In occasione dei Cento anni della GEAT

La GEAT è una Sottosezione del CAI Torino. E’ stata fondata nel 1920, perciò nell’anno in corso celebra i suoi 100 anni di vita. Con la GEAT io ho iniziato la mia carriera di alpinista. In una delle gite sociali organizzate dalla Sottosezione ho compiuto la mia prima scalata: la traversata della Cresta delle Traversette nel gruppo del Monviso. Era il 29 settembre 1957. Nella mia mente scorrono, come in un film, immagini ed episodi di quel lontano giorno come fossero avvenuti ieri. Negli anni a seguire la GEAT è stata importante per me non solo per il fattore alpinistico.

Qualche tempo fa sono l’attuale presidenza della Sottosezione mi ha chiesto di scrivere un articolo per il Bollettino celebrativo che verrà pubblicato nel 2020. Dopo aver accolto l’invito sono andato a rinfrescarmi la memoria scorrendo gli antichi bollettini GEAT che conservo gelosamente. Sì perché, quando vi approdai, la Sottosezione pubblicava un Bollettino che usciva con regolarità in 4, 5 o 6 numeri all’anno, questo grazie all’appassionato apporto dell’allora presidente: Eugenio Pocchiola.

Ugo Manera (a destra) in vetta alla Punta delle Traversette, la sua prima scalata (29 settembre 1957).

Sul Bollettino GEAT ho scritto le mie prime cose di montagna e, con il tempo, ho contribuito a rendere sempre più “alpinistica” la pubblicazione. Quando, nell’ambito della scuola Gervasutti, ho stretto una grande amicizia con Gian Piero Motti ho portato anche lui alla GEAT e sul Bollettino Gian Piero ha pubblicato i suoi primi bellissimi scritti di montagna. Sempre per la GEAT Motti ha pubblicato, con la suo solita precisione e maestria, due guide delle falesie piemontesi: Rocca Sbarua e Monte Tre Denti e Palestre delle Valli di Lanzo.

Quante avventure di montagna ho raccontato nei numerosi articoli pubblicati sul Bollettino! Molti di questi non mi ricordavo di averli scritti. Tra i tanti mi è venuta voglia di riproporne uno: Storia di un Pilastro Lontano apparso sul Bollettino n. 1, gennaio-marzo 1981. In quell’articolo ricordo un personaggio che ho apprezzato molto: la guida alpina Franco Garda, per molti anni magnifico custode del Rifugio Monzino (Ugo Manera).

Storia di un pilastro lontano
(Pilastro Rosso del Brouillard, via dei Dilettanti)
di Ugo Manera

Nei giorni 5 e 6 luglio 1959 Walter Bonatti e Andrea Oggioni superano per primi il più bello dei pilastri che sovrastano l’alto ghiacciaio del Brouillard e lo chiamano: “Il Pilastro Rosso del Brouillard”. E’ un tracciato di grande bellezza e difficoltà in un ambiente tra i più suggestivi delle Alpi. Bonatti, uomo di punta dell’alpinismo del suo tempo, con questa prima riprende il tema dell’esplorazione sportiva dei grandi pilastri del versante italiano del Monte Bianco. Tema iniziato e lasciato aperto da un altro grande dell’alpinismo: Giusto Gervasutti nell’agosto 1940 con la sua ascensione del Pilone Nord del Frêney.

Verso il bivacco Eccles

L’impresa di Bonatti e Oggioni dà il via a una accesa competizione per la conquista dei Piloni del Bianco che, nel corso degli anni ’60, richiama molti tra i migliori alpinisti del momento. Lo stesso Bonatti, dopo il Pilastro Rosso, è il primo a rimettersi in azione con la sfortunata spedizione al Pilone Centrale.

Il Pilastro Rosso costò a Bonatti e Oggioni due tentativi; la prima volta, sorpresi dal maltempo, furono costretti ad un avventuroso ripiego; la seconda volta l’impresa venne condotta a buon fine con il proseguimento, dopo il Pilastro, fino in vetta al Bianco attraverso il Picco Luigi Amedeo e la cresta dl Brouillard.

Il magico ambiente sotto ai pilastri del Brouillard

Le avventure dei due scalatori sul Pilastro Rosso vennero raccontate dal grande Walter nel libro Le Mie Montagne con quello spiccato senso di drammaticità che caratterizza la prosa di Bonatti. Questa ascensione venne così proiettata alla conoscenza del mondo alpinistico con eccessiva fama di severità e rischio.

A differenza del Pilone Centrale, che forse attirava gli scalatori per ragioni emotive, il nostro Pilastro non divenne presto classico e nel 1973, al momento del mio ingresso nella sua storia, contava solo due ripetizioni tra le quali la prima invernale ad opera dei giapponesi: R. Ito e N. Ogawa, 21-23 gennaio 1972.

Nel 1973 la mia attività alpinistica si stava evolvendo verso ascensioni di stampo moderno, l’anno precedente avevo salito senza grossi problemi alcune classiche di impegno come la Ovest dell’Aiguille Noire e la Ovest delle Petites Jorasses per cui desideravo affrontare qualche cosa di più inedito. Iniziai l’estate con la quarta salita della via Cordier all’Aiguille des Grandes Charmoz, ascensione che mi indusse a formulare progetti per salite di grande impegno non ancora classiche.

Il più ambizioso dei progetti era il Pilastro Rosso del Brouillard: ero un po’ intimorito da quanto raccontato da Bonatti e avrei preferito condividere la responsabilità di condurre la cordata su una simile salita. Oltre a me era interessato al progetto Gian Piero Motti, molte volte ne avevamo parlato nelle liete ore delle arrampicate invernali e primaverili, alla scoperta di nuove falesie nelle valli torinesi.

Pilastri del Brouillard

Interpellato per rendere esecutivo il progetto, Gian Piero si dichiarò entusiasta così decidemmo di andarvi in tre: Motti, Roberto Bianco ed io. Gian Piero però, avvertendo forse già qualche sintomo dei ripensamenti che alcuni anni dopo lo portarono lontano dalle grandi pareti, non si presentò all’appuntamento mattutino concordato a Courmayeur. Provai naturalmente un certo disappunto, ma siccome non amo rinunciare ai miei progetti, decisi con Roberto di partire ugualmente per il Pilastro Rosso rimandando al momento dell’azione le preoccupazioni per le difficoltà da superare.

L’ascensione della via Bonatti-Oggioni fu per noi un grande avventura, ancora oggi la ricordo tra le più belle vissute in montagna. Lasciammo il rifugio Monzino a mezzanotte di un lunedì d’agosto, alle 7.30 attaccavamo le prime rocce del Pilastro e alle 19.30 ne toccavamo la sommità. L’arrampicata era stata dura ma bella ed entusiasmante, in quell’ambiente che non trova parole per essere descritto. Le antiche preoccupazioni erano svanite nella foga dell’azione e avevamo trovato la salita meno severa di quanto appariva nel racconto di Bonatti.

L’evidenza del Pilastro Rosso del Brouillard

Quando ci issammo alla sommità del Pilastro altre preoccupazioni incombevano su di noi: il tempo si stava guastando, scuri nuvoloni si addensando a sud-ovest e bagliori di lampi lontani giungevano fino a noi. Il timore di un bivacco tra i fulmini ci spinse a proseguire verso il Picco Luigi Amedeo. Giunse la notte ma noi continuammo alla luce delle frontali e del pallido chiarore della luna che ancora filtrava attraverso le velature del cielo sempre più dense. Eravamo stanchi ma il timore dei fulmini era più forte della nostra stanchezza. Percorremmo al buio la crollante cresta del Brouillard e il temporale ci raggiunse all’alba sulla cresta nevosa che porta al Mont Blanc de Courmayeur. Per un po’ restammo immobili distesi sul filo di cresta con corde, piccozze e i nostri peli che friggevano per l’elettricità, poi cominciò a nevicare e il campo elettrico del temporale si allontanò.

Alle 9.15 del mercoledì giungemmo in vetta al Bianco accolti dai raggi del sole che foravano le nubi non più minacciose. Stanchi ma felici per la bella salita e per il pericolo scampato.

L’attacco della via Bonatti-Oggioni al Pilastro Rosso del Brouillard

Sono passati sette anni e l’ascensione del Pilastro Rosso ha sempre un posto d’onore nei ricordi belli di montagna, ma da circa un anno i miei pensieri ritornano su quel monolite rosso, forse stimolati da una bella fotografia regalatami da un amico o forse da un suggerimento che mi aveva fatto Franco Garda, il magnifico custode del rifugio Monzino. Mi sono posto il problema di tracciare un altro itinerario che superi il Pilastro in modo più diretto della via Bonatti-Oggioni. L’apertura di nuove vie è diventato il tema più importante del mio alpinismo attuale: mi piace scoprire un problema e impegnarmi con il ragionamento e l’azione per risolverlo.

Di fronte alla prospettiva di aprire una nuova via anche il divertimento dell’arrampicata passa in secondo piano, rinuncio volentieri a una via classica sicuramente remunerativa a favore dell’incognita di una “prima”. Mi piace dare un’impronta personale alle mie scalate e nulla più di una via nuova soddisfa questo mio desiderio.

Ugo Manera in vetta al Monte Bianco dopo la salita della via Bonatti-Oggioni del Pilastro Rosso del Brouillard

Gli eventuali risvolti pubblicitari della cosa non hanno interesse rilevante per me, non perché mi ritenga un “puro” ma più semplicemente perché sono un dilettante, non ho grandi reputazioni da difendere, conosco bene le mie possibilità e i miei limiti e non ho piacere d’essere enfatizzato in campo alpinistico grazie a fattori pubblicitari. Chi ama il nuovo spesso deve affrontare una prima difficoltà che è quella di trovare dei compagni di cordata disposti a seguirlo, non sono molti gli alpinisti che rinunciano alle certezze di una bella via nota per le incognite di una via nuova. Isidoro Meneghin è uno di questi, è ancora più accanito di me nella ricerca dell’inedito in contrapposizione dell’affollato classico. Spesso abbiamo unito l’interesse comune nel tracciare nuovi itinerari sia sulle pareti a bassa quota che in alta montagna.

L’inizio delle vacanze di agosto 1980 avviene nel migliore dei modi con il venticinquesimo percorso, e primo compiuto da alpinisti italiani, della celebre via Couzy-Desmaison sulla parete nord-ovest dell’Olan nell’Oisans. Soddisfatti per questa impegnativa impresa riteniamo giunto il momento per andare a “vedere” il Pilastro Rosso del Brouillard. Non saremo solo in due in questo approccio. Flaviano Bessone, venuto a conoscenza del progetto, si unisce a noi con Mario Pelizzaro.

Isidoro Meneghin in sosta sulla via dei Dilettanti al Pilastro Rosso di Brouillard

Flaviano, in fatto di gusti in tema di arrampicate, ha preferenze diametralmente opposte alle mie e a quelle di Isidoro; non ama le incognite ed è molto restio ad abbandonare il classico per l’incerto. Qualche volta però si lascia coinvolgere salvo poi esprimere con frasario pittoresco il proprio disappunto nei momenti critici.

La puntata aggiornata dello sceneggiato Pilastro Rosso ha inizio con la distensiva salita al rifugio Monzino, seminudi e senza il peso dei sacchi trainati su dalla teleferica. Da qualche tempo non salivo al Monzino e vi ritorno volentieri, è il rifugio meglio gestito che io conosca: i coniugi Garda l’hanno reso molto accogliente per gli alpinisti attivi; chi vi giunge per compiere salite impegnative si trova a casa propria.

Franco Garda è qui nel suo habitat, può apparire un po’ burbero se lo incontri per la prima volta, ma subito scopri in lui una passione enorme per le cime che circondano il “suo” rifugio e molta attenzione per gli alpinisti che si apprestano ad affrontare le grandi ascensioni nel rispetto di quelle norme semplici che regolano l’etica e la sicurezza nel salire le montagne. I consigli di Franco sono sempre molto utili e manifestano l’interesse di chi non ha paura che altri compiano ascensioni importanti, anzi lo desidera vivamente, senza fare distinzioni tra guide e cittadini, tra italiani e stranieri.

Ugo Manera nel gran diedro del terzo superiore della via dei Dilettanti al Pilastro Rosso di Brouillard

E’ Franco che, come sette anni prima, viene a svegliarmi a mezzanotte e ci prepara la colazione. La salita per il ghiacciaio del Brouillard è sempre lunga e faticosa: i sacchi poi, per una “prima” di quel calibro, sono molto pesanti ma a dispetto di tutto questo raggiungiamo il bivacco Eccles in un tempo più breve del normale: poco più di quattro ore. Dopo una breve sosta al bivacco, in attesa della luce diurna, raggiungiamo senza incontrare difficoltà rilevanti le rocce del Pilastro.

Attacchiamo al centro nel punto più basso, una cengia ci dà accesso alla parete e una bella fessura obliqua ci porta alla base dello spigolo di destra del pilastro. Riteniamo inutile attaccare direttamente il monolite rosso che forma il filo del pilastro: presenta almeno 150 metri verticali e strapiombanti senza traccia di fessure che indichino una linea di salita sia pure in arrampicata artificiale. Cerchiamo una soluzione sul lato destro (est) che fiancheggia un orrido canalone ghiacciato, battuto da scariche nelle ore calde della giornata. Quale problema sarebbe per ghiacciatori estremi con le sue colate di ghiaccio assolutamente verticali (sempre se si riesce a passare nelle ore in cui il gelo blocca le cadute di sassi e ghiaccio)!

Mario Pelizzaro sul gran diedro della via dei Dilettanti al Pilastro Rosso di Brouillard

Abbiamo lasciato piccozze e ramponi sulla cengia di partenza, arrampicheremo in pedule ma ci portiamo appresso gli scarponi in quanto prevediamo di incontrare placche di ghiaccio. Non diamo retta a Flaviano che con il buon senso che gli è abituale indica una soluzione di salita, così dobbiamo ripiegare due volte da tentativi infruttuosi. Mentre siamo indecisi sulla via da seguire un blocco di ghiaccio si stacca dal bordo degli strapiombi che ci sovrastano, una scheggia colpisce Isidoro a una spalla, per tutta la giornata non sarà più in grado di scalare da primo. I tentativi infruttuosi e il piccolo incidente hanno fatto scorrere un alito di crisi sulla nostra piccola spedizione, occorre rompere gli indugi altrimenti c’è il rischio che si cominci a parlare di ritorno. Seguo l’indicazione di Flaviano e attacco una serie di diedri sul fianco del pilastro. L’arrampicata si fa dura, alcune uscite dai diedri sono su cenge coperte da placche di ghiaccio. In questo tratto formiamo un’unica cordata, così sono solo io a dover infilare gli scarponi per superare i tratti ghiacciati, i miei compagni salgono in scarpette pattinando sulle tacche da me scavate sorretti dalla corda.

Isidoro, ancora dolorante per la botta ricevuta, è stoico, arrampica con il sacco in spalla per guadagnare tempo e ricupera il mio appeso a una delle corde. Flaviano e Mario si alternano nel lavoro di schiodatura, il nostro materiale è limitato e non possiamo concederci il lusso di lasciare dei chiodi infissi dietro di noi.

Verso sera usciamo sulla spalla del pilastro dove avevamo previsto di bivaccare. Questo primo successo non elimina però tutti i dubbi sull’esito finale della nostra salita; sopra di noi lo spigolo è monolitico e a un primo esame non lascia intravvedere punti deboli.

Pilastro Rosso del Brouillard, uscita dal gran diedro

E’ ora però di pensare al bivacco e rimandare il problema di salire al giorno dopo, cosa che facciamo di buon grado anche se un piccolo tarlo rimane nel nostro animo a disturbare un bivacco che, malgrado tutto, si preannuncia abbastanza comodo, in un angolo a dir poco meraviglioso e con un tempo splendido.

Al mattino ci muoviamo quando i primi raggi del sole ci raggiungono; lasciamo sacchi e scarponi appesi ad un chiodo e ci muoviamo leggeri come sulle vie del Caporal. Del resto le difficoltà che incontriamo sono molto simili a quelle offerte dalle rocce del soleggiato bastione della Valle dell’Orco.

Isidoro è guarito dal male alla spalla, lo scateniamo quindi nella prima lunghezza di corda che si preannuncia problematica. Superando forti difficoltà e ricorrendo al suo fornito bagaglio di accorgimenti tecnici, come un aereo pendolo, ne viene a capo uscendo alla base di un diedro grandioso, è alto almeno quaranta metri e la sua struttura è perfetta. E’ compito mio affrontarlo: Salgo per 25 metri per la fessura di fondo con arrampicata atletica e difficile ma entusiasmante, poi la fessura si allarga e non offre più la possibilità di fissare ancoraggi di protezione. Certo sarebbe possibile continuare nel diedro per qualche “liberista” moderno, con gradi di difficoltà che sconfinerebbero oltre la scala tradizionale, ma io giudico il tratto fuori dalle mie possibilità per cui risolvo il passaggio lungo una fessurina che incide la placca verticale a destra del diedro con arrampicata artificiale molto estetica. Al diedro fa seguito un muro rosso inciso da una fessura e da un diedro nascosto. Isidoro lo supera brillantemente con quaranta metri di alta difficoltà, tra i più entusiasmanti della nostra via.

Le grandi difficoltà sono finite, tutti i timori svaniti, la nuova via sul Pilastro Rosso è un fatto compiuto; supero le ultime fessure tra grandi blocchi di granito rosso e quando sono ormai con le mani sui massi sommitali pianto già il chiodo per la prima corda doppia.

Abbiamo trascorso due giorni arrampicando in un ambiente selvaggio e straordinariamente bello, lontani dal nostro mondo di tutti i giorni. La nostra via si chiamerà dei Dilettanti perché non credo ci siano altre vie difficili aperte sui Piloni del Bianco da alpinisti del sabato e della domenica che si dedicano a questa nostra attività dopo aver espletato totalmente gli impegni di lavoro di tutti i giorni.

Siamo circondati da cime e pareti famose che ricordano storie di avventure a volte drammatiche; anche noi abbiamo scritto il nostro pezzettino di storia sullo scoglio più appariscente della parete del Brouillard, ma di ciò non ci sentiamo inorgogliti, molti altri scalatori avrebbero fatto come o meglio di noi. Siamo felici però di essere arrivati per primi a cercare un passaggio tra gli strapiombi umidi, le cornici ghiacciate e lungo i diedri grigi e rossi. Questa felicità la sentiremo più intensa domani quando in discesa, al Col du Frêney ci volteremo indietro a guardare il Pilastro Rosso reso infuocato dal sole.

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In occasione dei Cento anni della GEAT ultima modifica: 2020-03-12T05:15:14+01:00 da GognaBlog

9 pensieri su “In occasione dei Cento anni della GEAT”

  1. 9
    Alberto Benassi says:

    Notre Dame anche perchè Gabarrou è credente

  2. 8
    Davide says:

    Grande Manera , che di “dilettante” aveva ben poco!
    Curioso quando descrive l”orrido canalone ghiacciato” che delimita il pilastro da Est.Quello che allora sembrava quasi fantalpinismo diventava realtà pochi anni dopo in quella stagione incredibile (prevalentemente francese) di aperture lungo i colatoi e goulotte del Sud del Bianco , con la differenza che il grande Gabarrou lo definisce come la più “pura e rettilinea” cascata del sipario Freney-Brouillard , tanto da chiamarla Cascade Notre Dame.

  3. 7
    franco cassola says:

    il Tuo modo di narrare,è così vero che chi ti legge diventa partecipe grazie . E pensare che quando Ti ho contagiato all’alpinismo mi dichiarasti, voglio andare in montagna per fare foto ai fiori e ai panorami , Io di rimando ti dissi :
    (conoscendoti) se fai alpinismo sarai tra i primi come in effetti è stato ciao il tuo amico Franco

  4. 6
    Davide Forni says:

    Bellissimo racconto di vero alpinismo…ci hai portato in posti che ben pochi possono permettersi di frequentare!
    Grazie Ugo per averci raccontato aneddoti e racconti di un alpinismo che potrei definire intenso e genuino…fatto di vera avventura!
    Un degno resoconto di cosa sia l’alpinismo vissuto intensamente, citando anche la nostra storica Sottosezione che quest’anno compie 100 anni.
    A nome della nostra Sottosezione, grazie!
    Saluti.
    Davide Forni
    Presidente della GEAT

  5. 5
    Alberto Benassi says:

    già salire al bivacco Eccles potremmo affermare che è una bella ascensione non del tutto scontata, in un ambiente magnifico. Il luogo dove sorge il bivacco è bellissimo, un isolotto appollaiato come un nido d’aquila  nel posto più selvaggio del Bianco in mezzo a seracchi, crepacci, canaloni, pilastri,  creste. Quando ci andammo ricordo che tutta la notte ci fu un continuo rumore di scariche che facevano sembrare viva la montagna e ti tenne i nervi belli tesi.
    Nonostante al mattino ci fossero nuvoloni belli scuri andammo verso l’attacco sul plateau sotto il pilastro e già arrivare li non fu banale vista la bella crepaccia terminale da superare sotto il bivacco. Il pendio del plateau  era bello nero dalle scariche che arrivavano li dai canali tra i pilastri.  Era bello nuvoloso e non ce la sentimmo di attaccare la via, così rinunciammo in partenza. Forse la lettura delle bonattiane tragiche avventure li vicine, qui fece da freno sul nostro entusiasmo. Ritornare al bivacco era dura perchè c’era da risalire la crepaccia terminale  bella ampia e con il labbro superiore bello strapiombante. Così  scendemmo direttamente su giacciaio facendo una bella doppia dal seraccone che sosteneva il plateau . Sul ciglio del seracco c’era un ancoraggio fatto da una tavola di legno messa come corpo morto nella neve che ci aveva suggerito Garda. Da li facendo lunghi giri tra i crepacci, voltandoci spesso a cercare di vedere il pilastro, cercando di trovare una giustificazione alla nostra rinuncia,  ritornammo belli mogi al Monzino.

  6. 4
    Luca says:

    Bellissimo racconto. Grazie Ugo e un grazie ad Alessandro per averlo riproposto. Come mi piacerebbe riuscire un giorno a mettere il naso su di lì…o sulla ovest della Noire. Per ora mi sono fermato alla Croux.

  7. 3
    Lorenzo Barbiè says:

    Sempre uguale e sempre diverso il racconto e il resoconto di una scalata. Di diverso, di unico c’è un ambiente tra i più belli delle Alpi e forse del mondo: addentrarsi  nella grande complessità del versante Sud del Bianco e passsare dove mai nessuno passò … beh deve essere un’esperienza indimenticabile. 

  8. 2

    Che belli i racconti di vero alpinismo! Tutti uguali ma diversi nei dettagli di ognuno. Grazie.

  9. 1
    Alberto Benassi says:

    Bellissima avventura che ci regala Ugo Manera. 
    Sono stato al Pilastro Rosso nel 1987 per la Bonatti-Oggioni . Due giorni prima avevamo salito il pilastro Gervasutti al Tacul per la via Fornelli, eravamo quindi ben allenati e acclimatati. 
    Avevamo 2 giorni di tempo buono poi peggioramento. Cosi siamo saliti a dormire al bivacco Eccles per poi fare la salita il giorno dopo. Tempo bellissimo e contando sul meteo ci siamo goduti la permanenza al bivacco.  Purtroppo  il giorno dopo è arrivato in anticipo il brutto, così beffati a malincuore abbiamo rinunciato. Chi a tempo non aspetti tempo.

     

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