In seguito alla tragedia della Gola del Raganello

In seguito alla tragedia del 20 agosto 2018 alla Gola del Raganello, il presidente del Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane, Cesare Cesa Bianchi ha diramato il 23 agosto un comunicato stampa, cui ha fatto seguito il 25 agosto il comunicato congiunto dell’Associazione Italiana Guide Canyon, dell’Associazione Italiana Guide Speleologiche e del Collegio delle Guide Speleologiche Friuli-Venezia Giulia. Riportiamo entrambi all’attenzione nel loro testo integrale.

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(3)

Le Guide alpine sulla tragedia della Gola del Raganello – L’outdoor è il regno del caos, è ora di fare qualcosa!
Comunicato stampa CONAGAI n. 12 del 23/08/2018

Cesare Cesa Bianchi, presidente del Collegio Nazionale delle Guide Alpine Italiane, ritiene doveroso farsi portavoce del pensiero delle Guide alpine intorno ai drammatici eventi accaduti nella gola del Raganello. “Come per ogni caso in cui si perdono vite in montagna – dice – la tragedia del Raganello ci avvicina alle famiglie delle persone scomparse cui a nome di tutte le Guide alpine italiane intendo anzitutto esprimere i sensi della più accorata partecipazione”. Nessuna Guida alpina faceva parte del gruppo, nessuna Guida alpina è rimasta coinvolta. Eppure di “guide” si sente parlare nei fatti accaduti, sebbene la legge italiana stabilisca che le attività outdoor che si svolgono a livello professionale in ambiente impervio o con utilizzo di dispositivi e di tecniche alpinistiche siano prerogativa esclusiva delle Guide alpine. Fra queste rientra a tutti gli effetti l’attività del canyoning, perché richiede l’uso di tecniche e materiali alpinistici (corda, imbraghi etc.), pertanto in Italia l’unico professionista abilitato ad accompagnare e ad insegnare la pratica del canyoning è la Guida alpina specializzata in questa disciplina. Ma nel mondo delle attività outdoor vige da tempo il caos più assoluto, al quale le Guide alpine da 10 anni chiedendo ai governi di mettere mano per un riordino delle professioni del settore: un appello rimasto troppe volte inascoltato. È ora di fare qualcosa!

La Gola del Raganello. Foto: Ansa/Antonio Iannicelli

Non vogliamo entrare nel merito della vicenda del Raganello, che non ci è nota – dice ancora Cesa Bianchi -, e non si tratta di puntare il dito contro nessuno. Vogliamo però ricordare con forza che il canyoning non è una banale attività ricreativa ma è attività alpinistica a tutti gli effetti, perché richiede l’uso di tecniche e materiali alpinistici (corda, imbraghi etc.) e in Italia la professione di Guida alpina, ossia l’accompagnamento professionale su terreno impervio o in attività alpinistiche o che richiedano attrezzature di derivazione alpinistica, può essere esercitata soltanto da chi sia iscritto negli appositi albi professionali. Non è un caso che sin dal 1998 il Collegio Nazionale delle Guide alpine abbia voluto introdurre un apposito corso di specializzazione nel settore del canyoning: a questo corso possono accedere le Guide alpine che, regolarmente iscritte negli albi, intendano approfondire la loro formazione nel settore.”

Di fatto il canyoning in Italia è una specialità riservata alle Guide alpine.

 

“Intendiamoci – continua il presidente -, non si può pensare che l’accompagnamento di una Guida alpina metta al riparo da tutte le sciagure. È però sicuro che chi esercita la professione di Guida alpina, che è una professione protetta al pari dell’ingegnere e dell’avvocato e ne è vietato l’esercizio senza avere conseguito il titolo, abbia superato corsi ed esami estremamente severi, tutti incentrati sulle tematiche della sicurezza nell’accompagnamento. Anzi, semmai il problema è proprio questo: il curriculum di una Guida alpina è estremamente composito, caratterizzato da una formazione lunga ed oggettivamente onerosa. Per questo finisce con il dissuadere i molti che, forti di una certa esperienza sulle montagne o nelle forre di casa propria, si inventano una professione d’accompagnatore turistico su terreni alpinistici, correndo anche qualche rischio d’esercizio abusivo.”

 

La formazione per conseguire il titolo di Guida alpina comprende infatti, un esame d’ammissione, un corso di formazione della durata di 2 anni e un esame per ottenere il titolo di Aspirante Guida alpina e poi ancora un altro anno e mezzo di corsi e un esame finale. Inoltre spazia dall’escursionismo in montagna all’arrampicata su ghiaccio e roccia, dallo sci alpinismo all’alta quota: non si tratta solo di imparare le tecniche, ma soprattutto di essere in grado di “leggere” e interpretare l’ambiente in cui si opera, sempre diverso, sempre mutevole e potenzialmente pericoloso. Insomma, imparare a ridurre i rischi al minimo possibile.

 

“Sono ormai 10 anni che il Collegio Nazionale delle Guide alpine si propone di sensibilizzare sui temi della sicurezza in ogni forma di accompagnamento su terreno impervio o con tecniche e dispositivi di derivazione alpinistica. Nel 2017 abbiamo presentato una proposta di revisione della legge professionale all’Ufficio per lo Sport costituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, competente per la professione di Guida alpina. Con la modifica di pochi articoli della legge, la proposta si proponeva di istituire figure minori di Guida alpina competenti in specifici settori, uno di essi appunto il canyoning, da esercitarsi però sempre dopo avere superato esami d’ammissione, corsi di formazione ed esami finali limitati allo specifico settore ma ispirati ai principi della sicurezza che appartengono alla tradizione e alla cultura delle Guide alpine italiane. Purtroppo questa proposta è rimasta lettera morta – conclude Cesa Bianchi -. È ora di fare qualcosa. È ora di mettere ordine in questo caos professionale che caratterizza il settore dell’outdoor e che va a scapito dei frequentatori e degli appassionati, che hanno il diritto di essere tutelati. Speriamo che il nuovo governo si faccia carico di ciò che hanno voluto ignorare i precedenti.”

Foto: Marco Heltai


Comunicato congiunto dell’Associazione Italiana Guide Canyon, dell’Associazione Italiana Guide Speleologiche e del Collegio delle Guide Speleologiche Friuli-Venezia Giulia
, 25 agosto 2018

L’Associazione Italiana Guide Canyon (AIGC), il Collegio Regionale Guide Speleologiche Friuli Venezia Giulia, l’Associazione Italiana Guide Speleologiche (AIGS), a seguito delle numerose false informazioni e imprecisioni contenute nel comunicato sopra citato, si vedono costretti, in un momento dove dovremmo tutti seriamente e responsabilmente affrontare le cose rimanendo fortemente legati ai fatti e senza utilizzare strumentalmente una tragedia che ha colpito così tante persone, a dover rettificare le dichiarazioni del Presidente Cesa Bianchi. Il presidente del CONAGAI, infatti, sembra dimenticare che ad oggi esiste ancora un tavolo, aperto nella scorsa legislatura, che vede a confronto le Guide Canyon AIGC (portavoce anche per i collegi guide speleologiche regionali di Friuli Venezia Giulia e l’Associazione Italiana Guide Speleologiche – AIGS) e le Guide Alpine CONAGAI, per cercare di riordinare le professioni del mondo verticale (alpinismo, arrampicata sportiva, canyoning, speleologia). Per questo restiamo basiti di un intervento a gamba tesa che mette in discussione quanto fatto fino ad oggi. Gli stessi fatti riportati da Cesa Bianchi contraddicono le sue stesse richieste, perché ad oggi, nessuna legge dello Stato, men che meno alcuna norma Europea, assegna una qualsivoglia esclusiva o riserva di legge alle guide alpine. Utilizzare una tragedia come quella del Raganello dove il canyoning non c’entra nulla, peraltro, è fuori luogo e strumentale.

Purtroppo, questo tipo di polemiche, soprattutto a seguito della evidente onda emotiva provocata da questa terribile disgrazia, contribuisce solo a creare maggiore confusione in un mercato che sta sfuggendo di mano alle ggaa e che cercano di difendere con posizioni corporativistiche.

Cercheremo di essere il più chiari possibili:

  • In Italia nessuna legge dello Stato assegna alcuna esclusività alle guide alpine in merito all’accompagnamento professionale in canyon.
  • Il canyoning NON è un’attività alpinistica, come più volte spiegato nel dettaglio anche su questo portale, e praticarla con tecniche e attrezzature alpinistiche è PERICOLOSO.
  • Sia in Italia, sia in Europa, esistono diverse figure professionali che possono svolgere e svolgono legalmente e con competenza attività di accompagnamento professionale in canyon.

Ci sono leggi nazionali e regionali che legittimano e regolamentano l’attività di figure professionali diverse dalle guide alpine nell’accompagnamento in canyon. In questo senso è lo stesso Cesa Bianchi che contribuisce ad alimentare il “caos”, richiamando una legge istitutiva delle ggaa, che non parla né di “canyon” né di “canyoning”.

Tra i professionisti abilitati all’accompagnamento di canyoning ci sono le Guide Canyon AIGC e le guide speleologiche dei collegi regionali di Friuli Venezia Giulia, Marche, Abruzzo, regolamentate da specifiche leggi regionali.

L’Associazione Italiana Guide Canyon (AIGC), regolarmente inserita nell’elenco del Ministero dello Sviluppo Economico tra le associazioni che rilasciano un attestato di qualità, svolge la sua attività su tutto il territorio italiano, forma e tutela tutte le Guide Canyon AIGC Italiane. A conferma di tale legittimità, le guide alpine non negano di essersi opposte, chiedendone anzi (invano!) la cancellazione. Questa cancellazione non è mai avvenuta per il semplice fatto che l’AIGC risponde a tutti i requisiti previsti dalle leggi Italiane. Il Ministero ha, infatti, già risposto in maniera chiara inserendo l’AIGC all’interno del suddetto elenco, dopo opportuna istanza e controllo dei requisiti, confermandone la legittimità. L’AIGC, non è e non è mai stata sospesa dall’elenco di cui sopra, chi ha divulgato in modo subdolo e strumentale questa notizia, ha semplicemente detto una falsità, un triste esempio di concorrenza sleale.

Foto @ AIGC – Associazione Italiana Guide Canyon

La stessa contraddizione va rilevata quando il dott. Cesa Bianchi afferma: “La formazione per conseguire il titolo di Guida alpina […] spazia dall’escursionismo in montagna all’arrampicata su ghiaccio e roccia, dallo sci alpinismo all’alta quota.”. Egli dimentica di menzionare il fatto che nei canyon è presente l’acqua, spesso in quantità elevata, che richiede una formazione specifica che non è propria delle guide alpine. La formazione della figura professionale della Guida Canyon AIGC prevede manovre di corda, risk assessment, prevenzione, assistenza e soccorso, sicurezza e progressione in ambiente acquatico (il piano formativo è depositato presso il MISE e al Ministero delle Sport , Uff. Sport PCM). Si tratta di un percorso di più di 750 ore di formazione specifica. Tale percorso di formazione è stato altresì riconosciuto dal Ministero dello Sport Francese (unico esempio in Europa) che ha rilasciato, alle Guide Canyon AIGC che lo hanno richiesto, un certificato di Libero Stabilimento, che riconosce di fatto una competenza professionale specifica per le Guide Canyon Italiane, equivalente agli omologhi professionisti francesi (Guide Canyon con Diploma di Stato). Ricordiamo, inoltre, che la specializzazione in canyoning delle guide alpine, ha avuto fino ad ora una durata di cinque giorni, oggi portati a nove, contro le 90 giornate del piano formativo AIGC.

Su una cosa possiamo dirci d’accordo con il Conagai: l’accompagnamento professionale in natura è attualmente un caos, per cui invitiamo nuovamente il Presidente Cesa Bianchi a metterci intorno al tavolo, con TUTTI i professionisti coinvolti, per fare fronte comune e garantire insieme la massima sicurezza all’utente e la possibilità di scegliere il professionista migliore in un regime di libera e leale concorrenza .

Quindi, invitiamo tutti i cittadini che si rivolgono a terzi per fare una esperienza di canyoning, a chiedere conto ai propri accompagnatori, della loro formazione specifica e di chi ha certificato tale formazione. Per ulteriori info, potete scrivere a segreteria@guidecanyon.it .

Alla fine di questo teatrino, però, una domanda sorge spontanea: siamo sicuri che questi continui allarmismi sulla sicurezza non nascondano una (giustificata) paura di perdere un mercato che hanno sempre creduto monopolizzabile?

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In seguito alla tragedia della Gola del Raganello ultima modifica: 2018-09-01T05:41:05+02:00 da GognaBlog

20 pensieri su “In seguito alla tragedia della Gola del Raganello”

  1. 20
    paolo says:

    In quest’anno nepalese 563 persone, su 855 permessi, son state portate sulla cima dell’Everest,  il totale con Guide e sherpa sulla cima supera 700 persone.
    Ovviamente per la normale risalente a 65 anni fa e ben ossigenati.
    Non ho numeri sui morti o sui “danneggiati” nel fisico o nel cervello.
    Solo 3 milioni di euro incassati dal governo nepalese (su 30?).

    Dappertutto son chiamati: CONQUISTATORI !!!

    Non credo, ovviamente salvo rarissime eccezioni,  che loro abbiano ritenuto di avere una minima responsabilità personale in ciò che facevano, o abbiano pensato alla loro morte se non come eventualità statistica molto piccola.

    Il sistema si è evoluto nell’incoscienza del divertimento a qualsiasi costo e penso sia irreversibile.

  2. 19
    Alberto Benassi says:

    La consapevolezza significa anche questo, consapevolezza della finitezza, della mortalità, consapevolezza che tutto è imperituro.

    l’accettazione della morte non è di questa nostra società. Basta vedere con quanto fanatismo creiamo, costruiamo, produciamo sempre di più, accumuliamo ricchezze. Il tutto come se fossimo eterni.

    Questo però non può nemmeno trasformarsi in una totale accettazione del destino. In una rassegnazione.  Altrimenti non avrebbe nemmeno senso curarsi, combattere le malattie. Chi campa campa. Chi muore muore.

    C’è una via di mezzo. Un equilibrio. Abbiamo un cervello. Usiamolo.

  3. 18
    Alberto Benassi says:

    Ci sono cose che accadono, non possiamo prevedere tutto.

    Non è questione di prevedere tutto, ma di essere consapevoli di quello che si fa. Del pericolo che si corre, di essere consapevoli che a delle scelte corrispondono delle  conseguenze che però non si possono prevedere tutte. E non c’è nessuno che te le può prevedere e prevenire tutte.

    E qualcuno bisognerebbe che capisse che non è nemmeno giusto prevedere tutto e garantire i risultati perchè è l’incertezza che garantisce l’ avventura.

    Che avventura è, che esperienza è, se già conosci il risultato?

    Invece mi sembra che ci sia tanta superficialità, leggerenza. E c’è qualcuno che ti fa credere che ti può far fare tutto, ti può far sentire il rambo del momento,  ma in sicurezza…Una bella BALLA da luna park! Ma questa è la società di oggi.

    Poi c’è anche quello che è accaduto  a Genova. Per la loro morte queste persone hanno anche pagato il biglietto. Qualcuno…ha ELABORATO la morte di queste persone…??? Fa parte dello scotto che si deve pagare per la modernità, per la crescita dell’ economia?

  4. 17
    Antonio Arioti says:

    In ogni caso quella del Raganello è una delle tante tragedie su cui ciascuno dice la propria (diritto sacrosanto).

    C’è però un aspetto che viene sempre dimenticato, per rispetto dei morti, dei feriti e dei superstiti, e tale aspetto riguarda l’elaborazione della perdita.

    Credo che nella società italiana di oggi, immagino sia così anche in altri paesi occidentali ma non posso esserne sicuro al 100%, si sia molto affievolita la capacità di elaborare il lutto e questo soprattutto con riguardo alle piccole vite spezzate.

    La vita è fatta anche per morire, potrà sembrare un ragionamento cinico ma l’unica certezza che abbiamo è che prima o poi dovremo morire, forse mezzi rincoglioniti in un letto d’ospedale con il catetere, la padella e un tubo in gola (cosa non particolarmente onorevole), o forse svolgendo le più svariate attività, magari proprio mentre ci stiamo divertendo.

    La consapevolezza significa anche questo, consapevolezza della finitezza, della mortalità, consapevolezza che tutto è imperituro.

    Difficile, forse impossibile elaborare il lutto che coinvolge un figlio, soprattutto quando il figlio è magari uno solo (credo fosse più facile elaborarlo in una famiglia contadina con dieci figli), però se non si impara a riflettere su questi aspetti si finisce non solo per vivere tragicamente qualsiasi evento di per sè tragico ma si finisce per dare spazio a quel desiderio di giustizia che in realtà è un desiderio di vendetta, desiderio che oltre a non restituirti colui che hai perso ti porterà a ricercare sempre e comunque un colpevole, un caprone espiatorio da mettere sulla graticola.

    Per essere consapevoli di ciò che si fa bisogna avere esperienza ma l’esperienza si fa quando non si è consapevoli.

    Qual’è la consapevolezza di un bambino? Però tutti i giorni il bambino fa esperienza di qualcosa.

    Ci sono bambini i quali, per un misterioso disegno a noi ignoto, non diverranno mai consapevoli perchè l’esperienza se li sarà portati via per sempre ma la società di oggi vede tutto questo come un furto.

    Oggi non si può più dire “la morte se l’è portato via”, oggi c’è sempre qualche responsabile per ogni cosa e ormai siamo talmente permeati da questa cultura della responsabilità, non personale ma altrui, che perfino le persone dalle menti più sofisticate si fanno prendere la mano e danno la caccia all’untore.

    Non si stratta né di essere fatalisti né di essere colpevolisti, si tratta semplicemente d’imparare a vedere le cose per quello che sono.

    Ci sono cose che accadono, non possiamo prevedere tutto.

    Se per ogni cosa dovessimo mettere sul piatto della bilancia i pro e i contro moriremmo d’inedia per incapacità decisionale, non mangeremmo più, non dormiremmo più, non usciremmo più di casa, non faremmo niente di niente.

    Conosco persone di questo tipo, morti che camminano, ci manca poco che sappiano di putrefatto.

    Il mio non è un inno all’incoscienza bensì un invito alla conoscenza, conoscenza di sè stessi, di ciò che si è realmente e di ciò che si vuole essere, conoscenza dei propri limiti ma anche delle proprie potenzialità, assunzione di responsabilità in prima persona senza delega a qualcun altro, ma per fare ciò bisogna anche essere disposti a rischiare in una società che ammette il rischio solamente se si porta a casa la pelle, a quel punto si diventa eroi se no si è solo dei cretini.

    Il Dalai Lama (sì non stiamo parlando di Mimì metallurgico) ha detto che spesso grandi risultati comportano grandi rischi (più o meno il senso è questo) ma se voglio correre dei rischi devo anche essere capace di elaborare il peggio, la fine, la morte.

    Se conosco il peggio potrò anche conoscere il meglio se no il mio meglio sarà sempre il meno peggio.

    Ciò non significa che si debba conoscere tutto il peggio possibile in prima persona, non significa che uno si debba drogare per apprezzare la bellezza del non drogarsi.

    La conoscenza è anche indiretta ma ci sono cose che bisogna sperimentare sulla propria pelle cercando di non farsi male.

    Conosco un canoista che continua ad andare in canoa dopo più di un infarto.

    La risposta “non voglio morire prima d’esser morto”.

    Che dire, a uno così gli farei un monumento ma so già che per la maggioranza delle persone è solo un povero scemo.

  5. 16
    Alberto Benassi says:

    Personalmente ritengo che si debba fare un distinguo. Una cosa è dire chi abbia le capacità tecniche e i dovuti riconoscimenti per accompagnare terzi a livello professionale (quindi dietro compenso). Un’altra è dire che senza una guida non si possa accedere a luoghi potenzialmente pericolosi. Sono daccordo con il discutere il primo punto, assolutamente contrario al secondo.

    Così come trovo raccapricciante il livello di privatizzazione dei litorali a cui siamo giunti, spero che questo non si estenda anche ai monti, alle forre, ai canali e via dicendo.

     

    Simone, completamente d’accordo con te !!

     

    padrone della mia sicurezza voglio essere IO. Non gli altri.

    Però questa consapevolezza dei rischi, dei pericoli  bisogna averla.

     

    Molti vogliono fare i rambo, per poi magari farsi grandi con i selfi da mettere su FB.

    Ma sanno cosa fanno?

  6. 15
    Simone Di Natale says:

    Ok Alberto, ma quei corsi non sono tenuti da guide alpine, ne’ deve essere presente una guida alpina in cantiere.

    Se non ho frainteso il succo dell’intervento è che non si deve per forza ricorrere ad una guida alpina (e secondo me ad una guida in generale) ogniqualvolta si maneggino corde e moschettoni.

    Personalmente ritengo che si debba fare un distinguo. Una cosa è dire chi abbia le capacità tecniche e i dovuti riconoscimenti per accompagnare terzi a livello professionale (quindi dietro compenso). Un’altra è dire che senza una guida non si possa accedere a luoghi potenzialmente pericolosi. Sono daccordo con il discutere il primo punto, assolutamente contrario al secondo.

    Così come trovo raccapricciante il livello di privatizzazione dei litorali a cui siamo giunti, spero che questo non si estenda anche ai monti, alle forre, ai canali e via dicendo.

  7. 14
    Alberto Benassi says:

    Quindi l’operaio che si imbraga dovrebbe essere una guida alpina, così come il marinario che utilizza la corda per legare la barca col barcaiolo e il mezzo barcaiolo o il canoista che utilizza la corda, i moschettoni e sa fare nodi utilizzabili anche in alpinismo.

    l’azienda presso la quale l’operaio usa determinati materiali  e tecniche è tenuta per legge (D.LGS 81/2008 e varie modifiche e integrazioni)  a far fare  al suo dipendente la  formazione su tali tecniche. E tale formazione deve essere dimostrata da attestati rilasciati da enti autorizzati.

  8. 13
    Alberto Benassi says:

    Ognuno tende a difendere e promuovere il proprio orticello cercando di accapararsi quanta più torta possibile.

    Venite con me che vi faccio divertire, vi faccio provare l’adrenalina, vi faccio sentire dei veri avventurieri ma senza rischiare nulla.

    Il risultato è l’appiattimento, l’ignoranza, la perdita della  responsabilità personale, la perdita del senso del limite, perdita di consapevolezza.

  9. 12
    Antonio Arioti says:

    Fatemi capire, l’attività di canyoning sarebbe riservata alle guide alpine perchè, si legge nel comunicato Conagai, richiede l’uso di tecniche e materiali alpinistici (corda, imbraghi etc.)?

    Quindi l’operaio che si imbraga dovrebbe essere una guida alpina, così come il marinario che utilizza la corda per legare la barca col barcaiolo e il mezzo barcaiolo o il canoista che utilizza la corda, i moschettoni e sa fare nodi utilizzabili anche in alpinismo.

    Non sapevo che fosse il materiale e la tecnica a fare la guida, ho sempre pensato che la tecnica e il materiale dovessero essere al servizio della guida che dovrebbe saper padroneggiare l’una e l’altro dopo un percorso di specializzazione.

    Che poi una guida alpina si specializzi nell’accompagnamento in canyon va benissimo, ci mancherebbe, ma certe corbellerie bisognerebbe evitare di scriverle perchè, oltre a creare confusione, rischiano di mettere in cattiva luce gli stessi soggetti che il Conagai vorrebbe tutelare.

  10. 11
    Bruno Telleschi says:

    Poiché è in gioco la democrazia bisogna essere chiari. Uno stato civile non impedisce ai cittadini di ricorrere alle prestazioni dei professionisti, ma garantisce a tutti la libertà di muoversi in piena autonomia su tutto il territorio nazionale. Esistono i giornalisti per esempio, ma la libertà di stampa appartiene a tutti i cittadini che non hanno certo bisogno dei giornalisti per esprimere le proprie opinioni. Del resto per raggiungere il Colosseo basta prendere l’autobus e non è necessario farsi accompagnare da una guida turistica. Almeno per ora!

  11. 10
    Alberto Benassi says:

    Se si arriverà alla sostituzione della consapevolezza dei rischi con l’obbedienza alle regole dettate da presunti “tenutari della scienza”, smetterò di fare la guida.

    BRAVO MICHELE !!

    Stiamo perdendo la consapevolezza. La capacità di autodeterminazione. La capacità di valutazione dei propri limiti, dei pericoli a cui si va incontro. Ci sentiamo autorizzati  a fare tutto.

    Forse a qualcuno tutto questo fa comodo.

  12. 9
    Roberto says:

    Non entro nella diatriba fra tipologia di guide e diplomi, ma la chiave di questa come di altre tragedie è la faciloneria con cui molte persone affrontano determinate attività. Forse tradite dalla realtà virtuale, non ritengono necessario informarsi, acquisire delle cognizioni o conoscenze elementari, quasi in un delirio di onniscienza e potenza. Non è regolamentando tutto, vietando, pretendendo il pezzo di carta se non per scarico di responsabilità,  che si eliminano i rischi e le tragedie. Purtroppo questo è l’andazzo odierno, certificando solo la mancanza di buon senso e forse di un po’ di umiltà.

  13. 8
    Dino M says:

    L’intervento è a mio avviso di pessimo gusto e appare più attento alle logiche corporative che ad altre più nobili.

    E non è il primo; speriamo sia l’ultimo.

    Anche volendo discutere dal punto di vista tecnico ( ma mi sembra che di disgrazie ne accadano Guida o no ) il rispetto delle persone coinvolte meriterebbe almeno una tempistica più opportuna.

    In questi atteggiamenti e comunicati non riconosco lo stile consapevole e rispettoso che vedo in tantissime Guide che conosco.

     

  14. 7
    Matteo says:

    Lorenzo, forse avresti bisogno di assumere una guida… 🙂

  15. 6
    Carlo says:

    Verissimo sig Alessandro Gogna. Come riesce a noi polemizzare  sui morti non riesce a nessuno.

  16. 5
    Nicolò ZUFFI says:

    Forse ci vorrebbe una guida alpina anche per quei guidatori che entrano in un sottopasso allagato da un forte temporale e restano dentro bloccati, a volte lasciandoci la vita ? Abbiamo percorso il Raganello in una dozzina di varie età, in sicurezza, divertendoci e senza alcuna attrezzatura. E tantomeno senza una guida, ma guidati dalla prudenza e dal buon senso, 2 cose che  nei nostri tempi sembra siano prerogative solo degli esperti nei vari campi , e spesso neanche la loro esperienza serve. Dunque smettiamola di codificare e regolamentare ogni minimo dettaglio della nostra esistenza, ma educhiamo i giovani all’uso appropriato dei loro mezzi e delle loro capacità in modo autonomo, tenendo conto delle condizioni e situazioni in cui si trovano di volta in volta. La nostra vita è disseminata di rischi e bisogna imparare a tenerli sotto controllo, stando ben lontani da quelli più gravi. Siamo affascinati dall’Avventura, sia in prima persona che vissuta da altri. Ma per ognuno c’è una misura, con o senza guida. Se poi qualcuno va oltre…come si dice:”Chi è causa del suo mal pianga sé stesso” e non c’è bisogno di tirare in ballo tutti gli Enti possibili e immaginabili o imporre nuove leggi e regolamenti.

  17. 4
    lorenzo merlo says:

    Già.

    Il regolamentarismo ha congelato le consapevolezze.

    La montagna si prende con un ticket.

    Per una corda scendere una forra diventa fatto alpinistico.

    Aiutatemi!

  18. 3
    Michele Comi says:

    Se si arriverà alla sostituzione della consapevolezza dei rischi con l’obbedienza alle regole dettate da presunti “tenutari della scienza”, smetterò di fare la guida.

  19. 2
    paolo says:

    Guide che si fanno firmare le liberatorie. Guide che muoiono insieme a gruppi di clienti. Guide che precipitano su creste. Guide travolte coi clienti da valanghe. Guide che vengono insultate o malmenate. Guide che occupano con prepotenza ricoveri pubblici non costruiti da loro arrogandosi il diritto perché conducono clienti.
    Poche guide che scalano veramente coi clienti formandoli come alpinisti.
    Ma la gente ha sempre più bisogno delle guide perché non vuole imparare o assumersi responsabilità, nemmeno su se stessi.
    Guide che litigano con guide. E vogliono essere regolamentate con leggi. E leggi territoriali che limitano il loro agire. E vicendevoli proibizioni fra stati.
    Non capisco, mi sembra che la guida ormai pensi solo a fare il professionista che guadagna e debba solo difendere con tutti i mezzi possibili i suoi affari: questa è la loro competenza?
    Dato che i corsi sono molto differenti, come pure i collegi seri e i rapporti vicendevoli hanno “calori” diversi, ogni tanto mi domando se le guide italiane siano troppe o troppo diversificate.

    Però leggevo che in Francia fra recessi, pensionamenti e morti viene stimato in 50 il numero delle nuove guide necessarie ogni anno, ma là non c’è il cai, ma una federazione che controlla, pianifica e verifica.
    Comunque stanno entrando moltissimi giovani e magari certi arroccamenti vetusti e corporativi verranno superati.
    Come dicevo non capisco (chi di loro di solito mi risponde, come guida mi dice di essere fuori da anni dal mercato) quindi continuerò a non capire.
    Aspetterò un giovane che mi spieghi.

  20. 1
    Carlo Crovella says:

    A parte le diatribe fra le diverse figure professionali (diatribe che, inevitabilmente, covano su conflitti di interesse economici nella spartizione della torta), la considerazione esterna degli appassionati di canyonyng (e di attività outdoor in generale) è che la gente pensa che basti acquistare il biglietto del luna park per vivere un’esperienza adrenalinica senza il minimo rischio. Comitive che scendono gole e forre senza la minima preparazione (pensando di essere al sicuro solo perche’ hanno aderito ad una proposta commerciale) sono confrontabili con gli sprovveduti che si avventurano sui ghiacciai con le infradito ai piedi. In giro se ne vedono di tutti i colori e c’è solo da stupirsi che gli incidenti siano complessivamente così pochi.

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