoi ricordi collegati a oggetti o luoghi del suo passato. Non c’è nulla di male, anzi è indice di una gran tenerezza d’animo. Dovrebbe indurre a un sentimento dolce, non di critica, meno che mai di critica astiosa. Ovviamente si sta parlando di attrezzatura che viene conservata per pura nostalgia, senza più utilizzarla. Ma anche in termini applicativi molto dipende dagli obiettivi che ciascuno si pone sul terreno. Per esempio su’ in montagna io conservo un paio di scarponi Dolomite Guide, con tomaia in pelle e stringhe rosse. Rispetto alle attuali scarpe da montagna fanno ridere, però ogni tanto le utilizzo ancora, capiterà una volta all’anno o forse addirittura una volta ogni due anni. È palese che non vado a farse la Via degli Svizzeri al Capucin con quegli scarponi. Faccio lunghe escursioni con, al massimo, dei finalini alpinistici di qualche tiro di III-IV e le Dolomite Guide li’ vanno ancora bene, anzi io mi trovo molto bene con loro. Quindi il tutto è soggettivo, come sempre nella vita. Buona notte a tutti!

  12. 21
    Fabio Bertoncelli says:

    Caro Massimo, io potrei uccidere a piccozzate (piccozza modello CAMP, con estrazione automatica) chi mi invitasse a “bruciare” la mia nostalgia.  😉😉😉

  13. 20
    Massimo Bursi says:

    Siete vecchi! Bruciate la vecchia attrezzatura e compratene di nuova. È migliore e più sicura… bruciamo anche la nostalgia!

  14. 19
    Fabio Bertoncelli says:

    Alberto, la tua prima piccozza è la mitica CAMP dal manico di metallo rivestito di plastica arancione? Dimmi che è quella!
    È stata pure la mia prima piccozza! Per intenderci, con quella la CAMP introdusse la famigerata tecnica della piolet-estraction, da non confondersi con la piolet-traction inventata di lí a poco. Insomma, bastava conficcare la becca in un pendio a quaranta gradi e quella – zacchete – saltava fuori da sola: ecatombe di ghiacciatori.
    Eh, caro mio, a quei tempi per sopravvivere in montagna bisognava saperci fare! 

  15. 18
    Carlo Crovella says:

    @17: non ti preoccupare, con interlocutori come te è sempre un piacere dialogare e ogni pretesto aumenta il piacere. Buona serata!

  16. 17
    Paolo Gallese says:

    @Carlo,commento 13. Dannunziani. 
    Ho visto, Carlo, scusa. Aprendo il blog mi è apparso subito il tuo commento e non avevo visto Pasini. Per cui non capivo. 

  17. 16
    Roberto Pasini says:

    Alberto, si dice infatti “conservatore” del museo. Colui che preserva le vestigia del passato. Un ruolo cruciale per l’umanità.  Il pericolo che corre il conservatore (che non è il reazionario) è quello di sentirsi a proprio agio solo nel suo museo e nella sua austera e poetica dacia in mezzo alla neve  e di non sentire che fuori passa sferragliando e sbuffando in modo inquietante il treno del futuro, come nella mitica scena del dottor Zivago. E su questa immagine formidabile del treno di Strelnikov chiudo. 

  18. 15
    Alberto Benassi says:

    comunque per l’attrezzatura vintage ho una certa passione. Ho tutte le mie piccozze, dalla prima che mi sono comprato, una CAMP a cui feci scorciare il manico a un mio amico perchè era troppo lungo, alle più moderne passando attraverso un pò tutta l’evoluzione tecnica degli attrezzi da ghiaccio. Quelli a cui più sono affezionato sono una coppia di Stubai , picca e martello piccozza a manico dritto  con le quali il 6 di gennaio del 1985 salii “Doccia Fredda” sul monte Fiocca in Apuane.
    La cosa più bella però è una  collezione di vecchi cunei di legno che ho raccolto in vari anni di ripetizioni. Vecchi chiodi e vecchi moschettoni.  Li ho tutti restaurati.

  19. 14
    Roberto Pasini says:

    Proviamo a metterla così: ognuno nel gran carnevale porta del suo. Il progresso delle attrezzature, la scoperta di nuovi materiali, la ricerca di nuove estetiche, lo sviluppo del settore di eccellenza italiano dell’abbigliamento sportivo, i risultati raggiunti con le risorse degli sponsor sono stati determinati dai comportamenti dei “consumisti” e dei “modernisti” . Se tutti fossero stati “astinenti” e “conservatori” probabilmente il processo sarebbe stato più lento. Ovviamente ogni cosa ha il suo prezzo. A proposito dei tipi umani dannunziani, del loro vitalismo/estetismo e dei loro eccessi. Dalla mia casa ligure vedo il castello di Sem Benelli, un dannunziano di serie b, passato da Mussolini al Fronte popolare. All’inizio mi faceva orrore, essendo io un amante dell’architettura neo-razionalista e della linearità nella vita e nelle forme, ma ora più lo guardo e più penso che ha un suo perché e non lo  butterei giù insieme al personaggio un po’ folle ed estremo che lo ha ideato e costruito. Si può essere conservatori e rivoluzionari come si diceva una volta? Forse, ma non è facile lottare contro la tendenza ad essere individui specializzati e unilaterali. L’intervistato nella sua semplicità alpina, ci fornisce un buon esempio.

  20. 13
    Carlo Crovella says:

    Veramente, “dannunziani” l’ha tirato fuori Pasini nel commento 4… mi riferivo a quanto da lui descritto in tale contributo. Più in generale:  ho già più volte sottolineato che, se non vi piacciono i miei pipponi (che peraltro in molti casi dimostrate di non comprendere nel profondo: in questo caso non sto assolutamente dicendo che si “deve” andare in montagna con roba vecchia, sto dicendo che a me piace conservare la roba vecchia da montagna perché mi suscita “nostalgia”), cmq, riprendiamo, se non vi piacciono i miei pipponi, fate che saltarli a pie’ pari, tanto conoscete gia’ il tenore dei miei scritti (sia articoli che commenti). A costringervi a leggerli vi sottoponete a una inutile tortura. Inoltre le vostre successive lamentele hanno ormai stufato, proprio perché inutili e ripetitive. È davvero fastidioso che continuate con ‘sta tiritera: introducete solo del fastidio, senza nessun miglioramento (anzi!) per il dibattito e per il clima sereno del blog.

  21. 12
    Alberto Benassi says:

    nella mia gioventù andavo in montagna, inverno compreso con i jeans, prima si bagnavano e poi diventavano duri come il legno. Poi son passato a un paio di pantaloni di velluto che mi mamma mi scorciò al ginocchio. Ho iniziato a scalare con i super rigidones della Dolomite i miei primi scarponi. C’ho fatto un sacco di vie ma si mettevano anche tante staffe. Frends a barra rigida, piccozze a manico dritto e becca pure, viti da ghiaccio che per avvitarle ti ci finivi, ramponi  che mi regalarono e si dividevano in due con le punte anteriori quasi inesistenti, che  per fissarli allo scarpone avevano una cinghia che ci voleva mezz’ora.
    Più che invidiare tutto questo , invidio la gioventù che questa roba mi ricorda. Per il resto  rinunciare all’evoluzione tecnologica dei materiali e dell’abbigliamento mi sembra un’assurdità. 
    Poi è chiaro che quello che più conta è il piede più che la scarpa e spesso e volentieri si esagera.

  22. 11
    massimo ginesi says:

    more solito, a fronte di un articolo gradevole, si tende a ripetere sempre al stessa nenia su quanto siano nobili e “alte ” certe abitudini, il mantra della montagna non tecnologica che eleva lo spirito. 
    Peraltro il signore dell’articolo, bel tipo, oggi arrampica con gli ultimi ritrovati, e il senso del pezzo lo si trova in una espressione:”Quando gli chiediamo se oggi andrebbe ancora in montagna con le sue vecchie scarpe, i mollettoni di ferro o la pesante piccozza di ferro e legno? “Oh, sì, per divertimento! Lo farei tranquillamente“.
     
    La giacca berghaus dell’ottanta può essere al più un ricordo (io ne ho una del 51 della pirelli di mio padre, la conservo con amore, ma non mi sogno di andarci per monti, anche se l’ho ridotta a brandelli per l’uso negli scapigliati anni 80, dove ero in bolletta e pure un pò scapigliato).
    Gallese fa una scelta ideologica, rispettabile e anche comprensibile, dal suo punto di vista, scelta sua di cui si gode pro e contro (io ne ho fatto una analoga in fotografia, ritornando per molte cose alla pellicola e alle mie amate meccaniche anni 80, ma non mi sogno di dire che chi usa il digitale è un dannunziano). 
    Crovella tira fuori il solito pippone. 
    La tecnologia ha fatto passi da gigante, io ho cinquantacinque anni, ho iniziato a scalare a 13, con pantaloni alla zuava di velluto e rigidones, non sono un patito della tecnologia in montagna (non uso gps e mi oriento con i miei sensi, anche se alla bussola ho sostituito un suunto, più per aver un feedback del percorso quanto torno a casa che per altro), ma nell’abbigliamento, negli scarponi (da sci e da montagna) e negli attrezzi i progressi (specie negli ultimi dieci anni, sono stati notevoli e piacevoli).
     
    Se poi qualcuno trova trendy andare a fare una cascata con le viti degli anni 80, barracuda e chacal, koflach di plastica, i grivel a 12 punte di toni gobbi,  il maglione di lana, la giacca igroscopica della berghaus e i freinds a barra rigida di ray jardin buon per lui, se si diverte così. 
    Ma non rompa gli zebedei con i dannunziani dell’alpe, perchè anche il settantacinquenne dell’articolo oggi scala con moschettoni di ultima generazione e friend moderni. e fa bene.
    un conto è rifuggire la moda e il supporto tecnologico inutile (tipo i caiani che girano per i sentieri a cento metri dal rifugio a prendere i punti con il gps) un conto è godersi una salita invernale con un paio di scarponi  comodi, caldi, precisi e robusti (anche se senza  pelle bovina) e essere traquilli appesi a un paio di picche che  hanno sulle spalle un paio di decenni di evoluzione (e si sentono tutti, basta maneggiarle) di arrampicata spinta su ghiaccio. 
    E anche nei materiali naturali vi è stata una evoluzione incredibile, io non amo il primo strato sintetico ma fra una maglia merinos di oggi e la superpippo del militare ci sta un mondo. 
    ovviamente poi ognuno si diverte come crede, ed ogni scelta è rispettabile, ma basta con questa continua e stucchevole prosopopea 
     

     
     
     
     

  23. 10
    AndreaD says:

    Buon compleanno, signor Fankhauser. E ancora tante montagne!

  24. 9
    Antonio Arioti says:

    L’abito non fa il monaco, se uno è cretino lo è a prescindere dall’abbigliamento.
    Io e un mio amico con cui ho fatto varie escursioni ricicliamo alla grandissima ma non per questioni filosofiche, semplicemente perché siamo un po’ tirchi. Unico vezzo la boccia d’acqua, riportata sempre rigorosamente a valle.

  25. 8
    Roberto Pasini says:

    Un amico valdese, sindacalista torinese,  da bambino, in estate, disse a tavola che aveva troppo caldo. Il padre gli ordinò di andare in camera, di prendersi il cappotto e di tenerlo per tutta la cena, così avrebbe imparato che i propri bisogni/sensazioni sono irrivelanti di fronte agli obblighi sociali. Questa educazione, da adulto, gli costò un certo numero di anni di analisi, ma non finisce sempre così. A volte produce personalità, magari un po’ ossessive, ma ben strutturate, ordinate, parsimoniose, disciplinate, impegnate socialmente. Dipende anche un po’ dalle storie personali. Esistono gruppi dove il bene è identificato con la rinuncia, l’astensione, la sottrazione rispetto ai propri impulsi e bisogni. La polarità opposta, l’individualismo, il consumo, l’eccesso sono il male. È una delle tante possibili opzioni dove ti può capitare di crescere, vantaggi e svantaggi.  “Signorina il catalogo è questo”. A volte il retaggio rimane vivo per sempre, a volte produce ribellione e passaggio alla polarità opposta. Ce ne sono esempi a bizzeffe.  In ogni caso i fanatici hanno sempre un punto debole: un dubbio nascosto che li tormenta e che devono placare con gli eccessi e con il disprezzo e la persecuzione, magari solo figurata,  per gli opposti. Anche in montagna.

  26. 7
    Paolo Gallese says:

    Sia chiaro. Non critico nessuno. Descrivo il mio modo, senza pensare sia migliore. E ciò cui sono abituato e che posso permettermi. Mi va bene, anche se qualche volta mi piacerebbe avere qualcosa in più. Ma mi va bene, mi piace anche. 
    E chi vive diversamente non mi disturba se verso la montagna (e gli altri) ha un atteggiamento di rispetto. Tutto qui. 

  27. 6
    Paolo Gallese says:

    Cosa intendi, Carlo, con “dannunziani” dell’alpe? 

  28. 5
    Carlo Crovella says:

    @4 Sarà perché, invecchiando, mi sono inacidito, ma a me sembra che (purtroppo) anche qui i “dannunziani” dell’alpe siano presenti. Magari camuffati, come il lupo di Cappuccetto Rosso, ma ci sono. Certo potrebbe essere peggio, molto peggio e non oso pensare cosa siano qui siti che vanno per la maggiore nel loro mondo. Non mi ci avventuro, non fa per me. Viceversa a me piace una montagna scabra, spartana e a misura di uomo, come si usa dire. Non a misura di record, che sia un record tecnico o atletico poco importa, così come poco importa che sia un record oggettivo o semplicemente un record personale. Una montagna a misura di uomo deve prevedere il minor intervento possibile della tecnologia, altrimenti si genera quello che io chiamo il “doping tecnologico”. Ecco perché adoro gli outfit di un tempo. Tra l’altro, da piccolo, io sono cresciuto con attrezzatura di recupero, nel senso che, per la montagna (ma non solo), mi vestivano e mi attrezzavano con la roba dismessa dei miei fratelli più grandi. Solo con l’affrancamento dall’alveo paterno (coinciso con l’entrata nella Scuola di scialpinismo) ho iniziato a disporre di cose mie per la montagna (ma progressivamente, neh, “che non ti devi certo abituare ad avere solo roba nuova di zecca“). Che nostalgia per quei guanti di lana grezza fatti a mano da mia madre e passati a me dai mie fratelli! Molto proustiano, per chi ha presente. Eppure con quella attrezzatura da scappati di casa (compresi zaini ex militari comprati al Baloun, il grande mercato delle pulci di Torino) ne abbiamo fatte di cotte e di crude. Ve li vedete due distinti coniugi sessantenni che, con un ragazzetto di 10 anni circa (il sottoscritto), bivaccano volutamente alla belle etoile sulla morena a fianco del ghiacciaio? Oggi chiamerebbero Telefono Azzurro per maltrattamenti su minori. Ho conservato per quanto possibile l’attrezzatura dei miei genitori dagli anni ’40 in poi: corde di canapa, ramponi a 12 punte, piccozze alte come alpenstock, maglioni norvegesi a scacchi, calzoni da sci con il sottopiede…  Sci e attacchi da scialpinismo li ho già regalati al Museo. Quando scorrazzo per le “mie” montagne (alta Val Susa) ho sempre con me la prima giacca tecnica davvero “mia”: una Berghaus blu e gialla primi anni ’80, chissà se ve la ricordate. Ogni tanto mia moglie cerca di farla sparire, ma io l’andrei a recuperare anche nel cassonetto della spazzatura.  Ogni pezzo del mio materiale da montagna si lega a ricordi ben precisi, disfarmene sarebbe come strapparmi brandelli di carne viva.

  29. 4
    Roberto Pasini says:

    Di nuovo Paolo,  ma solo perché  è stato molto sincero e aperto. Ho alcuni amici, anche coetanei, marinettiani, futuristi, dannunziani, oserei dire mussoliniani (uso questi termini non in chiave politica ma umana, molti di loro sono stati e sono estremisti di sinistra) che se adottassero uno stile di vita slow e minimalista andrebbero in depressione e probabilmente si ammalerebbero. Hanno bisogno di essere veloci e smodati nel cibo, nel sesso, nelle moto e nelle auto, nell’andare per monti o in bicicletta, in tutto insomma. Mi ha sempre affascinato e incuriosito per differenza questo tipo umano. È poco presente oggi su questo blog e mi dispiace (forse perché “politicamente” scorretto?)  e quando si affaccia, con qualche travestimento per rendersi piu accettabile, di solito viene bastonato, ma su altri blog di montagna è molto presente. Non giudico. “Chi sono io per giudicare ?” ha detto un personaggio che ha un certo peso come guida spirituale nel mondo moderno. Riusciamo ad essere amici e anche a fare cose insieme perché faccio una richiesta minima che io stesso cerco di adottare nei loro confronti: non rompere le scatole e non fare danni. Se la specie continua a far crescere questo tipo umano e non lo ha ancora selezionato per l’estinzione probabilmente è perché porta qualcosa di utile, ovviamente se riesce a compensare, ma questo vale anche per i lenti e i minimalisti. Ogni tanto qualche ripetuta e qualche corsa veloce in piano può servire anche ai “resilienti”. 

  30. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    Caro Paolo, ben fatto!

  31. 2
    Roberto Pasini says:

    Minima Moralia. Caro Paolo, basta allineare il punto di vista ai comportamenti o viceversa e tutto si aggiusta. L’importante è stare bene con se stessi, non fare (troppo) male agli altri con le proprie scelte e non pretendere che la nostra soluzione valga per tutti (qualcuno sta male vivendo in modo minimalista, ma non per questo è peggiore). Amen. 

  32. 1
    Paolo Gallese says:

    Bè, io sono un po’ così. Anche perché tante cose sono davvero costose. Mi sono abituato a semplicità e praticità fin da ragazzino sui miei monti. Quindi non mi pesa avere poche comodità tranne quelle che mi porto in spalla, tendina e sacco inclusi. 
    Certo, sono più lento. Ma oggi non pongo più grandi obiettivi. Vado piano e qualche volta sono salito una o due settimane prima, nascondendo il materiale, per ritrovarlo alla salita definitiva. 
    L’acqua la porto solo se non conosco bene la zona, per sicurezza. Se no, basta una pastiglietta anti diarrea, quando non sei sicurissimo. 
    Il cibo è semplice, slinzega, formaggi duri, poi liofilizzati. 
    Il mio look è quello di 30 anni fa, ma sono materiali che mi hanno sempre salvato la vita. 
    Le scarpe no. Quelle sono moderne e tecnologiche, come sacco e tenda. Voglio dormire sicuro. Qualche volta dentro un buco di neve. 
    Ai rifugi passo volentieri, consumo qualcosa, chiacchiero se i gestori hanno voglia e tempo. E in quel caso, quando vedono come vado in giro, spesso non hanno voluto che pagassi il caffè o un gelato. 
    Sacchetti per l’immondizia sono il mio corredo, importanti come moschettoni o viti da ghiaccio. 
    Mi piace andare a vedere che effetto fa la luna piena da quel crinale, in quella valletta. 
    Non ho velleità. Non più. 

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