In mancanza di certezze

In mancanza di certezze
(non fa mai male ricorrere al vecchio buon senso)
(Corona-Virus 26 del 3 luglio 2020)
di Geri Steve

In Italia abbiamo dei virologi gravemente malati di incontinenza: proprio non sanno stare zitti. Saltellano da uno studio televisivo ad un altro e come se non bastasse redigono comunicati. Io sono un vecchio ricercatore in pensione e ai miei tempi solo ogni tanto, a conclusione di ricerche, si scriveva un articolo e lo si inviava ad una rivista scientifica che lo sottoponeva ai suoi referee. Poi il sistema si è guastato, da decenni per far carriera si scrivono tanti, troppi articoli per avere tante pubblicazioni nel curriculum. Adesso con la pandemia neanche si scrivono più articoli: si fanno “comunicati su pagine facebook”. Non sono sottoposti a nessuna critica e vanno direttamente ai mass media a divulgare panzane senza fondamento.

Milano, 23 giugmo 2020, Adnkronos Salute
Un crollo inequivocabile dei malati di CoViD-19 con sintomi e dei ricoveri in ospedale. E in parallelo un’impennata dei casi cosiddetti ‘debolmente positivi’, per i quali i ricercatori di tutto il mondo si stanno chiedendo se il rischio contagio esista davvero. E’ l’epidemia di nuovo coronavirus nella Penisola descritta nel documento ‘Sars-CoV-2 in Italia oggi e CoViD-19’, firmato da 10 scienziati tra i più noti, spesso protagonisti anche sui media in questi mesi di emergenza sanitaria: Matteo Bassetti, Arnaldo Caruso, Massimo Clementi, Luciano Gattinoni, Donato Greco, Luca Lorini, Giorgio Palù, Giuseppe Remuzzi, Roberto Rigoli, Alberto Zangrillo. “Evidenze cliniche non equivoche – affermano i ‘big 10’ – da tempo segnalano una marcata riduzione dei casi di CoViD-19 con sintomatologia. Il ricorso all’ospedalizzazione per sintomi ascrivibili all’infezione virale è un fenomeno ormai raro e relativo a pazienti asintomatici o paucisintomatici. Le evidenze virologiche, in totale parallelismo, hanno mostrato un costante incremento di casi con bassa o molto bassa carica virale. Sono in corso studi utili a spiegarne la ragione. Al momento la comunità scientifica internazionale si sta interrogando sulla reale capacità di questi soggetti, paucisintomatici e asintomatici, di trasmettere l’infezione”.

I “Big10 protagonisti sui media”, che addirittura ricoverebbero in ospedale pazienti asintomatici (!), hanno suonato la loro campana ed ecco altri incontinenti pronti a replicare:

Bare sepolte ad Hart Island, al largo del Bronx, sono il “cimitero dei poveri” di New York

Redazione ANSA Roma, 28 giugno 2020
L’epidemia CoViD-19 “si sta comportando come avevamo ipotizzato” e “il paragone è con la Spagnola che si comportò esattamente come il CoViD-19: andò giù in estate e riprese ferocemente a settembre e ottobre, facendo 50 milioni di morti durante la seconda ondata”. Così Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), durante Agorà, su Rai 3, rispondendo in merito alla lettera di esperti che hanno parlato di “emergenza finita”…

Il ministro della Salute Roberto Speranza ha partecipato alla teleconferenza dei ministri della Salute del G7 e ha espresso “preoccupazione” per l’andamento del contagio a livello globale. “Soltanto insieme usciremo da questa battaglia – ha commentato al termine della riunione Speranza – perciò occorre continuare a mettere al centro la cooperazione internazionale”.

Zampa, debolmente positivi CoViD-19 restino in quarantena
Anche le persone cosiddette ‘debolmente positive’ dovrebbero restare in quarantena. Lo ha affermato la sottosegretaria alla salute Sandra Zampa intervenendo alla trasmissione L’aria che tira su La7. I piccoli focolai che si stanno verificando, ha ricordato la sottosegretaria, “possono essere chiusi e guariti, non bisogna avere paura. Chi ha fatto lo spiritoso con la app Immuni – ha aggiunto – dicendo che non funziona oggi di fronte a questi piccoli focolai li inviterei a ripensarci”. 

Oggi si fanno i comunicati facebook, le teleconferenze G21, gli interventi televisivi, ma per darsi importanza si usano sempre le vecchie tecniche da retori imbonitori, spaventando l’uditorio; senza alcun fondamento si fanno accostamenti all’andamento della spagnola, così si fa paura ricordandoci i suoi 50-100 milioni di morti (su una popolazione mondiale allora di neanche due miliardi; per riferirsi all’oggi bisognerebbe moltiplicare per quattro). Si minaccia chi (come me) ha osato irridere l’inutilissima app immuni.

Tutti si danno l’aria di chi sa come stanno veramente le cose e nessuno fa il suo mestiere: l’OMS permette che in tutto il mondo si parli di numeri del tutto insensati: di contagiati, di indici R0 e RT che non hanno alcun fondamento, mentre ministro e sottosegretaria alla salute non ci spiegano perché mai la strombazzata, insufficientissima indagine epidemiologica italiana non ha mai partorito alcun dato.

C’è una sola cosa su cui pare che tutti siano d’accordo: nell’assolutamente non dire che i dati ufficiali sono molto lontani dalle realtà e che purtroppo nessuno ha argomenti fondati per predire l’andamento dell’epidemia nelle diverse zone del mondo. Fortunatamente ci sono scienziati seri che invece di fare i comunicati facebook ci stanno ragionando sopra, ma le loro ragionevoli teorie restano soltanto teorie finché non ci sono dati epidemiologici validi che le confermino o smentiscano.

Da quasi un paio di mesi tutti i cattocomunisti del mondo rilanciano una teoria esposta da Richard Cash e Vikram Patel nel loro editoriale su The Lancet (quotata rivista inglese) https://www.thelancet.com/pdfs/journals/lancet/PIIS0140-6736(20)31089-8.pdf in cui sostengono che la CoViD-19 è la pandemia dei paesi ricchi, che se ne esagera la portata perché colpisce i ricchi e potenti del mondo.

Immagino che se Cash e Patel sapessero cosa davvero sta succedendo nei villaggi dell’Amazzonia, dell’Equador, del Messico, dell’Africa subsahariana, nelle favelas sudamericane, cambierebbero idea. Io non ho i dati veri di quelle stragi, ma ho il sospetto che l’ingiustizia non sia che muoiono solo i ricchi, ma che invece i poveri muoiono senza essere né curati né conteggiati; al massimo, hanno l’onore di essere fotografati nelle loro fosse comuni e di circolare così in internet.

Seguendo l’andamento giornaliero dei morti su https://www.worldometers.info/coronavirus/ spesso leggevo che nel poverissimo Equador quel giorno non era morto nessuno, mentre il giorno prima erano un centinaio. Non ho mai creduto che davvero quel giorno non fosse morto nessuno: ho pensato che forse era morto chi doveva trasmettere i dati o che per qualche altro motivo il dato con i morti di quel giorno non sia mai arrivato.

Chi vuole, può guardare un’interessante classifica, sempre su quella tabella di worldometers: cliccando in testa sulla quart’ultima colonna: Deaths/1M pop, cioè la colonna del numero di morti per milione di abitanti, tutti gli stati si ordineranno per valori decrescenti di mortalità relativa.

In alto avremo stati ricchi: Belgio, Inghilterra, Spagna, Italia, Svezia… ma non tutti ricchi: anche Cile, Perù, Equador, Messico… A metà ci sta il mondo intero, con la sua mortalità media di 70 morti per milione, e in basso i paesi poveri, ma sempre con le eccezioni: anche ricchi come Norvegia, Arabia saudita, Qatar, Liechtenstein, Malta, fino al Giappone con solo 8 morti su un milione; ma in genere le statistiche ufficiali darebbero ragione a Cash e Patel: in fondo troviamo la popolosa India (13), Bangladesh (12), Indonesia (11), Haiti (9), Congo (8), Marocco (6), Australia e Nuova Zelandia (4), fino alla Cina (con il suo incredibile 3!).

Come si fa a fare ragionamenti epidemiologici se questi sono i dati ufficiali? Qualcuno ci crede? Cash e Patel sarebbero davvero disposti per sfuggire alla CoViD-19 ad andare fra i poveri in India o in Bangladesh o a Haiti o in Congo dove i dati ufficiali di mortalità sono così incredibilmente bassi?

E l’OMS, invece di darsi importanza citando i morti di spagnola (che anche quelli non si sa quanti siano stati) non ha niente da dire su questi dati così poco credibili?

Allora non ci si capisce niente e quindi non c’è proprio niente da fare? In mancanza di certezze, non fa mai male ricorrere al vecchio buon senso.

Qualche millennio fa ad Atene c’era chi diceva che riconoscere la propria ignoranza è già sapere qualcosa, e aveva ragione. Il fatto che, ciarlatani a parte, nessuno ha fondati argomenti per dirci data e intensità dalla prossima ondata epidemica potrebbe farci capire che se arriva dovremmo farci trovare il meno impreparati possibile, che ministri, sottosegretari e (purtroppo) presidenti di regione e direttori di ASL (non possiamo neanche chiamarle con un unico nome valido per tutta l’Italia!) dovrebbero preparare al meglio il nostro sistema sanitario. Non è accettabile che non si utilizzi l’attuale tregua per munirsi di dotazioni, per organizzare presidi territoriali che non mandino tutti ad intasare gli ospedali. Ci sono piani, programmi, in tal senso? Se come temiamo, non ci sono, che li si facciano subito e che li si attuino presto. Che se vanno in TV ci vadano per dirci a che punto sono.

Per grave che possa essere una prossima ondata, credo che sia chiaro che non si può tornare ad un altro lockdown generalizzato, altrimenti va in malora tutta l’Italia. Ci devono essere piani e mezzi prestabiliti per individuare presto i focolai, testare tutti e chiudere soltanto dove davvero c’è alto rischio. La scuola e gli scolari hanno già sofferto troppo: scuola a distanza soltanto in luoghi e tempi altamente pericolosi.

Smart working ? per alcuni può andare bene, soprattutto se si dispone di case confortevoli, meglio ancora se dotate di giardino e terrazzo fiorito, ma l’Italia non è un paese uniforme: le abitazioni non sono tutte confortevoli, si parla di 5G ma in alcune zone internet neanche arriva oppure è lento e discontinuo. Perfino la normale linea telefonica in certe zone non è affidabile. Invece di grandi opere inutili si potrebbero fare quelle piccole opere utilissime? Se i collegamenti telematici funzionassero bene ci si potrebbe risparmiare tanti viaggi faticosi e a rischio contagio.

Anche le precauzioni da prendere come anticontagio vanno riesaminate: slogan come “Io sto a casa” vanno ripensati: stanze e aule affollate e poco ventilate sono i luoghi più malsani.

Se nei treni, nelle metro, sugli autobus non è possibile distanziarsi non basterà usare mascherine, bisognerà areare anche se fa freddo. E ci si sta attrezzando per testare l’aria sui mezzi di trasporto e nelle stazioni metro? Temo proprio di no, eppure credo che sia un diritto del viaggiatore sapere se lì l’aria è pericolosa o no.

Soprattutto poi, basta criminalizzare chi se ne sta all’aperto senza nuocere a nessuno!

E’ sicuramente vero che di questo retrovirus sappiamo ancora poco, che i picchi di mortalità della CoViD-19 dipendono da più fattori che ancora non sappiamo valutare, ma malgrado ciò il buon senso ci dà delle indicazioni.

La preparazione di fosse comuni in Brasile

Adesso, in Italia, rispetto a prima la CoViD-19 sta uccidendo molto poco. Abbiamo già visto che certamente non è perché si è raggiunta la vagheggiata immunità di gregge, infatti lì dove ha colpito di più continua ancora a colpire più che altrove. Quello che qui è cambiato è che siamo in estate e non è strano che il caldo secco renda più difficile il contagio: i virus non volano liberi in aria, ma dentro cellule infettate e queste stanno insieme ad altre cellule. Più l’ambiente è caldo secco più rapidamente queste si asciugano e quindi perdono la capacità di liberare retrovirus. I virus non sono organismi viventi autonomi, non hanno i loro ribosomi in cui produrre energia, usano quella prodotta dalla cellula infettata: se questa è morta e seccata sono immobilizzati, praticamente morti anche loro. In parole povere (forse troppo povere) : un infettato non rilascia virus, ma cellule infettate da quel virus che saranno in grado di liberare virus soltanto per un certo tempo; il caldo secco accorcia quel tempo, e pare che lo accorci molto.

E il caldo secco si trova soltanto all’aperto, mai in ambienti chiusi e affollati.

Immagino che a Mondragone, nel casertano, l’ambiente esterno fosse caldo secco, ma la concentrazione di tante persone che dormivano insieme in un ambiente chiuso e probabilmente inumidito da respiro e sudore di quei bulgari ha prevalso sul caldosecco esterno. Inoltre, la poca circolazione d’aria favorisce la concentrazione dei virus che emette un contagiato, quindi ci si contagia con una maggior carica virale; peggio ancora quando ci sono più contagiati. E’ successo a Mondragone come alla Bartolini di Bologna come dentro le RSA lombarde, trentine eccetera. In quei casi non ha nessuna importanza quali siano la temperatura e l’umidità esterna.

In Germania sembra che il Sars-CoViD-19-2 circoli poco, ma si sono avuti dei focolai in alcuni mattatoi, che sono luoghi chiusi tenuti a bassissime temperature perché si conservino più a lungo le carni; e infatti si conservano bene e a lungo anche le cellule infettate dai virus.

Con queste considerazioni di buon senso non vorrei dare la sensazione che il problema del contagio sia semplicemente riconducibile a temperatura e umidità: molto probabilmente incidono anche altri fattori, che non conosciamo.

Ad esempio, abbiamo visto che i “Big10 protagonisti dei media ” ipotizzano che i malati poco sintomatici siano meno contagiosi dei sintomatici. In realtà i pochi dati credibili che abbiamo (quelli dell’indagine di Crisanti a Vo’) direbbero esattamente il contrario, e cioè che a contagiare di più siano proprio gli asintomatici e i portatori sani, che poi a differenza dei malati incontrano tanta gente, ma sappiamo anche che quell’indagine è stata troppo piccola per darci conclusioni definitive, quindi non possiamo neanche escludere che invece abbiano ragione i “Big10 protagonisti”.

Guardare come la CoViD-19 ha colpito e colpisce nel mondo e cercare di capirne le ragioni è molto difficile: nessuna ipotesi semplice regge, ed è per questo che si ritiene che ci siano diversi fattori rilevanti che agiscono insieme. Si è notato che molti paesi colpiti duramente sono bagnati da mari caldi: il mediterraneo, gli oceani del centro e sud America, ma non è certo il caso della Svezia e del Canada, mentre in Grecia se la passano benissimo, eppure è il paese più mediterraneo di tutti.

Per capirci di più servirebbero dati attendibili sui contagi.

Solo con quei dati si potrà separare il problema di contagio dal problema di letalità: due problemi diversi con cause diverse ma che finora si confondono fra loro, perché noi siamo costretti a ragionare sui decessi, che dipendono da tre diversi fattori: la presenza di infettati, la contagiosità e infine la letalità della malattia.

Il numero dei decessi, se fosse affidabile, ci permette di calcolare la mortalità, ma la letalità è invece la mortalità sui soli malati, non sulla intera popolazione, ed è il dato importante perché, a conoscerlo, ci direbbe quanto la malattia uccide. Ed è possibile che la letalità cambi molto da luogo a luogo.

Peccato che per conoscere la letalità dovremmo sapere, luogo per luogo il numero dei malati, cioè dei contagiati sintomatici.

Per conoscere il numero preciso dovremmo tamponare tutta la popolazione e visitarla, ma si potrebbero avere ottime stime facendolo soltanto su dei campioni che però siano statisticamente rappresentativi della popolazione.

I numeri dei tamponi positivi (che ci spacciano come il numero di tutti i contagiati) sono invece i tamponi positivi su sospetti malati, cioè sui sintomatici: grossomodo, il contrario di un campione statisticamente rappresentativo della popolazione.

Anche a voler essere ottimisti, non si può proprio dire che siamo sulla strada giusta per capire di più di questa pandemia, e purtroppo neanche che l’OMS, con i suoi ingiustificati paragoni con la spagnola, sia attiva nell’indicare questa via giusta ai suoi stati membri.

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In mancanza di certezze ultima modifica: 2020-07-04T04:53:00+02:00 da Totem&Tabù

1 commento su “In mancanza di certezze”

  1. 1
    Massimo Silvestri says:

    Ringrazio Geri Steve per i suoi interventi! Finalmente qualcuno che parla chiaro!
    Voglio ricordare che per i macroeventi a Bergamo ci sono stati al 31 maggio 2020 3090 decessi ufficiali 6150 decessi in piu’ rispetto alla baseline storica di cui 3550 decessi in piu’ rispetto alla media delle province di Varese Como Lecco Monza Milano Pavia e Mantova a parita’ di densita’ di popolazione: ma il calcolo e’ solo una stima attendibile perche’ i decessi suddivisi per provincia non sono pubblici!
    Voglio inoltre ribadire come dice il prof. Buonanno la probabile importanza del contagio per via aerea che puo’ essere contrastato da una efficace ventilazione (diluizione) e da una filtrazione con ricircolazione su filtri per particelle fini e finissime che consentono di abbassare il rischio di contagio al di sotto di 10^-3 (1 su 1000) e l’R0 sotto 1 anche per ambienti ad altissimo rischio come le aule scolastiche. Con una ditta sto studiando una unita’ di trattamento aria apposita per singoli ambienti ad alto rischio (aule scolastiche, palestre). Il distanziamento e l’uso di mascherine sara’ comunque necessario per le droplets maggiori di 10 micron ma la gestione complessiva puo’ avvenire in modalita’ infinitamente piu’ sicura! Purtroppo con le scarse finanze disponibili per le scuole italiane non so cosa ne verra’ fuori (si pensa all’esportazione) ma la soluzione e’ ottima anche per prevenire diffusioni stagionali (influenza, in parte anche morbillo per i non vaccinati) ma soprattutto per assicurare una ottima qualita’ dell’aria interna (CO2, VOC, particolato, pollini ecc.). Confermo che gli ambienti critici sono quelli interni poco o per nulla ventilati; l’aria esterna e’ virtualmente priva di virus.

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