Incidenti da valanga

Incidenti da valanga
(due su tre coinvolgono gli scialpinisti)
di Carlo Crovella (scritto il 24 gennaio 2019)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

L’inverno 2018-19 è proprio strano, specie qui nel Nord-ovest, dove ad abbondati nevicate novembrine è seguita una fase di stallo (almeno fino a gran parte del mese di gennaio), con ripercussioni non positive sul manto nevoso. Salvo particolari eccezioni, il manto è risultato spesso costituito o da neve marmorea o da crosta sfondosa: non dobbiamo più stupirci di nulla, poiché l’imprevedibilità è ormai la regola prima dell’evoluzione meteorologica.

In questo scenario nivologico abbastanza anomalo, mi sono imbattuto in due articoli pubblicati, nell’ultimo scorcio del 2018, sull’inserto “Cronaca di Torino” del quotidiano La Stampa. Gli articoli contengono alcune informazioni interessanti per tutti gli appassionati dello sci fuori pista (con o senza pelli) e ho quindi pensato di condividerli con un pubblico più ampio. Parimenti gli articoli mescolano un po’ i concetti, creando a volte una certa confusione nei lettori, specie se non espertissimi, ed è importante “rimettere a posto le idee”. Pertanto a volte ho inserito alcune mie considerazioni, precisando sempre tale “intrusione”, affinché non si creino scambi di ruolo fra quanto riportato negli articoli e le mie posizioni personali.

Il primo articolo ha titolo Valanghe, due incidenti su tre provocati dagli scialpinisti, è stato pubblicato il 29 novembre 2018 e porta la firma di Federico Genta.
In sintesi l’articolo sostiene che, almeno in Piemonte, i numeri del problema valanghe sono tornati a salire rispetto agli anni scorsi. Infatti dal gennaio 2018 a fine novembre risultavano 14 i soccorsi (da valanga) che hanno coinvolto le squadre del Soccorso Alpino piemontese. Bilancio umano: 6 illesi, 4 feriti, 3 morti.

Niente a che vedere con l’ecatombe del 2011-12 (37 soccorsi, ma non è riportato il numero delle vittime) e del 2012-13 (28 soccorsi, 5 deceduti). Tuttavia pare che i numeri del 2017-18 siano di nuovo in crescita (non specificata in termini statistici) rispetto ai minimi degli anni più recenti.

Nell’articolo si riportano alcune affermazioni riferite a Simone Bobbio, responsabile dell’Ufficio Stampa del CNSAS Piemonte. In sintesi Bobbio afferma che i dati piemontesi risultano in linea con l’andamento generale. A suo giudizio le variabili dominanti rimangono sempre due: le condizioni meteo e la neve. Si teorizza addirittura che il brutto tempo può incidere positivamente sul fenomeno (il numero degli incidenti, ndr): specie se il brutto arriva nel fine settimana, ci saranno meno persone impegnate in montagna, “riducendo così la probabilità di incidenti”.

Foto: Mia Knoll

Conosco (seppur un po’ di “striscio”) Simone Bobbio, di cui apprezzo l’esperienza di montagna, per cui sono assolutamente convinto che le imprecisioni riportate nell’articolo siano riferibili alla stesura dello stesso o a esigenze di “taglia e cuci” tipiche dell’impaginazione dei quotidiani… Però diffondere affermazioni del genere mi lascia attonito, specie per l’impatto sui lettori che non hanno una fondata esperienza scialpinistica. Infatti sembra che il bilancio degli incidenti sia solo (o principalmente) una questione di massa numerica: tanti individui in gita, tanti incidenti. In questo modo di pensare è implicito che gli sciatori siano solo degli “animali”, incapaci di gestire mentalmente le situazioni. Invece potrebbero esserci anche tantissimi sciatori sul terreno, ma, se tutti adoperassero la “testa”, non ci dovrebbero essere incidenti, o questi ultimi potrebbero risultare molto esigui. Quello che voglio ribadire è che la variabile è principalmente qualitativa e non quantitativa: questo è il concetto principe che andrebbe diffuso al “popolo” delle nevi.

Sull’altra variabile citata (la neve) viene affermato un principio che è inizialmente corretto, ma prende poi una piega a mio parere discutibile. Il principio base è che “meno neve non significa meno problemi (di valanghe, ndr)”: giustissimo! Poi però si afferma che “se c’è poca neve, tanti alpinisti, anche quelli meno esperti, tendono a raggiungere quote più elevate e a preferire pareti esposte a nord”, ovvero – commenta il giornalista – i luoghi dove i distacchi sono più probabili.

Mi viene da sottolineare che quelli citati saranno anche i luoghi con distacchi più probabili, ma non sono certo gli unici luoghi da valanga. Molto dipende dalla morfologia del terreno e dall’evoluzione meteo. Per esempio si sa che il vento è il principale fabbricatore di valanghe e una notte di vento intenso può creare un sovraccarico sul pendio sottovento di una cresta, anche se magari è esposto a sud! Il corrispondente pendio esposto a nord potrebbe risultare pelatissimo proprio per l’azione del vento (e, ciò nonostante, mantenere un certo pericolo implicito…).

Perché mi impegno a fare le pulci in questo modo, con un atteggiamento da vecchia professoressa isterica? Perché il tema valanghe è importantissimo, visti i numeri delle persone sempre più dedite allo sci fuori pista (con o senza pelli), e l’informazione deve essere estremamente precisa, altrimenti si rischia di creare delle false certezze, che spingono addirittura gli sciatori verso l’incidente anziché frenarli in anticipo.

Torneremo su queste ambiguità dell’informazione generalista commentando il finale dell’articolo, ma ora ci concentriamo su un’altra parte che riporta dati interessanti.

Anticipando la conferenza stampa dell’AINEVA (evento sul quale si incentra invece il secondo articolo analizzato), il giornalista riporta che, a livello nazionale, i distacchi di valanghe sono dovuti per il 61,7% agli scialpinisti, seguiti a distanza (21,6%) dagli sciatori del fuoripista (intesi coloro che scendono fuori dalla piste battute essendo saliti con gli impianti, ndr) e da alpinisti senza sci (8,9%). Non è precisato in che voce si inserisca l’eliski (probabilmente nella seconda). Da qui il titolo dell’articolo: due incidenti (da valanga) su tre sono provocati dagli scialpinisti.

Ė evidente, affermo io, che nella statistica imputabile allo scialpinismo giocano i numeri, vista la crescita di chi si dedica allo sci con le pelli, sia su itinerari di difficoltà classica che sul ripido. Ma anche in questo caso non emerge quanto gli incidenti siano imputabili a errori umani e quanto invece a condizioni oggettive. Non riesco a convincermi che l’aumento degli incidenti sia solo figlio del maggior numero di praticanti: io credo invece che la variabile chiave sia la scarsa maturità di “tanti” praticanti. Insomma ci va “testa” e, in giro, io ne vedo pochissima.

L’articolo si chiude con una valutazione molto saggia, ma che rischia di far memorizzare un risvolto non completo. Si afferma, giustamente, che in montagna ogni errore si rischia di pagarlo caro e che quel che conta è la preparazione, anche tecnica (giustissimo, ndr). Il saggio suggerimento è non solo di dotarsi del kit sicurezza, ovvero artva-pala-sonda, ma soprattutto di saper usare questi attrezzi, dedicando tempo ad impratichirsi anche se non si tratta dell’attività più divertente al mondo. Chi può negare un’affermazione del genere? Ma attenzione che spesso percepisco in molti scialpinisti la concezione che sia sufficiente avere con sé il kit sicurezza (compreso il relativo know-how di utilizzo) per poter andare dove si vuole.

Non è vero! Se ti trovi impegnato in un’operazione di autosoccorso significa che l’incidente è già avvenuto. Significa che hai già sbagliato! L’obiettivo fondamentale NON è avere la ruota di scorta se ti capita (metaforicamente) di forare una delle gomme. L’obiettivo è NON forare proprio. Non bisogna far staccare valanghe, perché non si sa mai come si evolve l’incidente. Tutti pensano alla morte per asfissia, ma in realtà un bel numero di decessi sono imputabili ad altre cause (infarti, traumi sia toracici che cranici, ecc).

Quindi ancora una volta la tecnologia (in questo caso il kit sicurezza) può generare un eccesso di sicurezza: siccome abbiamo tutti il kit sicurezza, allora possiamo andare dove vogliamo e fare tutto quello che vogliamo… Sbagliatissimo! Occorre battere e ribattere su questo punto.

Il secondo articolo, pubblicato il 14 dicembre 2018 a firma di Lucia Caretti, si intitola: “Valanghe, record di incidenti nell’inverno più nevoso” (si riferisce al 2017-18, ndr).

L’articolo riporta i dati diffusi dall’AINEVA (che è l’Associazione interregionale di coordinamento e documentazione per i problemi inerenti alla neve e alle valanghe, ndr): l’inverno 2017-18 è risultato uno dei più nevosi degli ultimi trent’anni, insieme a quelli 2003-04 e 2008-09.

Purtroppo nell’articolo a volte emerge un po’ di confusione. Il dato degli incidenti da valanga è il seguente: 37 soccorsi, 26 persone illese, 7 feriti e 4 morti, ma non è chiaro se sia riferito all’intero arco alpino o al solo Piemonte (come verrebbe da desumere, visto che la giornalista afferma “solo in Alto Adige è andata peggio”, ndr). Poche righe dopo ci si imbatte incontrovertibilmente in dati relativi agli incidenti piemontesi: dal 1985 sono in progressiva crescita e solo nel 2012-13 erano stati più numerosi (affermazione che coincide con quanto riportato nel primo articolo, ndr).

Gli incidenti piemontesi della stagione 2017-18 sono risultati 14 e se ne dà una interessante dispersione statistica in funzione del grado di pericolo (scala da 1 a 5): cinque incidenti con rischio 2-moderato, nove incidenti con rischio 3-marcato, nessun incidente con rischio 4 e 5 (quando infatti nessuno esce di casa, ndr).

Aggiungo due commenti personali: trova conferma la duplice convinzione che il grado 2 sia tutt’altro che privo di rischio e che il grado 3 comporti un netto aumento del rischio. Quest’ultima constatazione in effetti risponde alla crescita “logaritmica” del rischio nella scala da 1 a 5. Possiamo affermare, operativamente, che in corrispondenza dei gradi 2 e 3 si riscontrano la stragrande maggioranza delle uscite scialpinistiche (prima non c’è neve, dopo ce n’è troppa). Però questi livelli non sono esenti da rischi: chi sbadatamente guarda la scala da 1 a 5, tende a snobbare i rischi impliciti nei livelli 2 e 3. Ancora una volta è questione di “testa”!

Viene citato (non è chiaro se come “ammonimento” ai lettori, ma in tal caso questo risvolto non è ben marcato) il caso dello scialpinista trovato dopo 5 ore sotto la neve al Monte Viribianc in provincia di Cuneo: 26,5 gradi la sua temperatura corporea al momento del salvataggio. Si tratta di un evento statisticamente oltre ogni limite, un “miracolo” appunto: non fa testo, non ci si può appellare alla sorte sperando in un’evoluzione del genere. Lo si deve sottolineare a tutti. Vengono invece riportate alcune sue presunte affermazioni: “Non ho avuto nemmeno il tempo di capire. La slavina si è staccata e sono rotolato giù. Quando mi sono fermato, ho sentito che riuscivo a muovere la gamba e ho pensato: adesso esco di qui. Poi è calato il sipario”. Dimostrazione che occorre evitare a priori di essere coinvolti in un incidente.

A questo punto dell’articolo viene intervistato Davide Viglietti, nivologo che “ogni settimana effettua le rilevazioni sul campo con cui viene compilato il bollettino valanghe dell’ARPA”. La giornalista sottolinea che il bollettino è uno strumento fondamentale, come il kit di autosoccorso, per chi voglia uscire dalle piste battute. Viene inoltre riportata anche una corretta precisazione di Viglietti: “Il bollettino divide il territorio in zone di centinaia di chilometri. Sono quindi criteri di massima”. Riprende la giornalista: i bollettini vanno ponderati con l’esperienza, senza sottovalutare nulla (e come darle torto? ndr).

A questo punto vengono riferite alcune statistiche interessanti anche per scialpinisti dal lungo pelo: l’80% degli incidenti dell’anno scorso sono avvenuti sotto i 2500 m; il 43% su neve ventata, il 29% in neve fresca, il 21% quando il manto presentava strati deboli persistenti (credo si intendano i cristalli a calice o simile, ndr), “condizione difficile da riconoscere e molto insidiosa”. Interessante il dato sulla quota (non è necessario andare sui 4000 per far staccare valanghe) e quello della neve ventata, che resta il principale killer in giro per le montagne innevate.

La mia tesi di fondo resta la stessa: ben vengano tutti gli strumenti moderni, dalla tecnologia alle informazioni, ma poi occorre miscelarli nella propria testa e operare di conseguenza.

Non credevo ai miei occhi quando ho letto l’intervista conclusiva dell’articolo. Viene dato spazio d’espressione a Luca Mercalli, noto meteorologo: “Oggi si ha poco tempo e lo si spende tutto per divertirsi, come se fosse una gara a chi fa più gite. Bisogna dedicarne di più a conoscere la montagna”.

Continua Mercalli: “La valutazione del rischio è resa ancora più difficile dai cambiamenti climatici, ma la neve è in generale un materiale molto variabile. Ci possono essere 10 chilometri di pericolo 1, poi 10 metri di pericolo 5. Se non li vedi, muori. Può succedere anche agli scienziati, non soltanto agli scialpinisti”.
Conclude Mercalli: “Ecco perché in questo sport, oltre all’audacia, bisogna avere un senso di giusta paura. Io con il passare degli anni ne ho sempre di più”.

Lasciatemi un commento personale come chiosa. Sono sempre più convinto che il vero elemento che innesca gli incidenti in montagna, in particolare quelli da valanga, sia la frenesia.

Frenesia di fare, frenesia di correre, frenesia di scendere a tutti i costi sul ripido… Si dedicano poche ore alla gita, stretti fra gli impegni della sera prima e quelli imminenti che ci aspettano appena tornati in città. Non c’è più il tempo fisiologico per “comperare l’aria” come si dice in piemontese: utilizzo qui questa espressione in senso metaforico e non sono come acclimatamento fisiologico.

Ma certo è che meno tempo trascorso in montagna significa meno concentrazione. E poi scattano altri elementi come la “necessità” psicologica di realizzare performance per vantarsi con gli amici: ormai sono all’ordine del giorno uscite da 2000 m di dislivello o discese sui 40-50 gradi.

Tutto questo mix di elementi è la principale causa dell’aumento degli incidenti. Ovviamente questo fattore individuale, se si moltiplica per un numero crescente di persone sul terreno, crea un effetto polveriera.

Come suggerisce Mercalli, ridare voce alla “paura” può essere la soluzione. Anche io ne provo sempre di più, sia per naturale invecchiamento sia perché mi guardo in giro e vedo che le condizioni sono sempre più subdole e infingarde.

Ma c’è anche un tabù mentale da vincere. Nell’era del “No limits” non si prende neppure in considerazione l’idea di tornare indietro, sarebbe vissuta come un elemento di incapacità e di vigliaccheria. Bisogna invece ridare dignità morale alla decisione di tornare indietro.
Soldato che scapa, xè bon per un’altra volta” (antico proverbio veneto).

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Incidenti da valanga ultima modifica: 2019-02-11T05:25:46+02:00 da GognaBlog

21 pensieri su “Incidenti da valanga”

  1. 21
    Dario Mantoan says:

    La paura… la pancia… ascoltiamole, abbiamo una sola vita.

  2. 20
    Alberto Benassi says:

    Vabbé, che esagerati che siete: non è poi ‘sto gran sbaglio…in fondo qualcuno che ha sciato sul Cervino c’è stato!

    si ma di certo non faceva parte del gregge.

  3. 19
    Matteo says:

    Vabbé, che esagerati che siete: non è poi ‘sto gran sbaglio…in fondo qualcuno che ha sciato sul Cervino c’è stato!

  4. 18
    Alberto Benassi says:

    “volevano sciare SUL Cervino”.

    ennesima dimostrazione dell’ ignoranza  ma anche della estrema superficialità dei giornalisti che scrivono di montagna. Però forse anche di un pò di furbizia. Perchè se scrivi volevano sciare sul Cervino, fai colpo.

  5. 17
    Carlo Crovella says:

    Per citare un esempio di “non cultura” dei media sulla montagna cito l’odierno trafiletto apparso sul Corrire dove si riporta che ieri sono stati salvati con l’elicottero numerosi sciatori, che, nonostante il forte vento, “volevano sciare SUL Cervino”.

    Il Cervino è soprannominato la Gran Becca proprio per la sua natura di “nobile scoglio delle Alpi”. Evidentemente gli sciatori si trovavano nel comprensorio sciistico alla base del Cervino, non SUL Cervino.

    Se i giornalisti incappano in equivoci del genere significa che non capiscono nulla di montagna. Meritevole quindi l’attività “faticosa” di chi, come Simone Bobbio, deve diffondere notizie e informazione in una jungla come il mondo mediatico.

    Ben venga dunque che tutti i diversi soggetti (dagli istituzionali come Simone alle vecchie volpi inacidite come me…), coinvolti nell’articolato mondo della neve fresca, convergano i loro sforzi verso una crescita generale della cultura relativa alla montagna innevata.

    Pero’ per me resta una “falla” ideologica di fondo: oggi come oggi c’è troppa superficialità, troppa frenesia, troppa faciloneria…insomma troppa gente che si muove sulla neve senza l’adeguata CONOSCENZA della montagna.

    Va benissimo apprendere a menadito le procedure di autosoccorso (utilizzo artva pala sonda), va benissimo caricarsi di ogni gadget tecnologico, ma, se fai “stupidaggnni”, la montagna non ti perdona. Anzi, ad essere sincero, con tutte le “stupidaggini” che vedo in giro, io sono perfino stupito che gli incidenti non siano ancor più numerosi.

  6. 16
    Simone Bobbio says:

    Caro Carlo, 
     
    ti ringrazio delle sollecitazioni che hai sollevato e che mi hanno coinvolto in prima persona. Mi sono occupato del tema valanghe dal punto di vista giornalistico ormai diversi anni fa e continuo a occuparmene oggi in qualità di addetto stampa del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese che fornisce ai giornalisti le notizie sugli incidenti in montagna. Gli articoli che hai citato sono molto significativi e mi servono per illustrare alcuni aspetti su cui vale la pena riflettere. 
    Per quanto riguarda l’incidente in sé, la valanga è sovrarappresentata sui media: nell’inverno 2017/2018 il Soccorso Alpino Piemontese è intervenuto su 12 persone che avevano subito un incidente da valanga di cui 2 deceduti (altri 2 periranno nei giorni successivi in ospedale). Questi numeri rappresentano lo 0.8% di tutte le persone soccorse su terreno impervio in un anno e lo 0,2% di tutti coloro che sono morti tra le montagne piemontesi nel 2018. Pensa se i giornali mi sollecitassero con la stessa attenzione ogni volta che i nostri tecnici soccorrono una persona che ha avuto un malore in montagna (nel 2018 sono state 194)… Eppure ben 27 di loro sono decedute a causa di quel malore! 
    Tant’è che durante la stagione invernale i giornalisti mi chiedono opinioni, giudizi e interviste prevalentemente sul tema valanga. La missione del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico è anche la prevenzione degli incidenti per cui mi sento titolato a intervenire non solo quando è accaduto un incidente. 
    Ma questo è il momento in cui mi trovo ad affrontare la difficoltà maggiore: come posso spiegare un argomento così delicato a un pubblico – i lettori del giornale o del sito d’informazione – composto per la stragrande maggioranza da persone che nel fine settimana andrà al centro commerciale, al massimo a sciare in pista? Il tutto mediato da un giornalista che non conosce l’argomento di cui andrà a scrivere ma che deve scrivere un pezzo interessante e avvincente per catturare i suoi lettori (non parliamo poi del titolista che deve condensare tutto ciò in poche battute). E in occasione dell’incidente come posso comunicare la notizia in maniera neutra? Io non voglio e non posso dare giudizi sull’accaduto, non voglio che i famigliari di una vittima possano pensare che il loro caro scomparso ha compiuto un’imprudenza. Voglio evitare di fornire appigli ai leoni da tastiera che salteranno fuori sulle pagine social con l’argomento “questi vanno ad ammazzarsi e io pago per i soccorsi”. Inoltre in caso di valanga ci sono responsabilità giuridiche, anche penali, il mio comunicato stampa potrebbe diventare una prova in tribunale. 
    Quando mi chiedono per l’edizione del venerdì i famigerati consigli rivolti a chi si avventura sulla neve, devo parlare rivolto al frequentatore di centri commerciali per cui estremo è attraversare a piedi il parcheggio, agli scialpinisti usciti dal corso Cai che hanno già subito il lavaggio di cervello sull’uso di pala, sonda e Artva oppure ai freerider che si buttano giù da qualsiasi pendio specialmente dopo una nevicata abbondante? 
     
    Ma io, te e i lettori di questo sito sappiamo che la valanga è un argomento importante, al di là dell’allarmismo dei giornali o dell’esiguità numerica degli incidenti. Esiste una scienza – non esatta – come la nivologia che la studia e tenta di prevederla. Le Regioni e i Comuni si dotano di strutture capillari distribuite sul territorio che quotidianamente effettuano i rilievi, emettono i bollettini con il grado di pericolo e prendono decisioni sulla sicurezza dei cittadini, nelle abitazioni e sulla rete stradale. Infatti, salvo alcuni casi più unici che rari come l’Hotel Rigopiano, quest’ultima tipologia di vittime è quasi scomparsa. Gli incidenti da valanga però accadono, provocano vittime e coinvolgono coloro che frequentano la montagna per svago. Negli articoli che citi si faceva riferimento alla presentazione dei dati da parte del settore nivologico di Arpa Piemonte disponibili qui: http://www.arpa.piemonte.it/news/neve-e-valanghe-un-bilancio-della-scorsa-stagione. Quelli a livello nazionale si trovano qui: https://www.aineva.it/incidenti/. Questi numeri sono noti a livello di grande pubblico? E sono così conosciuti tra i frequentatori della montagna invernale? 
    Voglio citare ancora gli atti del convegno organizzato il 2 dicembre 2014 dall’Accademia della montagna del Trentino con il titolo «Tutti matti per la neve». Si è trattato di una delle prime occasioni, almeno in Italia, in cui si è parlato apertamente dei rischi provocati dall’overconfidencenell’incidente da valanga e si è dimostrato come coloro con maggiore esperienza tendono a esporsi maggiormente ai pericoli. Per approfondire: https://www.accademiamontagna.tn.it/matti-la-neve. Quest’ultimo discorso andrebbe aggiornato in relazione all’evoluzione dell’attrezzatura di sicurezza: Artva, pala, sonda airbag e avalung salvano la vita, quindi posso prendere più rischi quando li ho con me? Quando però uno muore sotto la valanga vogliono tutti sapere se era esperto e se era attrezzato di tutto punto perché altrimenti se l’è cercata. 
     
    In conclusione, spero di non aver risposto alle tue sollecitazioni perché l’argomento è di quelli su cui sono soltanto in grado di pormi delle domande. Ma sono contento di discuterne perché anche questo tipo di discussione può aiutare a diffondere quella cultura della montagna di cui abbiamo tutti sempre bisogno. Per lavoro mi devo confrontare con persone che non concepiscono il senso di libertà ricercato da chi va in montagna e tanto caro agli autori e lettori di questo sito. Le notizie che fornisco ai giornali sono in grado di alimentare decisioni politiche come l’ordinanza di divieto per lo scialpinismo emessa dal sindaco del piccolo Comune di montagna o l’obbligo a dotarsi di pala, sonda e Artva quando ci si avventura fuoripista. 
    Penso che fornire i dati statistici sia un modo per spiegare a un pubblico generico che in montagna si va, ci si fa male e ogni tanto si muore. Senza dimenticare l’elemento della fatalità perché nessuno parte alla mattina per andare a farsi male e oltre all’errore umano e alla cattiva valutazione incappa spesso nella sfiga. Penso che siano riflessioni utili ai fini della prevenzione anche per gli appassionati e sono a disposizione per ulteriori approfondimenti di carattere statistico, tecnico e filosofico. 
     
    P.S. Spero che tutti gli appassionati di centri commerciali non si sentano offesi, li ho presi soltanto come esempio senza alcuna volontà denigratoria. 
     

  7. 15
    Mario Baumgarten says:

    Condivido pienamente il commento 6 di Nazario Ferrari

  8. 14
    Franco Pecchio says:

    Buonasera,

    sicuramente la frenesia è una componente degli incidenti in montagna, aggiungo però qualche considerazione. Non c’è solo l’esigenza (?) di incastrare la prestazione sportiva tra i vari impegni ma occorre tener conto anche di altri aspetti quali lo spirito di imitazione e di supremazia estremizzato dai social network e dalla comunicazione immediata offerta dalla tecnologia dell’ultimo decennio. Spiego: si cerca di “condividere” la gita, la foto, la discesa che è più apprezzata e genera più autostima con i commenti, i like e le condivisioni degli amici. Per fare questo si perde l’equilibrio tra condizioni della montagna e proprie capacità tecniche e di valutazione. La fretta (frenesia) non aiuta decisioni ponderate, certamente non la rinuncia.

    L’incidente è spesso figlio, di una o di una combinazione: del desiderio di emulazione, della pigrizia nel valutare attentamente le condizioni, spesso dell’idea che “non capiterà a me” o della falsa sicurezza indotta da una approssimativa conoscenza della montagna e delle sue condizioni (e delle proprie in quel momento).

    In merito all’approssimazione con cui i quotidiani trattano le notizie di cronaca di incidenti in montagna si potrebbe stendere un elenco di strafalcioni, forse meglio sarebbe agire in modo proattivo invitando i giornalisti a meglio comprendere le dinamiche del rischio in montagna con qualche corso e/o qualche gita gita con persone più esperte e qualificate.

  9. 13
    Paolo Panzeri says:

    Non è che si debba aggiungee anche il fatto che “l’industria dello sci alpinismo” debba far affari e quindi il sistema sci fuoripista risulti molto manipolato sia nei contenuti che nell’informazione e negli obiettivi? E che tutti gli “interessati” siano coinvolti?
    Secondo me alcuni anni fa si è scoperto questo filone economico e lo si sta sfruttando senza insistere più di un pò nel dire che l’uomo in montagna vive in ambiente ostile: è controproducente per tutti.

  10. 12
    Matteo says:

    “Mi piacerebbe però “spacchettare” le due componenti statistiche. “

    Mi sa che si entra nel proverbiale campo delle cento pertiche, a meno di riuscire a imporre a tutti un rilevatore satellitare…e non mi troveresti d’accordo per nulla!

    A sensazione direi che è molto probabile che il numero di incidenti per ora in ambiente sia diminuito per gli scialpinisti tradizionali; freeraiders, helisky e ciaspolatori dovrebbero essere contati a parte

  11. 11
    Alberto Benassi says:

    Nell’alpinismo essere orgogliosi uccide più delle valanghe. E quasi sempre porta a risultati mediocri, se non si è già morti.

    tutto dipende dalla qualità, dalla quantità e da come si manifesta di questo personale orgoglio.

    Se lo si fa pesare agli altri è sicuramente da mediocri.

    Se ci fa perdere il controllo della realtà e il buon senso, ci farà morti.

  12. 10

    Nell’alpinismo essere orgogliosi uccide più delle valanghe. E quasi sempre porta a risultati mediocri, se non si è già morti.

  13. 9
    Alberto Benassi says:

    L’orgoglio è una brutta bestia e in una vita che apparentemente non dà soddisfazioni l’avere fatto l’impresa riempe il petto. Il cuore invece si riempe quando ci si sente vivi e non adrenalinici, quando nella perfezione di un momento si può cogliere tutta la meraviglia che la natura può regalare.

    Essere orgogliosi di qualcosa che si pensa e poi soprattutto si realizza per primi, credo sia normalmente umano.

    Francamente non ci vedo nulla di male.

  14. 8
    Carlo Crovella says:

    Precisazione lapidaria: l’affermazione di Bobbio (vedi commento 4) è ineccepibile. Mi piacerebbe però “spacchettare” le due componenti statistiche. Ovvero: quanto dell’aumento degli incidenti derivi dall’aumento dei praticanti e quanto invece dell’approccio “frenetico”, subentrato negli ultimi due decenni. Mi riprometto di riflettere per ulteriori approfondimenti sul tema, fermo restando che non esiste un “elenco” ufficiale di chi scia in neve fresca (con pelli o meno) e ciò rende impossibile giungere a conclusioni matematicamente indiscutibili.

    Grazie a tutti per l’attenzione.

  15. 7
    lorenzo merlo says:

    Siamo al prodotto di una cultura che misura, nomina, quantifica.

    Così, l’attenzione è dedicata agli aspetti che la cosiddetta e accredita conoscenza scientifica e la tecnologia sono in grado di elaborare e fornire.

    L’assunzione di responsabilità si svuota e si riempe l’attribuzione di sicurezza a quanto si deve acquistare e/o avere con sé.

    Salvo azioni e ricerche individuali nessuna istituzione vicina alla montagna – certamente non i Collegi delle Guide – si è mai assunta il dovere di operare per correggere il tiro.

    Nessuna meraviglia, non  hanno alcuna consapevolezza di quanto la tecnologia modifichi la relazioni con se stessi, gli altri, l’ambiente.

  16. 6
    Nazario Ferrari says:

    Bastasse la conoscenza del manto nevoso, l’esperienza, la bravura! Purtroppo sono tantissimi i motivi che portano al distacco di valanghe provocato. Nel Trentino è successo anche ai più esperti. Credo che l’elevata frequentazione degli itinerari classici  con presenza di centinaia di persone sui pendii nevosi, porti ad elevare il senso di sicurezza di ognuno di noi, tutti cerchiamo il nostro fazzoletto di neve vergine il canalino intonso, sottovalutando il pericolo. Questo è solo un esempio, ma chi pratica scialpinismo,  a prescindere dal livello ,  avrà sperimentato questo stato di “sicurezza”  che provoca il gregge! Se sei sulla montagna da solo e tracci in neve profonda, stai molto più attento ai “segnali” che ti arrivano  dall’ambiente.  Detto questo, buone sciate a tutti!

  17. 5
    Antenore says:

    Grazie.

    Condivido il pensiero sull’abbrutimento dovuto alla frenesia e al bisogno di ostentare. La montagna mi ha insegnato la lentezza e l’osservazione, da appassionato runner di paesaggi alpini mi sono trovato a volte in situazioni spinose: neve improvvisa, sentiero non in sicurezza. Nella spavalderia giovanile certe volte si rischiava oggi ripensandoci mi vengono ancora i brividi. Ha ragione Alessandro a portare l’attenzione sull’aspetto del saper quando è il momento di tornare indietro, di desistere. L’orgoglio è una brutta bestia e in una vita che apparentemente non dà soddisfazioni l’avere fatto l’impresa riempe il petto. Il cuore invece si riempe quando ci si sente vivi e non adrenalinici, quando nella perfezione di un momento si può cogliere tutta la meraviglia che la natura può regalare.

  18. 4
    Matteo says:

    Un solo appunto all’ottimo articolo di Crovella: da un punto di vista meramente statistico è evidente che un aumento della frequentazione porti a un aumento degli incidenti a parità di tutte le altre condizioni.

    In altre parole ritengo corretta la frase di Bobbio che tanto lo scandalizza.

    Sarebbe corretto riportare gli incidentalità in rapporto al numero reale di praticanti (o se si vuole alle ore-uomo effettive), ma è ovviamente impossibile a meno di imporre un sistema di telerilevamento.

  19. 3
    Alberto Benassi says:

    Quello che ogni volta mi stupisce è come stampa e tv intervistino sempre su questi argomenti il Soccorso Alpino o esperti di innevamento.

     

    Dino ma che ne sa la stampa di alpinismo , di chi arrampica, di come si fa, delle scuole di alpinismo di quello che fanno a  cosa servono.

    Non ne sa praticamente NULLA!!!  Scrivono e dicono delle corbellerie una dietro l’altra. Loro sahno che esistono le guide alpine e poi che esiste il CAI. Ma come tutto questo in realtà funziona, non ne sanno nulla. E in verità credo anche gli interessi poco.

    Alla stampa gli interessa sopratutto  fare dei titoloni.

  20. 2
    DinoM says:

    Complimenti per l’articolo.

    Indipendentemente poi dai dati e dai contenuti, tutti sappiamo che sui quotidiani, raramente ci sono articoli precisi dal punto di vista tecnico. Quello che ogni volta mi stupisce è come stampa e tv intervistino sempre su questi argomenti il Soccorso Alpino o esperti di innevamento.

    Sarebbe come se per far diminuire gli incidenti stradali si intervistasse il soccorso stradale o i tecnici delle auto, e non si chiedesse nulla a chi lavora sulla formazione e prevenzione; io penso che oltre a molte giustissime considerazioni fatte da Crovella ( poco tempo, ansia da powder, airbag etc etc) si tratti di mancanza di formazione.

    Ci si forma su internet, guardando atleti straordinari che supportati da staff e mezzi, realizzano prestazioni filmate, al limite del possibile. Oppure facendo alcune gite o discese guidate pensando di aver imparato tutto e trascinando poi anche i dubbiosi accusandoli di essere troppo prudenti.

    Chi si occupa di formazione viene costantemente punito da sentenze, da cronica mancanza di fondi o comunque bastonati da chi giudica col senno del poi; se come dice correttamente l’autore bisogna non farsi travolgere, occorre formare le persone che frequentano la montagna invernale per prevenire e quindi investire sulla formazione. Si spendono milionate di euro in soccorso e sulla formazione nulla; tutto lasciato  alla buona volontà.

    Attenzione non è sufficiente accompagnare o guidare gli sci alpinisti  o free riders , occorre spiegare e inculcare con la pratica sul campo e in aula, la cultura della neve; in pratica sarebbe a mio avviso necessario ed obbligatorio che chi accompagna qualcuno sulla neve dovesse, OBBLIGATORIAMENTE, spendere almeno due giornate nella formazione di chi successivamente accompagna quasi fossero “istruzioni all’uso”.

    Gli Istruttori  nelle Scuole già lo fanno, e io penso che un’alleanza Scuole e Guide CAI, avrebbe un potenziale di didattica e insegnamento formidabile ed è facile prevedere che un’azione in questo senso avrebbe un impatto formidabile sul numero di incidenti.

     

     

  21. 1
    Salvatore Bragantini says:

    Commento banale ma credo pur sempre valido. Se arrampico e vedo un tiro di corda che da sotto giudico per me troppo difficile e quindi soggettivamente pericoloso cerco un’alternativa sui lati; se non posso e anche il compagno non se la sente faccio marcia indietro. La paura di non essere capaci di passare e di farsi quindi male, o peggio, è un freno essenziale.

    Con gli sci, posso avere davanti 100 metri a rischio valanghe e quindi pericolosi, dove il pericolo è però oggettivo. La tendenza a dire, “Ma deve succedere proprio a me e qui e ora? Fra un minuto sono dall’altra parte” può essere naturale. A tanti va bene, ad altri purtroppo no, vanno dall’altra parte davvero…

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